0. Se non lo affrontiamo da un punto di vista esclusivamente sociologico o meramente anagrafico, sappiamo bene che quello di generazione è un concetto materialistico. È cioè uno degli elementi centrali che rende peculiare la collocazione sociale dei singoli dentro i rapporti di produzione e di classe. Nell’ultimo ventennio, per esempio, la precarietà e poi la crisi hanno progressivamente dilatato la categoria di giovani, fino a farla esplodere. Se nell’epoca definita “fordista” il giovane medio era colui che studiava e/o era in attesa di entrare nel mercato del lavoro, di passare dalla famiglia di provenienza a una propria famiglia, oggi che ne è di quella categoria a fronte della scomparsa del tradizionale rapporto tra formazione e lavoro, della rottura della supposta linearità delle successioni temporali di vita, della precarietà e disoccupazione che diventano elementi strutturali e permanenti? La precarietà e la crisi ci rendono giovani in modo duraturo, nel segno dell’impoverimento e dell’assenza di tutele.

Fondandosi su una struttura materiale e storicamente determinata, il concetto di generazione è importante per analizzare anche le forme della militanza. È indispensabile, cioè, per comprendere la costituzione della soggettività militante, al di fuori delle mitologie o dei fallaci racconti basati sull’eroismo individuale. Se alla base della militanza vi è infatti sempre un elemento di scelta e di rottura con l’esistente, quella scelta e la forza di quella rottura non sono comprensibili se non inquadrate in un contesto che muta. L’individuo non esiste al di fuori della dimensione collettiva dentro cui si colloca. Per esemplificare questo approccio, ci concentriamo su una generazione militante in Italia, quella nata approssimativamente tra la fine degli anni ’60 e la fine degli anni ’70. Chi è rimasto oggi di quella generazione a proseguire l’attività militante? Pochi, casi piuttosto isolati. È come se nell’intergenerazionalità che caratterizza le organizzazioni di movimento in Italia, mancasse all’appello un pezzo, quello appunto di una generazione (quasi) scomparsa.

Se volessimo tranciare un giudizio veloce potremmo dire che si è persa tra riflusso e opportunismo. Può in buona misura essere vero, ma certo non è sufficiente e comunque non particolarmente utile alla comprensione materiale del problema. La generazione che si è formata politicamente negli anni ’80 e ’90 è cresciuta con un complesso di fondo, quello dell’essere arrivati tardi. Per dirla con una battuta: è come capitare a una grande festa dopo che è finita, quando rimangono solo i cocci e i racconti di chi vi ha partecipato. Quello della memoria è stata così una trama centrale, spesso ipertrofizzata nel tentativo di riprodurre comportamenti e pratiche private del loro contesto storico. Altre volte si è pensato di potersene sbarazzare adagiandosi nelle retoriche postmoderne del nuovismo, forzando delle cesure che hanno finito per buttare il bambino con l’acqua sporca. L’“elogio dell’assenza di memoria” è allora diventato la cancellazione di saperi e conoscenze, delle ricchezze e dei limiti, dei faticosi passi in avanti compiuti e degli errori da non ripetere. Dopo sarebbero arrivate le riforme di scuola e università a sancirla, e tra le generazioni successive si è creata una pericolosa tendenza a pensare che prima degli anni ’00 non esistesse storia ma solo preistoria. La soluzione di continuità, se vuole essere salto in avanti e non nel buio, deve infatti essere conquistata attraverso l’organizzazione di genealogie partigiane, pena la loro trasfigurazione in vuote reliquie o pericolose rimozioni.

Dal punto di vista della collocazione sociale, questa generazione è la prima del precariato, inteso non più come fase di passaggio o dato riassorbibile nella “norma” dell’occupazione a tempo indeterminato, ma in quanto elemento strutturale del mercato del lavoro. È la generazione, cioè, che ha vissuto sulla propria pelle l’esaurirsi delle forme di vita e di tutela dei propri genitori. La generazione precedente ha conquistato la flessibilità attraverso le lotte e il rifiuto del lavoro, questa generazione ha subito la precarietà attraverso la ristrutturazione dei rapporti di forza a favore del capitale. Se si vuole lottare oggi contro la precarietà bisogna ripartire da questa ambivalenza originaria: da una rottura che rende nemiche le proposte di un ritorno al passato, dall’imposizione di nuove forme di sfruttamento che rende necessario costruire nuove forme di rottura.

