Nell’ambito del percorso di riflessione sul possibile rapporto tra neo-operaismo e decrescita, pubblichiamo l’introduzione al libro Decrescita: vocabolario per una nuova era, a cura di Giacomo D’Alisa, Federico Demaria e Giorgos Kallis (Jaca Book, 2018).

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1. Corsi e ricorsi della decrescita

Il termine ‘décroissance’ (francese per la decrescita) fu usato per la prima volta dall’intellettuale francese André Gorz nel 1972. Gorz introdusse un interrogativo che rimane al centro dell’attuale dibattito sulla decrescita: “l’equilibrio del pianeta, per il quale un rallentamento della crescita, e addirittura la decrescita, della produzione materiale è una condizione necessaria, è compatibile con la sopravvivenza del sistema capitalista? ‘(Gorz, 1972: iv). Dopo di lui, anche altri autori francofoni iniziarono ad usare il termine nel follow-up del rapporto “The Limits to Growth” (Meadows et al., 1972).

Il filosofo André Amar (1973), per esempio, scrisse su La croissance et le problème moral inella pubblicazione “Les objecteurs de croissance” della rivista NEF Cahiers.

Alcuni anni dopo, André Gorz sostenne esplicitamente la decrescita nel suo libro Ecology and Freedom, scrivendo:

[Un] solo economista, Nicholas Georgescu-Roegen, ha avuto il buon senso di sottolineare che, anche a crescita zero, il consumo continuo di risorse scarse porterà inevitabilmente ad esaurirle completamente. Il punto non è frenarsi dal consumare sempre di più, ma consumare sempre meno – non c’è altro modo di conservare le riserve disponibili alle generazioni future. Questo è il vero realismo ecologico. […]I radicali che si rifiutano di esaminare la questione dell’equità senza crescita dimostrano semplicemente che il “socialismo”, per loro, non è nient’altro che la continuazione del capitalismo con altri mezzi – un’estensione dei valori, dello stile di vita e dei modelli sociali della classe media, […]. Oggi l’utopia non consiste più nel difendere un maggiore benessere attraverso la decrescitaii e la sovversione del prevalente modo di vivere. L’utopia consiste nell’immaginare che la crescita economica possa ancora produrre un aumento del benessere umano e che sia ancora materialmente possibile.

(Gorz, 1979 [1977]: 13)

Gorz fu un precursore dell’ecologia politica. Per lui l’ecologia era parte integrante di una trasformazione politica radicale. Nicholas Georgescu-Roegen, colui che ispirò Gorz, fu il pioniere intellettuale dell’economia ecologica e della bioeconomia. Nel 1971 pubblicò la sua opera prima La legge sull’entropia e il suo Processo economico. Nel 1979, Jacques Grinevald e Ivo Rens, professori dell’Università di Ginevra, curarono una raccolta degli articoli di Georgescu-Roegen con il titolo Demain la décroissance (senza sapere che anteriormente Gorz aveva già usato il termine). Grinevald scelse il titolo del libro con il consenso di Georgescu-Roegen, traducendo come décroissance la parola inglese “discent” dell’articolo di G-R su “Minimal Bio-economic Program” (Grinevald 1974).

Con la fine della crisi petrolifera e l’avvento del neoliberismo negli anni ’80 e ’90, l’interesse sui limiti della crescita e della decrescita iniziò a calare; anche se negli anni ’90 il dibattito ancora prosperava in Francia.

Nel 1993, l’attivista ambientale e non violento con sede a Lione, Michel Bernard, entrò in contatto con Grinevald e lo invitò a scrivere un articolo per la sua rivista Silence su “Georgescu-Roegen: Bioeconomia e biosfera”. L’articolo faceva esplicito riferimento alla decrescita. Più tardi, nel luglio 2001, Bruno Clémentin e Vincent Cheynet, anche loro con sede a Lione, quest’ultimo ex-pubblicitario e fondatore con Randall Ghent della rivista Casseurs de pub (l’equivalente francese del canadese Adbusters), lanciarono il termine “decrescita sostenibile”. Clémentin e Cheynet registrarono il termine come una proprietà intellettuale per segnare la data della sua invenzione e scherzosamente mettere in guardia contro il suo futuro abuso e uso convenzionale. Il dibattito pubblico sulla decrescita decollò in Francia nel 2002 con un numero speciale di Silence curato dai due in omaggio a Georgescu-Roegen. L’edizione vendette 5.000 copie e fu ristampata due volte. Questo fu probabilmente il punto di partenza per l’attuale movimento della decrescita.

Nella prima fase del dibattito sulla decrescita negli anni ’70, l’accento fu posto sui limiti delle risorse. Nella seconda fase, a partire dal 2001, la forza trainante fu la critica dell’idea egemonica di ‘sviluppo sostenibile’. Secondo l’antropologo economico Serge Latouche, lo sviluppo sostenibile era un ossimoro, così come sosteneva in “A bas le développement durable! Vive la décroissance conviviale!”. Nel 2002 si svolse a Parigi la conferenza “Défaire le développement, refaire le monde” presso la sede dell’UNESCO con 800 partecipanti. La conferenza segnò un’alleanza tra gli attivisti ambientali di Lione, come Bernard, Clémentin e Cheynet e la comunità accademica per il post-sviluppo a cui apparteneva Latouche (vedi sviluppo). Nel 2002, fu fondato a Lione l’Istituto per gli Studi Economici e Sociali sulla Decrescita Sostenibile. Un anno dopo, fu organizzato in città il primo convegno internazionale sulla decrescita sostenibile. L’evento riunì oltre 300 partecipanti provenienti da Francia, Svizzera e Italia. I relatori includevano quelli che sarebbero poi diventati gli autori più fecondi della decrescita, come Serge Latouche, Mauro Bonaiuti, Paul Ariès, Jacques Grinevald, François Schneider e Pierre Rabhi. Lo stesso anno, Bernard, Clémentin e Cheynet curarono l’edizione del libro Objectif décroissance; ne furono vendute 8.000 copie e fu ristampato tre volte e anche tradotto in italiano, spagnolo e catalano.

