Pubblichiamo un intervento di Federica Giardini, in fase di pubblicazione all’interno del volume a cura di Marco Gatto, Marx e la critica del presente (1818-2018) per la casa editrice Rosenberg & Selliern.

 

Premessa

Quale uso fare di Marx per un’analisi del contemporaneo? La forma della domanda dice della posizione teorica e militante da cui guardo alle tesi marxiane. In effetti, da questa posizione non si tratta di avanzare una domanda sulla continuità di un interesse, bensì di articolare le ragioni di un approdo. Marx compare infatti oggi come interlocutore all’interno di un percorso – quello del femminismo e del femminismo della differenza – che da Marx, e non solo, aveva preso drastiche distanze già negli anni Settanta[1], in nome di un’autonomia che respingeva una presunta questione femminile come variabile dipendente della lotta di classe e che mirava alla produzione di concetti e quadri analitici originali.

Sulle ragioni di questo approdo ho già avuto modo di dire, in riferimento alla contrapposizione tra le categorie di dominio e di sfruttamento nell’analisi critica della società[2]: se negli anni Ottanta e Novanta è prevalso il concetto di dominio – che nel dibattito filosofico politico si è manifestato attraverso la diffusione di un “Foucault senza Marx”, dove le analisi socio-economiche dello sfruttamento erano soppiantate da quelle della costituzione e riproduzione dei rapporti di potere –  a oggi arriva a maturazione l’intento di una rilettura marxista di Foucault[3], quando non la riproposta della stessa categoria di sfruttamento[4].

Nel pensiero femminista, per altre vie ma in risposta a una diagnosi analoga, fin dalla fine degli anni Novanta la preminenza delle analisi centrate sulla categoria di dominio mostrava forti segni di esaurimento. Mentre negli Stati uniti questa urgenza ha portato a mettere in questione il rapporto tra analisi mosse dal fine o del riconoscimento o della redistribuzione delle risorse per arrivare alla critica dell’approccio «culturalista» alla giustizia[5]; in Europa lo spostamento di prospettiva ha comportato una riconsiderazione delle ragioni che nei decenni precedenti avevano contrapposto il femminismo della differenza, da una parte, e il femminismo materialista o la rielaborazione critica femminista di Marx, dall’altra[6]; un cambio di prospettiva che oggi si esprime nella decisa ripresa della questione cardinale della riproduzione da parte del movimento transnazionale di Ni Una Menos-Non Una di Meno[7].

Il secondo ordine di ragioni della ripresa di una interlocuzione con Marx fa capo alla necessità di una riappropriazione critica, e anche affermativa, del campo dell’economia politica, che entri in conflitto con l’attuale modello sotteso alle analisi e alle policies economico-politiche; un modello caratterizzato da un’idea unilaterale quanto ai metodi – l’economia che da scienza sociale si fa, o pretende di essere, scienza esatta, esauribile in modelli matematici – e quanto alla rappresentazione dei rapporti sociali – una società ridotta ad aggregato di individui mossi dalla pulsione a massimizzare il proprio utile. In questa prospettiva, la questione del valore si è delineata come un nodo significativo, là dove – negli sviluppi critici delle formulazioni marxiane, come anche nelle letture più recenti – appare come una trasposizione dei problemi già affrontati attraverso la coppia concettuale del dominio e dello sfruttamento. Il nodo del valore sembra infatti prestarsi a considerazioni sociali ed economiche al contempo, a formulare cioè una critica del potere e una critica dell’economia capitalistica, senza risolvere o ridurre l’una nell’altra. Così infatti appaiono numerose ricerche di diversa provenienza: dal ritorno di un’economia morale, imperniata sulla nozione di debito[8], all’elaborazione di una «bioeconomia»[9], fino alla ripresa della nozione di sfruttamento centrata sulle metamorfosi della forza lavoro[10].

