Pubblichiamo qui la traduzione, ad opera di Manuela Costa, di un articolo apparso originariamente in lingua spagnola su El Diario lo scorso 23 Ottobre. Ringraziamo Franco Berardi Bifo per la segnalazione. 

Caro D.,

Nella tua email chiedi “come pare, da vicino, quanto accade in Catalogna”. Beh, ne sono certamente prossimo più di te, ma non credere che per questo [la situazione] mi appaia chiara. E ti dirò inoltre che anche gli amici che ci vivono stentano a capire. Quindi, forse non è una questione di distanza, ma la difficoltà è “la cosa” (così il giornalista Guillem Martínez ha intitolato una serie di cronache che ti consiglio).

Condivido alcune intuizioni elaborate da Madrid, da dove arrivano forti scosse. Non sono nemmeno ipotesi, solo congetture che non oserei rendere pubbliche (perché “la cosa” non consente di fare domande, tuttalpiù di “schierarsi”). Nel privato però possiamo continuare a farne. Partendo da questo presupposto, spero che ti serva a qualcosa leggerne (a me senz’altro il solo fatto di scriverne). Non darmi troppo peso (già t’immagino: “non serve che me lo dica!”) e naturalmente sì, chiedi, leggi, ascolta più che puoi.

Disagio

In sintesi: subiamo attacchi sul piano economico, rispondiamo su quello politico. Già qualcosa di simile è accaduto con il 15M e Podemos. Mi spiego: credo che l’indipendenza attuale abbia più a che fare con gli squassi delle vite messe in ginocchio e il rigetto del sistema politico spagnolo che con il nazionalismo catalano.

Vederla così cambia tutto.

Questa percezione dovrebbe essere corroborata, ovviamente, con dati, osservazioni e fatti. Mi limito al momento a tre/quattro punti.

Si stima che nella Diada del 2010 (celebrazione che restituisce la cifra del consenso sul sovranismo catalano) si siano registrate circa 15.000 persone. 10.000 nel 2011. La cifra raggiunge il milione nel 2012. Ergo, la questione identitaria in Catalogna non raccoglieva consensi in numero sensibile fino al 2012. Che succede tra il 2011 e il 2012? Il movimento 15M, la prima risposta organizzata del disagio alla crisi e la sua durissima gestione neoliberista (tagli, ecc.). Il carburante dell’indipendenza dal 2012 è il malessere determinato dalla crisi e il desiderio di cambiamento “divergente”.

Non credo che tu possa capire altrimenti senza riferimento alla crisi economica e al 15M. I temi esemplari del nazionalismo (l’idioma, il peso della storia, il particolarismo culturale, ecc.) resistono perlopiù come ‘rumore di fondo’. Molto più presente e vivo è il rifiuto del sistema politico spagnolo, arrogante e sordo, indifferente alla base e refrattario a qualsiasi riforma, indipendentemente dal consenso sociale che sia capace di muovere (penso per esempio nell’Iniziativa legislativa popolare promossa dalla piattaforma Afectados por la Hipoteca nel 2013 a favore della datio in solum, la sospensione degli sfratti ed il canone sociale).

Un sistema politico che durante questi anni di crisi ha applicato spietatamente le misure di austerità ordinate da Bruxelles, rivelatesi strutturalmente corrotte – nient’altro che una cinghia di trasmissione tra politica e finanza… ma l’intero sistema politico lo è – e ha rigettato duramente il dissenso di piazza quand’anche pacifico (con violenze della polizia, sanzioni, leggi-bavaglio, ecc.).

Insisto: naturalmente c’è una base importante del nazionalismo catalano storico, ma quello che mi sembra “specifico” dell’ascesa indipendentista oggi è la difficoltà indotta dalla crisi e il rigetto del sistema politico spagnolo. La confusione tra la questione nazionale-territoriale e la questione democratica (“la chiamano democrazia ma non lo è”) spiega, a mio avviso, la convivenza in strada di soggetti così diversi. Particolarmente visibile nel giorno della disobbedienza del 1° ottobre. Si parla anche di “indipendentismo non nazionalista”. È il caso di molti amici coinvolti nel 15M – fino a due giorni fa totalmente estranei a questioni identitarie. Un indipendentismo insospettabile.

