CTRL – RETHINKING CULTURAL ASSETS, DE-CAPITALIZING INTELLECTUAL PROPERTY – A NEW COMPREHENSIVE APPROACH TO MUSICAL MARKET

Estate 2016: il caldo è opprimente mentre confermi su AirBnB la casa al mare in cui passerai gli unici 7 giorni di vacanza che sei riuscito a organizzare.
Dopo aver riempito l’ultimo posto in macchina su BlaBlaCar col passeggero che condividerà con te i costi di viaggio, ti affretti a preparare la cena al norvegese di passaggio che abiterà a casa tua per la prossima settimana.
Hai pubblicato ieri su Spotify e ITunes il tuo ultimo album: controlli velocemente i feedback mentre il tuo manager ti chiama. “Sei in partenza? I vinili su BigCartel stanno andando via velocissimi, e la traccia nuova è al quarto posto su Beatport! Mi raccomando; finisci le ultime due tracce dell’album entro settimana prossima, perchè dopo ricominci il lavoro e non ti rimane più tempo!”. Improvvisamente un pensiero ti fulmina il cervello, lasciandoti di sasso. “Ho nelle mie mani una quantità incredibile di strumenti che generano economia in maniera orizzontale, mettendomi in contatto e cooperazione diretta con persone come me, con interessi comuni, in un ambiente dove però non ho alcun tipo di pos sibilità di andare oltre. I processi decisionali relativi a questi strumenti, che vivono grazie alla mia attività, sono completamente fuori dal mio controllo.”

Pillola rossa o pillola blu?

Pillola rossa: domani ti svegli e continui a credere che la gestione delle dinamiche lavorative ed economiche sarà sempre lontano dal tuo raggio di azione.
Smetti di farti domande sul perché non puoi autodeterminarti nonostante oggi tu abbia gli strumenti per farlo e continui ad essere utente, cliente, consumatore o fornitore al servizio di società gestite da altri. La tua vita procede nella subordinazione, come la conosci fino ad oggi. (Se poi sei il frontman dei Portishead , e ricevi i tuoi compensi annuali da streaming, credi che il problema sia la musica venduta a basso prezzo e ti incazzi.)

Pillola blu: prendi possesso degli strumenti che hai a disposizione. Fondi una cooperativa in cui i soci sono persone con identico potere e insieme, alla pari, gestite questi strumenti determinandone le sorti, ottimizzandone i flussi, abbattendo progressivamente le barriere fra fornitori e clienti, fra gestione e utenza, fra amministratore ed impiegato. La tua vita cambia radicalmente: è ora caratterizzata da una responsabilità diffusa all’interno della filiera cui partecipi e della comunità con cui ti relazioni, la quale è dotata di mezzi e strumenti condivisi. L’esperienza ti porta a riconsiderare non solo la tua figura professionale all’interno del mercato, ma l’intera concezione di lavoro all’interno della società.

La pillola blu non è altro che la sfida che in questo momento agita le comunità globali di produttori di arte, cultura e spettacolo, da sempre soggiogate alle rispettive industrie.

La proprietà e gestione collettiva delle piattaforme di produzione, distribuzione e in generale di cooperazione è la strada per riportare le filiere culturali ad un rapporto equo fra operatori e fruitori. In un presente che vede questa possibilità concretizzarsi realmente, sia grazie ai nuovi strumenti tecnologici, sia grazie all’energia di cambiamento ed aggregazione che la crisi degli ultimi anni ha generato, la discussione è più che mai accesa.

Focalizzando sul mercato musicale, in assoluto il più verticalizzato in ambito culturale con 3 Majors che controllano il 70% del mercato mondiale, possiamo notare come l’evoluzione degli strumenti di produzione e la nascita delle piattaforme online abbiano portato nel tempo ad una fluidificazione totale della filiera legata al (vecchio) modello industriale. Da un rigido sistema di ruoli si sta passando verso un modello in cui gli operatori svolgono multiple attività; è difficile trovare oggi una casa discografica che non si occupi anche dell’organizzazione dei tour per i propri artisti, una radio che non organizzi festival, o un’etichetta che non curi anche il merchandising.

Un mercato che va semplificandosi porta necessariamente con sé una diminuzione delle posizioni intermediarie; viviamo una maggior fluidità all’insegna di un inevitabile abbattimento dei costi, e le figure di potere all’interno del vecchio sistema cercano di sopravvivere mantenendo il più possibile le quote di mercato.

