Dopo l’articolo di Maurizio Gribaudi e i contributi “francesi” di Edwy Plenel e del Comitato Adama, continuano le riflessioni Effimere sui cosiddetti “gilet gialli” con Alessandro Ferrari.

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Una domanda provocatoria

La mobilitazione dei gilets jaunes si é ormai da alcune settimane imposta al centro del dibattito politico in Francia per la sua crescita ed ampiezza e nonostante gli appelli e gli auspici del governo il movimento non accenna a sgonfiarsi e l’atto III di questa mobilitazione che ha messo a ferro e fuoco Parigi sta qui a dimostrarlo; in questo testo non ci limiteremo né ad una semplice descrizione dei fatti e sintesi della mobilitazione né ad un’analisi esterna che tiri le somme cercando di costruire esternamente una posizione politica di fronte alla variabile rappresentata dai gilets gialli quanto piuttosto un tentativo di articolare il reale con una sua sovrainterpretazione che cerca di leggere gli aspetti tendenziali del movimento dei gilets jaunes non per provare a sovradeterminarlo politicamente quanto per azzardare una bozza di una delle sue possibili evoluzioni e del ruolo da giocare in questa evoluzione. Faremo questo attraverso una sintesi degli avvenimenti che hanno caratterizzato la mobilitazione dei gilets gialli ed insieme una radiografia progressiva delle sue evoluzioni ed obbiettivi per provare in seguito a vedere nella giornata del primo dicembre a Lyon più che a Parigi un’esemplificazione della nostra lettura tendenziale, una scelta che deriva da un lato della participazione e dalla conoscenza diretta e dall’altro lato come primo esempio di quell’azzardo interpretativo appena descritto che lega i fatti alla torsione politica della tendenza. Una lettura che piuttosto che localizzare gli ennesimi nuovi e definitivi soggetti rivoluzionari o predeterminare il progetto politico di una mobilitazione in divenire pone una semplice domanda al dibattito collettivo, non tanto una domanda voyeuristica delle lotte altrui quanto un sasso lanciato nello stagno del conflitto e del nostro lavoro politico, una domanda che sopravanza provocatoriamente e paurosamente la durezza dei fatti chiedendosi se l’esigenza smaniosa e il seme di una convergence des luttes che aleggiava nei cortei e nelle piazze attraversate dalle lotte degli cheminots e degli studenti stia finalmente vedendo la luce nella mobilitazione dei gilets gialli.

 

