Questo articolo è stato aggiornato diverse volte nelle ultime settimane per tenere conto degli sviluppi di politica nazionale, regionale e comunale che coinvolgono l’ILVA di Taranto. Il moltiplicarsi pressoché quotidiano dei posizionamenti politici, strumentali specialmente in un momento di campagna elettorale come l’attuale, impedisce tuttavia di tenere conto delle “ultimissime”. Resta inteso che nulla nella situazione complessiva risulta – purtroppo – mutato rispetto a questa appassionata testimonianza di Franco Oriolo. 

L’interessante intervento di Giorgio Griziotti relativo all’ intervista di Anna Stiede a Bifo, e, tra l’altro, l’ottimo intervento di Andrea Fumagalli e Cristina Morini sul reddito di base incondizionato, mettono in  luce le condizioni in cui ci troviamo in termini di sfruttamento.

Personalmente ritengo che  le analisi sul capitalismo cognitivo e sulla sua distanza dai corpi siano una chiave di lettura fondamentale per capire, in maniera precisa, le realtà diversificate che subiamo.

Vivo a Taranto, dove le problematiche relative a salute e redditualità sono insopportabili. Tuttavia, per quanto si intraveda, di tanto in tanto, una presa di posizione mobilitativa dei cittadini, in contrapposizione alla fabbrica nociva, non si riesce assolutamente  ad individuare dei percorsi che vadano a chiarire, nella sua interezza, il problema. Problema relativo, ovviamente, all’imposizione di un modello di sviluppo legato allo sfruttamento di esseri umani e ad un “ambiente a basso costo”, che non ha mai tenuto conto delle prerogative e peculiarità della gente e del territorio.

Un territorio sempre ricattato dal “lavoro” (sfruttato) come unica fonte di reddito.

L’Arsenale Militare, la nuova Base Navale NATO in Mar Grande, le raffinerie ENI, l’insediamento dell’industria siderurgica, hanno sempre funzionato in tal senso, creando un indotto di consensi per una redditualità da lavoro che ha puntualmente garantito ben più cospicue ricchezze, economiche e politiche.

Non a caso, i poteri decisionali a Taranto passano attraverso la massoneria e la delinquenza – producendo equilibro, tra consenso della popolazione e forze politiche, nonché dell’ordine.

Lo spettro del “lavoro” richiesto dalla cittadinanza (di cui una parte ha chiaro che si tratta solo di un puro ricatto reddituale) cerca di consolidarsi come condizione essenziale di vita a prescindere.

Quindi come condizione  “accettabile” ed essenziale, per far fronte ai bisogni economici – non solo di cura (soprattutto), ma anche di morte. Che differenza c’è, d’altra parte, tra la morte e la sofferenza per inquinamento ambientale e quelle  causate dalla guerra?

Da qui la considerazione che tale spettro (un lavoro ormai residuale nei processi produttivi) sembri agire come prerogativa essenziale per una condizione accettabile di vita.

D’altra parte sindacati, mass media e alchimie elettorali in corso dimostrano quanto ciò sia redditizio in termini di consenso.

Forse si potrà pensare che il condizionamento ci sia sempre stato attraverso mezzi di comunicazione e clientele, ma oggi, grazie alle invasive mediazioni tecnologiche, credo che assuma un aspetto ancora più capillare di quanto in passato abbia prodotto. La differenza è relativa anche agli ambiti autonomi di agibilità sociale ed economica che sono cambiati in uno spazio-tempo del lavoro/vita che il potere del capitale tende a sussumere totalmente (sussunzione vitale). Oggi, considerando che tutta la vita è messa a valore, i dispositivi tecnologici non fanno altro che intersecarsi ancora più profondamente nei corpi,  producendo valori e aspettative ben diverse da quelli di cui ci sarebbe bisogno. Producendo surrogati di appagamento, legati ad una produzione di sovranità sempre più invadente. Al punto che siamo parte attiva di questo modo di disciplinare e rendere asservite le nostre vite.

L’Ilva è stata acquisita definitivamente da Arcelor Mittal (Marcegaglia-Mittal) [1] con la partecipazione di diversi istituti bancari, tra cui Banca Intesa e Cassa Depositi e Prestiti. Persino Emiliano, presidente della regione Puglia, ha proposto di entrare nel gruppo di acquisto con un esiguo capitale d’investimento finanziario (5%) come Acquedotto Pugliese (in crisi anch’esso), ponendosi come “controllore” (sic) sui percorsi delle procedure ambientali prescritte, al fine di salvaguardare la salute dei cittadini. Ovviamente tutta la solita manfrina sulla responsabilità politica delle istituzioni locali – in vista della prossima tornata elettorale!

