Pubblichiamo la tavola rotonda a cui hanno partecipato Federico Chicchi, Stefano Lucarelli e Sandro Mezzadra sul libro di Maurizio Lazzarato, Il governo dell’uomo indebitato. Saggio sulla condizione neoliberista, DeriveApprodi, Roma 2013(216 p.), racclta e trascritta da  Emanuele Leonardi

Ringraziamo la rivista “Materiali Foucaultiani” per la pubblicazione.

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Domanda: Ne Il governo dell’uomo indebitato (2013) – ma ancor più, in effetti, nel precedente La fabbrica dell’uomo indebitato (2012) – Maurizio Lazzarato lega l’emergere e il consolidarsi delle politiche di austerità al progressivo introiettamento di un senso di colpa legato al debito in quanto dispositivo autoritario di controllo. Prova dell’esistenza pervasiva del debito-colpa sarebbe, secondo il filosofo italiano, l’attuale onnipresenza di richiami all’auto-limitazione, alla cautela, alla circospezione dopo anni di “vita vissuta al di là delle proprie possibilità”. Ritiene che questa chiave di lettura possa risultare utile alla comprensione critica del presente – e alla sua trasformazione?

Federico Chicchi: Quello che mi convince del lavoro di Lazzarato è la descrizione che l’autore svolge, seguendo le analisi di Deleuze e Guattari, di due modalità, diciamo convergenti e complementari, di cattura e messa a valore della vita da parte del capitalismo neoliberale. Da un lato l’assoggettamento, che fabbrica ideologicamente un soggetto “adeguato” a livello morale e legale (il debitore, appunto), e dall’altro lato l’asservimento, che invece non funziona a livello individuale ma preindividuale e opera attraverso dispositivi tecnici macchinici e automatici, che poco hanno a che fare con la coscienza e la dimensione rappresentazionale e giuridica del soggetto. Come dice Lazzarato, richiamando Deleuze, ciò che il Bancomat attiva non è propriamente l’individuo ma il “dividuale”, l’umano è quindi in questo caso usato come un ingranaggio che si articola senza molte possibilità di resistenza con il non-umano. Il problema dell’analisi di Lazzarato risiede invece nel fatto che, da un lato, i due momenti – assoggettamento e asservimento – non sono sufficientemente esplorati e quindi articolati nelle loro relazioni; e dall’altro (e soprattutto), che l’assoggettamento viene interamente ricondotto e fatto giocare dentro una struttura psichica, quella nevrotica, che ha caratterizzato il Novecento e che ora si trova invece fortemente, se non strutturalmente, mutata a causa delle trasformazioni della società capitalistica degli ultimi quattro decenni. Con questo voglio dire che, come Deleuze e Guattari nel loro capolavoro L’anti-Edipo attaccavano una struttura (una metafisica, per dirla con le loro parole) fondamentale di riproduzione del potere capitalistico senza problematizzare il fatto che il complesso di Edipo nei fatti, così come era stato descritto da Freud, tendenzialmente non esisteva già più, Lazzarato assume la colpa e il debito al centro del suo ragionamento senza tenere conto che questi, nelle società dove il padre è evaporato – per dirla con Lacan –, non abitano più il soggetto nel modo descritto da Nietzsche nella Genealogia della morale. L’austerity non può fare presa su una struttura soggettiva che si è progressivamente disfatta con il tramonto del capitalismo industriale cui servivano, per funzionare e accumulare valore, uomini docili e disciplinati. E al contempo, sul piano politico, il potere sovranitario, nelle forme in cui l’abbiamo conosciuto, non può più essere ripristinato. La colpa della quale si fanno carico oggi le soggettività nel capitalismo neoliberale non è quella di aver contratto dei debiti, ma semmai quella di non riuscire più ad ottenere crediti per partecipare alla forsennata giostra delle speculazioni finanziarie e delle azioni di consumo. Insomma, la sofferenza sociale nella crisi appare essere non tanto quella derivante dall’imposizione di istanze di morigeratezza e prudenza che il potere produce attraverso l’imputazione di una condizione debitoria, ma quella di una frustrazione dell’io nei confronti del capitalistico comandamento a godere che non riesce più a funzionare ipertroficamente come prima. La diffusione epidemica del gioco d’azzardo, ad esempio, mi pare confermare tale nuova disposizione. D’altronde, a mio avviso, l’insegnamento più prezioso de L’anti-Edipo, quello che dobbiamo tenere sempre presente nell’analisi contemporanea del potere, è stato di mostrare come il capitalismo si caratterizzi per la sua inesorabile azione di deterritorializzazione e sostituzione assiomatica di codici e surcodificazioni. C’è una frase nel testo di Deleuze e Guattari che credo ci consegni con straordinaria attualità la cifra della questione: «Il capitalismo, ed anche il socialismo, sono come dilaniati tra il significante dispotico, che adorano, e la figura schizofrenica, che li trascina»[1]. Credo si debba ripartire da qui per indagare i nuovi e, come sostiene Lazzarato, sempre più violenti rapporti tra assoggettamento e asservimento.