L’alba di una mobilitazione inedita

Per leggere nel sabato lionese la possibilità di porre questa questione provocatoria occorre innanzitutto introdurre il movimento dei gilets jaunes attraverso una brevissima genealogia. Il 10 ottobre viene lanciato un appello su Facebook per un blocco nazionale di strade ed autostrade che si diffonde rapidamente nel web dove si sussegue l’organizzazione di blocchi in tutta la Francia; un appello nazionale che si inserisce sulla scia di una petizione, lanciata da Priscilla Ludosky, contro l’aumento del prezzo del carburante che a partire da maggio 2018 conosce una grande diffusione nonché un continuo aumento delle adesioni. Sebbene ciò che oggi definiamo movimento dei gilets jaunes sembra nascere repentineamente il 17 novembre vedremo ben presto come questa mobilitazione non possa ridursi ad un’irruzione estemporanea o meglio debba essere letta come eruzione di un sostrato di malcontento più profondo tanto sul tema del carburante, in quanto rivendicazione scatenante, quanto su un insieme di rivendicazioni ad ampio spettro che andremo ad analizzare progressivamente in seguito. Se ci concentriamo sul tema del rincaro del carburante, la mobilitazione si scatena avendo come obbiettivo polemico l’introduzione ed aumento della cosiddetta Taxe Carbone (tassa aumentata esponenzialmente con la Legge di Bilancio 2018 e di cui ne è previsto l’aumento costante) come causa di questo rincaro; una tassa che si inscrive in un programma di interventi al fine di una riduzione dell’inquinamento in linea con gli obbiettivi della COP21 e che dovrebbe dunque teoricamente agire da un lato per uno scoraggiamento all’uso dell’auto e dei carburanti fossili ed insieme per il finanziamento, attraverso questa tassa, delle politiche di sviluppo delle energie rinnovabili. Se il primo obbiettivo costruisce un ricatto ambientale sulla pelle dei poveri costretti a scegliere tra morire di fame o intossicati dalle nocività figlie dello stesso dispositivo capitalistico che li sfrutta e che iscrive questa tassa nella scia di un sistema economico che scarica socialmente i costi (a livello economico, sanitario, ecc…) dell’accumulazione capitalistica, l’obbiettivo del prelievo di risorse che, anche nel caso in cui fosse ben congeniato non si tratterebbe d’altro che d’un attacco ai redditi più bassi vista la proporzionalità dell’impatto, non si riesce a legittimare nemmeno in quanto scarico sociale di una presunta rigenerazione ambientale dal momento che solo il 19% circa di questa tassa è reinvestito nello sviluppo delle energie rinnovabili (7,246 miliardi su un totale di 37,7). Vedremo come il ricatto ambientale usato come arma di divisione e delegittimazione dei gilets jaunes contribuisca a spingere un allargamento delle rivendicazioni capaci di aggirare e timidamante attaccare il ricatto stesso, di come questo si ribalti in una progressiva evoluzione delle rivendicazioni gialle capaci di rispondere al ricatto ambientale con un’interessante articolazione che vedrà il progressivo passaggio dalla semplice critica dell’aumento del costo del carburante, la generalizzazione del grido di allarme di un ceto medio impoverito contro l’aumento delle tasse, all’articolazione di una serie di rivendicazioni attorno al costo dei trasporti pubblici, l’isolamento energetico, ecc. fino ad arrivare a concentrarsi sul caro-vita, l’aumento di pensioni e salari ed in genere su un nemico di classe escluso dal sacrifico nazionale e responsabile di una ripartizione iniqua del reddito. Prima di sintetizzare brevemente le tappe della mobilitazione occorre dunque fissare le criticità poste dai gilets gialli rispetto a un aumento del costo del carburante innanzitutto di fronte all’ipocrisia di un reinvestimento irrisorio nelle energie rinnovabili e soprattutto all’attacco al reddito come unica “soluzione” dissuasiva all’inquinamento; se rischiamo di sclerotizzare meccanicamente la progressiva evoluzione delle rivendicazioni gialle, che in realtà seguono il moto ondivago e frastagliato di tutti i movimenti di massa, nel passaggio dal rincaro come istanza interclasse e irrisoria, possiamo non solo vedere che già nel carburante come primo sussulto si instillino i grilli delle contraddizioni di classe, il ricatto ambientale, ma come persino nella petizione, che seguendo la nostra linea evolutiva rappresenterebbe un preambolo dei primi ingenui vagiti di questo movimento, sottolinei e rischiari le istanze ed i bisogni delle classi basse e medio-basse di fronte allla tassa sul carburante e si configurino come polo di classe, come istanza egemonica all’interno dello schieramento più ampio di tutti coloro rifiutano ogni aumento di tasse. Se Priscilla Ludosky nella sua petizione propone alcuni generici possibili interventi e cerca di smentire i propositi del governo, allo stesso tempo sottolinea come le principali vittime siano “toutes les personnes qui vivent en banlieue ou dans des zones rurales et qui prennent leur voiture tous les jours n’en peuvent plus de ces augmentations”, dunque il grido di allarme di una classe media, fatta di lavoratori autonomi come la stessa Ludosky che furono un elemento non indifferente del successo macroniano, che allo stesso tempo inquadra uno sbocco verso il basso di questa istanza, verso i soggetti che più soffrono di questo intervento. Un’apertura verso un imprinting di classe all’interno dello scaturire di un rigetto collettivo edinterclasse del rincaro carburante che nella banalità della proporzionalità dell’impatto trova ragione e vede stagliarsi i primi timidi slanci dell’emergenza di un soggetto differenziale, proletario o proletarizzato, all’interno del coro interclasse. Fuori da ogni struttura politica organizzata, il 17 novembre si impone come giornata di mobilitazione che si propaga e diffonde a macchia ad olio attraverso la viralità ed il tam-tam multimediale che permette così l’accumulazione ed il riconoscimento reciproco di cittadini sparsi per tutta la Francia che in maniera spontanea incitano, organizzano e praticano il blocco di numerosi punti strategici, perlopiù connessi con il tema del rincaro del carburante e dunque autostrade e tangenziali.

 

Atto I: bloccare il paese!

