Pubblichiamo una versione più ampia, rispetto a quella uscita su Alfabeta2, della ottima recensione di Stefano Lucarelli al libro di Andrea Fumagalli Grateful Dead Economy. La psichedelia finanziaria (Agenzia X Edizioni, Milano).  Qualcosa in più di una recensione su un libro che è qualcosa in più di un libro

* * * * *

 See this needle

Oh see my hand

Drop, drop, dropping it down

oh so gently

here it comes

touch the flame

Turn me up

won’t turn you away

Spin, spin

spin the black circle

 

1. Ho provato una certa emozione ad avere tra le mani Grateful Dead Economy. La psichedelia finanziaria, quella stessa emozione che si prova quando si sta per ascoltare un nuovo LP, e si accarezza il disco nero man mano che lo si fa uscire dall’involucro di cartone colorato – come cantavano i Pearl Jam in Spin the black circle.Non è solo per la fantastica immagine di copertina, dalla quale emerge uno strambo personaggio barbuto con quattro braccia e due gambe elastiche, fra le mani una mela viola appena rosicchiata, uno smartphone, una bella cannetta ancora da accendere e un bitcoinappena coniato.

C’è di più, perché questo libro – che si legge tutto di un fiato, e nel quale vivono le migliori idee di un attivista generoso e instancabile che fa l’economista accademico – è costruito su un’idea tanto originale, quanto intelligente: l’ideologia libertarian si è nutrita di controcultura. Nell’argomentare questa tesi, Andrea Fumagalli (classe 1959) coglie l’occasione per omaggiare uno dei grandi simboli della cultura alternativa made in USA: i Grateful Dead.

Così facendo stimola alcuni lettori a ricercare all’interno delle proprie esistenze altri episodi in cui la grande energia sprigionata dalla controcultura ha contribuito a salvare il capitalismo da se stesso, perpetuando al contempo forme inedite di valorizzazione e sfruttamento.

2. All’inizio degli anni Novanta mi aggiravo – come tanti – fra le strade delle città di provincia del centro Italia. Cercavo dei modi convincenti per esercitare una certa ostilità nei confronti dei poteri costituiti; fra questi era compreso il grande partito comunista, o quel che restava di esso, perché a Perugia, dove andavo a scuola, il disciplinamento proveniva da lì. Come da lì sembravano passare le opportunità di cambiamento, in un grande gioco delle parti che di fatto regolava le carriere dei “figli di famiglia”. Un sistema di potere che si ripeteva uguale a se stesso. Ero alle soglie dei vent’anni e mi piaceva la musica grunge più di ogni altra cosa. Immaginavo Seattle come un luogo in cui si respirava e si condivideva un certo coraggio. Mi piaceva l’idea di aprire gli armadi per cercar cappotti e cappelli che nonni, zii e genitori non mettevan più. E trovavo terribilmente affascinanti i grandi e caldi maglioni sformati che certe ragazze indossavano in barba alle marche, di fronte alla SIP. Provavo a tradurre le parole dei Nirvana e dei Pearl Jam, alla ricerca di una segnale che potesse scuotere me e i miei coetanei. Ne appresi delle belle, e cominciai a frequentar gente che aveva voglia di dire qualcosa con pochi accordi, molto rumore e parole nuove.  C’era un certo clima culturale che agevolava la voglia di ascoltare chi aveva da dir qualcosa, fuori dai discorsi preconfezionati. Chi ascoltava la musica grunge sentiva che occorreva prender le distanze dai ragionamenti lontani dal cuore, soprattutto quelli che si rifacevano alle categorie di un materialismo storico masticato e rimasticato, in fin dei conti complice del senso di alienazione su cui continuava a progredire una nuova logica dello sfruttamento.

Non voglio farla tanto lunga, ma è un fatto che sul finire degli anni ’90 il grido giunto da Seattle all’inizio del decennio si fece corpo: 1999 Seattle WTO protests, l’esordio di un nuovo ciclo di mobilitazioni sociali su scala globale.

Il pensiero critico riviveva: una generazione di ventenni disadattati (con tutte le ragioni per esserlo!), comunque capaci di reagire al grande processo di rimbambimento degli anni Ottanta, si ritrovava faccia a faccia con gente che aveva circa vent’anni di più, e che poteva mettere in campo un’altra colonna sonora capace di suscitare emozioni disalienanti.

Fu allora che incontrai a Milano chi mi consigliò di ascoltare i Grateful Dead mentre discutevamo di teorie del circuito monetario e di approcci neo-schumpeteriani all’innovazione: moneta e tecnologia sono le due istituzioni instabili del capitalismo, ma non bisogna mai perdere di vista le soggettività espresse dalla controcultura, e in primis dalla musica!

Quell’eretico dell’economia che non aveva problemi a pranzare coi suoi studenti e ad invitarli nei luoghi in cui la critica economica diveniva qualcosa di tangibile è l’autore del nostro libro.