La Decroissance, come movimento di attivisti, fiorì a Lione nei primi anni 2000 sulla scia di proteste che rivendicavano città senza auto, pranzi comunitari nelle strade, cooperative alimentari e campagne contro la pubblicità. Iniziò a diffondersi dalla Francia, diventando nel 2004 uno degli slogan degli attivisti italiani per l’ecologia e l’anti-globalizzazione (come “Decrescita”) e a partire dal 2006 in Catalogna e Spagna (come “decreixement” e “decrecimiento”). Nel 2004, la decrescita raggiunse un pubblico più ampio in Francia attraverso conferenze, azioni dirette e iniziative come la rivista La Décroissance, le journal de la joie de vivre, che attualmente vende 30.000 copie al mese. Nello stesso anno, l’attivista-ricercatore François Schneider intraprese un viaggio di un anno attraversando la Francia sul dorso di un asino per diffondere la conoscenza della decrescita, e ricevendo ampia copertura mediatica. Nel 2007, Schneider fondò in Francia il collettivo accademico Research & Degrowth, con Denis Bayon e, più tardi, Fabrice Flipo, e promosse una serie di conferenze internazionali.

La prima fu a Parigi nel 2008 e la seconda a Barcellona nel 2010. Il termine inglese “Degrowth” fu usato ‘ufficialmente’ per la prima volta alla conferenza di Parigi, che segnò la nascita di una comunità internazionale di ricerca. Quando il gruppo di Barcellona dell’Istituto di scienze e tecnologia ambientali (ICTA) aderì al movimento ospitando la seconda conferenza, la comunità di ricerca sulla decrescita si estese oltre le sue roccaforti iniziali di Francia e Italia. L’ICTA, inoltre, fornì collegamenti alla comunità accademica di economia ecologica, nonché alle reti di ecologia politica e di giustizia ambientale dell’America Latina. Dopo il successo delle conferenze di Parigi e Barcellona, altre conferenze si sono tenute a Montreal (2011), Venezia (2012) e Lipsia (2014), portando alla diffusione della decrescita tra gruppi e attivisti nelle Fiandre, Svizzera, Finlandia, Polonia, Grecia, Germania, Portogallo, Norvegia, Danimarca, Repubblica Ceca, Messico, Brasile, Porto Rico, Canada, Bulgaria, Romania e altrove.

Dal 2008, il termine inglese è entrato nelle riviste accademiche con oltre 100 articoli pubblicati e almeno sette numeri speciali su riviste specializzate (Kallis et al., 2010; Cattaneo et al., 2012; Saed 2012; Kallis et al. 2012; Sekulova et al. 2013; Whitehead 2013; Kosoy 2013). La decrescita gia viene insegnata nelle università di tutto il mondo, tra cui prestigiose scuole come SciencePo a Parigi. Il termine Degrowth è stato usato, anche impropriamente, dai politici francesi e italiani e ha ricevuto copertura in molti giornali rinomati, tra cui Le Monde, Le Monde Diplomatique, El Pais, The Guardian, The Wall StreetJournal e Financial Times.

Ma quale è esattamente il significato di decrescita?

2. La Decrescita oggi

Decrescita significa, innanzitutto, una critica alla crescita. Reclama la decolonizzazione del dibattito pubblico dal linguaggio dell’economismo e l’abolizione della crescita economica come obiettivo sociale. Oltre a ciò, la decrescita ha anche il significato di un orientamento desiderato, in cui le società useranno meno risorse naturali e si organizzeranno e vivranno in modo diverso rispetto a oggi.

“Condivisione”, “semplicità”, “convivialità”, “cura” e “beni comuni” sono gli elementi principali che questa società dovrebbe avere.

Di solito, la decrescita è associata all’idea che il più piccolo può essere migliore. Economisti ecologici definiscono la decrescita come una equa riduzione della produzione e del consumo, una riduzione dei flussi di energia e materie prime da parte delle società (Schneider et al 2010). Tuttavia, la nostra enfasi è riposta non solo sul meno, ma sul diverso. Decrescita significa una società con un metabolismo più piccolo, ma più importante, una società con un metabolismo che ha una struttura diversa e serve a nuove funzioni.

La decrescita non vuole solo fare meno di ciò che è sempre stato fatto. L’obiettivo non è quello di rendere un elefante più magro, ma di trasformare un elefante in una lumaca. In una società della decrescita tutto sarà diverso: diverse attività, forme e usi diversi dell’energia, relazioni diverse, ruoli di genere diversi, differenti distribuzione del tempo tra lavoro pagato e non retribuito, relazioni diverse con il mondo non umano.

Foto elefante/lumaca

La decrescita offre una cornice che vincola idee, concetti e proposte diverse (Demaria et al., 2013). Tuttavia, ci sono alcuni centri di gravità all’interno di questa cornice (Figura 1). Il primo è la critica alla crescita. Successivamente c’è la critica al capitalismo, un sistema sociale che vuole e perpetua la crescita. Altre due correnti di peso nella letteratura della decrescita sono, in primo luogo, la critica al PIL, e in secondo luogo, la critica alla mercificazione, al processo di conversione dei prodotti sociali e dei servizi e relazioni socio-ecologici in merci con un valore monetario. Ciononostante, la decrescita non si limita solo alle critiche. Dal punto di vista costruttivo, l’immaginario decresitista si focalizza attorno all’economia riproduttiva della cura, e al recupero di vecchi – e la creazione di nuovi – beni comuni. La Cura come bene comune è rappresentata da nuove forme di vita e produzione, come eco-comunità e cooperative, e può essere supportata da nuove istituzioni governative, come la condivisione del lavoro o reddito minimo e tetto massimo salariale, istituzioni che possono liberare il tempo dal lavoro retribuito e renderlo disponibile per le attività comunitarie e di cura non retribuite.

La decrescita non è sinonimo di crescita negativa del PIL. Tuttavia, una riduzione del PIL, come attualmente si registra, è un risultato probabile di azioni promosse in nome della decrescita. Una economia verde, comunitaria e della cura probabilmente assicurerà una buona vita, ma difficilmente aumenterà l’attività interna lorda del due o tre per cento all’anno. I sostenitori della decrescita si chiedono come la diminuzione inevitabile e auspicabile del PIL possa diventare socialmente sostenibile, tenendo conto che sotto il capitalismo, le economie tendono alla crescita o al collasso.