Restando a cavallo di due rischi ineludibili nella lettura di un fenomeno in atto, la sclerotizzazione-banalizzazione delle fasi e una loro sovrainterpretazione, possiamo iniziare a collocare la data del 17 novembre all’interno della schematizzazione dell’evoluzione delle fasi rivendicative della mobilitazione cercando di sezionare ogni sussulto della mobilitazione nei suoi differenti passaggi interni. Come abbiamo detto la viralità e la diffusione di alcuni appelli a bloccare strade e autostrade all’interno di un dissenso sotterraneo più profondo si concretizzano in una data preceduta dalla curiosità, più che dall’inquietudine, per una mobilitazione al di fuori degli schemi classici e che vedrà quasi 300 000 persone dare vita a più di 2000 picchetti e blocchi stradali in tutto il paese, una data che lascia un bilancio di 409 feriti, 282 arresti e una manifestante morta in seguito alla forzatura di un blocco in Savoia secondo le cifre del Ministero degli Interni (una cifra indicativamente non contraddetta dal momento che i gilets jaunes, non avendo una struttura organizzata, non hanno fornito altri numeri della mobilitazione). Se abbiamo indicato i numeri e la diffusione nazionale della mobilitazione, le parole d’ordine e le pratiche restano in linea con l’elemento sottolineato precedentemente e quindi con l’attacco diretto e specifico all’aumento del carburante, la rivendicazione generalizzata di uno stop immediato della taxe carbone e la conseguente concentrazione della mobilitazione sul blocco degli assi stradali (tangenziali e autostrade) a livello piuttosto uniforme e smentendo la consueta dinamica delle mobilitazioni francesi tradizionalmente aventi come epicentro Parigi che in questa data vede alcuni scontri nelle vicinanze dell’Eliseo, ma che non egemonizza il complesso delle forze in campo impegnate in questa data in un blocco dei nodi strategici piuttosto che in un assalto ai palazzi del potere; la giornata del 17 novembre viene seguita con una sorta di indulgenza implicita da parte dell’opinione pubblica e i media che vedono da un lato confermare i loro auspici e previsioni di una mobilitazione pacifica e che addirittura attestano una sovrastima della potenza delle mobilitazioni che restano lontane dall’obbiettivo del blocco totale annunciato del paese; a livello politico e istituzionale questa mobilitazione al di fuori delle strutture politiche classiche vede un timido appoggio dell’opposizione di destra e sinistra (Rassemblement National di Marine Le Pen e La France Insoumise di Melenchon) al fine di parassitare la mediaticità dei giubbetti gialli e attaccare il governo, il quale pur difendendo la libertà di circolazione e l’inaccettabilità di un blocco totale si mantiene cauto aprendo persino, vista l’eco mediatica ad un’aumento della platea del chèque énergie (uno strumento di aiuto al pagamento delle bollette per i redditi più bassi) e degli incentivi alla conversione dei veicoli. L’indulgenza mediatica e il respiro di sollievo governativo iniziano ad inquietarsi già l’indomani, quando i gilets jaunes dopo essersi visti a migliaia nei social, nei tg e aver verificato la potenza reale degli appelli virtuali, invece che smobilitare continuano ad occupare tangenziali ed autostrade, impegnandosi in una mobilitazione permanente. La settimana non vede soltanto l’affirmazione della determinazione dei gilets jaunes ma insieme un rilancio delle forme di lotta (viene bloccato il parcheggio di Disneyland a Parigi) e insieme l’esplosione ed estensione delle rivendicazioni che ben presto toccano non solo il rifiuto del ricatto ambientale attraverso per esempio la richiesta di potenziamento e gratuità dei trasporti pubblici ma che allargano progressivamente il campo delle rivendicazioni all’intero campo del reddito e dunque la difesa del potere d’aquisto, la denuncia di un caro-vita non più sopportabile, l’abbassamento di tasse e rincari. Dopo appena due giorni dall’inizio della mobilitazione a La Réunion (isola francese nell’oceano indiano) viene instaurato il coprifuoco e mobilitato l’esercito dopo una escalation rapida e violenta di un movimento radicale che, sulla scia della mobilitazione dei gilets jaunes, articola la protesta in un’isola colpita da una disoccupazione del 23% (40% quella giovanile) e dove il 40% della popolazione vive sotto la soglia di povertà innalzando non solo il livello dello scontro ma anche la dimensione delle rivendicazioni che parallelamente a quello che succede nell’héxagone inizia a puntare alla difesa generalizzata del reddito piuttosto che al solo blocco dell’aumento del prezzo del carburante arrivando a contare 530 feriti e 123 arresti in quattro giorni di violenti scontri. Come spesso succede, una superficiale analisi delle parole del Ministro degli Interni ci permette di leggere l’evoluzione del movimento più di mille altre parole: «On voit bien aujourd’hui qu’on a une dérive totale d’une manifestation qui pour l’essentiel était bon enfant samedi

[jour du début de la mobilisation], on voit qu’on a une radicalisation avec des revendications qui ne sont plus cohérentes, qui vont dans tous les sens»; le parole di Castaner sottolineano l’inquietudine non tanto e non solo di fronte alla situazione quasi insurrezionale vissuta a La Réunion o al perdurare dei blocchi nel paese ma soprattutto di fronte ad un movimento che oltre che consolidarsi ed estendersi geograficamente e numericamente inizia pericolosamente ad allargare gli orizzonti di lotta. Non è più il solo carburante ad essere nel mirino ma un costo della vita che dimezza il reddito delle classi medie e popolari, la banalità della proporzionalità accende la miccia della difesa del reddito e inizia a lasciare intravedere l’emergenza di un blocco sociale differenziale, costituito da soggettività assolutamente differenti, che tende ad espellere gli strati più alti dalla protesta scaturita come interclasse e che progressivamente organizza un ponte tra le classi medie che vanno proletarizzandosi con i ceti più bassi, ben esemplificata dall’attestazione circa il ricatto ambientale che “Les élites parlent de la fin du monde, quand nous parlons de fin du mois”, la polarizzazione di classe inizia a muoversi all’interno della marea gialla.

 