 

La questione del valore. Crisi e nuovi sviluppi delle tesi marxiane

A uno sguardo ravvicinato, appare come negli ultimi decenni è stata riservata un’attenzione crescente alla questione del valore nel pensiero marxiano. Un’ampia parte della letteratura iniziale sul tema è di ordine critico, generata dalle metamorfosi sociali e produttive che impongono la verifica della tenuta della nozione di «lavoro astratto» e della relativa concezione del valore quale «forma sociale storicamente determinata»[11]. Una riconsiderazione che arriva a diagnosticare la «crisi della legge del valore»[12] – che è insieme crisi del comando e crisi della misura – quando non la crisi del «valore-forza lavoro»[13] e la «crisi del valore di scambio»[14] – crisi cioè della nozione di merce-lavoro, che fonda la possibilità del valore di scambio. Lo spettro così articolato di una condivisa diagnosi di crisi delle tesi marxiane sul valore è stato preceduto dalle critiche femministe che ne hanno rilevato il punto cieco, quello relativo alle attività riproduttive. Se, nel quadro della crisi del valore di scambio, viene sviluppata una «critica del valore-dissociazione»[15], mostrando cioè come la formazione del valore preveda, per quanto tacitamente, la dissociazione tra attività produttive e riproduttive; in Italia questa operazione di elaborazione dei processi di valorizzazione delle attività riproduttive proviene dalle lotte per il salario al lavoro domestico[16].

Tuttavia, più recentemente, l’approccio marxista alla questione del valore ritorna in quelle analisi che mettono al centro dell’attenzione i processi di valorizzazione nel quadro della questione ecologica. Troviamo così una reinterpretazione ed estensione del nesso marxiano tra valore e natura[17], oppure la formulazione di quella che potremmo definire una “economia politica della natura”, attraverso nozioni come la «rendita climatica»[18] o il «valore metabolico»[19], fino alle analisi che si collocano all’intersezione tra processi di messa a valore delle attività riproduttive e delle risorse ambientali[20].

Ora, in che modo queste prospettive, che registrano le metamorfosi del Capitale, aggiornano l’uso degli strumenti marxiani rispetto alla questione della formazione del valore?

 

La misura in questione

Nella prospettiva delle attività riproduttive, il valore viene a costituirsi in un rapporto problematico con la questione del lavoro astratto, o in altri termini, con la possibilità di una sua quantificazione nel quadro della definizione del valore di scambio e della sua traduzione in denaro (salari e prezzi).

Mentre infatti l’analisi di Roswitha Scholz mira a liquidare la questione del valore, come questione che presuppone un’oggettivazione delle attività in quantità di lavoro astratto e della relativa attribuzione di valore, a partire dalla diversa prospettiva compendiata da Leopoldina Fortunati, appare come la difficoltà a iscrivere queste attività nei processi di messa a valore della forza lavoro, raddoppi in realtà l’appropriazione di plusvalore – tali attività riproduttive si presentano infatti sia come condizioni del valore della forza lavoro, sia come costo non corrisposto della riproduzione della stessa. In questo senso, assumere le attività riproduttive come punto di partenza dell’analisi amplia la questione del lavoro vivo, quale fonte di ogni valore, nel verso di un margine di attività che – pur ponendosi come condizioni necessarie ai processi di valorizzazione – rimangono invisibili, non arrivando a costituirsi nemmeno come forza lavoro. Queste attività umane possono dunque essere ascritte all’ambito delle «condizioni naturali» del valore; il valore ha sì una fonte ma, più che essere incarnata in un soggetto e nelle sue capacità, va intesa come condizione al contempo storico-sociale e più che antropologica[21]. Ora, questa indicazione ci permette di cogliere l’epoca in cui viviamo come epoca di rinnovata appropriazione di plusvalore assoluto – l’acquisizione cioè di nuovi campi umani su cui innestare lo scambio squilibrato tra appropriazione di plusvalore e contropartita in denaro[22]. La misura salariale non solo si mostra particolarmente efferata rispetto alle condizioni di sussistenza, ma appare anche in tutta la sua insufficienza, quando implica la pretesa di concepire ogni attività umana come lavoro quantificabile.

