I had a dream the other night when evening was still

I thought I saw Susanna coming up the hill,

The red, red was in her hand, the tear was in her eye,

I said I’m coming from Dixieland, Susanna don’t you cry.

Stephen Foster

La partita non può considerarsi già chiusa, il patto Gentiloni non è ancora archiviato. Il governo, per il momento, rimane in carica, e il primo ministro tace, con la consueta pervicacia. Entro la fine dell’anno, comunque vada, non potrà essere evitato un ulteriore prelievo fiscale. Le casse sono quasi vuote, i funzionari dell’apparato di comando esigono il versamento del misthos (nota 1) e minacciano defezioni, la ripresa tarda, le grandi opere costano, le guerre non ammettono diserzione consumando energie e risorse. La situazione è complicata, si vive in un clima paludoso, al calare del sole estivo, sotto attacco di zanzare fastidiose.

Il voto a primavera, al termine della naturale scadenza di legislatura, lascia aperto il grave pericolo di un risultato imprevedibile, specie se condizionato dalla protesta e dall’impoverimento complessivo della popolazione, con possibili effetti negativi a carattere sinergico connessi all’incremento del flusso migratorio e all’instabilità della sempre più generalizzata condizione precaria. Il partito democratico, in un quadro tanto incerto, rischia seriamente l’estinzione, travolto dalle circostanze più che dai suoi inconsistenti avversari. Contro Renzi, nella nostra penisola, non si profila alcun Jeremy Corbyn; Grecia, Spagna e Francia sono invece spettri che tormentano la direzione dei socialnazionalisti italiani, senza tregua. Il crollo del PD ucciderebbe le larghe intese, trascinando in fondo al pozzo anche Forza Italia, logorata dalle scissioni.

Silvio Berlusconi ha ben compreso, infatti, che per i due partiti vale il detto latino simul stabunt vel simul cadent.  L’accordo sulla legge elettorale a carattere proporzionale prepara una nuova edizione di larghe intese fondata sul compromesso siglato dalle due componenti tradizionali (PD e Forza Italia), con il supporto eventuale di una quota collocata a sinistra ovvero di una quota collocata a destra, secondo le circostanze. Il voto prima del prelievo fiscale e del rastrellamento di risorse dovrebbe garantire, salvo sorprese, una maggioranza gradita alle strutture europee di controllo e di comando. Poi per cinque anni potranno proseguire senza intoppi l’esercizio dispotico del potere, la sussunzione reale dentro la condizione precaria, l’esproprio dell’esistenza altri a fini di profitto. Viene data per condizione preliminare, in questo schema, l’assenza di conflitto; questa va considerata tuttavia una variabile indipendente, potenzialmente in grado di alterare il quadro. Compare Kurt Goedel: si può cioè dimostrare rigorosamente che in ogni sistema formale coerente che contenga una certa quantità di teoria finitaria dei numeri esistono proposizioni aritmetiche in decidibili e inoltre che la coerenza di ognuno di tali sistemi non può essere dimostrata all’interno del sistema stesso (2).

Consolidare la difesa del palazzo. Questa è la scelta di Renzi, l’opzione che ritiene meno rischiosa, suggestionato forse dal successo di Macron, desideroso di replicarlo sia pure in forma diversa. L’esito delle presidenziali francesi lo ha spinto a rompere gli indugi. Ma è una strada che non consente tuttavia certezze e che non offre garanzia. Tutto può accadere infatti, anche in breve tempo, nella società della comunicazione e dei prodotti immateriali, priva di veri confini nazionali, globale; una nuova clamorosa sconfitta segnerebbe la fine di questo politicante, più furbo e vanitoso che geniale e capace. Si comprendono dunque le remore di chi preferirebbe lasciare le cose come stanno, senza forzare la mano, in attesa di tempi quieti. È la posizione di Napolitano, il vecchio stalinista preferisce sempre usare un sicuro bastone in luogo di urne insidiose. Gli operatori finanziari, dal canto loro, si sono messi subito al lavoro. Non appena si profila un’occasione di guadagno accorrono famelici, senza ideologie, senza religione.