I costi della produzione sono crollati contestualmente alla diffusione di workstation sempre più potenti, al punto da riservare agli studi di registrazione solo le fasi finali della realizzazione di un album. La distribuzione è stata totalmente rivoluzionata dalla liquefazione della musica; il supporto fisico (cd/vinile) è diventato un oggetto da collezione mentre la musica viene fruita attraverso piattaforme di streaming private (Spotify/Youtube), che hanno abbattuto i guadagni degli artisti relativi alla vendita. La comunicazione e la promozione si sono radicalmente allontanate dalle categorie professionali di riferimento con l’esplosione dei social network globali e dei grandi aggregatori (Facebook/Soundcloud), giungendo direttamente nelle mani degli artisti o dei loro collaboratori diretti.

L’annullamento delle distanze fra autore e pubblico favorito dai social ha portato il finanziamento al suo stato più puro, ovvero diretto da sostenitore ad artista: ad oggi piattaforme come MusicRaiser rappresentano una solida voce di bilancio nella sostenibilità di molti artisti, dal circuito indipendente a quello mainstream (addirittura, un gruppo metal australiano si è fatto finanziare dai fan un anno di stipendio fisso tramite una campagna di crowdfunding!).

Il quadro che ne può derivare è molto chiaro. L’applicazione di un modello virtuoso basato sulla proprietà comune delle piattaforme da parte di autori e operatori è funzionale a questa inedita fase del mercato: fluidità relazionale, rapporto diretto con il pubblico, abbattimento dei costi, equità nella redistribuzione, incremento della qualità della produzione, diffusione di cultura fuori da logiche capitalistiche.

C’è un modello nuovo di mercato musicale davanti ai nostri occhi, completamente alternativo a quello industriale, ma fino ad oggi non ce n’eravamo accorti.

CTRL nasce con lo scopo di mettere in luce questo nuovo modello e praticarlo attraverso la cooperazione fra Autori ed Operatori all’interno della stessa forma giuridica e attraverso una piattaforma online. Tramite tecnologie di decentramento amministrativo (Blockchain, smart contracts) e di democrazia digitale verrà gestito un ambiente di mercato fluido basato su contratti decisi collettivamente, in un costante processo di revisione della governance che li regolerà. Ma non solo.

Make Music Free

Un altro passo da fare per agire questo cambiamento, senza il quale non è plausibile pensare ad una reale orizzontalità, è analizzare l’attuale modello di gestione del diritto d’Autore a livello giuridico e di mercato.

Proprietà intellettuale e classificazione dei beni secondo i criteri di rivalità ed escludibilità, propri della teoria economica, non formano un’equazione corretta. La musica, infatti, non è per sua natura rivale, perché l’ascolto di un brano da parte del singolo non limita in altri la facoltà di goderne. Anzi, avviene esattamente il contrario: l’ascolto insegna ad ascoltare, forma nuovo pubblico ed interesse. La creazione è proporzionalmente esponenziale alla diffusione.

Questo concetto si sviluppa facilmente nelle espressioni artistiche di musicisti che sempre più spesso lavorano insieme, specie nei media digitali, ed in alcune società moderne non occidentali, culturalmente legate ad un’idea naturalmente collettiva di creazione artistica; o infine in zone dove la tradizione svolge tuttora un ruolo dominante, ed il concetto di pubblico dominio dell’immateriale è tanto comune quanto essenziale alla trasmissione e allo sviluppo delle arti e della cultura locali. L’idea stessa di appropriazione individuale della creazione era del tutto sconosciuta in certe zone del Sud Africa o del Brasile prima dell’intervento dei nuovi conquistadores, le multinazionali occidentali indirettamente protagoniste degli accordi “Free Trade Agreements”, che hanno conosciuto un nuovo sviluppo a partire dagli anni Novanta.

Seguendo la logica globale del “one law fits all”, questi accordi puntano a costruire un sistema di regole nazionali e internazionali in materia di proprietà intellettuale sugli standard di quelle dei paesi economicamente avanzati.

È l’onda lunga del TRIPs (Trade related aspects of Intellectual Property rights) nato nel 1994 in uno con il WTO, e volto a regolare gli aspetti dei diritti di proprietà intellettuale attinenti al commercio, anche incentivando legislazioni e sistemi sanzionatori ad hoc in Paesi in cui non fossero già esistenti.

L’art. 63 dell’accordo è ad esempio significativo di un modo di intendere la musica che ne privilegia il carattere tipicamente commerciale di strumento di accumulazione di repertori, a lungo termine o a tempo indeterminato, con effetti restrittivi per la circolazione e diffusione delle opere. L’articolo rimanda infatti a procedure di risoluzione delle controversie già integrate nel WTO: un esempio di regole capace di escludere in tutto o in parte le giurisdizioni nazionali. In parole semplici, significa demandare ad un Tribunale Arbitrale Internazionale le controversie e l’interpretazione di accordi che rientrano nella disciplina del copyright.

