In merito alla mancata autorizzazione del mio intervento di lunedì 13 febbraio – Rettore, quando il mio gruppo combattente è penetrato in una scuola abbandonata di una città dello stato islamico, durante l’offensiva a nord di Aleppo dell’estate scorsa, ho visto per la prima volta un’istituzione educativa del califfato. Su ogni aula di lezione campeggiava la professione coranica di monoteismo e nei cassetti di una cattedra abbiamo trovato una foto di classe: una ventina di bambini sedevano accanto alla maestra, completamente ricoperta di stoffa nera fin sopra gli occhi. Ho pensato che quei bambini non avevano mai avuto la possibilità di vedere il volto della loro maestra. Curioso. Ho pensato anche, ripercorrendo il mio percorso di studi umanistici in Italia, a quanto era spiacevole pensare che una parte considerevole dei bambini siriani abbia oggi la possibilità di studiare un unico libro, per quanto importante, e sia costretta a limitare le proprie scelte a una sola concezione della vita e dell’universo.

Cose che anche in Europa, in forma diversa, abbiamo vissuto. Pensi che molti dei ragazzi al fianco dei quali stavo, invece, affrontando quella forza oscura, non possono leggere neanche il Corano, perchè sono analfabeti. In quanto curdi, o arabi troppo poveri, non hanno avuto accesso alla scuola. Il regime siriano ha lasciato una parte importante della sua popolazione nella completa ignoranza, per poterla controllare meglio; e d’altra parte Raperin, coordinatrice degli istituti scolastici creati dalla rivoluzione confederale nella Siria del Nord, mi aveva detto: “Nelle scuole del regime lo stato non parla d’altro che di sè stesso”. Quelle persone emarginate e povere, senza educazione, sono il nerbo delle diverse correnti della rivoluzione siriana. È interessante pensare a come quel conflitto sia anche un conflitto legato all’istruzione e al sapere. Tra i combattenti internazionali che, come me, hanno affrontato l’Isis, hanno combattuto anche degli archeologi. Non lo trova curioso? Persone che non avrebbero mai pensato di toccare un’arma hanno deciso di partire per arrestare la distruzione delle rovine di Palmira e di Ninive da parte dell’Isis.

Nelle università del regime siriano quegli archeologi non potrebbero prendere parola. Avendo combattuto l’Isis nelle stesse forze in cui l’ho fatto io, hanno sostenuto una parte – quella migliore – della rivoluzione. In effetti, è indubbio che verrebbero considerati un pericolo per la comunità universitaria. Sebbene nemici, e molto diversi tra loro, stato islamico e regime condividono un certo impeto nel voler dettare il discrimine tra ciò che è lecito e ciò che illecito ascoltare dentro un’aula scolastica o universitaria. Le dirò di più: nessuna università e nessuna istituzione è stata mai immune da questa tentazione; le stesse università lo insegnano. Tuttavia, già oggi la Siria non è più soltanto questo. Le accademie create dalla rivoluzione della Siria del Nord, quella per cui mi sono speso, esibiscono nei corridoi ritratti di Ipazia e di Nietzsche. È un buon segno: la prima, come sa, perse la vita pur di non rinunciare – da donna – alla sua sete di conoscenza; il secondo tentò di indagare ciò che conduce l’essere umano sul sentiero del dogma o dell’imposizione di una raffigurazione univoca delle cose.

Davvero molti ragazzi con cui ho combattuto non sapevano leggere e scrivere, ma conoscevano il nome di Ipazia. Non lo trova sorprendente? Molti di loro ora sono morti: curdi, arabi, caduti assieme a inglesi, tedeschi, statunitensi… Prof. Vago, in Siria è in corso un massacro. Ciò che accade laggiù è indecente. Le ragazze e i ragazzi che difendono anche le nostre città dalla minaccia dell’Isis stanno morendo letteralmente come cani. Lei è un medico: sa senz’altro cosa significa morire per perdite di sangue rese letali dall’assenza di sufficiente personale e di strumentazione sanitaria al fronte. È ingiusto, è orribile. Quelle emoragie potrebbero essere arrestate, se solo si riuscisse a ridurre il divario che questo mondo ha sancito tra le nostre vite e le loro. Sono certo che, da patologo, lei è sensibile a questo tema. Le verrebbe voglia di lasciare tutto e partire, di cambiare vita e rischiare la propria, pur di lavare con le sue mani il sangue di quei ragazzi sconosciuti e lontani che difendono Milano, Parigi e Palmira, che vogliono introdurre il pluralismo nelle istituzioni della conoscenza, e rendere di nuovo visibili i volti di migliaia di maestre in Siria.

Se lei vorrà raggiungere il fronte, però, la Turchia e i signori del petrolio dell’Iraq del nord la ostacoleranno. È il loro modo di scongiurare l’unica rivoluzione – quella confederale – che, in Siria, oltre a combattere l’Isis, dichiara che molte devono essere le fonti della conoscenza e del diritto. Ciò è considerato, da quelle forze, incompatibile con il medio oriente che hanno in mente, e un peccato degno di embargo sanitario. Chiamare il consolato italiano e protestare, se bloccato alla frontiera, potrebbe non servirle, perchè il nostro governo sostiene attivamente, con la diplomazia e con armamenti, la Turchia e quei mercanti di petrolio. Allora faccia una cosa: si impegni, per questa volta, in un viaggio più breve: venga lunedì, alle 17.00, in via Festa del Perdono, presso la sua stessa università, e ascolti la mia conferenza. Non si preoccupi: si terrà ugualmente, nonostante il suo divieto. Non è che una testimonianza, per carità, ma è importante proprio perchè ho combattuto, e quindi ho visto il fronte. Ci crederebbe? Vedere il fronte può contribuire ad aumentare la consapevolezza e la conoscenza. Se non si muore, beninteso; ed è perchè ho avuto questo privilegio, contrariamente ad altri – un privilegio al quale, le assicuro, neanche Ipazia troverebbe una spiegazione razionale – che adesso posso provare a raccontare.

Provare, sì: perchè di molte cose, purtroppo, non riesco a parlare; ma posso comunque parlare della Siria, dei tagliagole armati dai nostri governi, delle lesioni della libertà di stampa perpetrate dai loro interlocutori, degli ecomostri costruiti dalle nostre imprese a rischio della vita di migliaia di persone, delle bugie e delle reticenze dei nostri politici, della disinformazione intenzionale dei nostri giornalisti, dei crimini commessi in passato dai nostri soldati, dei genocidi permessi dalle forze addestrate dal nostro esercito, dei miei amici uccisi dalle aviazioni rifornite dalle nostre imprese, degli stati islamici, quelli amici e quelli nemici dei nostri ministeri degli esteri, e di quello che ho combattuto, e del perchè in tanti, dall’Europa, sono andati a combattere per questa causa o sul fronte opposto a quello che ho scelto io. Quando mi avrà ascoltato, potrà intervenire e criticarmi, se crederà; e smentire le mie affermazioni, esprimere le sue idee e spiegare ai suoi studenti qual è la ricetta, senz’altro migliore della mia, che lei ha in mente per affrontare le tragedie del mondo contemporaneo – che per ora, le assicuro, soltanto si annunciano. Potrà farlo perchè, considerato che lei non è stato in grado di garantire la mia libertà di espressione, sarò io a garantire la sua.

 

Cordialmente,

Davide Grasso

Immagine in apertura: Future Flowers: installation by Daniel Libeskind for Oikos, Università degli Studi di Milano, Cortile della Farmacia, 13 April – 24 May, 2015

Event organized by Interni magazine and Mondadori

 

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