Il vasto schieramento parlamentare sul metodo della legge elettorale (pure non approvata) non determina tuttavia alcun automatismo nell’anticipazione del voto. Qualora Gentiloni riuscisse ad ottenere il rinvio – una piccola deroga dunque – del nuovo pesante prelievo, comunque richiesto nel prossimo futuro dalla banca centrale e dalla commissione europea, la scadenza naturale potrebbe essere confermata. Al momento entrambe le opzioni rientrano nel novero delle possibilità. Il dissenso interno alle istituzioni è di natura tattica, non strategica e neppure di medio periodo. L’operazione politica comporta, ora o nella prossima primavera, un ricambio nella compagine governativa, sostituendo il debole agglomerato di AP con la più ampia galassia di Forza Italia. Ove le urne rendessero insufficiente il blocco centrodestra/centrosinistra sia la Lega sia la Sinistra garantiscono, mediante arruolamento e cooptazione, il raggiungimento della quota necessaria, lasciando al Movimento 5 Stelle la guida dell’opposizione.

Il quadro appare già chiaro. La barriera del 5% costringerà alla lista unica tutti coloro che litigando pescano nell’area radicalprogressista. E come avvenne con il logo Tsipras saranno risse sia al momento di scegliere gli eletti sia al momento di scindersi per partecipare alla spartizione delle cariche retribuite. Giuliano Pisapia pare il più adatto a tessere la trama di una simile ammucchiata. Gli aspiranti non hanno alternative, sono pronti a digerire qualsiasi fola. Gennaro Migliore potrebbe curare la successiva selezione degli elementi più idonei al cambio di casacca, ha acquisito negli anni l’esperienza necessaria. Quanto alla Lega non ci pare possano sussistere dubbi in ordine alle possibilità di prelievo dei voti eventualmente necessari attingendo al bacino degli eletti nelle due camere. Il vecchio Bossi si è già dichiarato disponibile a costruire e guidare uno spin off  qualora se ne ravvisi la necessità, in piena sintonia con Silvio Berlusconi.

Il voto alla camera, torna il voucher

Grande scandalo ha suscitato l’emendamento introdotto di soppiatto nella manovrina, approvato da una larga maggioranza in commissione e confermato da un voto di fiducia molto ampio, nonostante lo strappo degli scissionisti. Si tratta di un esperimento al fine di saggiare l’effettiva consistenza delle forze in campo. E al tempo stesso la conferma di una scelta, a conferma della irreversibilità dell’opzione autoritaria.

Il decreto che ha disinnescato il referendum ha una portata assai più ampia di questa restaurazione arrogante. Interessante è la polemica insorta fra il professor Franco Scarpelli e il professor Pietro Ichino (3). Il secondo osserva che i cinque sesti dei voucher venivano usati da imprese di dimensioni medio grandi : la confessione è autorevole, tardiva certo, ma significativa e importante. Il senatore ammette finalmente che il centro della questione non stava nell’emersione delle collaboratrici familiari, ma nell’impiego di manodopera sottopagata da parte del capitalismo moderno finanziarizzato e globale. Il primo pone invece una questione di metodo a prescindere dal contenuto del provvedimento.

Ichino si duole che l’emendamento abbia una portata tutto sommato piuttosto limitata, mentre sarebbe stato doveroso (sic!) offrire alle grandi imprese uno strumento che riconducesse l’impiego di manodopera nell’ambito del lavoro a chiamata. Scarpelli indica la Carta dei diritti redatta dalla Cgil come possibile disciplina delle prestazioni occasionali; Ichino non prende neppure in considerazione la possibilità di considerare Susanna Camusso quale interlocutore.

Hanno ragione entrambi. È vero che la questione del metodo appare centrale, rilevante; ed è vero anche che si tratta di una presa di posizione arrogante, imposta per ribadire ancora una volta che il governo considera chiusa per sempre la compartecipazione. Ma non vi è dubbio che l’emendamento non ripristina davvero lo status quo ante.  Ma entrambi tacciono il vero nodo della questione, per ragioni diverse. L’omissione rende zoppa l’analisi.

Non è infatti ragionevole pensare che, in assenza di uno scontro sociale durissimo, si arresti il processo di sussunzione dentro la condizione precaria, invocato dalle imprese della finanza globale e pianificato dalla cabina europea di comando. Il vero emendamento sarà quello di estendere il lavoro a chiamata, senza limiti, abbattendo ogni barriera di retribuzione fissa garantita, lasciando al rapporto di forza l’individuazione del compenso. Lo sanno bene sia Ichino, sia Scarpelli; entrambi avevano espresso il loro assenso in occasione della votazione referendaria, conclusasi, a sorpresa, con la sconfitta di Matteo Renzi.