Nella mente della maggior parte delle persone, la crescita è ancora associata a un miglioramento o ad un maggior benessere. Per questo motivo alcuni intellettuali progressisti mettono in discussione l’uso della parola decrescita. Affermano che è inappropriato l’uso di una “parola negativa” per indicare i cambiamenti desiderati. Tuttavia, l’uso di una negazione per un progetto positivo mira proprio a decolonizzare un immaginario dominato da un futuro a senso unico che si basa solo sulla crescita. È proprio l’associazione automatica che la crescita corrisponda al meglio che la parola ‘Decrescita’ vuole smantellare. Per i decrescentisti ciò che deve essere messo in discussione nel dibattito per un futuro diverso è l’indiscutibile appetibilità della crescita nel senso comune (Latouche 2009). La decrescita è uno slogan deliberatamente sovversivo.

Ovviamente alcuni settori, come l’educazione, l’assistenza sanitaria o le energie rinnovabili, dovranno prosperare in futuro, mentre altri, come le industrie pesanti o il settore finanziario dovranno regredire. Il risultato complessivo sarà la decrescita. Preferiamo usare anche parole come “fiorente” quando parliamo di salute o educazione, piuttosto che “crescere” o “svilupparsi”. Il cambiamento desiderato è qualitativo, come nel fiorire (flourishing) delle arti. Non quantitativo, come nella crescita della produzione industriale.

Lo “Sviluppo”, anche se dovesse essere depurato dal suo pesante significato storico, o abbellito con aggettivi come equilibrato, locale o sostenibile, è una parola chiave problematica. La parola suggerisce un dispiegarsi verso una fine predeterminata. Un embrione ‘si sviluppa’ in un adulto maturo, che poi invecchia e muore. Una premessa delle moderne società liberali, tuttavia, è la negazione di qualsiasi finalità collettiva così come la negazione di tutto ciò che non rappresenti l’ascesa. Lo sviluppo diventa autoreferenziale: sviluppo attraverso lo sviluppo, il progresso predeterminato, un inconfutabile e interminabile progresso (Castoriadis 1985).

Una critica frequente avanzata alla proposta di decrescita è che sia applicabile solo alle sovrasviluppate economie del Nord Globale. I Paesi più poveri del Sud del mondo hanno ancora bisogno della crescita per soddisfare bisogni primari. In effetti, la decrescita nel Nord libererà lo spazio ecologico per la crescita nel Sud. La povertà nel Sud è il risultato dello sfruttamento delle sue risorse naturali e umane a basso costo da parte del Nord. La decrescita al Nord ridurrà la domanda e i prezzi delle risorse naturali e dei beni industriali, rendendoli più accessibili al Sud in via di sviluppo. Tuttavia, il Nord dovrebbe perseguire la decrescita, non per consentire al Sud di seguire lo stesso percorso, ma soprattutto per liberare uno spazio concettuale in cui quei Paesi possano trovare il loro percorso verso ciò che definiscono il buon vivere.

Nel Sud c’è un gran numero di cosmovisioni alternative e progetti politici come Buen Vivir in America Latina (o Sumak Kawsay in Ecuador); Ubuntu in Sud Africa; o Gandhian Economy of permanence in India. Queste visioni esprimono alternative allo sviluppo, percorsi alternative al sistema socio-economico che rivendicano una giustizia ambientale globale e che possono diffondersi solo attraverso un declino dell’immaginario della crescita nel Paesi del Nord che l’hanno promosso, se non addirittura forzato nel resto del mondo.

3. Il panorama della decrescita

Di seguito, presentiamo la (vecchia e nuova) letteratura sulla decrescita divisa in cinque temi: i limiti della – e i limiti alla – crescita; decrescita e autonomia; decrescita come ri-politicizzazione; decrescita e capitalismo; e proposte per una transizione alla decrescita.

3.1 I limiti della crescita

Le tesi fondamentali su cui si fonda la decrescita vedono la crescita come antieconomica e ingiusta, ecologicamente insostenibile e che non sarà mai sufficiente, probabilmente condannata alla sua fine a causa dei suoi limiti esogeni e endogeni.

La crescita è antieconomica perché, almeno nelle economie sviluppate, il malessere aumenta più rapidamente del benessere (Daly 1996). I costi della crescita includono cattiva salute psicologica, lunghi orari di lavoro, congestione e inquinamento (Mishan 1967). Il PIL contabilizza costi, come la costruzione di una prigione o la pulizia di un fiume, come fossero beneficiiii. Di conseguenza, il PIL può ancora aumentare, ma nella maggior parte delle economie sviluppate indicatori di benessere come il Genuine Progress Index o l’Index of Sustainable Economic Welfare sono rimasti fermi dopo gli anni ’70. Oltre un certo livello di reddito nazionale, è l’uguaglianza e non la crescita che migliora il benessere sociale (Wilkinson e Pickett 2009).

La crescita è ingiusta, in primo luogo, perché è sussidiata e sostenuta dal lavoro riproduttivo invisibile nelle famiglie (vedi Cura). L’economia femminista ha dimostrato che questo lavoro ha una connotazione di genere, perché principalmente svolto dalle donne. Secondo, la crescita è ingiusta perché beneficia di uno scambio ineguale di risorse tra e dentro dei centri, le periferie e le nazioni. L’energia e i materiali che alimentano la crescita sono estratte dalle frontiere delle merci (commodity frontiers), spesso in territori indigeni o sottosviluppati che subiscono gli effetti dell’estrazione. Rifiuti e sostanze inquinanti finiscono in territori emarginati, comunità o quartieri di classe inferiore o di diverso colore o etnia rispetto alla maggioranza della popolazione (vedi giustizia ambientale). Tuttavia, sebbene la crescita sia antieconomica e ingiusta, potrebbe essere sostenuta proprio perché i suoi benefici avvantaggiano coloro che detengono il potere mentre i costi sono assunti dagli emarginati.

La mercificazione, parte integrante della crescita, sta intaccando la socialità e i costumi. Cura, ospitalità, amore, servizio pubblico, conservazione della natura, contemplazione spirituale; tradizionalmente, queste relazioni o “servizi” non obbedivano a una logica di profitto personale (vedi anti-utilitarismo). Al giorno d’oggi, invece, diventano sempre più oggetto di scambio di mercato, valutati e pagati nell’economia formale del PIL. Le motivazioni di profitto escludono comportamenti morali o altruistici e il benessere sociale di conseguenza diminuisce (Hirsch 1976).

