In Europa, le migrazioni sono ormai ridotte a terreno di propaganda, indifferente alla vita e ai destini delle persone direttamente coinvolte, ridotte al silenzio o, nel migliore dei casi a fastidio di cui liberarsi. È evidente quanto accade con la politica delle migrazioni nell’Unione Europea. Essa vede tutti gli Stati e governi d’accordo sulle questioni di fondo, mentre le differenze, i litigi, come spesso li definiscono i giornalisti, riguardano questioni secondarie, di dettaglio, importanti per la schermaglia politica e comunicativa ma non per gli aspetti di fondo.

Per le persone migranti è ormai diventato impossibile entrare in maniera legale nei paesi dell’Unione Europea, se non si è ricchi o se non si chiede protezione internazionale. Le strade sono sbarrate. L’Unione Europea ha adottato una politica basata su tre pilastri: (1) rimpatri; (2) rapporti di collaborazione specifica con i paesi terzi interessati dalle rotte migratorie per effettuarne il controllo (la cosiddetta esternalizzazione delle frontiere); (3) progetti pilota per la migrazione legale e revisione della Carta blu UE, rivolti esclusivamente a lavoratori altamente qualificati e capaci di garantire, come riconosciuto esplicitamente e senza finzioni dalla Commissione europea nel Novembre 2017, «che gli Stati membri possano contare sulla forza lavoro di cui hanno bisogno, quando ne hanno bisogno».

Nell’ultimo decennio si è organizzato uno specifico regime delle migrazioni, caratterizzato da una serie di qualità particolari. In primo luogo, il confronto con l’instabilità delle aree di emigrazione, transito e immigrazione connessa con la moltiplicazione delle guerre di diversa intensità e forma. In secondo luogo, l’emergenza e affermazione di nuovi bisogni di liberazione e, quindi, di nuove lotte che si esprimono anche attraverso la mobilità spaziale, soprattutto nelle aree nord e centrali dell’Africa. In terzo luogo, la moltiplicazione delle frontiere e, quindi, delle modalità di estrazione di ricchezza dalle persone migranti (dai viaggi alla tratta, dalle nuove forme di schiavitù alle modalità differenziate di accesso al lavoro), che ha costruito un insieme di mercati migratori caratterizzati da specifici servizi, tra cui quelli connessi al controllo migratorio alimentati dalla domanda degli Stati.

Un processo di medio periodo

Questo nuovo regime è partito dal Processo di Rabat avviato nel 2006 ed è stato sistematizzato attraverso il Processo di Khartoum iniziato nel 2014 e nell’Agenda europea delle migrazioni del 2015. Le sue linee strategiche sono orientate a introdurre crescenti filtri ai processi migratori. Esse individuano il blocco quasi totale della mobilità lungo la cosiddetta rotta balcanica, attraverso un accordo con la Turchia siglato il 18 marzo del 2016, e dispongono nel Sahel e in Libia la costruzione di campi e accordi intergovernativi (dunque, ben prima della visita del Ministro dell’Interno italiano in Libia del 25 giugno), mediante i quali ampliare il controllo e la criminalizzazione preventiva delle persone sotto l’etichetta delle migrazioni irregolari, oltre che sviluppare nuove politiche neocoloniali interessate al controllo militare ed economico di quei territori…

È in questa prospettiva che va compresa la proposta del Presidente francese Emmanuel Macron di aprire Centri di accoglienza in Africa avanzata alla fine di agosto 2017, anticipata e poi seguita dal Governo italiano con un insieme di scelte politiche orientate a ridurre gli arrivi, che hanno nell’area del Niger e, appunto, in Libia, un punto di riferimento centrale. È in questa prospettiva che bisogna interpretare tutto lo pseudo dibattito in corso nelle istituzioni europee: un dibattito che condivide l’assunto fondamentale – guerra alle persone migranti – e si differenzia al suo interno solo su temi di rilevanza minore. L’unico tema centrale su cui non c’è accordo è quello che riguarda il vincolo alla mobilità interna all’Europa per i richiedenti asilo nel Regolamento di Dublino III. Il suo superamento, proposto più volte dai governi italiani e, soprattutto, dai movimenti delle persone migranti e solidali, non è preso in considerazione dai governi, ed è ovviamente fortemente osteggiato da quelli ultra nazionalisti, a cui risulta particolarmente, e paradossalmente, vicino il Governo italiano a guida Matteo Salvini.