L’emendamento sulla restaurazione del voucher ha una valenza prevalentemente politica e solo in minore misura una ricaduta tecnico sociale. È una mossa che rientra pienamente nell’ideologia di Travicello Gentiloni. La comunicazione di regime si è immediatamente mobilitata, innanzitutto evitando di rendere noto il testo dell’emendamento e distribuendo varie e contraddittorie interpretazioni del contenuto.

Nel 1559 il papa Paolo IV, al secolo Gian Pietro Carafa, vietò ai cattolici la lettura, la vendita, la traduzione e il possesso di tutte le traduzioni della Bibbia in lingua volgare (italiana); nel 1596 fu ordinata la distruzione delle copie esistenti, il che ha reso piuttosto costosi i pochi esemplari sopravvissuti (le versioni di  Niccolò Malerbi, Antonio Brucioli e Giovanni Diodati). La ragione del divieto stava nell’assicurarsi il monopolio della fonte.

Lo stesso accade con gli emendamenti in occasione delle manovre finanziarie. Qui nessuno è ancora in grado di comprendere davvero chi possa in concreto utilizzare i nuovi voucher , quando e con quali limiti o modalità. I cinquemila euro sono un limite lordo o netto? E i duemila consentiti alla singola micro impresa? Che succede in caso di violazione? Chi informa la famiglia utilizzatrice o il piccolo imprenditore dell’eventuale superamento del limite? Sono misteri legati alla fede nelle istituzioni e saranno necessari i sacerdoti del potere per capire meglio il da farsi (4).

La notizia viene data con clamore, e viene percepita come pura e semplice restaurazione. Il messaggio è chiaro: il referendum non è servito a nulla, tutto torna come prima. Il progetto è quello di aumentare la sensazione di sconforto, di imporre l’obbedienza.

La CGIL ha convocato una manifestazione nazionale per il 17 giugno prossimo, mancano pochi giorni ancora. Il sindacato, in angolo dopo Alitalia e Ilva, tenta di scombinare la posizione dei pezzi nella scacchiera, comprende che in gioco è la stessa sopravvivenza politica dell’organizzazione. Non è facile prevedere se sarà o meno un successo. Nell’incertezza Travicello Gentiloni ha evitato di scoprirsi. Ove il seguito sia notevole cercherà di rinviare l’estensione del contratto a chiamata, chiedendo tempo alla commissione europea per attuare il piano.  Ove invece la partecipazione risulti limitata il processo potrà avere una anche brusca accelerazione.

Oh Susanna!

Giunta quasi alla fine del mandato Susanna Camusso sperava di poter utilizzare il mancato referendum per riallacciare un rapporto organico con l’esecutivo in carica. Avevamo scritto nel precedente articolo: La Cgil sta amministrando il successo, chiede di tornare al tavolo della trattativa sociale per discutere un nuovo assetto legislativo del lavoro. Qui sbaglia. Travicello Gentiloni non vuole trattare perché non può trattare. L’unica via possibile è quella di aprire il conflitto, di costruire le condizioni che rendano possibile uno scontro sociale vincente, con la piena consapevolezza che il primo necessario presupposto sta nella distruzione definitiva del partito democratico. Renzi non nasconde affatto di considerare Susanna Camusso un fastidioso ostacolo che rallenta il suo ritorno al governo. I suoi pretoriani interpretano il pensiero del capo senza inutili ipocrisie, attaccano con violenza verbale inaudita la Cgil e invocano sanzioni economiche che mettano in difficoltà una struttura ostile, sempre pronta a raccogliere firme. I pretoriani esigono la restaurazione dell’obbedienza e minacciano, in caso contrario, di sospendere i finanziamenti dei CAF (centri di assistenza fiscale, legge 30 dicembre 1991 n. 413), principale entrata delle organizzazioni sindacali. Il mediatore Gentiloni segue una via più lunga e tranquilla, vuole prima indebolire l’avversario e solo successivamente renderlo impotente. Non tratta, cara Susanna, non piangere per questo, fattene una ragione, cerca di capire una volta per tutte come funziona la scelta autoritaria del potere.

