Era inizio ottobre quando il Ministro del Lavoro, dello Sviluppo Economico nonché Vicepremier Luigi Di Maio annunciava che il tanto decantato reddito di cittadinanza si sarebbe ispirato al Modell Deutschland, basato sulla legge Hartz IV, che nel paese teutonico ha esacerbato le tensioni sociali invece che mitigarle.
Nel 2003 il Governo Schröder II (SPD+Verdi) annunciava al mondo la ratifica di Agenda 2010, già dal nome in linea con la Strategia di Lisbona (2000-2010), forse il più importante Manifesto della Flessibilizzazione del Lavoro in Europa che ha come suoi punti cardine la liberalizzazione e la competitività dei servizi sociali e del mercato del Lavoro tedesco.

Un pacchetto di riforme che ha spaccato i sindacati, ha visto la convergenza delle due grandi forze politiche, la scissione del SPD (da cui nascerà la Die Linke con la fusione fra PDS e sinistra SPD) e la fine della sua metamorfosi in senso blairiano, la cui fine è ormai nota. Ed è in Agenda 2010 che troviamo la versione tedesca del reddito minimo.

Ma cosa significa adottare il Modello Tedesco? L’annuncio del Ministro Di Maio sull’intenzione di prendere a modello la versione tedesca del reddito minimo ci è utile in due sensi: da una parte abbiamo un esempio concreto delle implicazioni sociali della forma più compiuta di welfare neoliberale e dall’altra ci permette di poter immaginare la direzione verso cui tale modello si muoverà in Italia.

La bozza del decreto-legge ci dà già alcuni spunti per delineare la somiglianza fra la versione italiana e quella tedesca come l’erogazione su base ISEE, la composizione del nucleo familiare e soprattutto l’obbligo d’iscrizione a un centro per l’impiego e di accoglimento di una delle tre offerte presentate dallo stesso.

Il Modell Deutschland è quindi una scelta di campo che svilisce il senso stesso del Welfare State trasformando l’intervento pubblico atto a eliminare lo stato di bisogno in un intervento che lo sfrutta, su cui viene creato profitto.

Da un punto di vista teorico siamo di fronte a un enorme salto di qualità: non si tratta di un reddito di cittadinanza che presuppone l’universalità (basata appunto sul fatto di essere cittadini) ma di un reddito minimo collegato alla condizionalità reddituale ed economica, infatti non saranno tutti a fruire della prestazione ma solo chi vive al di sotto di una certa soglia di povertà (in Germania per esempio significa vivere con un reddito inferiore ai 450 euro mensili).  Tale condizionalità non è una semplice modificazione quantitativa ma soprattutto diventa qualitativa: se il reddito di cittadinanza, nella sua concezione universalistica, pone al centro il tema del superamento del lavoro fordista, del superamento della concezione del salario come prodotto di una mansione all’interno di un luogo predeterminato e quindi si pone al di là del lavoro proteggendo l’occupato; il reddito minimo è parte integrante di quella che Dardot e Laval hanno definito razionalità neoliberista in quanto, in linea con le strategie europee per l’occupazione, esso è legato in maniera direttamente proporzionale alla capacità lavorativa dell’occupato e alle sue prestazioni, tanto da parlare di protezione dell’occupabilità e non dell’occupato.

Per comprendere questo passaggio è necessario capire cosa significa essere soggetto alla condizionalità: non significa solo rispettare dei requisiti ma anche essere soggetto a tutto un sistema di sanzioni che snatura completamente le ragioni sociali del sussidio, che si trasforma da una forma di protezione sociale dichiarata a una forma effettiva di sfruttamento del bisogno e del lavoro non salariato.

Per comprendere le possibili esternalità negative di tale modello attraverso la narrazione biografica di chi tale modello l’ha vissuto sulla propria pelle: Alice, un’immigrata italiana a Berlino, la cui storia è stata fondamentale nello studio del Modell Deutschland, di cui riporto qui alcuni stralci di un’intervista che ho condotto nell’ambito di una mia piccola ricerca in Germania sul modello ibrido tedesco fra fordismo e post-fordismo.

