La recente conclusione della vicenda giudiziaria della strage di P.za della Loggia a Brescia, il 28 maggio 1974 – 41 anni fa – stabilisce in modo chiaro la compartecipazione diretta di apparati dello Stato non solo nell’ideazione ma anche nella messa in pratica delle stragi che hanno insanguinato l’Italia negli anni ’70 all’interno di quella che è passata alla storia con il nome di “strategia della tensione”. Il compromesso storico di metà anni ’70 ne rappresenta la conclusione e sancisce l’inizio di quella normalizzazione sociale ed economica che lo stragismo si proponeva come uno dei suoi principali obiettivi.

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La recente sentenza della Corte d’Appello di Milano che, dopo 41 anni, ha individuato alcuni dei colpevoli della strage di Piazza della Loggia a Brescia (28 maggio 1974, 8 morti e 102 feriti), al di là delle sue implicazioni giudiziarie (peraltro non soddisfacenti) ed emotive (la soddisfazione dei familiari delle vittime, e non solo, per il fatto che finalmente si sia iniziato a dare un volto e un nome agli autori dell’eccidio), potrebbe e dovrebbe favorire una ripresa di interesse da parte degli storici su quel periodo di storia italiana che, molto impropriamente a mio avviso, è stato definito come “anni di piombo”. Un interesse necessario e doveroso, non solo dal punto di vista scientifico, ma anche sociale, visto che, come ha ricordato Monica Galfrè, gli anni Settanta sono diventati «una sorta di passato che non passa rispetto al quale l’opera della magistratura sembra aver supplito al silenzio degli storici e, prima ancora, all’incapacità e alle strumentalizzazioni della politica, secondo una tradizione italiana di lungo periodo» . Certo le fonti giudiziarie e parlamentari sono ineludibili e necessarie ai fini della ricostruzione storica di un fenomeno come quello dello stragismo, e a tal riguardo rimando al sito http://www.fontitaliarepubblicana.it/. Tuttavia un intellettuale, come scrisse Pasolini, è colui «che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero» . Si potrebbe cominciare a dire, quindi, che la condanna di Maurizio Tramonte, militante del MSI, esponente di spicco di Ordine Nuovo, ma soprattutto confidente del SID (la fonte “Tritone”) dimostra non solo, come ha ricordato Benedetta Tobagi, che i servizi segreti italiani sapevano, non parlarono e depistarono , ma che di fatto parteciparono all’esecuzione della strage.

Una nuova dottrina della violenza di Stato

Si tratta però di inserire il fenomeno dello “stragismo di Stato”, della “strategia della tensione” nel suo giusto contesto internazionale e di riannodare i fenomeni che lo legano alla storia italiana precedente e successiva. Il secondo dopoguerra non fu solo l’epoca della stabilizzazione economica del capitalismo, ma anche di una profonda crisi sociale e culturale e di violenti conflitti interni ai Paesi (capitalisti, ma anche socialisti) ed internazionali: dal “Movimento del ’68”, che mise sotto accusa la “società dei consumi” e l’autorità costituita (accademica, aziendale, familiare, statale, di partito, ecc.), alle rivoluzioni anticoloniali (Cuba nel 1959, Algeria nel 1962, ma soprattutto la guerra in Vietnam, conclusasi nel 1975 col ritiro delle truppe nordamericane); dal “Maggio francese” alla “Primavera di Praga”, fino ai colpi di Stato (sebbene di segno opposto fra loro) in Grecia, Cile e Portogallo; dalla morte dei fratelli Kennedy e di Martin Luther King negli USA a quella di Ernesto “Che” Guevara in Bolivia.

È un contesto in cui entrò in crisi la concezione liberale dell’uso della violenza come extrema ratio e il principio della politica che governa la violenza, mentre avanzò un’idea di violenza ingiustificata ed indiscriminata, con la tendenza, da parte dei governi, a una reazione conservatrice che alimentò il presunto “disordine” dei conflitti sociali che si voleva controllare o sedare. Si ricostituirono quindi corpi di polizia privati, si dotarono le forze di polizia di elmi, scudi e armature, soprattutto ricominciò l’utilizzo della tortura e fece il suo esordio l’impiego di gas lacrimogeni o stordenti, di proiettili di gomma, ecc.