Un’acquisizione, questa, che puzza di speculazione finanziaria, considerando che da qui a pochi anni l’acciaieria verosimilmente chiuderà [2], com’è avvenuto per altri complessi simili in Europa e in particolare in Francia,  comprati da Arcelor Mittal soprattutto per ottenere sovvenzioni e poi smantellati.

Per tale vendita, il governo ha emesso più decreti al fine di privilegiare l’acquisto, soprassedendo a condizioni di produzione ancora inquinanti. Proponendo, e qui la cosa è paradossale, di risolvere la questione inquinamento attraverso inutili ed inadeguati provvedimenti, quali la copertura dei “parchi” minerari. Eufemismo linguistico che sembra fatto apposta per evocare significati “positivi” come per esempio un parco dei divertimenti o un parco ecologico. In sostanza questo “parco” è un accumulo di rifiuti tossici, fanghi e polvere derivanti dalle lavorazioni Ilva, oltre che residui di ferro, carboni, e quant’altro – raccolti per terra nel perimetro della fabbrica, depositati da sempre a cielo aperto ed esposti alla dispersione nei giorni ventilati [3].

Il contenzioso aperto da Regione e Comune, i quali hanno avanzato ricorso presso il Tar di Lecce, muove proprio dai tempi di copertura – che in un primo momento [4] sarebbe dovuta essere effettuata entro il 2023, mentre le istituzioni locali hanno richiesto tempistiche più brevi. Questo è in sostanza il contenuto della questione.

Ad oggi, la notizia “strombazzata” di un quotidiano locale informa dell’esecuzione a breve della copertura dei “parchi” minerari e del sopralluogo effettuato dai sindacati (CIGL,CISL,UIL,USB) presso la fabbrica siderurgica di Gand, in Belgio, di proprietà ArcelorMittal. Un entusiasmo sindacale che, secondo il quotidiano, rasenta persino una forma di autogestione da parte degli operai. Gli operai, secondo i sindacati, parteciperebbero persino alla gestione della pulizia nell’impianto ed anche al WCM (acronimo di world class manufacturing), vale a dire, una partecipazione responsabile alle attività produttive che ha l’obiettivo di controllare e ridurre i costi. La fabbrica di Gand,   la cui estensione metà  di quella di Taranto, è posta a ridosso di un canale, molto distante dal centro abitato, in un contesto climatico dove piove in media 200 giorni all’anno.

Quindi, nessun ripensamento sul disastro dell’insediamento industriale tarantino tanto velenoso.

È evidente, tra l’altro, che tali minerali hanno influito sull’inquinamento della falda acquifera pregiudicando tutto il circondario. Pertanto risulta del tutto inutile, come previsto dagli accordi, procedere alla sua copertura.

Da tempo, in città, il sindaco emana l’ordinanza del “Wind Day”.[5] Vale dire: quando il vento, provieniente dai quadranti Nord e Ovest, raggiunge la velocità di 7 metri al secondo, gli abitanti dei Tamburi, quartiere a ridosso della fabbrica, sono costretti a chiudersi in casa evitando di aprire porte e finestre per arieggiare casa. Anche le scuole, ripetutamente, sono costrette a chiudere per tale pericolosità. [6]

Nonostante la situazione paradossale, non si riesce a portare avanti una mobilitazione efficace per salvaguardare salute pubblica e reddito, svincolati dallo sfruttamento del lavoro salariato.

Le paventate contrapposizioni tra cittadini e lavoratori vengono poste come irrisolvibili proprio perché il lavoro diventa prerogativa essenziale per la vita di tutte/i.

Ambientalisti e un gran numero di associazioni – sensibili, a quanto sembra, al problema – propongono la chiusura dell’industria partendo dalla necessità di bonificare tutta la zona interessata, coinvolgendo i lavoratori stessi. Tuttavia, tale proposta viene ritenuta poco credibile dagli stessi operai della fabbrica e dall’indotto – perché da essa non emerge alcuna reale alternativa di vita (umana ed ambientale, produttiva e riproduttiva) accettabile. [7]

Da un censimento [8] dell’ottobre 2016, risulta un’impennata di malattie respiratorie per i bambini che abitano vicino all’Ilva – residenti nel quartiere Tamburi, +26% nel quartiere Paolo VI l’esposizione alle polveri industriali è responsabile di un +4% di mortalità, in particolare +5% mortalità per tumore polmonare, +10% per infarto del miocardio. Per effetto dell’So2 (anidride solforosa) industriale si registra un +9% di mortalità, nello specifico +17% per tumore polmonare e +29% per infarto del miocardio. Entrambi gli inquinanti sono responsabili di nuovi casi di tumore del polmone tra i residenti (+29% Pm10 +42% l’So2).