Tale modello (che vede oggi nel negoziato sul TTIP un altro tassello fondamentale) decreta un passaggio storico sotto il punto di vista economico-politico: lo svuotamento del potere delle Corti interne, la sottoposizione del potere/ dovere di normare in materia di copyright ad un controllo arbitrale profondamente influenzato dal potere delle majors, un congelamento della facoltà autonoma di legiferare (il cd. Regulatory chill effect) da parte dei singoli Stati che volessero riformare la materia, arrivando fino a vere e proprie procedure sanzionatorie e di risarcimento dei danni per quegli Stati che adottino disposizioni di legge non conformi ed uniformi, potenzialmente dannose in termini di royalties estere, detenute dalle stesse multinazionali.

Un’operazione di controllo così pervicace è evidentemente frutto della consapevolezza di un azzardo teorico di fondo. Come scrive J. Litman nel suo volume “The Public Domain”, infatti, “le idee non hanno radici, ed è quindi impossibile dimostrarne la provenienza, ma è possibile testimoniarne la memoria”.

Il diritto d’autore nasce con l’intento di permettere la condivisione della creazione artistica tutelando al contempo i diritti individuali degli autori, e non come gettone scindibile e commerciabile in un’ottica di capitalizzazione dei repertori all’infinito.

L’accumulo di repertori immensi da parte delle case discografiche tramite l’acquisizione del diritto d’autore per via contrattuale, sommato ad una legge sul Copyright da sempre nelle mani delle grandi aziende, il continuo innalzamento dei termini temporali di protezione sulle opere disegnano un futuro inquietante, in cui non ci sarà più alcuna fonte di cultura in pubblico dominio cui attingere, con le conseguenze disastrose che si possono facilmente intuire.

Il sistema attuale sembra più interessato, però, a proteggere i diritti dei grandi intermediari, come insegnano i casi di Sixto Rodriguez – raccontato nel documentario vincitore del premio Oscar “Searching for Sugar Man” o molte delle recenti cause che hanno flagellato piattaforme come SoundCloud: la soluzione non può che essere radicale.

C’è l’esigenza di ricostruire e ripensare non solo un modo della produzione e diffusione che è sempre più libero da limiti fisici, ma soprattutto il modo di tutela di quei diritti, che deve tener conto delle opportunità date dai nuovi strumenti, sia in termini di crescita della conoscenza collettiva sia in termini di risorse produttive e reti relazionali individualmente spendibili. In questo senso, grazie alla loro modularità e adattabilità, le licenze CreativeCommons alimentano un sistema virtuoso perché definiscono uno spazio di condivisione e fruizione globale in una rete di conoscenze potenzialmente infinita. Paul Krugman, in un’intervista del 2008 ripresa dal New York Times ha detto: “Gradualmente tutto ciò che può essere digitalizzato verrà digitalizzato, rendendo la proprietà intellettuale sempre più facile da copiare ed ancora più difficile da vendere ad un prezzo superiore a quello nominale. E saremo costretti a trovare modelli commerciali ed economici che tengano conto di questa realtà”.

Solo ritornando ad una concezione più mutualistica e meno concorrenziale del diritto d’Autore, ovvero demercificandolo e slegandolo dalla logica chiusa del Copyright, sarà possibile dare realmente corpo al cambiamento che vogliamo vivere.

La grande sfida che le CreativeCommons sono chiamate a raccogliere nel complesso sistema di produzione musicale è precisamente quella di poter realmente incidere sul mercato, ed il modo per farlo è costruire un organo collettivo che si occupi a livello internazionale di tutelare e gestire la raccolta del diritto d’Autore per chi sceglie queste licenze. La creazione e la promozione di una Collecting Society basata su licenze Creative Commons, gestita direttamente dagli Autori, è quindi un altro degli obiettivi fondamentali di CTRL.

CTRL è un percorso che nasce da una situazione particolare, quella italiana, che ne ha favorito la concezione e ne sta velocizzando la realizzazione tramite reti di lavoratori e attivisti; gli obiettivi a breve termine sono l’apertura della cooperativa di produzione e lo sviluppo della piattaforma web, oltre che l’inizio del percorso di costruzione della collecting society.

Si tratta però di un’operazione che investe il mercato musicale nella sua globalità e che solo con una solida base di cooperazione teorica e pratica internazionale può riuscire ad incidere sul reale: ricercatori, economisti, giuristi, attivisti, fondazioni, politici, autori ed operatori del mercato interessati a contribuire a questo percorso sono invitati ad entrare in contatto con gli sviluppatori del progetto per essere coinvolti attivamente nella sua costruzione.

info@ctrlproject.org

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