La nomina di Tiziano Treu alla presidenza del CNEL è stata deliberata il 5 maggio 2017 dal consiglio dei ministri. Lo scandalo non sta nel sostegno attivo del professor Treu al referendum abrogativo dell’istituzione e neppure nelle dimissioni rassegnate nel 2015, quando riteneva certa la soppressione di questo organo costituzionale e puntava alla direzione dell’Inps.  Il vero nodo, a ben vedere, è un altro. Per due anni la procedura di rinnovo era stata congelata, violando apertamente la legge. Ora si è dato corso alla nomina al vertice del futuro nuovo consiglio rinnovato prima ancora di avere individuato i 64 membri che saranno guidati dal presidente, invertendo clamorosamente l’ordine logico e giuridico della sequenza! Subito dopo, quasi clandestinamente, è comparso in Gazzetta Ufficiale l’avviso che indicava i termini per la presentazione delle candidature. Ma di questo la casta Susanna non ha fatto parola, forse tratta in segreto il numero e i nomi dei nominati per conto della Cgil (lei faceva parte del passato consiglio, ma il 6 giugno 2013 si era dimessa). I sopravvissuti del consiglio (22 su 64) si preparano a rivendicare in giudizio il loro diritto al compenso, a fare causa allo stato. Il governo ha dal canto suo in animo una riforma che garantisca la totale obbedienza del Cnel, per questo si è affidata al professor Treu. Ancora una volta assistiamo ad un golpe bianco nel silenzio più totale del parlamento, capace ormai solo di acconsentire.

La manifestazione del 17 giugno prossimo a Roma è un tentativo estremo e disperato di riallacciare i nodi della compartecipazione, di riaprire la trattativa, sventolando una carta dei diritti quale base del dialogo. Le fazioni in cui si articola la truppa collocata sul fianco sinistro del partito democratico seguono l’esperimento con apprensione e non solo con attenzione. Sperano di essere invitati nuovamente al tavolo, incitano pure loro Susanna a non piangere, non hanno altra prospettiva, sono sbandati con molta ambizione e nessun progetto.

Il vero problema della Cgil e di questi suoi incerti tifosi lo abbiamo colto nella composizione del corteo milanese, il 20 maggio. C’era un evidente contraddizione fra il disegno degli organizzatori e i motivi che avevano condotto i manifestanti a partecipare. Il ministro Minniti rientrava a pieno titolo nella compagine che aveva promosso l’iniziativa eppure ha ritenuto prudente non comparire, chiuso nel suo ruolo istituzionale a copertura della decisione. In mancanza di strumenti autonomi il desiderio di opporsi alla svolta autoritaria e all’arroganza del potere cerca ogni  occasione per trovare sfogo, espressione. Per quanto la Cgil abbia notevole esperienza sul campo corre un doppio rischio, e comunque non poteva evitarlo, nella situazione attuale. Il primo rischio è quello di una ridotta affluenza, per la stanchezza e per il sentimento di paura che dilaga nel paese. Il secondo rischio è quello di una presenza massiccia, radicale, contro l’inutilità della trattativa, per la ribellione. Sono entrambe conclusioni spiacevoli per la nostra Susanna.

Un grande corteo potrebbe determinare il rinvio della scadenza elettorale a marzo 2018, assicurando continuità al patto Gentiloni, fino al termine della legislatura, senza ulteriori colpi alle popolazioni impoverite. L’insuccesso, di contro, potrebbe indurre all’accelerazione, così da rinnovare le Camere, cambiare il passo accelerando la svolta autoritaria, inserire i sacrifici già nella finanziaria 2017.

Ma, cara Susanna, a ottobre 2017 oppure a marzo 2018, faranno la legge per estendere senza limiti il lavoro a chiamata (intermittente), inaspriranno il prelievo fiscale a danno della parte più povera, allargheranno la forbice dei redditi concentrando la ricchezza in un numero più ridotto di beneficiari. Saranno i socialdemocratici a realizzare, dentro larghe intese, il sogno del capitalismo finanziario, con l’appoggio eventuale di fuorusciti, a destra o a sinistra non importa.

Hai perso, Susanna, ma non piangere. Questa è la logica autoritaria delle larghe intese, non puoi farci nulla.