Efficacia

Perché questo malcontento si incanala nella via indipendentista e non attraverso percorsi più simili al 15M? Preferisco non vederlo in termini di “manipolazione”. Credo che sia più una questione di “efficacia”; molti intravedono nella via indipendentista una potenziale riuscita nella frattura con il sistema politico spagnolo, anche a costo di mandar giù molti rospi (coloro che ieri applicavano i tagli in Catalogna sono gli alleati di oggi).

Questi i tre argomenti sostenuti:

È una strategia. Nel 15M vivevano invece una serie di pratiche, locali e localizzate, ma non una visione sistemica.

È sostenuta dalla classe politica catalana. Si pensa che i politici abbiano finalmente gli strumenti per attuare alcuni cambiamenti e che sia un suicidio voltare le spalle come il 15M a suon di “non ci rappresentano”.

S’è fatta strada l’idea di un’indipendenza senza costi, come un cambiamento che non richieda trasformazioni cruciali (al contrario del 15M) che, in larga misura, possano essere delegate.

Condivisibili o no, sono istanze su cui riflettere – e da non rigettare – comunque ci si dichiari interessati al cambiamento sociale.

Noi e loro

Cosa accade quando il desiderio di cambiamento e di rottura si articola in una chiave nazionalista (benché strategicamente)? Alcune cose che puoi immaginare, altre hanno a che fare con la nostra storia locale. Il primo problema è il “noi” e il “loro” che se ne ingenera.

I simboli nazionali (nonostante una recente – e banale – querelle) non possono essere piegati alle circostanze, ma sono intrisi di storia, di esperienze e di emozioni. Il “popolo catalano” come soggetto di cambiamento lascia fuori chi non vi si riconosca. Non ne deriva un incoraggiante ed inclusivo “noi”, piuttosto un’identità dai confini non duttili.

In Catalogna la metà dei catalani ne farebbe volentieri a meno, terrorizzata com’è da un cambio di nazionalità. Al di fuori, la questione gode di poca – o nessuna – simpatia. A Madrid, per esempio, siamo andati in piazza per mostrare solidarietà contro la repressione e per chiedere “dialogo”, ma nient’altro. Non ci si ritiene coinvolti in un processo comune. E l’isolamento è un fattore di debolezza.

Il quadro nazionalista sposta il focus dal “cosa” verso il “chi”: il problema non sono più le banche, i media, la repressione o l’oligarchia, ma i banchieri, i media, le forze dell’ordine e gli oligarchi spagnoli. Quello che era “comune” – le vite al tempo della crisi e il rifiuto del neoliberismo – si spacca e si perde articolandolo in chiave sciovinista.

Spanishness

La situazione ha rilanciato una “spanishness” che non avevamo mai visto in decenni: né durante la crisi economica (l’opposto di quello che sta succedendo in Europa), né dopo l’attacco ferroviario dell’11 marzo 2004 (al pari di quanto accaduto  negli Stati Uniti con l’9/11 del 2001). Neanche in momenti al calor bianco – come il rapimento del consigliere del PP Miguel Angel Blanco da parte dell’ETA – i fascisti sono stati ammessi a partecipare alla protesta madrilena, ne ho vivo il ricordo. Ora la facciata di casa mia – come tutta Madrid – è vestita di bandiere spagnole. Inquietante.

Detto tra noi, non ritengo che il proliferare di bandiere equivalga puntualmente ad un rafforzamento del sentimento nazionalista. Mi spiego: questo rilancio non ha alcun costrutto, si fonda solo sull’esigenza del governo centrale del “pugno duro” (invece del porgere la mano o del “dialogo”) e su emozioni condivise per “la Roja” (la nazionale di calcio spagnola, i cui successi negli ultimi anni si devono al Barça di … Guardiola!).

La bandiera codifica dei disagi molto contemporanei: l’incertezza esistenziale in tempo di crisi e la domanda di ordine e stabilità. Questo è il contenuto effettivo e sostanziale dell’attuale spanishness. Non troverete gli elementi religiosi, marziali o eroici del nazionalismo spagnolo “classico”. La paura e l’urgenza securitaria è quanto s’invoca, non già la nostalgia di una Spagna imperiale o simili. Questo penso.

Reality Check

In questi giorni niente è come sembra. Ecco perché la situazione appare tanto contorta. Non esiste di fatto il nazionalismo catalano, piuttosto il rifiuto del sistema politico spagnolo. Non è esattamente “spanishness”, ma un timido desiderio di ordine e normalizzazione nella globalizzazione. Non esiste un “franchismo vs democrazia”, né una “oligarchia dal volto umano”, tantomeno un’Europa in potenziale rilancio. Le figure della realtà sono scollate dalla materialità, ovunque ci sono illusioni ottiche, simulacri.