Al di sopra di un certo livello, la crescita non aumenta la felicità. Infatti una volta che i bisogni materiale basici sono soddisfatti, i redditi extra sono destinati sempre più ai beni posizionali (ad esempio una casa più grande di quello del vicino). La ricchezza relativa, e non assoluta, determina l’accesso ai beni posizionali.

Tutti vogliono crescere per aumentare la propria posizione, ma quando lo fanno tutti insieme, nessuno migliora. Questo è un gioco a somma zero. Ma peggio ancora, la crescita fa sì che i beni posizionali siano sempre più costosi. Questi sono i limiti sociali della crescita: la crescita non può mai soddisfare la competizione posizionale; può solo peggiorarla. Quindi, la crescita non riuscirà mai a produrre “abbastanza” per tutti (Skidelsky e Skidelsky 2012).

La crescita è anche ecologicamente insostenibile. Con la continua crescita globale la maggior parte dei confini degli ecosistemi terrestri saranno superati. Esiste una correlazione forte e diretta tra PIL e emissioni di carbonio che alterano il clima (Anderson and Bows, 2011). L’economia potrebbe in teoria essere decarbonizzata grazie allo sviluppo di tecnologie più pulite o più efficienti o a un cambio strutturale a favore dei servizi. Tuttavia con una crescita globale del 2-3% all’anno, il grado di decarbonizzazione necessario è quasi impossibile. L’intensità globale di carbonio (C / $) entro il 2050 dovrebbe essere 20-130 volte inferiore

Rispetto a oggi, tenendo conto che la riduzione tra il 1980 e il 2007 fu appena del 23% (Jackson 2008). Ad oggi, difficilmente si trovano Paesi che, mentre continuano a crescere, potranno vantare una riduzione assoluta dell’uso materiale o delle emissioni di carbonio. Quando ci riescono è solo perché hanno esternalizzato le attività industriali pesanti alla parte del mondo in via di sviluppo. È improbabile che la riduzione assoluta nell’uso dei materiali e dell’energia (vedi dematerializzazione) arrivi attraverso il progresso tecnologico: più l’economia diventa tecnologicamente avanzata ed efficiente, più risorse consuma per il fatto che esse diventano più economiche (vedi Paradosso di Jevons). Anche le economie di servizi non sono leggere in termini di consumo di materiale. I servizi hanno un’emergia elevata (energia incorporata). I computer o Internet sono composti da molta energia e materiali rari, oltre al fatto che la conoscenza e il lavoro sono comunque “prodotto” di energia e materiali (Odum e Odum 2001).

La crescita nelle economie sviluppate potrebbe finire. Ciò potrebbe essere dovuto a una diminuzione dei rendimenti marginali (Bonaiuti, 2014), all’esaurimento delle innovazioni tecnologiche (Gordon 2012) o ai limiti nella creazione di domanda effettiva e di sbocchi di investimento per l’accumulo di capitale ad un tasso di interesse composto (Harvey 2010). Anche le risorse naturali pongono un limite alla crescita. La crescita economica degrada le scorte energetiche di ordine elevato (bassa entropia), trasformandole in calore ed emissioni di basso livello (alta entropia). Il picco del petrolio, i picchi nei tassi di estrazione di scorte essenziali come il fosforo, e il cambiamento climatico dovuto alle emissioni di carbonio, potrebbero già limitare la crescita. Anche le nuove riserve che sostituiscono il petrolio sono esauribili, come il gas da argille, e spesso più inquinanti, come il carbone o le sabbie bituminose, portando ad un’accelerazione del cambiamento climatico. L’energia rinnovabile proveniente dai flussi solari o eolici è più pulita, ma le fonti rinnovabili producono minori surplus di energia (rendimento energetico dell’investimento energetico – EROI), data la tecnologia esistente, rispetto ai combustibili fossili. Nella transizione alle energie rinnovabili dovrà essere spesa una grande quantità di energia convenzionale. Una civiltà solare può sostenere solo le economie più piccole, dato il basso EROI delle energie rinnovabili rispetto ai combustibili fossili. Una transizione verso le rinnovabili sarà inevitabilmente una transizione alla decrescita.

Da una prospettiva decrescitista, l’attuale crisi economica è il risultato di limiti sistemici alla crescita. Non è una crisi ciclica o un errore nel sistema creditizio. Innanzitutto, la crisi negli Stati Uniti è stata innescata dall’impennata dei prezzi del petrolio; il commercio interno ha iniziato a risentirne e la mobilità dei lavoratori dalla periferia è diventata insostenibile, portando a pignoramenti delle case e alla conseguente crisi dei mutui ad alto rischio (subprime). In secondo luogo, l’economia fittizia (bolla) dei prestiti finanziari e personali è cresciuta perché non c’era altra fonte di crescita e nessun altro modo per evitare la caduta della domanda. Il debito pubblico e privato hanno sostenuto un tasso di crescita altrimenti insostenibile (Kallis et al., 2009). La stagnazione è stata ritardata, ma solo temporaneamente.

3.2 Decrescita e autonomia

Il fatto che ci siano limiti e che la crescita stia volgendo al termine non è necessariamente negativo. Per molti decrescitisti, la decrescita non è un adattamento ai limiti inevitabili, ma un progetto auspicabile da perseguire, fine a sé stesso, nella ricerca dell’autonomia. L’autonomia era una parola chiave per pensatori come Illich, Gorz e Castoriadis, ma aveva un significato leggermente diverso per ognuno. Per Illich (1973) significava libertà dalle grandi tecno-infrastrutture e dalle istituzioni burocratiche centralizzate, pubbliche o private, che le gestivano. Per Gorz (1982) l’autonomia era la libertà dal lavoro salariato. Autonoma è la sfera di lavoro non retribuito in cui gli individui e i collettivi si divertono e producono per proprio uso, invece che per soldi. Per Castoriadis (1987), invece, autonomia significava la capacità di un collettivo di decidere in comune il suo futuro, liberato da imperativi (eteronomi) e certezze esterne, come la legge di Dio (religione) o le leggi dell’economia.