Atto II: Ieri le autostrade, oggi l’Eliseo

L’evoluzione delle rivendicazioni conferma la “pretestuosità” del tema del rincaro del carburante come sussulto di un disagio profondo e lascia intravedere l’ampiezza dell’insofferenza sociale che inizia a rivendicare la difesa del reddito e del potere d’acquisto. I gilets jaunes continuano ad utilizzare ed attraversare i social network come punto allo stesso tempo effimero e centrale, cioè come momento di diffusione effimera e virale dell’appello, di mobilitazione locale e conseguente messa a verifica collettiva delle diverse azioni che si susseguono; perseguono questa danza ed uso dei social utilizzando le giornate di mobilitazione come momento di confronto collettivo e dunque di accumulazione ed estensione delle rivendicazioni riuscendo a non risolversi in soggetti politici o contenitori rappresentativi oltre alla vacuità indifferenziante del gilet giallo nell’atto di bloccare praticamente i nodi strategici del paese che mano a mano vengono investiti da un’uso sempre più ampio delle armi di lotta: blocchi, cortei più o meno autorizzati, operazioni escargots, toccano ora  non solo gli snodi stradali ma altri gangli e nodi strategici: centri commerciali, raffinerie, stazioni, aeroporti. Dopo una settimana la mobilitazione dei gilets gialli é sostenuta da un intervallo tra l’84% ed il 42% dei Francesi (un intervallo che rappresenta l’arco dei diversi sondaggi effettuati e che inquieta non poco il governo che vede al contrario un continuo calo della propria popolarità). A differenza del 17 novembre si assiste il 24 novembre ad un’epicentrizzazione della mobilitazione concentrata su Parigi, teatro di duri scontri in una chiamata nazionale (Atto II) a bloccare i centri del potere; la mobilitazione dunque si consolida e passa per una convergenza ed una dimostrazione di forza politica: l’obbiettivo dei palazzi del potere si sovrappone al permanere della dinamica di blocco economico degli snodi autostradali e le vie di comunicazione principali. Gli scontri di Parigi trasformano anche l’attitudine nei confronti delle forze dell’ordine che, impegnate in una dura repressione della conflittualità gialla, vedono la risposta decisa dei gilets gialli i quali passano da incitare e solidarizzare con la polizia ad un protagonismo di piazza violento. La data del 24 novembre rappresenta una data spartiaque non solo e non tanto per la potenza conflittuale espressa sugli Champs Elysées quanto per l’ennesimo passaggio trasformativo della composizione in campo; la mobilitazione conosce una vettorializzazione di classe, una polarizzazione verso il basso che segna e determina anche i caratteri più folkloristici, populistici e in più di un caso apertamente razzisti che determinarono la diffidenza di alcune strutture politiche. In cosa consiste questa politicizzazione? Pur mantenendo un interclassismo ed eterogeneità i gilets jaunes il 24 novembre non solo indirizzano la mobilitazione contro i palazzi del potere oltre al blocco degli snodi economici ma sopratutto iniziano a delineare un nemico di classe sempre più preciso all’interno di una collera populista; il corteo del 24 novembre non solo attacca la polizia, si sfoga su banche e negozi di lusso ma soprattutto inizia a politicizzare la mobilitazione, a disegnare un nemico ed a schierarsi in funzione di questo, un nemico che sembra nascere dal sostrato di disagio sociale dal quale partì l’atto I di questa mobilitazione. Ed é proprio la politicizzazione, in quanto delimitazione sempre più precisa di un nemico, che inizia, se non a spazzare via razzisti e fascisti che continuano ad attraversare in maniera più o meno egemonica il movimento, se non altro a evocare i piloni di una polarizzazione di classe del movimento e che attraverso un sussulto inizia a piegare la mobilitazione alla possibilità di un’apertura in basso a sinistra capace di fissarne le coordinate politiche e sociali; un passaggio che trova, nell’accoglienza data dai gilets di Montpellier al corteo femminista, alla discesa in piazza di settori di una base della Cgt che spinge per una presa di posizione del sindacato e che localmente continua a bloccare numerose raffinerie, il segno di un appello a ricomporre differenzialmente, attraverso le esplosioni delle proprie differenze più che sotto l’egida di un’uniformità, la classe in seno alla marea gialla. Di fronte alla radicalizzazione politica e pratica del conflitto le inquietudini di media, politici e governo iniziano a farsi vere e proprie paure. I media iniziano quel tradizionale lavorio di separazione, gerarchizzazione e delegittimazione del conflitto: infiltrazioni di estrema destra, ultras e estrema sinistra, distinzione tra manifestanti e casseurs, un atteggiamento mantenuto e nutrito dal governo che spera attraverso la delegittimazione di recuperare una mobilitazione che sembra evolvere in ampiezza e radicalità. Il 24 novembre termina dunque con una crescente inquietudine di governo e padroni che vedono il mantenimento di mobilitazioni e blocchi, soprattutto di strade e raffinerie,e la progressiva delimitazione sempre più classista del nemico di una mobilitazione che mantiene comunque una certa eterogeneità un quotidiano liberale sintetizza efficacemente il timore di una classe che vede una mobilitazione cominciata per il prezzo del carburante arrivare ad indentificare nei ricchi i principali responsabili di un problema più ampio di un’iniqua ripartizione del reddito. «L’idée simple était donc de réclamer une baisse de ces taxes. Inévitablement, le message “Moins de taxes” s’est très rapidement transformé en “Moins de taxes pour les pauvres”. S’il y a des pauvres, c’est parce qu’il y a des riches. Tout le monde le dit. Il faudra donc taxer les riches (encore plus). Eh oui : la France souffre d’avoir trop de pauvres. Avec cette logique implacable, il faut donc appauvrir les riches, la dérive est maintenant visible» ed é lo spettro della classe degli sfruttati che prende spazio tra i gilets gialli e bussa ai palazzi del potere. Fino a che l’evoluzione delle rivendicazioni della mobilitazione si fermava ad un allargamento della richiesta generica di meno tasse che ben localizzava questa mobilitazione interclasse all’interno degli interessi di una classe media impoverita ma anche di settori più elevati la protesta poteva essere accettata ma la sua degenerazione classista deve essere stroncata se non si vuole che le lotte torcano la mobilitazione contro i ricchi, considerati i veri privilegiati delle politiche macroniane e responsabili dell’iniquità sociale, se si vuole evitare un assalto al reddito.

 

L’Atto III: Ceci c’est pas une manifestation, c’est la guerre!