Nondimeno, dal 1 °ottobre si sono posti a verifica alcuni abbagli dell’indipendenza:

– Da una parte, nel corso delle manifestazioni, la diversità (la divisione? Il trend? La situazione?) della società catalana. Non esiste “un” popolo, ma almeno due. Questa polarizzazione alimenta la strategia repressiva del PP.

– Dall’altra, è emerso che non possa esserci “indipendenza senza costi”. Le aziende e le banche stanno cambiando sede (per non lasciare la zona UE) e valutano di abbandonare la Catalogna in via definitiva.

Improvvisamente “il potere reale” s’è manifestato e con questo una domanda serpeggia: si accetterebbe di vivere più poveri ma in una Catalogna indipendente? Qual è l’orizzonte del compromesso e del desiderio?

– Infine, i politici che “detengono le chiavi” del cambiamento fanno i propri calcoli (non attendono solamente ai mandati popolari) e improvvisano anche con molta ingenuità (irresponsabilità?), sperando ad esempio in un intervento salvifico dell’Europa. Insomma, quella che mi pare dimostrare la propria inadeguatezza oggi (come accaduto con Podemos) è l’immagine del cambiamento sociale come “assalto al cielo”: un cambiamento radicale dall’alto, anche se fondato su mobilitazioni dalla base; epico e istantaneo; la vittoria piena sul nemico; un cambiamento di cui basti parlare perché si renda effettivo (si dichiara l’indipendenza…ed eccola!)

Impasse

Adesso? Nessuno sa dirlo, io men che meno. Gli amici più ottimisti credono ancora che si possa “trascendere” ciò che accade: radicalizzare il “diritto a decidere” per arrivare a “decidere tutto” (avvicinandosi a un’idea di democrazia simile a quella di 15M: democrazia quotidiana, democrazia del fare, democrazia reale); o radicalizzare il timido processo di riforma costituzionale che sembra aprirsi per sviluppare un vero e proprio “processo costituente” in cui ridefinire dal basso le regole della vita in comune (incluso l’affrancarsi o meno della Catalogna). Uscire uniti da “questa” Spagna piuttosto che lasciare la Spagna.

Gli amici più scettici restano silenziosi, preferiscono non fare massa critica, non essere manipolati da logiche sentite come estranee, logiche di fazioni e conflitto, processi molto astratti senza una connessione definita con la materialità della vita quotidiana. Vedremo.

In ogni caso, l’indipendentismo mi sembra un’impasse. I nostri disagi e i desideri di cambiamento richiedono nuove mappe e strumenti, e tuttavia continuiamo a orientarci con quelli vecchi. Riceviamo un attacco sul fronte economico e rispondiamo su quello politico (agguantare il potere, fondare un nuovo Stato); la politica non decide più nulla.

Sostenitori del 15M o di Podemos, ovvero indipendentisti dell’ultima ora… Tutti dobbiamo pensare profondamente al neoliberismo in cui si stagliano le nostre vite. Quel potere che non si candida, ma vince tutte le tornate e governa le istituzioni senza esserne stato mai investito. Quel potere che non è esattamente un “regime politico”, ma un sistema sociale che attraversa tutta l’esistenza (un “mondo” come alcuni dicono). Un potere non alieno, che riproduciamo in mille gesti e decisioni quotidiane (il server su cui abbiamo i nostri account, la scuola che scegliamo per i nostri figli, la banca in cui depositiamo i risparmi, ecc.). Un potere anonimo e silenzioso che non si palesa nella versione semplificata della realtà che i media offrono ogni giorno, con la loro necessità ‘hollywoodiana’ di lavorare su personaggi, plot e azioni (Ferreras che mette la colonna sonora alle notizie…).

Come si sfida quel potere, come può essere fermato? Dobbiamo ripensare radicalmente il cambiamento sociale: un processo lento e a lungo termine, non subitaneo e epico; un cambiamento declinato nelle pratiche quotidiane, non un ‘D’ day; una trasformazione non enunciata e tuttavia costruita, in cui “l’altro” che non ci è affine non sparisce ma impariamo a conviverci.

Beh, mi fermo qui. Che ne pensi di questo caos? Vorrei sentirti.

Continuiamo a pensarla allo stesso modo.

Ti mando un forte abbraccio,

A.

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