Alice arriva in Germania come ragazza au pair ma trovandosi schiava della famiglia che l’aveva assunta, decide di entrare nel sistema dei JobCenter e dell’Arbeitslosengeld II (letteralmente “sussidio di disoccupazione secondo”) in quanto i requisiti relativamente bassi (sostanzialmente l’iscrizione al JobCenter di zona, percepire un reddito mensile inferiore ai 450 euro e avere un contratto d’affitto redatto in tedesco) le avrebbero permesso di sbarcare il lunario con i circa 400 euro (somma base estendibile a seconda delle particolari situazioni individuali) di sussidio.

Eppure il sogno di una tranquillità ritrovata nel solco della progressiva destrutturazione della protezione sociale tipica del fordismo e dell’incertezza di questa nostra società della prestazione, viene infranto: la sua biografia infatti si scontrerà con il sistema di sanzioni che vi è dietro l’ALG II.

Chi riceve l’ALG II infatti è costretto a cercare attivamente un impiego (primo pilastro della condizionalità) che vada a sostituire il sussidio concepito come temporaneo surrogato del lavoro (secondo pilastro) ormai divenuto flessibile, cui il lavoratore si deve adattare (terzo pilastro) con una logica chiara: proteggere non tanto il lavoratore quanto la sua capacità di rendersi competitivo (quarto pilastro) sul mercato attraverso accumulo di competenze, capitale sociale ed economico che gli permetteranno di gestire le esternalità negative dalla flessibilizzazione del lavoro (leggasi precarizzazione).

Il sostegno al reddito quindi si configura in questo modello non come uno strumento per permettere al soggetto di emanciparsi dal mercato, quanto piuttosto d’integrarsi ed essere incluso nel mercato deregolamentato. Il focus non è quindi la protezione del Lavoro o meglio del soggetto, quanto la protezione del Capitale inteso come rapporto sociale di produzione e altresì di riproduzione.
Quali effetti sociali potrà avere un sistema che sanziona e quindi minaccia l’unica fonte di sussistenza se il soggetto non si adegua alla condizionalità?

Psicologicamente era una tortura. Ero continuamente schiacciata da una pressione assurda per cui pur di non andare incontro alle sanzioni, dovevo di fatto accettare degli obblighi. Ad un certo punto mi hanno anche detto di lasciare il corso di tedesco per lavorare full-time, ma era proprio la certificazione di un livello B2 a darmi competenze in più per poter essere assunta in lavori veri. Quando ho esposto il problema la risposta è stata: “Vielleicht die Lösung ist nach Italien zuzurückzuf ähren (Forse la soluzione è tornare in Italia)” manifestando anche un atteggiamento razzista oltre che sprezzante. Ma non sono l’unica, è un sistema intero che va così: la vedi quella ragazza? È qui perché pur essendo malata, con tanto di certificato medico, non si è presentata ad un appuntamento del JobCenter ed ha perso settantacinque euro dal sussidio

Ci dirà Alice. La realtà quindi non si configura come una maggiore sicurezza sociale diffusa, quanto come uno sfruttamento diffuso: lavorare attraverso il JobCenter significa non avere tutele sindacali e spesso in mansioni tanto temporanee quanto dequalificanti.

Indovina quale lavoro hanno proposto a me, laureata in lingue, che conosco quattro lingue con competenze in area pedagogica ed esperienza come insegnante? Donna delle pulizie! Di un’agenzia spagnola perché avevo detto di conoscere lo spagnolo e la tizia era latino-americana

Alice definirà la sua esperienza nel JobCenter come la “professione del tappa-buchi” in impieghi temporanei, fini a sé stessi e che non permettono al lavoratore nemmeno di avere le attrezzature adeguate oltre che la formazione.