La tortura non fu, però, l’unica manifestazione di questa violenza indiscriminata di Stato, e forse neanche quella politicamente più significativa, sebbene moralmente più ripugnante. Come ebbe a scrivere Hobsbawm, l’«intervento militare indipendente in politica», in Occidente fu «un sintomo dell’interruzione dei normale processi della politica, […] un segno che lo status quo non può più contenere pressioni rivoluzionarie o dirompenti» . In Francia nel 1968 si era andati molto vicini ad un epilogo di questo tipo, con l’appello all’esercito da parte di De Gaulle contro gli studenti.

In altri Paesi, però, si andò oltre: basti pensare, solo per fare gli esempi più famosi, al “Golpe dei colonnelli” del 1967 in Grecia, a quello cileno capeggiato dal generale Pinochet nel 1973, a quelli argentini del 1962, 1976 e 1981.

Golpismo e stragismo in Italia

Se in Europa la difesa del capitalismo di fronte alla crisi del primo dopoguerra assunse la forma dei regimi fascisti (Italia, Germania, Spagna), quella del secondo dopoguerra, poteva avere come modello quello teorizzato dai Chicago Boys e da Milton Friedman, cioè un’amministrazione di tecnocrati svincolati da qualsiasi controllo democratico attraverso una dittatura militare, come insegnavano le vicende greca, cilena e brasiliana.

Per molti anni l’Italia fu in bilico sul crinale fra democrazia rappresentativa borghese e dittatura militare: oltre che i sanguinosi episodi della strategia della tensione (Piazza Fontana nel 1969, Gioia Tauro nel 1970, Peteano nel 1972, Questura di Milano nel 1973, Piazza della Loggia e Italicus nel 1974), si ebbero almeno quattro progetti golpisti: 1) quello ideato nel 1964 dal presidente della repubblica Mario Segni e dal generale De Lorenzo, denominato “Piano Solo”; 2) quello elaborato e diretto dall’ex comandante della X MAS Junio Valerio Borghese, il cosiddetto “Golpe Borghese” del 1970; 3) quello dell’organizzazione segreta neofascista Rosa dei Venti, scoperto dalla magistratura nel 1973; 4) e infine quello pianificato dal conte Edgardo Sogno, dal repubblicano Randolfo Pacciardi e dal giornalista Luigi Cavallo, scoperto nel 1974. Il fatto che un regime apertamente autoritario ed antidemocratico fosse un’ipotesi ritenuta non peregrina da ambienti politico-militari reazionari dell’epoca è dimostrata dall’esistenza di altre famigerate organizzazioni segrete (sulle quali non mi dilungherò), fra le quali spiccano Gladio e la Loggia massonica P2 di Licio Gelli.

Anche in questi casi non è particolarmente interessante seguire l’iter giudiziario di questi quattro tentativi (quasi sempre conclusosi con assoluzioni, ridimensionamenti, invocazioni del segreto di Stato), quanto cercare di capire come mai strategia della tensione, golpismo, commistione fra ambienti militari e del neofascismo italiano ebbero una (in questo caso indubbia) mortale diffusione nel nostro Paese.
È possibile individuare quattro cause principali:

1. L’interruzione di una normale dialettica politica, dovuta a mio avviso non tanto a presunti pericoli di rivoluzione sociale (che, nonostante un livello altissimo di conflittualità sociale e politica fra le classi, non fu mai in quel periodo all’ordine del giorno), ma soprattutto all’incapacità delle forze politiche o di gruppi di potere di sanare contraddizioni interne laceranti. Fu questo sicuramente il caso del Piano Solo nel 1964, quando le contraddizioni, nella DC e a livello istituzionale, fra Segni e Moro sulle sorti del governo di centro-sinistra fecero pensare alla possibilità di un “governo tecnico” composto da militari e guidato dal generale dei carabinieri De Lorenzo (da lì quel “tintinnar di sciabole” espresso da Pietro Nenni).

2. La violazione di interessi specifici di casta di vasti ambienti militari o di polizia, della burocrazia statale e para-statale, della magistratura che passarono indenni le pseudo epurazioni dei primi anni della Repubblica. Basti pensare al fatto che su 64 prefetti in servizio nel 1960, ben 62 erano già stati funzionari sotto Mussolini.