Mentre la mobilitazione travalica le frontiere, come in Belgio che vede Bruxelles teatro di duri scontri, ed il governo francese contava i danni spingendo i gilets gialli a dissociarsi dai casseurs palesatisi nell’atto II, i blocchi proseguono ed evolvono nel senso che evocavamo all’inizio di questo testo; oltre all’evoluzione e radicalizzazione interna delle rivendicazioni gialle iniziano, sebbene si assista a sussulti locali già nei primi giorni del movimento dei gilets jaunes, a mobilitarsi diverse categorie specifiche. L’aspetto da sottolineare é il rapporto tra settori specifici e più o meno organizzati con i gilets gialli in quanto contenitore ampio e capace di centrare e vettorializzare un conflitto che non solo aggrega a sé altri settori e rivendicazioni specifiche ma la cui potenza conflittuale ed egemonia mediatica riattiva un numero sempre più ampio di lotte settoriali specifiche: liceali, universitari, ferrovieri, taxisti, personale ospedaliero, pompieri ecc. La settimana di blocchi sfocia nella giornata del primo dicembre nell’Atto III, dove Parigi é teatro di scontri violentissimi tanto da essere definiti da molti come i più duri dal ’68 ad oggi, ma occorre sottolineare alcuni passaggi importanti antecedenti alla manifestazione del primo dicembre. Nel bel mezzo di una mobilitazione che va mano a mano radicalizzandosi, Edouard Philippe annuncia l’aumento del costo delle inscrizioni universitarie a partire dal 2019 per tutti gli studenti non europei, un aumento che fa lievitare il costo di una Triennale da 170 a 2770 euro e da 243 a 3770 euro per anno per quello che riguarda la Magistrale; un annuncio che rappresentando un attentato gravissimo di esclusione dei ceti popolari dal diritto allo studio si colloca in continuità con l’adozione nel dicembre 2017 della Loi Ore-Vidal, una legge che mirava ad una selezione degli studenti nel passaggio tra scuola superiore ed Università attraverso numerosi provvedimenti e che aveva scatenato un’ondata di occupazioni e proteste, rilanciando un attacco che viene lanciato contro gli studenti in una condizione maggiormente ricattabile e che rischia di essere la testa di ponte di un attacco generalizzato al diritto allo studio e nella scia di un progetto a lungo raggio di privatizzazione. Lo stesso governo che aveva a colpi di decreto attaccato uno per uno diversi settori produttivi sfidandoli anche mediaticamente (rappresentati in maniera esemplificativa dalle lotte degli studenti contro Parcoursup e la Loi Ore e dalla lunga lotta dei Ferrovieri contro la riforma della SNCF) annuncia nel bel mezzo di una forte mobilitazione come quella dei gilets jaunes un attacco diretto ad un diritto fondamentale della Repubblica confermando il suo protagonismo nell’attacco ai diritti ed al reddito di studenti e lavoratori (esemplificato dalla Loi travail XXL come apertura delle danze). Mentre gli studenti universitari organizzano la risposta a questo attacco, a Parigi il comité Adama Traoré si schiera con i Gilets Gialli con un importantissimo comunicato che rappresenta l’intervento delle strutture politiche organizzate all’interno della mobilitazione gialla non tanto come operazione politica esterna di eterodirezione ma come sintesi di classe di quella polarizzazione che abbiamo visto crescere giorno dopo giorno e di una convergenza su cui ci concentreremo in seguito; un comunicato che sintetizza e investe sulla polarizzazione crescente e l’ambiguità, politica e di classe che persiste chez les gilets jaunes spingendo in basso a sinistra (sebbene il termine sinistra risulti troppo ampio, generico e forse superato) questa stessa polarizzazione, rinforzando quel movimento di amicizia dei diversi soggetti sfruttati all’interno del caos giallo: 1. decostruzione della narrazione mediatica di una mobilitazione periferica e prettamente provinciale-les quartiers populaires sont confrontés aux mêmes problématiques sociales que les territoires ruraux ou périurbains-dits «périphériques»-touchés par la politique ultra libérale de Macron. 2. delineazione di una classe che va coalizzandosi all’interno della mobilitazione gialle: Nous aussi, habitant.es des quartiers populaires, nous travaillons le plus souvent dans les secteurs les plus précaires pour des salaires de misère.
3. Attacco al ricatto ambientale e polarizzazione di classe delle rivendicazioniattorno al carburante Nous aussi nous devons parfois faire plusieurs heures de voiture pour nous rendre sur nos lieux de travail: dans des usines, dans des entrepôts, dans le nettoyage industriel ou encore dans le secteur de la sécurité. 4. una presa di posizione contro certe ambiguità razziste e lotta alle infilitrazioni fasciste nel movimento nonché significazione nemica dei dispositivi repressivi: Àces inégalités sociales, s’ajoutent le racisme, les humiliations quotidiennes et les violences policières. Violences policières auxquelles les gilets jaunes sont aussi confrontés aujourd’hui à leur tour. Après celui contre la loi Travail, c’est maintenant le mouvement des gilets jaunes qui connait cette répression. Ne laissons pas le terrain à l’extrême-droite, et réaffirmons nos positions contre le racisme à l’intérieur du mouvement des gilets jaunes. Di fronte a certe realtà che snobbano il movimento di massa in quanto impuro, interclasse, razzista e fascista finendo per non fare altro che contribuire attraverso il rifiuto di un posizionamento ed intervento politico al pericolo di un’egemonizzazione di destra o di un recupero elettorale, les quartiers en jaunes rappresentano un posizionamento fondamentale nel movimento di politicizzazione, in quanto costruzione allo stesso tempo di nemicità e amicizia, della mobilitazione dei gilets jaunes. Il 1 dicembre, l’atto III sembrerebbe il compimento di questa radicalizzazione di classe. Parigi brucia, la manifestazione bloccata all’Arc de Triomphe da centinaia di poliziotti che difendono la zona rossa del centro e dei palazzi del potere e si scontrano con la determinazione di migliaia di gilets jaunes che danno vita a scontri violentissimi, imbrattando uno dei monumenti nazionali, irrompendo nello stesso e attaccando banche, auto e negozi di lusso. “Ceci c’est pas une manifestation c’est la guerre!” dichiarerà Abdel ai microfoni di RMC riferendosi alla manifestazione parigina ma forse per descrivere l’intero attacco giallo alle élites. L’incredibile massificazione del conflitto giallo rappresentata dall’atto III dei gilets jaunes si sviluppa insieme a quella polarizzazione di classe che stiamo utilizzando come filtro di lettura per analizzare le rivendicazioni dei gilets jaunes, una polarizzazione che sembra prendere spazio nella mobilitazione gialla che attraversa la giornata parigina articolando l’attacco diretto e pratico ai simboli della ricchezza con l’affermazione di un orizzonte sempre più ampio e radicale di  rivendicazioni che sotto il peso dello strabordamento di classe, e dell’interazione con settori più organizzati e strutturati, piega il blocco dell’aumento del carburante in quello che vedremo come programma politico forgiato dalle barricate e dalle lotte tra le cui proposte troviamo: aumento del salario minimo, la reintroduzione dell’ISF (tassa sulla ricchezza), riduzione dell’età pensionabile, difesa del servizio pubblico (soprattutto delle piccole linee ferroviarie che vedremo in linea con il rapporto tra le lotte specifiche e i gilets jaunes), affitti calmierati, limitazione dei grandi salari, lotta al precariato, aumento pensioni, piano di ristrutturazione degli alloggi popolari ed infine il blocco del rincaro del carburante da cui tutto nacque. L’Atto III si dispiega come sfida aperta al governo di una marea gialla che grida “Macron, démission!”, ne invoca la destituzione ed espelle alcuni esponenti dell’estrema destra dal corteo, l’attacco si radicalizza dunque sia attraverso il blocco dei gangli economici sia l’attacco dei centri del potere (nella stessa giornata viene assaltata e data alle fiamme la prefettura di Puy en Velay). Arrivati all’ultimo, per ora, e terzo atto di questa mobilitazione possiamo prendere in esame la mobilitazione a Lyon come immagine esemplificativa delle possibili tendenze di questo movimento.