Domanda: Nel suo libro, Lazzarato individua nel Foucault dei corsi biopolitici (in particolare Nascita della biopolitica) un deficit di analisi rispetto al tema cruciale della moneta. Si sente d’accordo con questa affermazione? Più in generale, quale crede che possa essere il contributo di questo Foucault alla riflessione economica eterodossa?

Stefano Lucarelli: Foucault non fa critica dell’economia politica, né economia politica. Nella sua riflessione genealogica non può tuttavia fare a meno di poggiare il suo sguardo sulle pratiche economiche e sulle politiche economiche. In Foucault non possiamo pretendere di trovare né il rigore che caratterizza gli storici, ma nemmeno l’ingenuità che caratterizza gli economisti. E siamo anche fuori da una prospettiva marxiana. In Nascita della biopolitica, egli dichiara di assumere una prospettiva in cui l’economia politica è intesa come «principio di limitazione interna della ragione di governo». La moneta non appare mai, è vero, ma ci si riferisce implicitamente ad essa in alcuni ragionamenti. Nel corso al quale ci stiamo riferendo – che è poi di fatto costruito per mettersi in gioco assumendo una prospettiva inedita in cui si corre anche il rischio dell’imprecisione – Foucault si trova comunque di fronte al problema della gestione del rischio cui va incontro una società volta ad intraprendere iniziative economiche in senso capitalistico. Si trova innanzitutto ad interpretare uno dei principi regolatori cardine della politica monetaria ordoliberale (Lezione del 14 febbraio 1979): utilizzando Eucken, Foucault comprende che – in questa struttura di pensiero che resta al centro delle questioni economiche europee ancora oggi – l’intervento politico non deve avere per oggetto i meccanismi dell’economia di mercato, ma le condizioni del mercato (sta qui il carattere performativo di questi interventi): «un’azione regolatrice avrà necessariamente come obiettivo principale la stabilità dei prezzi, intesa non come fissità, ma come controllo dell’inflazione. […] In particolare, non dovranno diventare obiettivi principali né la conservazione del potere d’acquisto, né il mantenimento del pieno impiego, né l’equilibrio della bilancia dei pagamenti. […] Quali conseguenze ha tutto ciò sugli strumenti da usare? Innanzitutto il fatto che si utilizzerà la politica del credito, instaurando il tasso di sconto. Ci si servirà anche del commercio estero attraverso la riduzione del saldo a credito, se si vuole contenere l’ascesa dei prezzi esteri. Mentre si determinerà l’abbassamento, pur sempre moderato, della fiscalità, se si vuole agire sul risparmio o sull’investimento» (p. 122). Questo significa che siamo di fronte all’impossibilità di una politica monetaria espansiva; siamo di fronte a un’idea della moneta che ne esalta la funzione di riserva di valore. I nessi keynesiani si rovesciano: sono i risparmi a determinare gli investimenti; la dimensione etica che si impone è quella propria di coloro che, accumulando ricchezze, possono mettersi nella condizione di creditori che pretendono il pagamento dei debiti; ne consegue che il commercio estero sarà gestito secondo pratiche che ricordano molto il mercantilismo. E il mercantilismo, come giustamente rileva Foucault nella sua lezione del 28 marzo 1979 – chiarendo così la distanza tra pensiero liberale classico e ordoliberalismo – «costituisce un errore tecnico o un errore teorico. L’economia politica di Adam Smith, il liberalismo economico, è un tentativo di squalificare […] una ragione politica ancorata allo Stato e alla sua sovranità» (p. 233-234), quantomeno se si guarda al ruolo che lo Stato assume nel commercio internazionale. Coerentemente con questo discorso si può articolare – come Foucault fa – una riflessione sulla “politica sociale” del neoliberalismo tedesco, cioè sulla formalizzazione della società sul modello dell’impresa. Qui troviamo le basi di un pensiero che va verso l’affidamento ai mercati finanziari della gestione del rischio sociale. Foucault non parla di finanziarizzazione, ma è illuminante a tal proposito: «la politica sociale dovrà avere come strumento non il trasferimento di una parte dei redditi verso un’altra parte, bensì la capitalizzazione più generalizzata possibile per tutte le classi sociali, vale a dire che dovrà avere come strumento l’assicurazione individuale e collettiva, e in definitiva quindi la proprietà privata» (p. 127). Se si sviluppano queste intuizioni mettendole in relazione con la storia monetaria e finanziaria – come ho cercato di fare in alcuni miei scritti (ad esempio La finanziarizzazione come forma di biopotere[2]) – si hanno degli strumenti utili per sostenere che la moneta è governata dalle Banche Centrali in un modo del tutto particolare (al di fuori di una reale sovranità monetaria facente direttamente capo al banchiere centrale). Il fine è garantire la liquidità monetaria a sostegno delle convenzioni che vengono a determinarsi sui mercati finanziari, sostenendone gli scambi.