Il restringimento delle possibilità di accesso nello spazio dell’Unione Europea mediante le richieste di protezione internazionale, mentre nei fatti le possibilità di ingresso attraverso vie ordinarie sono chiuse, espone le persone alla permanenza forzata in Libia e alla ricerca di altre rotte sempre più insicure, gestite dall’iniziativa dei trafficanti. Questo ha delle probabili ulteriori conseguenze in termini di vite umane, come dimostra l’incremento del tasso di persone morte sul totale delle persone arrivate nel Mediterraneo nel 2018 in confronto agli anni precedenti, secondo i dati dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati.

Giù la maschera coloniale dell’Europa

Questa scelta delinea una politica migratoria dell’Unione Europea, confermata nell’Agenda europea del 2017 e nelle previsioni per il 2017-2019, che tende a spostare sempre più dentro le aree del continente africano il controllo diretto delle migrazioni, governando quei territori come interni all’Unione Europea: tanto è vero che tutta questa politica viene guidata dai ministri dell’Interno, e non degli esteri, come i casi di Marco Minniti e Matteo Salvini esprimono chiaramente. Questa politica si è consolidata anche se, in apparenza, ogni Stato europeo ha agito negli ultimi anni in autonomia. In realtà, le scelte differenziate, ad esempio tra i paesi del cosiddetto Gruppo di Visegrad e la Germania e l’Italia, sono solo su questioni secondarie (tranne che, come detto, per quanto concerne i vincoli alla libertà di circolazione delle persone richiedenti asilo previsti nel regolamento di Dublino) e si sono determinate mentre si produceva la convergenza verso una strategia europea unica.

Le politiche italiana ed europea verso le migrazioni sono divenute politiche di contrasto e filtro, esercitate mediante accordi con governi autocratici o privi di garanzie sui diritti delle persone, come quello turco e quello libico. La selezione viene effettuata con politiche flessibili di gestione delle frontiere, le quali, in realtà, non sono mai del tutto chiuse. Esse funzionano come membrane che, a seconda di diverse esigenze, economiche e politiche, delle società di arrivo, lasciano passare le persone in maniera variabile e differenziata nel tempo. Dal 2016, la membrana si è andata restringendo in modo ulteriore rispetto al passato, con le relative politiche ed i discorsi utili per sostenere tale restringimento, allo scopo di rendere sempre più difficili le migrazioni e produrre futura manodopera sempre più indebolita per una serie di settori economici, e non solo per quelli con minori livelli tecnologici: una forza lavoro con la testa bassa, che ringrazia chi la fa entrare nell’economia continentale, nella peggiore classica tradizione colonialista dei paesi europei, Italia compresa.

Si tratta, dunque, di una politica migratoria neocoloniale e contro il mondo del lavoro, che persegue l’obiettivo non solo di controllare e filtrare la mobilità umana sempre più all’interno del continente africano, ma anche di ottenere manodopera migrante docile da utilizzare per ammansire ancora di più tutti i lavoratori. È questo il disegno strategico complessivo dell’Italia e dell’Unione Europea, per il quale la guerra ai migranti è (anche) guerra al lavoro autonomo precario e salariato e in questa guerra chi è precario e contro le migrazioni tale resta, con in più l’indicazione di un nemico sbagliato con cui prendersela. È questo il disegno strategico da far saltare, mettendo insieme gli interessi del lavoro subordinato (salariato e autonomo), rompendo le linee di divisione razziale giocate da nazionalismi e sovranismi, a solo vantaggio delle imprese.

Immagine in apertura: Jason deCaires Tyler, zattera di Lampedusa (Raft of Lampedusa), Museo Atlàntico, Lanzarote

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