 

L’atto III a Lyon: nascita di una convergenza?

Se fino a qui abbiamo condito la sintesi della genealogia del movimento dei gilets jaunes con alcune considerazioni generali sulla sua composizione e tendenza ora prenderemo in esame la giornata del 1 dicembre (l’atto  III) a Lyon come precipitato ed apertura tendenziale del movimento dei gilets jaunes. Lyon resta nelle due settimane di mobilitazione una delle città meno investite dalla marea gialla non registrando particolari manifestazioni al di là dei blocchi autostradali e del blocco della raffineria di Feyzin che ha visto l’intrecciarsi dei gilets gialli con lo sciopero indetto dalla CGT. E’ paradossalmente in questo punto basso del conflitto dove possiamo provare ad azzardare uno schema più come tendenza a cui lavorare politicamente che come precisa descrizione neutrale. La nostra lettura dell’atto terzo à Lyon sembra delineare un passaggio fondamentale della mobilitazione gialla; la giornata rappresenta, sebbene attraverso il nostro inevitabile e forzato schematismo, nella sua semplicità la polarizzazione che stiamo analizzando e un’articolazione del conflitto con altri soggetti in lotta. Se fino ad ora abbiamo potuto osservare l’evoluzione delle rivendicazioni dei gilets gialli, abbiamo altresì iniziato ad illustrare l’apertura di un appoggio tra la massa gialla e alcune lotte maggiormente strutturate ed organizzate; abbiamo visto nell’atto III l’articolazione della mobilitazione gialla come grande contenitore e vettore di conflitto sempre più polarizzato attraverso l’interazione con rivendicazioni specifiche di settori determinati. La progressiva spinta della base della CGT, cheminots in testa che vengono da una lotta durissima contro la riforma della SNCF, verso l’appoggio del sindacato nei confronti della mobilitazione dei gilets jaunes ed i primi vagiti di un movimento universitario e studentesco, senza contare pompieri e reparti ospedalieri. iniziano a costruire, come dicevamo, ponti sempre più forti con i soggetti di classe all’interno dei gilets jaunes che mano a mano disarticolano il loro carattere interclasse; questo insieme di settori trova nell’egemonia conflittuale e mediatica lo spazio e l’apripista per una riapertura delle ostilità fuori dall’isolamento che ha rappresentato per l’una come l’altra il preambolo della sconfitta. Assistiamo dunque all’approcciarsi di un appoggio tattico ai gilets jaunes da parte di un numero sempre più grande di lotte e soggetti che vedono in questo passaggio tattico la possibilità di un rilancio delle proprie rivendicazioni, un bacino di lotta. Paradossalmente più il conflitto si polarizza, si estende e si massifica più la fiducia cresce attorno a questo vettore da parte di diversi settori e l’atto terzo lionese sta a dimostrare questo passaggio. Lyon vede nella settimana precedente sabato 1 l’affermarsi dello sciopero del personale delle metro, delle ambulanze e dei pompieri insieme al consolidarsi dei gilets jaunes che nel caso dei pompieri danno vita ad una manifestazione unitaria. L’atto III si apre a Lyon con il corteo che porta i gilets jaunes dal presidio permanente che blocca la raffineria di Feyzin (Banlieue sud) a muoversi verso il centro città dove sono già presenti alcuni gilets jaunes che vengono aggiornati sull’andamento dei blocchi e della situazione generale attraverso i motociclisti; il corteo proveniente dalla raffineria si unisce ad un altro concentramento imponendo il proprio percorso alle forze dell’ordine. Le lotte cominciano a sommarsi, il corteo punta verso il centro unendosi al corteo universitario contro l’aumento delle spese universitarie per gli studenti extraUE, un corteo che come a Parigi grida “Macron, démission!” fino ad  arrivare di fronte al Municipio dove un gruppo di neofascisti viene respinto in maniera decisa. Nella marea gialla le lotte si conoscono, si abbracciano e attaccano pezzo dopo pezzo la narrazione mediatico-governativa che punta a gerarchizzare i vari soggetti che animano la mobilitazione quando non riesca a delegettimarla come movimento razzista e neofascista o a recuperarla politicamente attraverso qualche concessione marginale; mentre la giornata prosegue con l’imposizione della chiusura di molteplici boutiques et negozi del centro città in un sabato prenatalizio per poi concludersi in arresti e scontri sporadici, un altro settore apre le danze gettandosi nella mischia del conflitto: il sindacato studentesco UNL lancia la revanche lycéenne che articola ancora più esemplificativamente l’articolazione tra il contenitore giallo e le