Sulla scia di quanto sostenne Illich, i decrescentisti sono in disaccordo con l’uso dei combustibili fossili non solo a causa del picco del petrolio o del cambiamento climatico, ma perché un consumo elevato di energia favorisce sistemi tecnologici complessi. Sistemi complessi, che richiedono burocrazie e esperti specializzati per gestirli, portano inevitabilmente a gerarchie non egualitarie e antidemocratiche. L’autonomia richiede invece strumenti conviviali, cioè strumenti che sono comprensibili, gestibili e controllabili dai loro utenti. Un giardino urbano, una bicicletta o una casa di Adobe autocostruita sono conviviali e autonomi. Non lo sono, invece, un campo OGM resistente alle erbe infestanti, un treno ad alta velocità o un “edificio intelligente” ad alta efficienza energetica. I decrescentisti sono critici con questi progetti high-tech di modernizzazione ecologica e di crescita “verde” non solo perché potrebbero rivelarsi non sostenibili, ma soprattutto perché riducono l’autonomia. Progetti che indicano un immaginario di decrescita – come l’orticoltura in lotti vuoti, la programmazione pirata o i laboratori di riparazione di biciclette – sono conviviali, perché implicano un lavoro di volontariato e sono gestiti e formati direttamente dai loro partecipanti (vedi nowtopians).

Piuttosto che i limiti alla crescita, la letteratura sull’autonomia enfatizza le auto-limitazioni collettive. I limiti, o meglio le auto-limitazioni, non sono invocati solo per il bene della natura o per evitare un disastro imminente, ma perché vivere con semplicità, e limitare la nostra impronta sul mondo non umano nel quale ci tocca vivere, è un modo di concepire il buon vivere. Non ultimo, i limiti liberano anche dalla paralisi della scelta illimitata. E solo i sistemi con scala limitata possono diventare genuinamente egualitari e democratici, in quanto solo loro possono essere governati direttamente dai loro utenti. I limiti sono quindi “una scelta sociale…e non…un imperativo esogeno dovuto a motivi ambientali o di altra natura “(Schneider et al., 2010, 513). I rischi e i mali ambientali o sociali – cambiamenti climatici, picco del petrolio o crescita antieconomica – semplicemente contribuiscono a fortificare la questione delle autolimitazioni collettive.

Non è una coincidenza che i decrescitisti siano ispirati dalle anarco-femministe Neo-malthusiane di Emma Goldman e non da Malthus. Goldman e le sue compagne sostenevano la procreazione consapevole non nel nome di un boom demografico ma come parte della lotta contro lo sfruttamento del corpo femminile da parte del capitalismo per produrre soldati e manodopera a basso costo. La distinzione qui è sottile, ma cruciale. Le Neo-Malthusiane sceglievano consapevolmente di limitare la loro riproduzione come parte di un progetto di cambiamento sociale e politico. Non lo facevano per motivi morali, o perché “dovevano”. Né per evitare un disastro. Il loro atto era politico. Prefigurava il mondo che volevano creare e abitare.

3.3 Decrescita come ripoliticizzazione

La decrescita è stata lanciata esplicitamente come una “parola missilistica” per ri-politicizzare l’ambientalismo e porre fine al depoliticizzante consenso allo sviluppo sostenibile (Ariès 2005). Lo sviluppo sostenibile depoliticizza autentici antagonismi politici sul tipo di futuro che si vuole abitare; limita i problemi ambientali al solo aspetto tecnico, promettendo soluzioni win-win e l’obiettivo (impossibile) di perpetuare nello sviluppo senza danneggiare l’ambiente. La modernizzazione ecologica promessa dallo sviluppo sostenibile elude il nocciolo del dilemma contemporaneo che, secondo Bruno Latour (1998), è se ‘modernizzare o ecologizzare’. La decrescita si schiera. Ecologizzare la società, sostengono i decrescitisti, non significa attuare uno sviluppo alternativo, migliore o più ecologico, ma immaginare e attuare visioni alternative allo sviluppo moderno.

Al riguardo, la decrescita richiede la politicizzazione della scienza e della tecnologia, contro l’aumento della tecnocratizzazione della politica. Una netta distinzione tra scienza e politica è impossibile da sostenere quando si tratta di temi relativi all’economia globale o ai cambiamenti climatici, aree in cui si sostengono “guerre di verità” e i valori influenzano le i concetti che i diversi attori sostengono. Sono necessari nuovi modelli di produzione di conoscenza democratizzata. La scienza post-normale propone l’estensione della comunità di revisione paritetica che garantisce la qualità degli input scientifici nel processo decisionale, a tutti coloro che hanno un interesse, compresi i profani. La scienza post-normale richiede uno spostamento della presa di decisioni dalle “comunità di esperti”, come comitati scientifici e consigli consultivi, verso decisioni prese da “comunità esperte” (D’Alisa et al 2010).

Il discorso apolitico e tecnocratico dello sviluppo sostenibile è una manifestazione di un più ampio processo di depoliticizzazione del dibattito pubblico nelle democrazie liberali, in cui la politica è stata ridotta alla ricerca di soluzioni tecnocratiche per problemi predeterminati, invece di continuare ad essere una lotta autenticamente antagonistica tra visioni alternative. L’ecologia politica attribuisce questa depoliticizzazione all’ascesa del Neoliberismo e del Washington consensus. Entrambi sottomisero le scelte politiche sovrane ai bisogni del capitale deregolamentato e dei mercati liberalizzati. Gli studiosi di decrescita concordano su questo, ma tracciano l’origine della depoliticizzazione più indietro nel tempo. Le riforme neoliberali erano – e sono – giustificate nel nome della crescita, a sua volta giustificata in nome dello sviluppo. Questo consenso allo sviluppo, che attraversò tutto lo spettro politico da sinistra a destra, e persino la Cortina di ferro, svuotò il senso del politico prima che lo facesse il neoliberismo: le economie socialiste finirono col somigliare al capitalismo di Stato, perché rimaste intrappolate nella ricerca della crescita e dello sviluppo.