Sindacati e politici concordano sul fatto che la chiusura non possa e non debba avvenire fino a quando non saranno recepiti i finanziamenti statali ed europei da parte degli acquirenti.

In tale contesto, diventa sempre più difficile proporre percorsi di autonomia produttiva, o perlomeno incrementare sperimentazioni in tal senso.

Persino nelle realtà antagoniste della città, a fronte di una progettualità sociale/economica autonoma, i/le compagne/i sono talvolta disponibili/costretti a farsi assumere dalle aziende in condizioni precarie e sottopagate.

È da questo punto di vista che l’agire politico incontra non poche difficoltà qui a Taranto – nella sua interezza, stigmatizzato da un ormai organico criterio di centralità del lavoro – in esaurimento, ma pur sempre usato come grimaldello per asservire, offuscare, reprimere.

In tale contesto, per quanto ancora parziale, l’esperienza locale di NonUnadiMeno aiuta a comprendere, nei percorsi e nelle proposte, in che maniera siamo costrette/i a subire coscientemente e/o inconsapevolmente tale violenza e disciplinamento. Dopotutto, il percorso femminista ci ha dato sempre modo di chiarire gli aspetti inaccettabili della gerarchizzazione sociale dei corpi. È dai corpi che bisognerebbe ripartire, considerando quanto siano diventati tossici ed utili soltanto per essere sfruttati e non predisposti per soddisfare bisogni e desideri.

Nei vari percorsi organizzativi delle realtà pugliesi antagoniste, ho sempre posto la centralità dei corpi per intraprendere percorsi efficaci e partecipati. Evidenziando la criticità di forme di lotta vertenziali e parziali, ormai inefficaci, che non producono alcun chiarimento sulla nostra subordinazione di vita allo sfruttamento. Ovviamente la mia proposta mirava ad aprire, prioritariamente, una seria progettualità verso un reddito di base incondizionato, ma non è stata accolta.

Resta l’isolamento, e talvolta, la tristezza per questa incapacità  a valutare e combattere le condizioni in cui viviamo.

 

Note

[1] Viene aggiudicato il prezzo di vendita per un miliardo e 800 milioni. Su una linea di credito dalle banche di 5 miliardi. Presupponendo comunque impiego di risorse pubbliche per investimenti ambientali, e un periodo di “affitto” di 12 mesi per poi realizzare l’esecutività dell’acquisizione. Al momento tutto in stallo a seguito del ricorso da parte di Regione e Comune.

https://ilmanifesto.it/lilva-alla-cordata-arcelormittal-marcegaglia-ma-la-procedura-sara-lunga/

http://www.ilsecoloxix.it/p/economia/2017/05/27/ASLUTcbH-vendita_arcelormittal_offerta.shtml

[2] La produzione mondiale di acciaio risulta essere sempre più contenuta. Nel 2015 sono stati prodotti 63,7 miliardi di tonnellate, di cui soltanto il 67.5% figura come utilizzato. Il tasso di utilizzo della produzione del 2014 si attestava a al 70,9%.

[3] https://www.peacelink.it/ecologia/a/44622.html .

[4] http://bari.repubblica.it/cronaca/2018/01/17/news/taranto_wind_day_chiusura_scuole-186657949/ .

[5] http://www.gruppoilva.com/it/press-release/2017-06-16/i-commissari-straordinari-di-ilva-hanno-raggiunto-un-accordo-con-am .

[6] A seguito di tale problema, il Sindaco, in data 24 gennaio 2018, ha emesso un ordinanza che obbliga ad Ilva, nei giorni di Wind Day, di bloccare alcuni reparti di produzione, al fine di garantire l’apertura delle scuole, nei giorni ventilati, fino alle 12,30. Ad oggi 26 gennaio 2018, ci sono stati undici giorni di Wind Day dall’inizio dell’anno in corso. Tra l’altro dai rapporti dell’ARPA Puglia tra il 23 e il 25 ottobre, nonché il il 27 e il 28 novembre scorso, c’è stato un incremento significativo di Pm10 pari a 200 microgrammi al metro cubo. Da considerare che il Ministero dell’Ambiente prescrive un limite di 40 microgrammi, contrariamente a quanto prescritto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità che limita la presenza di Pm10 a 20 microgrammi per metro cubo. (Notizie riportate a pag.10 e 11 sul Quotidiano di Puglia del 25/1/2018).

[7 ] Le esperienze cittadine, legate all’ambito associativo, hanno sempre dimostrato che la funzionalità di tali esperienze, siano predisposte per rafforzare l’indotto dei finanziamenti istituzionali locali clientelari. Se non proprio, per molti di loro, da corridoio privilegiato per elezioni amministrative.

[8] http://www.today.it/cronaca/ilva-taranto-studio-salute-malattie.html .

 

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