Dal 14 al 16 novembre si è svolto alla New School for Social Research di New York il convegno internazionale “Digital Labor: Sweatshops, Picket Lines and Barricades”. Un titolo forte, che già la dice lunga sul taglio dell’incontro. Mettere insieme il lavoro digitale-cognitivo con le “fabbriche del sudore” (Sweatshops in inglese sta a indicare, infatti, i luoghi di produzione dove maggiore è il grado di sfruttamento della manodopera, termine originariamente nato per descrivere le condizioni di lavoro nelle fabbriche tessili dei paesi industrializzati e non) non è operazione di tutti i giorni. E aggiungere i termini “picchetti” e “barricate” già ci consente di individuare una possibile forma di resistenza.

Vi hanno preso parte circa750 studiosi, ricercatori, sindacalisti e militanti provenienti da tutto il mondo, la maggior parte esperti di sociologia della comunicazione. E’ impossibile riportare la ricchezza e la varietà del dibattito e delle proposte. Ciò che possiamo fare è delineare alcune linee di analisi.

In primo luogo, sottolineiamo che viene utilizzata la dizione “digital labour” (lavoro digitale). Non si parla di lavoro cognitivo ma di lavoro digitale, per indicare una sfera più vasta di quella contenuta nell’attributo cognitivo, non solo riferita alla sfera dell’attività cerebrale “pura” ma anche alla sfera del lavoro quantitativo e combinatorio di trattamento dati e informazioni, che oggi subisce il più elevato processo di standardizzazione delle procedure.

E viene usato il sostantivo labour e non work, come invece avviene nei progetti di ricerca europei (vedi ad esempio Cost project on “Dynamics of virtual work”. La differenza è significativa, dal momento che il concetto di labour (lavoro in Italia, travail in Francia e Arbeit in Germania) sta a indicare il lavoro che produce valore di scambio, quindi profitto o rendita, mentre quello di work, pur se in modo ambivalente, contiene anche la possibile produzione di valore d’uso. Il preferire il primo termine al secondo è già indicativo del taglio della discussione e come il tema dello sfruttamento e dell’estrazione/cattura di valore sia centrale.

In secondo luogo, proprio partendo da questa prospettiva, il convegno ha affrontato in misura diversa e tramite esemplificazioni concrete come il lavoro digitale possa essere soggetto sia a forme di sfruttamento “classiche”, riconducibili a processi di sussunzione reale del lavoro al capitale, che a forme di “spossessamento” (per usare un termine caro a David Harvey: “accumulation by dispossession”), caratterizzate dalla cattura a valle dell’attività lavorativa autonoma della cooperazione sociale e quindi più riducibili a processi di sussunzione formale.

In effetti, come numerose ricerche presentate al convegno hanno evidenziato, il lavoro digitale finalizzato a produzioni tendenzialmente immateriali (che comunque possono essere parti di una filiera anche materiale) è caratterizzato dalla simbiosi di processi di apprendimento e di rete, che acquistano “valore” (in senso capitalistico) solo nel momento stesso che si socializzano. Apprendimento e relazione sono i fattori costituenti della prestazione lavorativa, veri e propri fattori produttivi che si muovono sul crinale che vede da un lato il manifestarsi di un processo di autonomia e di autovalorizzazione, dall’altro l’acuirsi di processi di controllo, governance (più indiretta che indiretta) e eterodirezone. Da questo punto di vista, il lavoro digitale è espressione del comune (commonwealth), che è già di per se stesso valore d’uso potenziale ma non per questo è immediatamente valore d’uso effettivo. Laddove ciò si verifica, siamo allora in presenza di processi di autovalorizzazione – come in alcuni casi nel lavoro artistico o nel lavoro affettivo o nel lavoro simbolico quando viene svolto per la propria realizzazione (e qui è corretto riferirsi al work) – e la traduzione in valore di scambio, se avviene, si attua principalmente tramite processi di espropriazione del comune socializzato.

Ma contemporaneamente, proprio per l’intensità d’uso delle nuove tecnologie linguistico-comunicative, il lavoro digitale testimonia anche l’esistenza di immediata valorizzazione capitalistica nel momento in cui si svolge e non esclusivamente ex-post, a valle. Siamo, cioè, in co-presenza di processi di sussunzione reale e formale, la cui linearità spesso si traduce in non-linearità e interdipendenza dinamica. Per questo si può parlare, sinteticamente di processi di sussunzione vitale del lavoro digitale al capitale, intesa non semplicemente come somma, a seconda delle modalità e della tempistica, di sussunzione reale e formale, ma come fattore di cumulabilità, in cui non solo l’uno si fa in due, ma l’uno più uno fa più di due.

Il dibattito sulle forme di cattura del valore del lavoro digitale, tra processi di estrazione/espropriazione e processi di sfruttamento o una mistura dei due, è stato uno dei fili rossi che hanno innervato la conferenza. Non è scaturita una risposta univoca e le descrizioni e le analisi relative hanno interessato un vasto spettro eterogeneo di casi

Ciò che invece ha attraversato in modo abbastanza omogeneo molte presentazioni di studi è stato il tema della rappresentanza e dell’organizzazione delle lotte. Il punto di partenza, segnalato un po’ ovunque, è la necessità di “rendere visibile l’invisibile” (“make visible the invisible”). Si tratta di uno temi che è stato al centro del movimento “Occupy” negli Stati Uniti e tale esperienza ha rappresentato un banco di prova della capacità di organizzare i lavoratori digitali. Come è solito accadere nei convegni “radical” statunitensi, la praxis prende il sopravvento sulla mera “teoria” e numerosi sono gli esempi di embrioni di visibilità che tramite la rete vengono diffusi tra la cooperazione sociale: dal noto esempio delle Freelance Union di Sara Horowitz, da cui trae modello Acta in Italia, alle neonate associazioni per la remunerazione della partecipazione a Facebook, alle reti per l’analisi e l’organizzazione dei lavoratori della cultura, passando anche per esperienze internazionali (al cui interno un ruolo evocativo viene svolto dall’esperienza del processo Mayday, San Precario, Serpica Naro in Italia e dalle lotte degli intermittenti in Francia).

L’organizzazione qui viene intesa come strumento di visibilità e rappresentanza, ancora molto frastagliata e frammentata. Ma è un primo passo. L’aria che si è respirata era ed è molto più salubre di quella che si respira oggi in Europa.

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