lotte, fino a quel punto settoriali. I liceali annunciano picchetti in tutto il paese con l’obbiettivo di bloccare licei e scuole superiori articolando la solidarietà ed il supporto ai gilets jaunes con delle rivendicazioni precise in campo studentesco ed allo stesso tempo rilanciando la mobilitazione universitaria dell’anno scorso: abolizione Loi Ore e ParcourSup e del progetto di riforma dei licei, lotta contro l’introduzione di un servizio civile nazionale obbligatorio e richiesta di investimenti nella scuola. E’ ancora esempre la lotta che unisce, consolida e contamina. Il debutto della mobilitazione, il 30 novembre, 100.000 liceali bloccano circa 300 istituti superiori, e Lyon a differenza della marginalità che l’ha contraddistinta nella mobilitazione dei gilets jaunes, si infiamma per la protesta studentesca: scontri violenti in centro e periferia tra studenti e polizia che reprime in maniera brutale il movimento, cosciente della pericolosità sociale della contaminazione ed accumulazione delle lotte di molteplici soggetti. Tutta la settimana é animata da blocchi e scontri violentissimi in tutto il paese che vive dopo quasi tre settimane di protesta gialla l’esplosione delle contraddizioni e del conflitto sociale ed un movimento studentesco di una potenza che non si vedeva in Francia dal 2010; alcuni professori scioperano in solidarietà ai propri studenti, mentre gli universitari lanciano assemblee generali in vista del blocco delle facoltà, ed i gilets gialli che da settimane bloccano la raffineria di Feyzin una volta venuti a conoscenza della repressione brutale sugli studenti bloccano la strada e imputano alla polizia una violenza inaccettabile: “Vous n’avez pas honte de gazer des lycéens? Ce sont des gamins!”. Se Lyon ci dà la rappresentazione plastica di una massificazione del conflitto giallo (nel caso di Lyon più a livello nazionale che locale) che ha attirato e polarizzato diverse lotte sotterranee che hanno a loro volta meticciato, contaminato e politicizzato (delineato amicizie ed inimicizie) gli stessi gilets gialli ed allo stesso tempo rivelato l’alveo che ha partorito la nascita apparentemente repentinea di questo movimento, questo passaggio tattico, questo assommarsi quantitativo delle rivendicazioni dei differenti soggetti sociali abbozza la possibilità e l’orizzonte di una contaminazione che torce questo appoggio tattico di diversi soggetti all’egemonia nebulosa e fluida del contenitore giallo verso qualcosa di più strutturale, profondo e radicale. Se da un lato questa mobilitazione ha fino a qui saldato le rivendicazioni dei gilets gialli con le altre singole rivendicazioni attorno ad una sola istanza come ultimo fortino di fronte alle putride mani del riformismo e al pantano della socialdemocrazia come nemico giurato degli sfruttati, quella del conflitto, c’è un altro carattere che spinge diversi soggetti ad animare queste settimane di mobilitazione insieme ai gilets gialli. Questo carattere é il costante e testardo rifiuto della rappresentanza praticato dapprima attraverso l’indifferenziazione del gilet giallo come strumento di identificazione molle e provvisorio che reagisce violentemente di fronte ad ogni slancio rappresentativo interno o esterno rispetto i gilet gialli (ad opera di alcuni gilet gialli o di partiti politici) capace di non sclerotizzarsi ed in seguito nella scelta di distruggere ed attaccare violentemente ogni pericolo di sclerotizzazione; di fronte al governo che chiama a raccolta i veri gilets gialli moderati identificati ad esempio in Jaqueline Mouraud non tanto come matrigna del movimento quanto come rappresentante di un movimento che al suo inizio non si connotava per la potenza del suo conflitto e la sua polarizzazione di classe, che viene minacciata e disconosciuta come chiunque provi a sedersi al tavolo con il governo nel nome di tutto il movimento si sprecano le minacce e le scomuniche del movimento di fronte a qualunque forma di rappresentanza: l’unico rappresentante possono essere i milioni di francesi che bloccano il paese. Il conflitto resta e rimane come unica forma di rappresentanza che rifiuta e scarica ogni tentativo di localizzare e separare certi settori all’interno del movimento che ormai punta alla destituzione e attacca una distribuzione della ricchezza considerata iniqua, il programma politico che lentamente va scrivendosi nelle facoltà occupate, nei blocchi stradali e sulle barricate non ammette compromessi ed attacca allo stesso tempo i progetti più ambiziosi del grande capitale ed il riformismo di una sinistra morente.