C’è un altro suggerimento interessante presente in Foucault, in una sua lettera scritta a Pierre Klossowski nell’inverno 1970 (che purtroppo non è riportata in apertura dell’edizione italiana del libro di Klossowki e che traduco qui sotto):

Caro Pierre,

avrei dovuto scriverti non appena ho letto per la prima volta La Monnaie Vivante; di certo mi ha subito terribilmente scosso, come un forte vento, ma avrei comunque potuto darti più di una reazione. Ora, dopo averlo riletto diverse volte, so che è il più grande libro dei nostri tempi. Dà l’impressione che tutto ciò che conta in un modo o nell’altro – Blanchot, Bataille, a parte B. e anche M. – conduce dritto ad esso, insidiosamente: ma è proprio così – è stato detto, e in effetti è un libro così grandioso che tutto il resto ricade alle sue spalle e viene a contare non più della metà del suo valore. Questo era esattamente ciò che avremmo dovuto pensare: desiderio, valore e simulacro – il triangolo che ci domina e, a partire da tanti secoli fa, ci ha costituito in tutta la nostra storia. Freud e Marx hanno cercato disperatamente per questo di dire ciò che tu ora hai detto: ora possiamo riderne, e sappiamo perché.

Se non fosse stato per te, Pierre, tutto ciò che saremmo in grado di fare è dire che siamo contro quelle verità che Sade aveva indicato a suo tempo, verità che nessuno tranne te ha mai veramente afferrato – nessuno, infatti, si è mai avvicinato ad esse. Sei tu che le hai dette, e il nostro destino è svanito nel nulla.

Ciò che hai fatto per tutti noi, Pierre, è veramente al di là di ogni grazie e di ogni riconoscimento.

Per sempre,

tuo Michel Foucault

Ora io credo che questa lettera – e ovviamente il libro di Klossowski se letto alla luce di queste parole – dia la possibilità di articolare una riflessione sulle relazioni fra moneta, potere e contropotere che, beninteso, non ci aiuta a fare dei passi avanti nella critica dell’economia politica propriamente detta, ma che ci dà una chiara indicazione circa le follie alle quali può condurre una forma istituzionale corrotta come non può che essere la moneta in un sistema capitalistico. Credo che Foucault comprenda che Klossowski è riuscito a dar corpo alla corruzione prodotta dal capitalismo e giocata contro il capitalismo stesso. La moneta «rappresenta e garantisce quello che esiste, diventando tanto più il segno di quello che non esiste». Il punto è che già viviamo in un’era in cui ciò che chiamiamo moneta assume – a partire dall’influenza delle convenzioni che vengono a determinarsi sui mercati finanziari – queste caratteristiche e si presenta come «la trasgressione delle norme, […] come una conquista progressiva dell’inesistente, vale a dire del possibile»[3]. Questo rende estremamente complicato pensare l’istituzione una moneta non capitalistica. Eppure, mi pare che le recenti esperienze di crypto coin (la più nota è bit coin) diano corpo a questo tentativo di corruzione delle logiche capitalistiche a mezzo delle stesse logiche.