3. Il fatto che la rivoluzione sociale non sia mai stata, nei fatti, all’ordine del giorno, non significa che la paura del “disordine” non avesse minato la sicurezza di una certa parte della società, quella che dall’ordine basato su una chiara forma di dominio di classe aveva ricavato guadagni, prestigio, stabilità. Ciò portò quest’ultima ad invocare “legge e ordine” e di ciò si fecero paladini non solo l’MSI di Almirante, ma anche i “Comitati di Resistenza Democratica” di Edgardo Sogno, il “Fronte Nazionale” di Junio Valerio Borghese, il partito monarchico di cui fu esponente anche parlamentare il generale De Lorenzo.

4. Di fronte ai tentativi di modernizzazione e di democratizzazione capitalistica dei primi governi di centro-sinistra e alle esplosioni sociali prima studentesche e poi operaie (biennio 1968-’69), infine a provvedimenti governativi o svolte istituzionali ritenute troppo progressiste (come nel caso del referendum sul divorzio o dello Statuto dei Lavoratori), i settori sociali o politici conservatori, sentitisi minacciati, auspicarono, quando non richiesero apertamente, che le forze armate si “schierassero” politicamente.

Il compromesso storico: la normalizzazione del conflitto con altri mezzi

L’intervento militare in politica, ci ricorda sempre Hobsbawm, non è però un processo automatico che, una volta messo in moto, non possa più essere fermato. Esso ha tre agenti principali:

le forze armate che lo fanno, i politici e la burocrazia la cui disponibilità ad accettarlo lo rende possibile, e le forze politiche, ufficiali o non ufficiali, che possono fermarlo o farlo fallire. Infatti il successo di un colpo di Stato dipende essenzialmente dalla passività dell’apparato statale esistente e della popolazione. Se uno o entrambi di essi resistono, può ancora vincere, ma non come colpo di Stato .

In Italia, nel ventennio 1960-1980, ci fu un apparato statale fondamentalmente passivo, quando non apertamente schierato con i progetti di svolta autoritaria, certamente non così si può dire della “popolazione”. La straordinaria “stagione dei movimenti” che si era aperta nel 1968, le importanti conquiste economiche, sociali e politiche del movimento operaio, la crescita elettorale del PCI, alla cui sinistra si trovavano invece importanti e radicate organizzazioni rivoluzionarie extra-parlamentari, lo stesso fenomeno della lotta armata a sinistra (che non ebbe eguali in Occidente), dimostrò l’impraticabilità di una strategia golpista per risolvere la crisi economica e sociale del Paese in modo reazionario.

Fu così che le forze politiche ufficiali cambiarono decisamente strada (pur non senza ostacoli e resistenza, come dimostrano la P2 e la strage di Bologna del 1980). Già in una serie di articoli pubblicati nel 1973 sulla rivista “Rinascita”, Enrico Berlinguer aveva lanciato la proposta del “compromesso storico” fra DC, PCI e PSI. Di fronte ai pericoli di svolta reazionaria, si trattava, secondo il segretario del PCI, di fare fronte comune con quelle forze politiche espressione di gruppi e ceti sociali che avrebbero potuto simpatizzare per i lavoratori (e quindi ostacolare progetti autoritari), qualora si fosse abbassato il ritmo e la portata delle richieste di cambiamento sociale a livelli “accettabili”. Per il gruppo dirigente comunista, il movimento operaio sarebbe dovuto essere il nucleo di un governo laburista e progressista, visto come il miglior rappresentante della “nazione” contro i principali nemici del “progresso” che invece andavano isolati. Berlinguer proponeva quindi, nella migliore delle ipotesi, una specie di nuovo “fronte popolare” o, ancora meglio, di “nuovo CLN”.

L’impostazione berlingueriana conteneva alcuni “vizi di fondo”, come li ha definiti Ginsborg :

1. Da una parte ci si illudeva di costruire un’alleanza progressista con una forza politica, la DC, che nei primi trent’anni di storia repubblicana aveva occupato ogni ganglio nella macchina dello Stato. Non solo, buona parte del suo gruppo dirigente locale e nazionale era compromesso sì, ma proprio con quelle forze golpiste e neofasciste che il PCI voleva combattere (si pensi ancora a Segni, o al Cossiga di Gladio, o al crocevia di tutte le cosiddette “trame oscure” di questo paese, comprese quelle mafiose, che risponde al nome di Giulio Andreotti).