Populismo e terrorismo

Il professor Angelo Panebianco merita di essere consultato. Non certo per la profondità del pensiero o per l’originalità dell’esame critico; fin dal 1973, quando aveva solo 25 anni,  dimostrò di capire poco o nulla dei sistemi internazionali comparati che pure caratterizzano la cattedra affidatagli presso l’università di Bologna. Aveva scritto (5) Le crisi della modernizzazione. L’esperienza del Brasile e dell’Argentina. Sosteneva, riuscendo a rimanere serio, che i due paesi avevano superato le quattro crisi individuate da Almond e Powell: costruzione dello stato, della nazione, della partecipazione e della distribuzione. Non esiste una sola riflessione del professor Panebianco che meriti di essere ricordata, tanto che molti si chiedono per quale ragione sia saltato in testa ai giovani studenti bolognesi di interrompere lezioni così inutili. Probabilmente leggevano troppi quotidiani invece di dedicarsi alla lettura dei classici. Ma quest’uomo vuoto merita, dicevamo sopra, di essere consultato, perché, privo come è di freni e di fondamenti crociani , scrive esattamente quello che i suoi committenti pensano ma non osano dire (limitandosi ad mettere in opera). Sul Corriere si scaglia (6) contro la legge proporzionale, in quanto, a suo dire, aumenterebbe l’instabilità portandoci in pochi anni alla dissoluzione della democrazia. Nientemeno! Una tale eventualità, peraltro, non dovrebbe dispiacergli, posto che non molto tempo addietro aveva difeso l’uso della tortura, scomodando l’incolpevole Conrad con una linea grigia in qualche modo rievocativa di quella originaria d’ombra. A terrorizzare il professor Panebianco è l’alleanza, che ai più appare alquanto improbabile o comunque poco fruttuosa nelle urne, fra 5 Stelle e magistrature (una parte di esse); sostiene che sarebbe fortissima e chi vi si opponesse lo farebbe a suo rischio e pericolo. E’ vero che l’università italiana presenta molte mende, ma come diavolo quest’uomo sia riuscito a conseguire la cattedra per me rimane un mistero. Qui tuttavia siamo pur sempre dentro lo steccato del comico. La parte interessante è un’altra. La proporzionale non è in grado di fermare i partiti antisistema. Anzi, consentendo loro di non stringere alleanze preelettorali, esalta, agli occhi degli elettori, la loro purezza, la loro indisponibilità a compromessi. Non fu la proporzionale a fermare il PCI durante la cosiddetta prima repubblica: fu la Guerra fredda (il maiuscolo per Guerra è del professor Panebianco, il minuscolo per fredda pure).

La Guerra fredda come unico correttivo al pericoloso sistema proporzionale sembra essere il suggerimento recepito dal professor Panebianco nel corso dei colloqui con i suoi padrini politici. Certamente non è farina del suo sacco. Possiamo ragionevolmente ritenere che si tratti di un cattivo riassunto, ma il disegno emerge ugualmente con una chiarezza che forse sfugge all’autore del pezzo. Lo aiutiamo noi, di modo che non ci si possa in seguito accusare di maltrattarlo per partito preso, a prescindere.

Vede, professor Panebianco, gli uomini del potere non volevano affatto evitare la legge elettorale a carattere proporzionale. Questa scelta era comunque inevitabile, l’unica possibile, il male minore. Volevano che Lei sostenesse la necessità di affiancare al sistema proporzionale una versione aggiornata del conflitto fra i blocchi contrapposti. Venuta meno la cortina di ferro e svanita la minaccia sovietica le larghe intese debbono trovare una giustificazione suggestiva, credibile e digeribile. Populismo e terrorismo sono gli strumenti più adatti alla bisogna. Rileggiamo la frase del professor Panebianco correttamente riscritta secondo le indicazioni dei mandanti. Non sarà la proporzionale a fermare il movimento di opposizione sociale durante la prossima legislatura: saranno il timore del populismo e la violenza del terrorismo. E dietro il terrorismo c’è, come sempre, lo stato.