 

Lo spettro della convergenza ed il fantasma della sinistra

I movimenti di avvicinamento tattico tra lotte specifiche (universitari, ferrovieri, liceali, ecc.) e la nebulosa gialla come partito del conflitto non solo espandono il campo rivendicativo ma evocano e richiamano lo spettro di una contaminazione più profonda e strutturale: la convergenza delle lotte come partito del conflitto ed espressione delle istanze di classe all’interno del conflitto stesso che va trasfigurandosi. Uno spettro che aleggia sulle lotte e viene a più volte rilanciato dalle lotte dei ferrovieri e dei liceali degli scorsi mesi pena la sconfitta che di fatto hanno subito, una necessità invocata ma mai fino in fondo affermata se non a livello marginale, una convergenza che oggi si apre come orizzonte attorno ad un programma politico di generale attacco sul tema del reddito forgiato sulle barricate e nei picchetti. Se abbiamo visto l’atto terzo lionese e la settimana che ne é seguita come esempio di un primo abbozzo di un passaggio da appoggio tattico a convergenza strategica, una convergenza in divenire tra soggetti differenti attraverso il conflitto giallo come vettore di espressione politica, i segnali non fanno che portare in quella direzione: i gilets gialli di Lyon che aderiscono alla mobilitazione di quelli che il governo e la stampa definiva nemici dei gilets jaunes, gli ecologisti, nell’occasione della marche du climat per attaccare il ricatto ambientale sui poveri e la base della CGT, cheminots in testa, che sentendo l’esigenza vitale di questa convergenza, spinge il sindacato verso la pratica di quest’ultima, obbligandolo oggi a lanciare, insieme a FO uno sciopero illimitato dei trasporti nello stesso tempo in cui comincia ad imporsi la penuria di carburante in seguito ai blocchi continui.

Questa convergenza pone i movimenti che si vogliono come rivoluzionari di fronte al rapporto con la classe come soggetto differenziale che va delineandosi dentro il contenitore giallo attraverso il protagonismo dei diversi soggetti che si riconoscono sulle barricate; un movimento rivoluzionario che, spesso alternandosi tra uno snobismo purista che classifica come controrivoluzionario o fascista ogni fenomeno spurio che non si conforma all’immagine della rivoluzione perfetta pensata a tavolino e che non fa altro che alimentare praticamente questa immagine e profezione autoavverante ed insieme vacui tentativi di dirigere pedantemente le lotte nel “buon senso” dall’esterno, sembra perdere la bussola all’interno della nebulosa gialla. Se l’alternativa al disorientamento politico dei rivoluzionari non può essere l’appiattimento acritico su qualsiasi passaggio di qualsiasi mobilitazione, vedi gli indiscutibili esempi di razzismo di cui si sono macchiati certi gilets jaunes, allora sembrerebbe a tutti imporsi l’organizzazione come momento da costruirsi dentro il conflitto, di organizzarsi nella classe come classe, di torcere le lotte con le lotte, insomma di smettere i panni di un ceto politico che non ha alcun mordente e influenza in una mobilitazione che accetta il conflitto come rappresentanza più che la rappresentazione del conflitto e quindi confondersi e lanciarsi nello strabordamento giallo come unico spazio di organizzazione della stessa. Un rapporto tra strutture organizzate e massa gialla che si pone non solo e non tanto come necessità di fronte al pericolo fascista quanto invece contributo esperienziale, scienza operaia e punto di fuga della vettorialità e della polarizzazione. Se da un lato non possiamo che riattestare il carattere forzato e azzardato di questa lettura tendenziale dall’altro lato troviamo nei giorni che precedono l’atto IV alcune significative sponde, non solo rispetto all’idea di una contaminazione strategica delle lotte, ma di costruzione di questa nel rapporto con la controparte. Dopo l’atto III il governo ha provato prima con Philippe, poi con Macron a ricondurre la contaminazione gialla nei binari di un riformismo, delle briciole, annunciando la sospensione prima per qualche mese, in seguito per un anno della taxe carbone e degli aumenti di elettricità e gas, ma, trovatosi di fronte un soggetto differenziale e meticcio nato dalle rivendicazioni di una classe media impoverita rispetto al caro carburante che ha costruito nel conflitto un programma politico decisamente più ampio e radicale non può che attestare l’esigenza di fette più grande della torta rispetto alla semplice sospensione della tassa per un anno; una polarizzazione e radicalizzazione di classe che trova nei sondaggi che vedono un appoggio da parte del 62% degli operai nei confronti della mobilitazione gialla qualcosa di più di un semplice dato. La mobilitazione dei gilets gialli ed il brulicare dei rapporti con le lotte che la contornano e la abbracciano chiede reddito e vuole non solo le dimissioni di Macron ma organizza il rifiuto del mondo che rappresenta. Un governo che fallita la precettazione dei gilets moderati, la pressione su partiti e sindacati non può che constatare l’irrecuperabilità della partita in gioco a meno di cedere su concessioni ben più ampie che la tassa sul carburante; se è assolutamente importante vedere come il governo riuscirà a ricondurre il movimento dentro i canali di una contrattazione e con quale costo, é fondamentale lavorare sulla possibilità di emergenza di un blocco sociale differenziale che va costruendosi in questa battaglia, stringendo i nodi, riannodando i fili e lanciandosi nella costruzione di quel programma che vediamo modificare giorno dopo giorno adombrando la possibilità di trasformare il ricatto in possibilità, l’isolamento in potenza, il disagio in conflitto.

 

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