Domanda: Lazzarato propone di colmare la “lacuna monetaria” foucaultiana con una lettura teorica del progressivo slittamento dalla centralità della moneta commerciale alla centralità della moneta-capitale (o moneta-debito). Ritiene che questa chiave interpretativa possa gettare nuova luce sui processi di finanziarizzazione contemporanei?

Stefano Lucarelli: Quando si parla di finanziarizzazione si sta parlando innanzitutto del direzionamento dei risparmi privati su mercati in cui si scambiano primariamente titoli di credito. La finanza – etimologicamente – nomina e si riferisce al momento in cui il debitore ripaga il creditore, un creditore che ha dato credito al debitore per il tempo necessario affinché quest’ultimo possa raccogliere dei frutti. Se si deve studiare la finanziarizzazione non si può che andare a fondo circa le relazioni fra debitori e creditori nel capitalismo contemporaneo. Quindi Maurizio Lazzarato si sta semplicemente mostrando attento all’oggetto del problema. Ciò che tuttavia mi pare inesatto nei suoi libri (un’operazione ambiziosa, che merita comunque attenzione e che non può essere tacciata di semplicismo anche dinanzi all’inesattezza cui accennerò) è il modo in cui egli tratta il debito pubblico. Lazzarato (pp. 97 e ss.) critica l’approccio della moneta statale individuabile negli autori della scuola della regolazione francese (ma il punto è riscontrabile anche nei postkeynesiani, compresi i fautori della Modern Money Theory), cioè l’idea che l’istituzione monetaria statale concorra a produrre l’unità sociale attraverso la gestione dei debiti privati e di quelli pubblici. Lazzarato costruisce questa critica mostrando cosa accade oggi in Europa, dove lo Stato (ma sarebbe meglio dire gli Stati con deficit commerciali crescenti, cioè i PIIGS) ha imposto ai propri cittadini di pagare attraverso la fiscalità quanto veniva richiesto dai mercati. Ora, la critica non tiene perché l’approccio della moneta statale descrive una particolare configurazione istituzionale che è saltata – in Europa – proprio per costruire l’Unione Monetaria Europea. In particolare, la necessità da parte dei Governi di collocare i propri titoli di Stato solo sui mercati finanziari, senza poter beneficiare di una Banca Centrale prestatore di ultima istanza, ha determinato la fine della moneta statale, e per l’appunto la diffusione di una politica monetaria eterodiretta dagli operatori finanziari. Questo fa sì che Lazzarato possa manifestare a pieno la sua critica all’intervento pubblico, ma – sebbene anch’io sia consapevole che l’intervento pubblico nel ciclo economico, anche quando è in grado di sostenere la domanda effettiva, non faccia venire necessariamente meno corruzione, repressione e violenza – le cose sono più complesse e meritano di essere approfondite.

Lazzarato si smarca dalla storia monetaria ortodossa – quella storia che vede la moneta sorgere e affermarsi come mera esigenza volta alla facilitazione degli scambi di beni – per mettere in luce il fatto che essa rappresenta innanzitutto un comando. Su questo non posso che essere d’accordo. Tuttavia, egli critica apertamente la teoria del debito proposta da Aglietta e Orléan[4] (che traggono ispirazione soprattutto da Girard e da Keynes). Secondo questa teoria (come ho scritto con Fumagalli nel saggio introduttivo a uno scritto di Orléan[5]), per poter evitare il caos è necessario individuare un concetto di ricchezza che abbia la stessa validità all’interno di una popolazione. In assenza di questo punto fermo, ci si affida al mimetismo: la razionalità mimetica è tipica di quegli individui che ricercano una forma di ricchezza assoluta (la liquidità assoluta che consente di negoziare in una situazione di massima incertezza). Il comportamento mimetico spinge ogni uomo a volersi impadronire di ciò che l’altro riconosce come prezioso. L’imitazione generalizzata converge verso una credenza comune su cui può costituirsi la liquidità assoluta. Quindi la moneta, per poter funzionare da legame sociale primordiale delle società mercantili, deve prima essere il risultato di un processo cognitivo collettivo. La mediazione monetaria produce uno spazio comune di valutazione e di regole, permettendo gli scambi e fungendo da guida nell’attività produttiva dei privati. Dunque la moneta diviene strumento di controllo dei conti perché essa è espressione antropologica di un desiderio assoluto. Perché ci sia moneta deve allora essere già stato risolto il problema della violenza reciproca, deve essersi affermata una violenza fondatrice. In altri termini, la moneta procede da una sovranità. Questo approccio teorico mi pare convincente anche per spiegare il diffondersi della quasi liquidità, cioè della negoziabilità delle posizioni debitorie che si diffonde con l’ascesa del mercante, come avviene ad esempio nelle città italiane a partire dal XIV secolo, ponendo le basi per l’usura ma anche per una reazione sociale, politica ed istituzionale ad essa. In altre parole, la storia della moneta può essere vista come una storia di scontri tra la moneta del sovrano (che col passare dei secoli diverrà statale) e la quasi-moneta che si fonda sulla vendita dei crediti di cui sono titolari coloro che possono permettersi di fare prestiti. Una dinamica che ritroviamo, mutatis mutandis, ancora oggi. In tal senso, la storia della moneta – come recita il titolo di un bel libro di Luca Fantacci – è la Storia di un’istituzione mancata[6].