Il concetto di populismo viene utilizzato senza accompagnarlo ad una vera puntuale definizione, che consenta di comprenderlo appieno; è un’accusa, un insulto. Nessuna forza politica rivendica di essere rappresentanza di populismo, nessun capo di partito accetta di essere riconducibile in questo schema, tutti gli accusati di populismo si dichiarano innocenti e rivendicano piena assoluzione per non aver commesso il fatto. Mancano confini certi fra chi possa davvero meritare la qualifica di populista e chi invece abbia diritto di ingresso nello schieramento che lo contrasta. Di conseguenza si è creata una sorta di Babilonia politica, filosofica, sociologica, storica con surreali discussioni condotte animosamente da contendenti che parlano lingue diverse senza intendersi, senza altro risultato che il caos. Maduro in Venezuela è un populista come Donald Trump che si impegna quotidianamente ad abbatterlo. Populista è Salvini, ma anche Grillo o Meloni; non sfuggono neppure Pablo Iglesias Turrion, Correas, Marine Lepen, e chi più ne ha più ne metta. Essendo impossibile riassumere in una sola posizione tanta varietà si preferisce il plurale, populismi. Ne guadagna probabilmente la logica della ricerca, ma non per questo il problema di una convincente definizione viene risolto. La diversità dei fenomeni esaminati appare anzi più evidente, sfuma invece il confine politico fra partito popolare (termine rivendicato da molte formazioni politiche di governo e di opposizione)  e partito populista (termine in cui non si riconosce nessuna formazione politica, con una sola eccezione nell’ottocento russo). In America la breve comparsa di un partito contadino (1891-1895) prese il nome ufficiale di People’s Party, populist party era un nomignolo. Lo stesso Peron, il populista per antonomasia, aveva scelto il termine giustizialista per il suo partito originariamente della rivoluzione.

Mi si permetta una piccola digressione, ad uso e consumo del professor Panebianco, che potrà ricavarne un gruzzolo elaborando l’informazione nei suoi articoli. Juan Domingo Peron (1895-1974) visse in Italia alla fine degli anni trenta, come osservatore militare dello stato maggiore argentino; studiò all’università di Bologna, presso la facoltà di Scienze Politiche (allora anche di economia corporativa) elaborando in quel periodo i principi fondamentali del peronismo. Il populismo è nato dunque nelle aule della facoltà di Scienze Politiche a Bologna.

Essendo un’accusa e non un movimento strutturato a conduzione unitaria sia il populismo sia i populismi sono privi di vita propria, esistono solo se accompagnati da un progetto politico e da uno strumento idoneo che ne consenta l’applicazione concreta. Il progetto è quello di sussunzione, della riconduzione a valore dell’esistenza complessiva, ricavandone profitto; dunque è il progetto autoritario. Lo strumento è la paura, la paura si alimenta con il terrorismo. Non ha alcun senso dissertare di populismo laddove si prescinda dal terrorismo, dalla paura, dall’insicurezza.

Assecondate le forze dell’ordine, ascoltate i loro suggerimenti e seguite le loro disposizioni  ha dichiarato il ministro Minniti commentando l’incredibile vicenda torinese, caratterizzata da un panico di massa. La procura di Torino, sempre solerte nel colpire gli oppositori della TAV con richieste continue di incarcerazione, cerca ora i responsabili dell’ondata di terrore di cui sono rimasti vittime i manifestanti. Ma nulla potrà fare, perché i responsabili siedono sui banchi del governo, amministrando coscienziosamente la paura e distribuendola a piene mani. Lo schema autoritario gioca sulla gestione del terrore, sul presentarsi come unica alternativa possibile capace sia di combattere le bombe dei fondamentalisti sia di arginare i populisti. Non chiede adesione convinta, esige invece obbedienza. Anche i ribelli si debbono piegare a Macron per non finire nelle braccia di Marine Le Pen e per ottenere protezione contro gli attentatori. Guai a chi si azzardi a dire il re è nudo!

Nel momento stesso in cui Susanna Camusso rivendica di essere ammessa nel circolo antipopulista e accetta, secondo il consiglio di Minniti, di assecondare le forze dell’ordine, il suo destino politico è segnato. Verrà usata, poi isolata e attaccata come (cripto) populista, infine cancellata. Non c’è spazio, nell’opzione autoritaria, per chi non assicuri piena incondizionata collaborazione al processo di precarizzazione, di riconduzione a valore della vita. Non sono tollerate neppure lamentele modeste e moderate; non mancano mai, in questi frangenti, manovali del terrore pronti ad uccidere nel mucchio per essere poi immediatamente abbattuti. Il programma di diffusione della paura non prevede innocenti, ma soltanto vittime. Negare il rapporto organico fra terrore e istituzione significa, a mio avviso, negare l’evidenza; non ci sono populismi che rilevino qualora non si voglia, prima, acquisire questo oggettivo granitico dato di fatto.

Torniamo ai voucher e concludiamo.