1. Quali sono le strade seguite da questa generazione più o meno lentamente scivolata via dalla militanza politica? Schematizzando, ne possiamo individuare tre: 1) riflusso depressivo nel privato, fatto spesso di precarietà e sofferenza per l’esaurimento delle tutele sociali; 2) riflusso competitivo nel mercato, vendendo le proprie capacità – in buona misura acquisite nell’attività politica – nelle industrie dell’innovazione (tecnologica, sociale, urbanistica, del divertimento); 3) riflusso nelle istituzioni, nei partiti e nelle strutture della rappresentanza, come sbocco diretto della ricollocazione rispetto alle precedenti prospettive della militanza politica. Non vi è in questa stenografica caratterizzazione nessuna connotazione morale, ma una ponderata analisi materialistica. Qui, semmai, si può collocare un piano etico, solo però se inteso come piano di produzione antagonista collettiva.

Ora, perché affrontare dal punto di vista politico un ragionamento sulla generazione scomparsa? Perché può dirci delle cose e darci delle indicazioni rispetto al presente. Innanzitutto ha a che fare, come dicevamo, con la formazione e costituzione della soggettività militante. Su questo piano non c’è spazio per euforia e depressione, perché sono due facce della stessa medaglia, ed entrambe nocive per il militante: mimano la ciclotimia della finanza, non a caso sono termini da tempo abituali nel lessico dei mercati. Vittoria e sconfitta, infatti, sono affermazioni prive di senso se vissute individualmente, se non inquadrate cioè nei processi storici e nello sviluppo dei rapporti di lotta e di forza tra le classi. Formatasi con un senso ingiustificato di sconfitta per una battaglia che non ha direttamente combattuto, la generazione scomparsa si è persa nella sconfitta per una battaglia che ha finito per combattere o subire in modo individuale. Per sfuggire al bipolarismo che conduce ad alternare desideri privi di materialità e riflusso privo di desideri, la soggettività militante deve situarsi nella propria fase storica, comprenderne le specificità, elaborare i compiti politici, percorrere le strade possibili della durata organizzativa e della rottura collettiva. Le fasi storiche non sono entusiasmanti o depressive, alte o basse: sono semplicemente differenti. Il militante non agisce per fomento e non smette di farlo per una sua mancanza; il militante agisce dentro una prospettiva di rottura con l’esistente. La linearità di significato è costruita dallo storico solo ex post. Il militante ne agisce ex ante le potenzialità. Sui libri ci si può esaltare per le lotte degli splendenti anni ’60 e ’70, ma ci sarebbero state senza il lavorio di “quattro gatti” negli oscuri anni ’50?

Sia chiaro: non concediamo nulla al gretto determinismo marxista, ma l’alternativa non è un fukuyamanesimo di movimento. La storia, infatti, non finisce con i punti di blocco degli individui e delle esperienze di gruppo. La soggettività è decisiva, diciamo contro i deterministi; ma la soggettività agisce dentro – e può agire contro – dei contesti storicamente determinati, ricordiamo contro l’ipersoggettivismo individualista. In quest’ultimo alveo, segnato dall’immaginifica sovranità dell’individuo, troppo spesso liberali e libertari si incrociano perversamente. Insomma, non si può prescindere da quello che c’è, pena l’idealismo; non si può accettare quello che c’è, pena la marginalità. Cambiando l’ordine dei fattori, il risultato non cambia: l’impotenza politica.