Domanda: In Il governo dell’uomo indebitato, Lazzarato denuncia una svolta autoritaria della governamentalità neoliberale: le politiche di austerità che infestano l’Europa ne sarebbero l’inconfutabile prova. In altri termini, saremmo in presenza di un ritorno in forze del paradigma sovrano nel contesto delle pratiche di governo. Le sembra un’ipotesi convincente? Quali punti di contatto ed – eventualmente – di disgiunzione legano la riflessione di Lazzarato al suo percorso, e in particolare al concetto di “macchina sovrana della governamentalità”, che lei e Brett Neilson avete introdotto in Border as Method[7]?

Sandro Mezzadra: In termini formali e generali, tra il nostro lavoro e quello di Lazzarato esistono senz’altro dei punti di contatto. In particolare, ho sempre guardato con un certo scetticismo tutte le interpretazioni di Foucault che enfatizzavano – in termini quasi “stadiali” – il rapporto tra sovranità, disciplina e controllo. Ora, io non so bene che cosa ne pensasse Foucault: nei suoi testi si possono trovare affermazioni che vanno in sensi diversi. Personalmente, però, non ho mai guardato con entusiasmo al concatenamento di questi tre termini come se si ponessero in una successione appunto stadiale, nei termini di una transizione dall’una all’altra forma. Si potrebbe parlare a lungo di come Foucault è stato utilizzato negli studi coloniali e postcoloniali. Per esempio, i lavori di Ann Laura Stoler[8], riprendendo La volontà di sapere e leggendola in specifici contesti coloniali, hanno messo in evidenza proprio ciò che dicevo prima, e cioè che non è possibile stabilire tra sovranità, disciplina e controllo una relazione di sostituzione lineare, del tipo: “prima c’è la sovranità, poi arriva la disciplina e la sovranità scompare, e così via”. Bene, il rifiuto di questo succedersi delle fasi l’ho sempre espresso esplicitamente.

Per quanto riguarda poi la governamentalità – a volte letta attraverso la categoria di controllo (in fondo più deleuziana che foucaultiana) –, è vero che in Border as Method cerchiamo di mettere in luce come questa categoria non sia autosufficiente. Inoltre, mostriamo come l’integrazione e la sovradeterminazione sovrane siano tutt’altro che estinte – tuttavia, esse si danno in modo molto puntuale, che si tratta di volta in volta di analizzare: in quel lavoro parliamo dei confini, delle lotte che li attraversano e del governo che vi si esercita. Assistiamo dunque a una sorta di impasto ibrido, misto, ricco di elementi eterogenei. E ci sono senz’altro dei punti di contatto con l’analisi di Lazzarato. Detto questo, a volte ho l’impressione che Lazzarato, forse anche per l’esigenza di far emergere il punto che gli sta a cuore, forzi un po’ troppo la lettura di Foucault a proposito della categoria di governamentalità. Per farla breve: tende un po’ a sbarazzarsi di questa categoria, a leggerla a volte come sinonimo di governo. Noi invece pensiamo che, attraverso la categoria di governamentalità, si possano interpretare delle trasformazioni cruciali nel modo di operare dei poteri contemporanei. Aggiungiamo anche che c’è l’esigenza di collocare quella categoria in un più ampio quadro di riferimento, di leggerla da un altro angolo visuale: per questo parliamo di “macchina sovrana della governamentalità”.