L’inserimento del comma di restaurazione del voucher nell’ordinamento non ha, di per sé, portata di grande rilievo, è comunque del tutto insufficiente a soddisfare le esigenze delle imprese e a rendere operative le tassative ineludibili disposizioni della banca centrale e della commissione europea. Tuttavia la valenza politica di questa decisione è indiscutibile, rappresenta la prima risposta alla minaccia di utilizzo dello strumento referendario (strumento naturalmente populista e fiancheggiatore oggettivo del terrorismo). Il governo Gentiloni, rimosso il rischio di un nuovo voto di protesta, intende procedere, passo dopo passo, nella via già tracciata di esproprio della vita. Dopo le elezioni, preferibilmente; anche prima delle elezioni se risultasse possibile. Comunque senza consentire alternative.

Produttivo è l’operaio che eseguisce un lavoro produttivo; ma produttivo è il lavoro che genera immediatamente plusvalore, cioè che valorizza il capitale (7).   Prosegue nella pagina successiva Marx: poiché con lo sviluppo della sottomissione reale del lavoratore al capitale e quindi del modo di produzione specificamente capitalistico, il vero funzionario del processo lavorativo totale non è il singolo lavoratore ma una forza lavoro sempre più socialmente combinata, e le diverse forze lavoro cooperanti che formano la macchina produttiva totale partecipano in modo diverso al processo immediato di produzione delle merci o meglio, qui, dei prodotti un numero crescente di funzioni della forza lavoro si raggruppa nel concetto immediato di lavoro produttivo e un numero crescente di persone che lo eseguiscono nel concetto di lavoratori produttivi, direttamente sfruttati e sottomessi al processo di produzione e valorizzazione. Precisa Marx in queste sue straordinarie annotazioni che vi è chi lavora con la mano e chi con il cervello in ogni caso concorrendo alla creazione della merce.

Oggi molte merci hanno la caratteristica dell’immaterialità, ma non per questo possono prescindere dall’impiego di manodopera; il ciclo complessivo, nell’epoca della finanziarizzazione come caratteristica imprescindibile, esige la cooperazione quale elemento privilegiato rispetto all’apporto del singolo addetto. La partecipazione al serbatoio di prelievo dell’energia lavorativa è essa stessa una funzione produttiva; e per accedere al serbatoio, entrare nel mucchio di potenziali utilizzati e ricevere somme da spendere, bisogna stipulare il patto con il diavolo, vendere l’anima, cedere l’esistenza così che la vita possa finalmente diventare profitto.

È uno scontro senza regole, che si svolge con modalità di guerra asimmetrica. Ci sono momenti della storia in cui lo spazio del compromesso si riduce o scompare, in cui la trattativa è solo apparente, prevalendo invece l’insieme delle riserve mentali. Il terrorismo e l’autoritarismo prevalgono e travolgono ogni forma di antica compartecipazione.

Questa repressione feroce e crudele, questo ampio programma di sussunzione e riduzione ad un moderno stato servile, questo allargamento della forbice fra ricchezza e povertà avranno come conseguenza il nascere di una coscienza ribelle? Non è dato saperlo. Ma, a pensarci bene, conviene pur sempre scommettere di si. Mi pare l’unico modo con cui uno spirito libero possa affrontare il problema.

NOTE

  1. Il Misthos nell’antica Grecia era un compenso riconosciuto, quale indennità di funzione, a chi fosse chiamato a ricoprire cariche pubbliche. Ma prese poi lo stesso nome anche il soldo versato ai militari utilizzati dalle istituzioni.
  2. Kurt Goedel, Opere, volume I, Torino, 1999, pagina 138.
  3. Il loro botta e risposta su www.pietroichino.it con data 31 maggio 2017 e titolo la nuova norma sui voucher è incostituzionale.
  4. Roger Penrose. Fashion Faith and Fantasy in the new Phisic of the Universe, Princeton, 2016. Traduzione italiana, Rizzoli, 2017.
  5. Angelo Panebianco. Le crisi della modernizzazione. L’esperienza del Brasile e dell’Argentina. Napoli, Guida, 1973.
  6. Angelo Panebianco. “Il sistema proporzionale legge elettorale dannosa”. Corriere della sera, pagina 24, 6 giugno 2017.
  7. Karl Marx. Libro I, capitolo VI, inedito. Firenze, 1969, Nuova Italia, pagina 73-74.

 

 

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