Una caratteristica distintiva delle economie moderne, tanto le capitaliste quanto le socialiste, è rappresentata dall’investimento (istituzionalizzato) di una parte significativa del surplus sociale in una nuova produzione. La conseguenza di ciò è la negazione di ciò che è stato l’esercizio per eccellenza della sovranità politica nelle civiltà più antiche: la decisione su come e a cosa destinare il surplus (vedi teoria della dépense). Nelle civiltà più antiche, spesso le eccedenze erano dedicate a spese “dispendiose” che non avevano scopi utilitaristici (vedi anti-utilitarismo). Spese in piramidi, chiese, feste, fuochi celebrativi o il potlatch erano accettate perché corrispondevano all’idea di “buon vivere” che avevano queste civiltà, non perché contribuissero alla produzione o alla crescita. Nella moderna civiltà industriale, questi atti dispendiosi di dépense sono stati mercificati e individualizzati. Nella modernità, ogni singolo individuo deve trovare il significato della vita da solo. La premessa è che ogni individuo ha il diritto di smobilitare tutte le risorse necessarie a questa ricerca. A livello sociale ciò si traduce in una domanda non negoziabile di crescita: solo con la crescita possono essere soddisfatte le richieste di tutti gli individui illimitati. Però, mentre gli individui cercano affannosamente il proprio senso, la sfera autenticamente “politica”, il cui senso potrebbe essere costruito socialmente attraverso atti collettivi di dépense, viene svuotata e subordinata all’imperativo della crescita.

3.4 Decrescita e capitalismo

Come ha affermato Eric Hobsbawm (2011: 12) nella sua lunga vita, “c’è un conflitto evidente tra la necessità di invertire o almeno di controllare l’impatto della nostra economia sulla biosfera e gli imperativi di un mercato capitalista: massima crescita in cerca del profitto. Due premesse sono alla base di questa affermazione. La prima è stata difesa nella sezione 3.1 I limiti della crescita: la crescita economica aumenta inevitabilmente il volume di produzione e impatta negativamente sulla biosfera (i sostenitori della crescita “verde” o del “verde” capitalismo controbatteranno che è possibile crescere e, simultaneamente, ridurre l’impatto ambientale). Il secondo è che la crescita è un imperativo per il capitalismo.

In teoria, il capitalismo potrebbe sopravvivere senza crescita. In effetti, le economie capitaliste passano, involontariamente, attraverso periodi di crescita minima, zero o negativa. Tuttavia, questi sono sempre periodi passeggeri. Infatti, sotto il capitalismo, per mantenere inalterato il tasso di profitto, la mancanza di crescita porta sempre ad un aumento del tasso di sfruttamento della forza lavoro (Blauwhof 2012, Harvey 2010). Però, lo sfruttamento non può essere sostenuto troppo a lungo senza che abbia un’esplosione di violenza. L’assenza di crescita quindi destabilizza il capitalismo e la democrazia liberale. Un esempio storico potrebbe essere l’ascesa del fascismo dopo la Grande depressione, o prima, del comunismo in Russia, entrambi progetti politici che ambirono a cambiare o farla finita con il capitalismo. La crescita elude i conflitti redistributivi e sostiene politicamente il capitalismo. È in questo senso concreto che la crescita è obbligatoria per il capitalismo, non in astratto.

La storia suggerisce che è altamente improbabile che le nazioni con economie capitalistiche scelgano volontariamente di non crescere. In teoria, tuttavia, si potrebbe immaginare uno scenario in cui le forze politiche accedano democraticamente al potere e stabiliscano limiti di risorse e minimi sociali (ad esempio una garanzia di occupazione per i disoccupati), limitando il funzionamento del capitalismo entro i limiti ambientali e sociali (Lawn, 2005). Tuttavia, affinché ciò accada, sarebbe necessaria una radicale ridistribuzione del potere politico. Limiti, nuove tasse o programmi che assicurano lavoro o reddito danneggiano interessi economicamente potenti con accesso privilegiato alla sfera di governo. Blauwhof (2012) sostiene che solo una rivoluzione porterà a queste riforme istituzionali. Ma può un sistema, con cambi politici e istituzionali tanto drammatici, continuare ad essere capitalista? Jackson (2009) risponde che si potrebbe parlare ancora di capitalismo, seppur molto diverso; dichiara il suo disinteresse a dibattiti semantici sul nome del sistema in un futuro prospero senza crescita. Ma come hanno detto Skidelsky e Skidelsky (2012: 6), la fine della crescita ‘ci sfida a immaginare come potrebbe apparire la vita dopo il capitalismo; un sistema economico in cui il capitale non si accumula non sarebbe più capitalismo, indipendentemente da come si voglia chiamarlo’.

La decrescita, ovviamente, non riguarda solo la riduzione del volume di produzione. Si tratta di immaginare e costruire una società diversa – una società che riesce a convincersi di avere già abbastanza e di non avere più bisogno di accumulare. Il capitalismo è un insieme di istituzioni – proprietà privata, corporazione, lavoro salariato, e credito e denaro privato a un determinato tasso di interesse – il cui risultato finale è una dinamica del profitto in cerca di maggiori profitti (“accumulo”). Le alternative, i progetti e le politiche che caratterizzano l’immaginario della decrescita sono essenzialmente non capitalisti: diminuiscono l’importanza delle principali istituzioni capitaliste come la proprietà, il denaro ecc., sostituendole con istituzioni impregnate di valori e logiche differenti.

La decrescita consiste, quindi, in una transizione oltre il capitalismo.

3.5 La transizione verso la decrescita

Una transizione alla decrescita non è una traiettoria permanente di calo, ma una transizione verso società conviviali che vivono semplicemente, in comunità e con meno. Ci sono diverse idee sulle pratiche e le istituzioni che possono agevolare la transizione, e i processi che possono coordinarli e permettere loro di farlo prosperare.

Pratiche economiche di base

Eco-comunità, comunità online (vedi commons digitali), comunità neorurali, cooperative, orti urbani, moneta comunitaria, banche del tempo, mercati del baratto, associazioni per bambini o per l’assistenza sanitaria. In un contesto di crisi in cui le istituzioni convenzionali non riescono a garantire i bisogni base delle persone, c’è una proliferazione spontanea di nuove pratiche e istituzioni non capitalistiche, in posti come l’Argentina, la Grecia o la Catalogna (Conill et al 2012).

Queste pratiche di base condividono cinque caratteristiche. Innanzitutto, c’è uno spostamento dalla produzione allo scambio alla produzione per l’uso. In secondo luogo, c’è una sostituzione del lavoro salariato con attività volontarie, che comporta una demercificazione e de-professionalizzazione del lavoro. In terzo luogo, seguono una logica secondo la quale la circolazione dei beni si mette in moto, almeno in parte, mediante uno scambio di “doni” reciproci piuttosto che attraverso la mera ricerca del profitto (vedi anti-utilitarismo). Quarto, a differenza dell’impresa capitalista, non hanno una dinamica integrata tendente all’accumulazione e all’espansione. In quinto luogo, sono esiti di processi di “commoning”; le connessioni e le relazioni tra i partecipanti portano un valore intrinseco in sé e per sé. Queste pratiche non sono capitaliste: riducono il ruolo della proprietà privata e del lavoro salariato. Sono nuove forme di beni comuni.