2. Questo ragionamento deve essere oggi condotto nel cuore della formazione delle nuove generazioni militanti. Tra questi vi sono i precari di seconda generazione, i soggetti del blocco della mobilità sociale, del distacco dalle strutture della rappresentanza, dell’ambivalente socializzazione tecnologica. Nel momento in cui la crisi diventa elemento permanente di accumulazione e comando sociale, la tenaglia che è stretta attorno a questa generazione è quella tra accettazione e nichilismo, ovvero tra due scorciatoie. Una porta a ingoiare tutto, per illudersi in un domani che non è più garantito nemmeno in cambio del sacrificio; l’altra a bruciare tutto proprio perché quel domani non ci sarà. Bruciato dal sole dell’avvenire di un futuro prescrittivo o dal fuoco del presentismo astorico, il militante viene trasformato in burocratico gestore di gruppo o enfatico edonista della rivolta. Entrambe queste strade, radicate nella materialità delle forme di sfruttamento e dominio contemporanee, configurano comportamenti subalterni al capitalismo finanziario. Sono i prodotti dell’“uomo finanziarizzato”, il lupo di Wall Street interpretato da Di Caprio: esso non agisce più secondo il calcolo costi-benefici dell’homo œconomicus, ma seguendo un desiderio fatto di consumo immediato e autodistruttivo della merce-godimento. Dal punto di vista militante, sono immagini riflesse di queste scorciatoie la gestione dell’esistente e l’estetica dell’insurrezione, la teleologia di una storia senza rottura e la teologia di una rottura senza storia, l’eternizzazione della struttura e della comunità, del gruppo e dell’individuo. Entrambe queste scorciatoie sono già assorbite, compatibilizzate o addirittura messe a valore dalla governance capitalistica. Rischiano di raffigurare militanti e gruppi militanti privati di materialità storica e sociale, di composizioni e rapporti di forza: un’ideologia da guardie e ladri, speculare a quella di Travaglio, in cui tra le comunità di ribelli e la polizia non vi è nulla. Invece è proprio tutto quello che vi è in mezzo che costituisce la trama su cui la soggettività si sviluppa e compie le proprie scelte.

Dentro la crisi vi è perciò una falsa urgenza di cui dobbiamo liberarci: quella di “contare” come gruppo o individuo. Su questo oggi molti militanti (o intellettuali militanti, o attivisti) misurano le vittorie o le sconfitte, l’euforia o la depressione. È l’unità di misura a essere sbagliata: conduce chi non si pone la questione della rottura all’accettazione dell’esistente, chi non si pone la questione della storia all’opportunismo, all’autodistruzione o alla marginalità. Dobbiamo allora riprendere a porre il problema della progettualità rivoluzionaria. Questo problema non può riguardare esclusivamente l’ideologia dei singoli militanti o gruppi, altrimenti diventa esercizio autoreferenziale. Deve indurre i militanti e gruppi ad affrontare la propria inadeguatezza nel situare questo problema dentro e contro la composizione sociale e di classe del capitalismo contemporaneo. Solo qui, su questo piano collettivo, si possono misurare tenuta, volontà e forza organizzativa della soggettività militante.

3. Concludendo. Quello sulla generazione, sui suoi picchi e la sua scomparsa, è in parte un discorso con dei tratti ricorrenti, in parte ci sono però caratteristiche peculiari che variano a seconda delle fasi. Vi è poi una differenza, da tenere in considerazione, tra generazioni che si formano nel vivo delle lotte, oppure nelle fasi in cui esse rifluiscono o stentano: le prime tendono a essere più solidamente concrete ma anche preda dei contraccolpi, le seconde rischiano maggiormente la chiusura ideologica e tuttavia, quando si induriscono, restano al di là dei flussi storici. Il problema comunque è di non accettare una sorta di supposta naturalità della dimensione generazionale, per cui a un certo punto i militanti cessano di essere giovani e cessano anche di essere militanti. Dal punto di vista delle modalità di organizzazione e formazione è un problema che bisogna porsi, componendo in modo differenziale risorse, espressioni e luoghi di applicazione politica diversi.

In fasi come questa, infine, in cui discorsi, categorie e pratiche vanno in buona misura criticati e ripensati, inseguire un consenso maggioritario non corrisponde a una vocazione maggioritaria: significa al contrario cercare il proprio piccolo spazio di compiacimento nel vuoto dell’opinione pubblica. Un rivoluzionario non può temere la minoranza, l’essere “quattro gatti”, se in quella minoranza vi è la ricerca materiale di una tendenza egemonica. La quantità è chiaramente importante, ma sempre subordinata alla tendenza qualitativa. Il militante, infatti, non agisce a prescindere dalla storia, e neppure accettandone il corso. Agisce dentro e contro la storia; non seguendo lo spirito dei tempi, ma aggredendolo. Su questo dobbiamo iniziare a dare battaglia, se non vogliamo continuare a nuotare passivamente con una corrente che è quella del nemico.

Articolo pubblicato su Commonware

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