Passando alla questione del neoliberalismo, mi pare che sia importante sottolineare due cose. La prima è che il corso del 1978-1979 è, per l’appunto, un corso: bisogna cioè leggerlo e considerarlo in quanto tale, non come un libro. Inoltre, si tratta di un corso tra quelli che hanno avuto meno ricadute sull’opera effettivamente pubblicata da Foucault. Io continuo a rimanere abbastanza sbalordito dal fatto stesso che Foucault, in quegli anni, abbia deciso di occuparsi di neoliberalismo: lo trovo un aspetto tutt’altro che trascurabile, un fatto non da poco. Mi pare poi che il discorso che Foucault articola in quelle lezioni continui ad esserci estremamente utile ancora oggi. Lo è proprio nella misura in cui è molto diverso dal discorso di Naomi Klein, di David Harvey o di Le Monde Diplomatique – diffusissimo nell’opinione corrente della Sinistra. Come hanno messo in evidenza molti interpreti – da Wendy Brown a Dardot e Laval – Foucault ci consente, anzi ci impone, di prendere sul serio il neoliberalismo. Ci impone cioè di non considerarlo un semplice pacchetto di misure macroeconomiche, un insieme di ricette di politica economica. Vorrei sottolineare che questo sguardo ampio sul neoliberalismo è possibile proprio nella misura in cui esso viene analizzato da una prospettiva governamentale. Ecco, mi pare che in Lazzarato, a tratti, questo elemento si perda. Come se, per fare emergere la svolta autoritaria del neoliberalismo, si dovesse ridurre l’analisi foucaultiana della governamentalità a qualcosa di consueto, alla semplice raccomandazione ai governi di ritirarsi dall’economia. Però Foucault non dice questo. Ripeto: Foucault fa un discorso molto più sofisticato e molto più interessante. Per concludere: sebbene ci sia una certa prossimità tra noi e Lazzarato sul tema della sovranità, e la cosa a me fa molto piacere, noi siamo più cauti quando si parla di governamentalità. Intendiamoci, non è che Lazzarato dismetta o liquidi Foucault. Però a volte si ha davvero l’impressione che la profondità della sua analisi del neoliberalismo non sia assunta fino in fondo.

Va comunque detto che Lazzarato reagisce all’interpretazione della governamentalità che è prevalente negli studi anglofoni (per esempio Paul Rabinow o Nikolas Rose). Ed è una cosa che in effetti facciamo anche io e Brett Neilson: ecco un altro punto di contatto. Coglie poi un altro punto – sul quale questi studi anglofoni giocano esplicitamente – che possiamo ormai dare per assodato: nel 1978-1979 Foucault è piuttosto affascinato dal neoliberalismo. Di conseguenza, in alcuni passaggi del corso – di nuovo: ricordiamoci che era un corso – l’enfasi critica è meno presente che in altri luoghi del suo lavoro. Si tratta di una serie di elementi che andrebbero tenuti assieme.

Chiudo con una battuta: Foucault ci impone di parlare di neoliberalismo e non semplicemente di neoliberismo. Questa distinzione – che, come è noto, esiste solo in italiano e che ha una storia precisa e risale al dibattito di inizio Novecento tra Croce ed Einaudi – rimanda al confronto tra una categoria politica e una categoria economica. Ecco, il punto che vale ancora la pena di sottolineare, con Foucault, è che se proprio dobbiamo utilizzare questa distinzione, bisognerà enfatizzarne il lato politico e parlare di neoliberalismo a tutto tondo: è questa l’indicazione più feconda del concetto di governementalità neoliberalE.

[1] G. Deleuze e F. Guattari, L’anti-Edipo, Einaudi, Torino 2002 [1972], p. 297.

[2] Cfr. A. Fumagalli e S. Mezzadra (a cura di), Crisi dell’economia globale, Ombre Corte, Verona 2009.

[3] P. Klossowski, La moneta vivente, Mimesis, Milano 2008 [1970], p. 84.

[4] Cfr. M. Aglietta e A. Orléan, La violence de la monnaie, PUF, Paris 1982.

[5] Cfr. A. Orléan, Dall’euforia al panico, Ombre Corte, Verona 2010 [2009].

[6] Cfr. L. Fantacci, La moneta. Storia di un’istituzione mancata, Marsilio, Venezia 2005.

[7] S. Mezzadra e B. Neilson, Border as Method, or, the Multiplication of Labor, Duke University Press, Durham 2013.

[8] A.L. Stoler, Race and the Education of Desire. Foucault’s History of Sexuality and the Colonial Order of Things, Duke University Press, Durham 1995.

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