Sono esempi di decrescita anche in un senso più stretto. Hanno un minore contenuto di carbonio e di consumo di materiali rispetto ai sistemi di mercato o statali che offrono gli stessi servizi. Certamente, per unità di prodotto potrebbero essere più inefficienti a causa di un minore grado di specializzazione e di divisione del lavoro. Una rete alternativa di alimenti biologici, ad esempio, potrebbe richiedere più lavoratori per unità di prodotto rispetto a un’azienda agricola (però con meno fertilizzanti, pesticidi e combustibili fossili). Questo non è necessariamente negativo se lo si considera dal punto di vista della disoccupazione. I sistemi cooperativi decentrati della produzione di acqua o energia potrebbero avere un rendimento inferiore per unità di lavoro e input di risorse. Tuttavia, è probabile che siano più rispettosi dell’ambiente proprio perché la loro improduttività limita la loro capacità (un effetto inverso di Jevons): meno efficiente per unità, più piccola nel complesso.

Le pratiche alternative di commoning sono una fonte di innovazione per rinnovare i servizi pubblici, evitando la loro privatizzazione. I sistemi cooperativi sanitari o scolastici non devono necessariamente sostituire la sanità o l’istruzione pubblica. I costi sempre più crescenti dell’istruzione e della sanità pubblica possono essere ridotti coinvolgendo i genitori nell’educazione dei bambini, o sviluppando reti di quartiere di medici e pazienti che offrono controlli sanitari preventivi e pronto soccorso di base. L’assistenza sanitaria preventiva basata sulla conoscenza personale del paziente è molto più economica di diagnosi e trattamenti high-tech (questi possono essere riservati a casi speciali). Il coinvolgimento dell’utente è generalmente più economico e più democratico della costosa esternalizzazione di servizi pubblici a fornitori privati mossi solo dal profitto. La decrescita quindi può portare un miglioramento, non un deterioramento, dei servizi pubblici.

Istituzioni di welfare senza crescita

In assenza di crescita, la disoccupazione aumenta. In una transizione verso la decrescita, saranno necessarie nuove istituzioni assistenziali per svincolare il lavoro retribuito dalla crescita, ma anche il benessere dal lavoro salariato. Un esempio del primo è il regime di garanzia dell’occupazione, che propone di trasformare lo Stato in un datore di lavoro di ultima istanza, riducendo di fatto la disoccupazione a zero. Un altro esempio è la proposta di un reddito di base concesso incondizionatamente a tutti i cittadini, finanziato con una tassazione progressiva sui salari e profitti (mentre per la tassazione dei redditi alti può fissarsi un tetto massimo) e le tasse sul consumo. Questo può garantire un livello base di sussistenza e sicurezza per tutti coloro che non hanno accesso al lavoro retribuito.

La Condivisione del lavoro (work-sharing), p.e. una ridistribuzione del lavoro tra gli occupati e i disoccupati tramite una riduzione delle ore di lavoro nel settore retribuito, può anche ridurre la disoccupazione e ridistribuire la ricchezza, qualora le ore vengano ridotte senza che il salario diminuisca.

La sfera autonoma delle attività volontarie e conviviali tende a espandersi se un reddito di base assicura la soddisfazione dei bisogni di base o se la condivisione del lavoro permette di liberare tempo dal lavoro retribuito. Una garanzia di occupazione può finanziare attività nel settore autonomo, come servizi di assistenza e istruzione, lavoro nel settore degli orti urbani, cooperative o produzione di software liberi. Pertanto, nuove istituzioni di welfare e pratiche economiche di base sono quindi complementari.

I servizi di cura, istruzione, salute o ambiente hanno un alto valore sociale e forniscono impiego significativo; insieme possono formare la spina dorsale di una nuova economia, prospera senza bisogno della crescita. Un’economia del genere si troverà ad affrontare meno problemi di disoccupazione, dal momento che sarà un’economia ad alta intensità di lavoro.

Denaro e istituti di credito

Le monete comunitarie, banche del tempo e sistemi di scambio di valute locali possono contribuire a ridimensionarne la portata e rilocalizzare l’attività economica, limitando la circolazione all’interno di una comunità.

Le monete comunitarie sono servite come complemento in periodi di crisi, consentendo un accesso continuo a servizi vitali alle persone che, altrimenti, sarebbero state escluse dall’economia di mercato. Il denaro pubblico, tuttavia, rimane il più importante locus di intervento in una transizione verso la decrescita: primo, perché le tasse, una grande parte della circolazione totale, sono pagate con questo denaro; e in secondo luogo, perché le monete comunitarie non possono soddisfare i requisiti per il commercio inter-comunitario e internazionale, che è inevitabile nelle economie complesse come la nostra.

Una proposta per una transizione verso la decrescita è che lo Stato riprenda il controllo della creazione di nuovi denaro dalle banche private (denaro pubblico). Le banche private, in effetti, creano nuovi capitali tramite l’emissione di prestiti. Infatti, mentre le banche private possono emettere denaro solo come debito attraverso prestiti, lo Stato può emettere, invece, anche denaro libero da debiti per soddisfare i bisogni pubblici. Ad esempio, gli Stati potrebbero emettere denaro per finanziare un reddito di base o a garanzia dell’occupazione o per sovvenzionare cooperative, servizi di assistenza, conservazione ambientale o energie rinnovabili. Il denaro pubblico migliorerebbe le finanze pubbliche, in quanto gli Stati potrebbero esigere il signoraggio (la differenza tra il valore nominale del denaro e il costo di produzione), e non dovrebbero più richiedere prestiti alle banche private per finanziare la spesa pubblica.