2. Il “movimento operaio” a cui si riferisce Berlinguer è quello rappresentato e incarnato dalle sue organizzazioni storiche, il PCI appunto e i sindacati; ma proprio in quegli anni emergeva e si diffondeva il settore precario, marginalizzato, disoccupato, disgregato, del proletariato giovanile, che non poteva che rigettare, anche violentemente, gli appelli all’austerità e ai sacrifici, fatti proprio da Berlinguer e da Lama.

3. L’accordo preconizzato dai dirigenti del PCI era infine un accordo di vertice fra due partiti politici che non erano certo degli esempi di democrazia interna e di tolleranza nei confronti delle voci critiche.

4. Infine, la strategia del compromesso storico non aveva alcuna sostanza dal punto di vista dell’elaborazione teorica e politica marxista (in realtà non ne ebbe da alcun punto di vista), e, proprio per questo, non faceva i conti col processo di crisi del movimento operaio occidentale e delle sue organizzazioni che stava già colpendo la Gran Bretagna e la Francia, con l’emorragia di iscritti, il rifugio nelle dimensioni private e la diffusione di punti di vista egoistici e corporativi.

I governi della ”astensione” e di “solidarietà nazionale” che si succedettero fra il 1976 e il 1978 furono tutto l’opposto di quanto inizialmente dichiarato da Berlinguer, andando ben oltre la “moderazione” delle richieste salariali, welfaristiche e politiche di parte operaia, e diventando gli strumenti della normalizzazione capitalistica dopo un ventennio di elevata conflittualità sociale permanente. Al tempo stesso, come ricordato da De Luna, esso ebbe un impatto devastante sul piano della “diseducazione morale” della propria base e del proprio corpo militante (ci si poteva tranquillamente alleare col nemico), mentre rilanciò la pratica secolare del trasformismo nella politica italiana, sulla base del quale il PCI iniziò la sua lenta metamorfosi che lo avrebbe portato, attraverso la svolta della Bolognina e poi la nascita del PD, ad introiettare quella stessa politica di “occupazione” istituzionale che nella prima repubblica aveva fatto il punto di forza della DC .

Conclusioni

In conclusione, quindi, non è azzardato dire che golpismo e strategia della tensione da una parte, compromesso storico dall’altra, divennero due tempi e due facce di uno stesso processo che aveva come obiettivo quello di disinnescare e normalizzare un conflitto sociale che, in una fase di profonda crisi economica come quella degli anni Settanta, fu il più significativo di tutto l’Occidente. Possiamo però provare ad aggiungere qualcosa di più. Lo strumento dello stragismo sembra essere stato derubricato dalle élites politico-economiche nostrane, forse proprio per l’assenza di un conflitto sociale anche solo lontano parente di quello di quarant’anni fa. Le sue ultime manifestazioni risalgono ormai a vent’anni fa, alle “stragi di mafia”, molte altrettanto oscure di quelle a matrice fascista degli anni Settanta, frutto anche lì dell’interruzione della normale dialettica politica che nei decenni precedenti aveva permesso ai gruppi mafiosi dominanti, attraverso i propri interlocutori e rappresentanti politici nella DC, di aumentare a dismisura il proprio potere economico in cambio di un controllo politico del territorio in funzione anticomunista. Dialettica che, col crollo dell’URSS e dei regimi dell’Est europeo, e con la crisi dei partiti “costituzionali” in Italia, necessitava di essere ridefinita. Al contrario, la crisi del movimento operaio novecentesco e l’involuzione PCI-PDS-DS-PD ha contribuito all’avvento di un nuovo dispotismo democratico, venato da tratti populistici e carismatici. Proprio il PD è oggi il prodotto “finale” del compromesso storico, basato su una visione del rapporto fra politica e cultura, fra astrazione e concretezza, fra massa ed individuo, improntato al trasformismo, al darwinismo sociale, all’assenza di qualsiasi norma etica o morale.

Di fronte all’allargamento dello scarto fra – citando Gramsci – “governanti e governati” apertosi proprio alla fine degli anni ’70 grazie al “compromesso storico”, per rilanciare e far rinascere un’opzione di rivoluzione sociale nel nostro Paese sarebbe invece necessario oggi operare in primis una rinnovata analisi di carattere materiale della società italiana e di questo nuovo dispotismo democratico, oltre che delle trasformazioni sociali e politiche delle quali esso è causa ed effetto, aprendo al tempo stesso una riflessione seria ed aperta per uscire dai vecchi schemi interpretativi e organizzativi novecenteschi.

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