D’altra parte, però, stiamo assistendo agli sviluppi di una nuova organizzazione sociale e lavorativa basata sul disciplinamento delle attività produttive. Questo ambito di analisi critica, affrontato con strumenti di derivazione foucaultiana, viene costituito oggi come il campo articolato delle attività di governo delle condotte pubbliche secondo un rinnovato principio di misurabilità[23], che si situa tra la quantificazione e la normazione: si tratta della nascita di “nuove contabilità”, ovvero dell’aspirazione a guadagnare nuovi campi umani alla misurazione del lavoro in quanto astratto. Come lavoratori dell’università ne abbiamo presenti con vivezza le torsioni e forzature – la resistenza cioè che le attività, cognitive, intellettuali o immateriali che dir si voglia, fanno alla quantificazione – e per altro verso ne abbiamo presenti gli effetti del tutto palpabili in termini non solo di dominio e disciplinamento, ma anche di sfruttamento. La messa a valore si costituisce infatti attraverso equivalenze che non sono solo di tipo quantitativo – segmenti (del tempo) della produzione/unità in denaro – ma anche di tipo codificativo, cioè attraverso la costituzione giuridica di unità commensurabili. In altri termini, il ritorno della questione della messa a valore e dello sfruttamento del lavoro si presenta attraverso una ridefinizione dell’equivalenza generale, e dunque del valore di scambio che – là dove non può più realizzarsi attraverso il solo calcolo delle unità temporali di lavoro prestato – si traduce nella misurabilità a mezzo diritto[24]. Abbiamo così una indicazione di rilievo per un aggiornamento della critica dell’economia politica: potere ed economia concorrono in modo diverso alla stessa impresa di costituzione di nuove fonti di profitto, rispettivamente attraverso la codificazione e la quantificazione.

A mettere in connessione le due dimensioni delle condizioni del valore e della rinnovata impresa di misurazione delle attività umane interviene il duplice significato di riproduzione cui fa capo l’appropriazione di plusvalore. Da una parte, questa appropriazione si esercita su quanto serve alla forza lavoro per riprodursi; d’altra parte, il plusvalore viene accumulato ai fini della riproduzione del Capitale. Ora, in questa duplice prospettiva, si constata come mentre la riproduzione della forza lavoro viene compressa in termini sia quantitativi, di equivalenza in denaro, sia politico-sociali, in termini di reddito indiretto, cioè nei termini dell’erosione dei diritti sociali; di converso la riproduzione del Capitale gode di una drammatica cogenza e priorità. Quel che nella letteratura critica è stata di volta in volta definita come «finanziarizzazione del capitale»[25] o «divenire rendita del profitto»[26], salta la mediazione delle attività produttive ma si estende alle proprie condizioni di riproduzione, cioè alla stessa configurazione dei rapporti sociali e dei processi di riproduzione sociale[27]. La finanziarizzazione del Capitale presenta cioè una reistituzione delle fonti del profitto che, pur saltando il passaggio per le attività produttive, arriva a incidere sulle condizioni della messa a valore, cioè sull’organizzazione politico-sociale delle attività vitali, della riproduzione dell’umano come specie.

 

Le “condizioni naturali”, tra plusvalore assoluto e nuove misure

La ricezione consolidata del pensiero marxiano sul rapporto tra valore e natura ha sottolineato la dipendenza di quest’ultima dalle capacità produttive umane – la natura entrerebbe nel circuito del valore solo attraverso l’intervento e la trasformazione operati dalla produzione[28]. Ma, nelle nuove letture critiche dei processi contemporanei, assume un rinnovato rilievo l’impostazione che alla questione viene data nei Manoscritti economico-filosofici, là dove la “natura” si presenta non come dimensione separata ma anzi come un termine che include anche l’umano in quanto specie, dotata di disposizioni e bisogni. In questo quadro, natura forza lavoro diventano la fonte di ogni valore, dove la prima compare come “condizione naturale della produzione”[29].

Come già per le analisi sulle attività riproduttive, la questione del valore si presenta secondo un versante duplice: da una parte, l’estensione incondizionata della messa a valore, dall’altra l’apertura di nuovi processi di astrazione e dunque di criteri di misurabilità.

La nozione di «estrattivismo»[30] porta infatti a visibilità i modi in cui il profitto si eserciti oggi saltando le mediazioni delle attività produttive in un nuovo e diverso significato: l’umano viene ascritto rispettivamente all’ambito della specie – quando le sue capacità produttive e generatrici di valore si estendono fino a includere le stesse funzioni vitali, a cominciare dalla capacità comunicativa fino a quelle della riproduzione fisiologica – e all’ambito delle risorse naturali, quelle cioè che ricevono valore solo in virtù del trattamento cui sono sottoposte, secondo la nuova analogia tra le attività estrattive di materie prime e il data mining. Per altri versi, la natura non umana appare come fonte di profitto in forme intensificate, non più solo a monte della produzione – in quanto condizioni ambientali favorevoli – ma anche a valle, quale recipiente di espulsione dei suoi scarti[31].