Ho lavorato in un ospedale con delle scarpe 10 numeri più grandi, mi hanno lanciata come una trottola e rimproverata per la mia lentezza. Una cosa bella della dignità del lavoro è sentirsi utili, cosa che in questi lavori a tempo non puoi sviluppare, dove anzi trovi solo umiliazione

Un altro tema fondamentale poi riguardo al modello tedesco è quello della discrezionalità (quinto pilastro) dei JobCenter nell’erogazione del sussidio: sono i JobCenter stessi, suddivisi localmente (a Berlino sono divisi addirittura per quartieri in quanto trattasi di una città-stato), infatti a valutare le richieste, i requisiti ed eventuali sanzioni. Questo produce un discrimine palese a seconda della discrezionalità del singolo ente (è facile immaginare le differenze di trattamento per esempio fra Germania Est ed Ovest viste le differenti risorse economiche a livello regionale) o peggio del singolo impiegato che valuta mettendo in discussione quello che per secoli è stato il principio cardine della burocrazia: il principio di impersonalità.

Alice si ritroverà infatti vittima di un episodio di razzismo nel JobCenter di Steglitz-Zehelndorf (periferia sud-ovest di Berlino) sull’onda della chiusura etnonazionalista generalizzata che stiamo vivendo (queste esperienze che in Germania colpiscono molti italiani accusati di essere “pigri, corrotti e fannulloni” forse dovrebbero far pensare certi politicanti nostrani) con un’impiegata che ha manifestato antipatia nei confronti di Alice, in quanto sudeuropea, fin dal primo momento per esempio registrando “casualmente” solo una pagina su tre del suo CV e infine con una valutazione negativa in cui la si accusa di aver ordito un “piano dall’Italia per accaparrarsi i sussidi”. Tali eventi assolutamente particolari se non sono frequenti in altri JobCenter, ci danno però la contezza di cosa possa significare una simile discrezionalità in un sistema del genere che si basa su un sistema sostanzialmente sanzionatorio.

Ogni fallimento viene imputato al soggetto che subisce un processo di iper-responsabilizzazione da cui l’unica fuga sono l’emarginazione sociale e la povertà. Siamo certi che questo modello, che da correttivo del sistema capitalista neoliberale diviene sua massima espressione, possa configurarsi come forma di emancipazione del lavoro e del lavoratore? O stiamo forse assistendo ad un’altra tappa della trasformazione post-fordista del rapporto di lavoro?

L’ingiunzione all’accumulo di competenze e la trasformazione della mansione (sempre uguale e reiterata, orientata verso la quantità) lavorativa in una prestazione (determinata, temporanea, incerta, orientata verso la qualità) non fanno che porre le basi per una nuova soggettività del lavoratore: un neo-soggetto che vede il proprio lavoro non tanto come una modalità attraverso cui riprodurre la propria esistenza, quanto un investimento strategico atto a migliorare la propria condizione di vita in un non meglio specificato futuro.

Possiamo quindi affermare che la risposta alla crisi siano occupabilità, temporaneità, flessibilità, competitività e discrezionalità? Vi è un reale dualismo fra chi ha sdoganato la precarietà nel mercato del lavoro attraverso il JobsAct e chi tenta di metterla a regime ammantando tali misure come “sociali”?

Il Modell Deutschland, voluto dai socialdemocratici ormai parte integrante della riproduzione capitalistica, ha salvato il capitalismo tedesco dalla sua profonda crisi degli anni ’90 e non l’ha mai nemmeno parzialmente messo in discussione, anzi ne ha amplificato gli effetti sociali negativi (con Agenda 2010 in cui era contenuta la Hartz IV sono stati anche tagliati molti di quei sussidi che avevano caratterizzato la cosiddetta economia sociale di mercato): come potrebbe questo sistema divenire efficace nel risolvere la più profonda crisi italiana?

Il paradigma di riferimento per superare il dramma sociale dell’economia neoliberale non può di certo essere quello fordista-lavoristico, ormai fuori tempo massimo, ma nemmeno l’accettazione prona del modello post-fordista di sfruttamento del lavoro che si fa più subdolo, pervasivo e meno esposto a critiche – facendosi “sociale” attraverso misure che di sociale hanno solo il nome.

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