Il denaro emesso come debito crea una dinamica di crescita. I debiti sono rimborsati con un interesse, e gli interessi richiedono una crescita. Non ci si può aspettare che le economie continuino a crescere al ritmo necessario per pagare un debito che va accumulandosi dal passato per sostenere una crescita fittizia (Kallis et al., 2009). Il debito è una relazione sociale. La storia è piena di esempi di società che cancellarono i debiti e ricominciarono da capo. Le società Occidentale hanno mantenuto uno stile di vita materialmente benestante spostando le promesse di pagamento al futuro. Un giubileo del debito determinerà inevitabilmente un declino degli standard di vita dei piccoli creditori e risparmiatori. Da una prospettiva della decrescita, l’obiettivo non è come rilanciare la crescita e pagare il debito, ma come distribuire equamente i costi della cancellazione del debito. Gli audit sui debiti condotti dai cittadini sono essenziali per determinare quali debiti sono legittimi e quali no. Potrebbe essere legittimo, ad esempio, cancellare i debiti di coloro il cui tenore di vita di base è minacciato, ma non rimborsare i debiti a coloro che lo hanno prestato con interessi elevati.

La politica della transizione verso la decrescita

Nella letteratura sulla decrescita non c’è accordo sulle politiche e le strategie attraverso le quali le istituzioni alternative, imbevute dei valori della decrescita, potrebbero poi andare a sostituire le attuali istituzioni del capitalismo. Le strategie preferite e i soggetti politici vanno dai Nowtopiani difensori del lavoro non salariato, che condividono un’esperienza quasi di classe, di vita e produzione autonome, fino ai già esistenti movimenti sociali, partiti politici o persino sindacati. Se c’è un consenso nella comunità della decrescita, si trova sul considerare la transizione il risultato di molteplici strategie e attori; un movimento di movimenti che modifica sia le pratiche quotidiane che le istituzioni statali (Demaria et al. 2013).

D’Alisa et al. (2013) classificano le strategie di decrescita e gli attori in civili e “incivili”, definendo come incivili quelli che si rifiutano di essere “governamentalizzati”. La disobbedienza organizzata figura nel repertorio degli attivisti della decrescita. Questa disobbedienza si estende dall’occupazione delle case abbandonate (“squat”) ai sit-in contro mega-progetti e centrali a carbone. Ciò potrebbe includere occupazioni di terre da parte di disoccupati senza terra o poveri contadini. La disobbedienza finanziaria include atti come quello di Enric Duran, un importante attivista della decrescita di Barcellona che ha “espropriato” 492.000 euro tramite prestiti da 39 banche, poco prima della crisi nel 2008, allo scopo di denunciare il sistema del credito speculativo destinando il denaro a progetti alternativi.

Latouche (2009), invece, considera che il cambiamento possa derivare principalmente dalla politica parlamentare e dalle azioni dal basso. Propone la decrescita come programma per i partiti della sinistra, sebbene sia contrario a un “partito della decrescita” in concreto. Altri autori ripongono più fiducia nei movimenti sociali come gli Indignados (Occupy) per trasformare il sistema parlamentare in una forma più diretta di democrazia, come quella rappresentata dalle assemblee nelle piazze occupate. Altri ancora enfatizzano il potenziale trasformativo delle pratiche economiche non capitaliste di base: esperienze di educazione, cura, provvista di alimenti, vita e produzione, che sono considerate politiche, anche se non si svolgono nelle arene tradizionali associate con la politica, come partiti politici, elezioni o parlamenti. Sono esperienze politiche perché sviluppano alternative concrete e in aperta sfida alle istituzioni dominanti del capitalismo, alternative che possono essere universalizzate. È interessante notare che le pratiche del movimento Indignados (Occupy) – sit-in, orti nelle piazze, cucine comunitarie, mercati del baratto – prefigurano i valori espressi attraverso i progetti alternativi; il movimento potrebbe essere l’incipiente espressione politica dei Nowtopians.

Un’ipotesi è che il cambiamento sistemico verso la decrescita seguirà una dinamica simile ad altri cambiamenti sistemici del passato. Il capitalismo nacque dal feudalesimo a misura di come si andavano forgiando le connessioni, prima tra nuove pratiche economiche (imprese, società, contratti commerciali, banche, investimenti), e poi con istituzioni che emersero attraverso lotte sociali per sostenere queste pratiche (abolizione delle monarchie e dei privilegi feudali, recinzione dei beni comuni, democrazia liberale, leggi che proteggono la proprietà privata). Le pratiche di base e le istituzioni monetarie e per il benessere esaminate in questa sezione potrebbero essere il seme di una nuova trasformazione che emerge dal sistema stesso, come reazione all’ultima crisi del capitalismo e al fatto che il tempo della crescita e dell’espansione volge alla fine.

4. Il futuro della decrescita

Il futuro della decrescita è aperto. È ancora necessario continuare con la ricerca per rafforzare le rivendicazioni su cui si basa la decrescita, rivendicazioni che sono fermamente sancite all’interno della comunità della decrescita, e che forniscono le premesse condivise, anche se ancora lontane dall’essere accettate dal mondo accademico e dalla società in generale. Tali affermazioni includono: l’impossibilità della dematerializzazione attraverso il progresso tecnologico e l’inevitabilità di un disastroso cambiamento climatico qualora la crescita continui; l’ingresso delle economie sviluppate in un periodo di stagnazione sistemico, dovuto in parte ai limiti delle risorse; o l’ipotesi che un abbandono della crescita possa far rinascere la politica e alimentare la democrazia, piuttosto che incoraggiare le passioni catastrofiche. Una maggiore ricerca può aiutarci a capire come le persone e le nazioni si adattano alla mancanza di crescita, perché alcune pratiche di base hanno esito mentre altre falliscono o vengono incorporate nel mainstream, o come, e sotto quali condizioni, le nuove istituzioni assistenziali produrranno i risultati che i loro sostenitori affermano di poter raggiungere.

La questione politica riguarda le dinamiche sociali, gli attori, le alleanze e i processi che genereranno la transizione verso la decrescita. Questa questione non è solo intellettuale. Il cambiamento sociale è un processo di creazione, impossibile da prevedere in anticipo. Gli studi accademici sulla decrescita possono offrire argomenti e narrazioni per promuovere la politica della transizione. Le idee delineate in questa voce lo stanno già facendo. Tuttavia se la decrescita deve continuare ad essere un concetto che vivo e non stantio, non c’è nessuna ragione per cui queste idee siano l’unica narrativa. Possiamo usare la “materia prima” della vocabolario della decrescita per creare costantemente nuovi immaginari e argomenti che sfuggono a falsi dilemmi come ‘austerità contro spesa’. Questo è ciò che tentiamo nell’ultimo capitolo di questo libro in cui inquadriamo una nuova tesi, fondare la decrescita sulla dépense.

 

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