Ma, anche nel quadro di queste analisi, troviamo la costituzione di nuovi campi da sottoporre al criterio della misurazione, ovvero dell’equivalenza generale. Sotto i diversi titoli della green economy, dei nuovi indicatori che mirano non più il PIL ma il BIL (benessere interno lordo), della valutazione e monetizzazione dei «patrimoni» (assets) culturali e naturali, si presenta infatti l’estensione extraumana della messa a valore, che riconfigura il concetto di natura come «natura sociale astratta»[32], predisponendola dunque all’entrata nel circuito di valorizzazione e di profitto. In modo ancora più cogente, le policies transnazionali che si confrontano con la crisi climatica hanno prodotto strumenti di finanziarizzazione dell’inquinamento, cioè la possibilità di immettere nel circuito del valore di scambio e dunque di monetizzare i tassi di emissioni di CO2[33]. Va sottolineato come, anche in questo caso, economia e diritto procedano nella stessa impresa di istituzione di nuovi equivalenti generali – sono le nuove misure giuridiche in materia ambientale a istituire il carbon credit come criterio di misurazione delle emissioni, come valore di scambio e come diritto all’emissione.

 

Conclusioni

La costellazione marxiana che articola la questione del valore appare dunque come un ambito che conosce un notevole rinnovo di interesse, come anche una forte impresa di reinterpretazione, al fine di cogliere criticità e alternative ai processi del capitalismo contemporaneo.

Sulla scorta di una diagnosi che porta alla fine della «legge del valore», a fronte delle metamorfosi delle attività produttive, il contributo femminista, che si centra sullo statuto complesso delle attività riproduttive, permette di cogliere quelle attività che vengono introdotte nel circuito della valorizzazione, anche quando non arrivano a essere formulate in termini di forza lavoro.

Per altro ma connesso verso, emerge la questione delle nuove forme di equivalenza generale, che eccedono la concezione strettamente quantitativa dell’economico, mostrando come la messa a valore e le fonti del profitto vengano reistituite all’intersezione dei campi giuridico ed economico.

Infine, dalle diverse prospettive dell’elaborazione femminista e delle nuove analisi in merito alla crisi ecologica, la questione del valore si riformula secondo una nuova attenzione rivolta alle condizioni, si presenta cioè come problema della “formazione” del valore, che appare come dipendente da dimensioni, attività, interazioni, preliminari e non riducibili alla produzione; si tratta di quelle dimensioni – sociali, antropologiche ed extra-antropologiche – che rendono possibile la costituzione stessa di una questione del valore.

 

Note

[1]«La lotta di classe è un regolamento di conti tra collettivi di uomini» dichiarano Carla Lonzi e Rivolta femminile nel loro Manifesto (Rivoltafemminile, Manifesto [1971], in Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel e altri scritti, Milano, et. al., 2010, p. 16).

[2]V. Federica Giardini, Dominio e sfruttamento. Un ritorno neomaterialista sull’economia politica, in Roberto Finelli, Adriano Bertollini (a cura di),Soglie del linguaggio. Corpo, mondi, società, Roma, Roma Tre Press, 2015, pp. 69-80.

[3]Cfr. Christian Laval, Luca Paltrinieri, Fehrat Taylan (sous la direction de), Marx & Foucault. Lectures, usages, confrontations, Paris, La Découverte, 2015. V. anche Pierre Macherey, Il soggetto produttivo [2012], Verona, Ombre corte, 2013.

[4]Ad es. Emmanuel Renault, Ressources, problèmes et actualité du concept d’exploitation, «Actuel Marx», vol. 63, n. 1, 2018, pp. 13-31.

[5]Nancy Fraser, Axel Honneth, Redistribuzione o riconoscimento. Una controversia politico-filosofica[2001], Roma, Meltemi, 2003; Nancy Fraser, Fortune del femminismo. Dal capitalismo regolato dallo Stato alla crisi neoliberista [2013], Verona, Ombre Corte, 2014.

[6]Sulla fine di tale contrapposizione, Federica Giardini, Anna Simone, Reproduction as Paradigm. Elements Toward a Feminist Political Economy [2015], in Maria Hlavajova, Simon Sheikh (eds.), Former West. Art and the Contemporary after 1989, Cambridge, Mass., The M.I.T. Press, 2017.

[7]Tra le principali autrici di riferimento, v. Silvia Federici, Il punto zero della rivoluzione. Lavoro domestico, riproduzione e lotta femminista[2012], Verona, Ombre corte, 2014; Verónica Gago, La Razón neoliberal. Economías barrocas y pragmatica popular. Buenos Aires, Tinta Limón, 2015.

[8]  Maurizio Lazzarato, La fabbrica dell’uomo indebitato. Saggio sulla condizione neoliberista [2011] Roma, Deriveapprodi, 2012.

[9]Cristina Morini, Andrea Fumagalli, La vita messa a lavoro: verso una teoria del valore-vita. Il caso del valore affetto, «Sociologia del lavoro», vol. 115, 2009, pp. 94-116; per altri versi, Brian Massumi, 99 Theses on the Re-evaluation of Value, Minneapolis, University of Minnesota Press,  2018 e George Henderson, Value in Marx. The Persistence of Value in a More-Than-Capitalist World, Minneapolis, University of Minnesota Press, 2013.

[10]Roberto Ciccarelli, Forza lavoro. Il lato oscuro della rivoluzione digitale, Roma, Deriveapprodi, 2018.

[11]V. Moishe Postone, Time, Labor, and Social Domination: A Reinterpretation of Marx’s Critical Theory [1993], Cambridge, Cambridge University Press, 2009; Idem, The Current Crisis and the Anachronism of Value. A Marxian Reading, in «Continental Thought and Theory: A Journal of Intellectual Freedom», vol. 4, n. 1, pp. 38-54.

[12]Antonio Negri, Valeur-travail : crise et problèmes de reconstruction dans le postmoderne, «Futur Antérieur», n. 10, 1992; Carlo Vercellone, Crisi della legge del valore e divenire rendita del profitto. Appunti sulla crisi sistemica del capitalismo cognitivo, in Andrea Fumagalli, Sandro Mezzadra (a cura di), Crisi dell’economia globale, Verona, Ombre corte, 2009, pp. 71-99.

[13]André Gorz, Metamorfosi del lavoro. Critica della ragione economica [1991], Torino, Bollati Boringhieri 1992.

[14]Per i lavori del gruppo Krisis, che si sviluppano a partire dalla tesi di Robert Kurz di una crisi del valore di scambio, v. Anselm Jappe, Les Aventures de la marchandise. Pour une nouvelle critique de la valeur, Paris, Denoël, 2003.

[15]V. Roswitha Scholz – anch’essa fondatrice del gruppo Krisis – Zum Begriff von Wert und Wert-Abspaltung inEadem,Das Geschlecht des Kapitalismus. Feministische Theorie und die postmoderne Metamorphose des Patriarchats, Bad Honnef, Horlemann, 2000, pp. 13-23.

[16]V. in particolare Leopoldina Fortunati, L’arcano della riproduzione. Casalinghe, prostitute, operai e capitale, Venezia, Marsilio, 1981; v. anche Antonella Picchio, Social Reproduction.The Political Economy of the Labour Market  [1984], Cambridge, Cambridge University Press, 1992.

[17]Jason Moore, Ecologia-mondo e crisi del capitalismo. La fine della natura a buon mercato, Verona, Ombre corte, 2015; Emanuele Leonardi, Bringing class analysis back in: assessing the transformation of the value nature nexus to strengthen the connection between degrowth and environmental justice, «Ecological economics», vol. 156, 2019, pp. 83-90. In questa direzione va anche la recente riedizione di Alfred Schmidt, Il concetto di natura in Marx [1962], Milano, Punto Rosso, 2017 (con una nuova introduzione di R. Bellofiore).

[18]V. Romain Felli, On Climate Rent, “Historical Materialism”, vol. 22, n. 3-4, 2014, pp. 251-280;  Diego Andreucci, Melissa García-Lamarca, et al.‘Value Grabbing’: A Political Ecology of Rent, «Capitalism Nature Socialism», vol. 28, n. 3, 2017, pp. 28-47.

[19]Metabolism compare come traduzione inglese dell’italiano «ricambio organico tra uomo e natura» (Stoffwechsel),utilizzato da Marx in Grande industria e agricoltura, in Il Capitale, vol. I, sez. IV, cap. 13, Roma, Editori Riuniti, 1973, p. 218. Per gli sviluppi recenti, v. in particolare, John B. Foster, Marx’s Theory of Metabolic Rift: Classical Foundations for Environmental Sociology, «American Journal of Sociology», vol. 105, n. 2, 1999, pp. 366-405 e Idem, Marx’s Ecology. Materialism and Nature, Monthly Review Press, New York 2000; Ariel Salleh, From Metabolic Rift to ‘Metabolic Value’: Reflections on Environmental Sociology and the Alternative Globalization Movement, «Organization & Environment», vol. 23, n. 2, 2010, pp. 205-219.

[20]V. Mary Mellor, Ecofeminist political economy, «International Journal of Green Economics», vol. 1, n. 1, 2017, pp. 139-150.

[21]L’espressione è presente in Karl Marx, Salario, prezzo, profitto [1865], Roma, Editori Riuniti, 1966, p. 63. Il riferimento, che in Marx rimanda alla fertilità e ricchezza del sottosuolo, è qui integrato con le attività fisico-sociali della riproduzione. V. infraLe condizioni “naturali” tra plusvalore assoluto e nuove misure.

[22]V. Karl Marx, Il Capitale, cit., I, sez. 3, cap. V.

[23]  Cfr. Pierre Dardot, Christian Laval, La nuova ragione del mondo. Critica della razionalità neoliberista[2011], Roma, Deriveapprodi, 2013, pp. 366-413. Sulla riapertura filosofica del problema della misura, rimando a Federica Giardini, La giusta misura. Breve contro-storia di una relazione senza rapporto, in Anna Simone, Federico Zappino (a cura di), Fare giustizia. Neoliberismo e disuguaglianze, Milano, Mimesis, 2016, pp. 57-66.

[24]Vanno in questa direzione le recenti riprese delle analisi di Evgeni Pashukanis – già presenti in Etienne Balibar, L’échange et l’obligation: le symbolique chez Marx, in Idem, La philosophie de Marx, Paris, La Découverte, 1993, pp. 68-70 – volte a cogliere le connessioni tra norma e «forma del valore» , cfr. Antonio Negri, Rileggendo Pashukanis: note di discussione, in Id., La forma stato. Per la critica dell’economia politica della Costituzione[1977], Milano, Baldini Castoldi Dalai, 2012. Per un aggiornamento della letteratura v. Idem, Postface2016, in Rereading Pashukanis: Discussion Notes, «Stasis», vol. 5, n. 2, 2017, pp. 42-49.

[25]Luciano Gallino, Finanzcapitalismo. La civiltà del denaro in crisi, Torino, Einaudi, 2011.

[26]Carlo Vercellone, La nouvelle articulation rente, salaire et profit dans le capitalisme cognitif, in «European Journal of Economic and Social Systems», vol. 20, n. 1, 2007, pp. 45-64.

[27]Coglie questo passaggio Nancy Fraser in La fine della cura. Le contraddizioni sociali del capitalismo contemporaneo [2016], Milano, Mimesis, 2017.

[28]In ripresa delle tesi di Adam Smith, per il quale la natura, non fabbricando nulla, non è sede di valore di per se stessa. Cfr. Karl Marx, Il Capitale, cit., I, sez. 3, cap. V, p. 196.

[29]Karl Marx, Salario, prezzo, profitto, cit.

[30]Raúl Zibechi, La nuova corsa all’oro. Società estrattiviste e rapina, Roma, Voci da Abya Yala-Recommon, 2016; Verónica Gago, Sandro Mezzadra, A Critique of the Extractive Operations of Capital: Toward an Expanded Concept of Extractivism, «Rethinking Marxism», vol. 29, n. 4, pp. 574-591; Sandro Mezzadra, Brett Neilson, On the multiple frontiers of extraction: excavating contemporary capitalism, «Cultural Studies», vol. 31, n. 2-3, 2017, pp. 185-204.

[31]Emanuele Leonardi, Bringing class analysis back in, cit.

[32]Jason Moore, Ecologia-mondo e crisi del capitalismo, cit..

[33]Romain Felli, On Climate Rent, cit.

 

Immagine di copertina: Vivienne Biggs, Vag Dens (1967)

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