3. Se – come scrive l’autore – i primi concerti dei Grateful Dead erano grandi feste libere in cui la musica psichedelica sembrava svolgere la funzione di una infrastruttura in grado di erigere una nuova civiltà, è comunque vero che quel senso di libertà condiviso in modo eterogeneo da una generazione di americani capace di mobilitarsi nei campus universitari contro la cultura dominante,pur conducendo ad una rottura col presente, aprì possibilità che solo raramente si tradussero in nuove forme di cooperazione comunitaria duratura. Ci furono le comuni, è vero, tuttavia la transizione alle comuni solo in alcuni casi e per periodi limitati fu capace di sviluppare una cultura dell’accoglienza, un sistema di mutuo aiuto (Fumagalli ricorda l’ospedale gratuito di Haight Ashbury, la Free Clinics), e forme diffuse di creatività capaci di istituzionalizzarsi. Fu comunque una realtà che emergeva non tanto dalle parole, ma dalle scelte di vita di musicisti che non si sentivano oggetto di business. Sebbene la rivista Forbes abbia definito recentemente Jerry Garcia lo Steve Jobs del rock’n’roll, la natura anti-sistemica dei Grateful Dead è testimoniata da molti avvenimenti, non riducibili ad episodi: su tutti il revolutionary intercommunal day of solidarity per le Black Panthers.

Quella musica, quel modo di suonare, di vivere e di far vivere le performance live, sono rese possibili da scelte non stanziali, ma nomadi. D’altro canto le esperienze comunitarie promosse e attuate dalle genti che hanno reso unico il fenomeno Grateful Dead non condussero alla possibilità di costruire un sistema di produzione non capitalistico in grado costantemente di produrre e gestire beni e servizi al di fuori delle logiche della proprietà privata. Anzi, proprio la spinta sovversiva e immaginifica che attraversò le coscienze dei giovani americani ispirò i business model che a partire dalla seconda metà degli anni Novanta fecero grande Seattle, ponendo le basi per un nuovo matrimonio fra strumenti finanziari e dinamiche innovative.

Ancora una volta sotto i nostri sguardi si articola, in una forma inedita, la scandalosa dinamica lotte di classe / sviluppo capitalistico.

Andrea Fumagalli cerca di riflettere lungo questo crinale, convinto che debba esserci una passaggio segreto che dalla controcultura conduca non solo alla creazione di nuove opportunità di impiego dei capitali privati che ciclicamente si trovano privi della linfa che ne garantisce la riproduzione allargata – il lavoro vivo di cui parla Marx nei capitoli centrali del I libro de Il Capitale – ma anche e soprattutto a una rivoluzione sociale ed economica. Una rivoluzione verso cosa? Cosa possiamo intravedere oggi se portiamo lo sguardo oltre l’orizzonte presente, oltre i confini,  verso le stelle?

Have you seen the stars tonight?

Would you like to go up on A-deck and look at them with me?

Have you seen the stars tonight?

Would you like to go up for a stroll and keep me company?

 Did you know

We could go

We are free

Any place

You can think of

We can be

4. Fumagalli tenta di introdurre all’interno della convincente rappresentazione della controcultura americana degli anni Sessanta e Settanta e del suo stravolgimento nell’ideologia libertarian alcune tracce di critica dell’economia politica. Ne derivano dei personalissimi Blows against the Empire.

Nelle ultime pagine di questo libro avvincente si sviluppa un ragionamento che apparirà senz’altro coraggioso e al contempo pericoloso. Una brezza di coraggio, se si leggono quelle parole ricordandosi che il Fuma è un militante che cerca infaticabilmente di dare voce ai germi di immaginario che vengono alla luce dal basso, in questa fase difficile e terribile in cui i movimenti sociali alter-globalisti si trovano. Un vento pericolosamente gelido, se ci si ricorda che quelle stesse parole le sta dicendo un esperto dell’economia politica critica, il prof. Andrea Fumagalli che si avventura in contesti borderline fra le riflessioni sulla denazionalizzazione della moneta di un nemico del socialismo (Friedrich von Hayek) e le sirene di una sharing economy che, dalla Sylicon Valley, emanano dolci melodie in cui la rivendicazione di un basic income si sposa perfettamente con nuove forme di sfruttamento: sono queste le metà oscure con cui fare i conti quando si cerca di affrontare in modo aperto un progetto di società che riesca a finanziare in modo autonomo i propri progetti di trasformazione dell’esistente.  Per questo l’espressione psichedelia finanziaria proposta da Fumagalli suscita in me il lieve malessere di un bad trip.

I saw the best minds of my generation destroyed by madness,

starving hysterical naked,

dragging themselves through the negro streets at dawn looking for an angry fix,

Angel-headed hipsters burning for the ancient heavenly

connection to the starry dynamo in the machinery of night […].

5. Come l’Howl di Allen Ginsberg, questo libro andrebbe recitato ad alta voce, sperando in reazioni coscienti per non abbandonarsi completamente e acriticamente alla psichedelia finanziaria che l’autore evoca.

Siamo nel pieno di un flusso di coscienza che cerca di piegare gli istinti predatori dionisiaci ad un apollineo che non deve esaurirsi in ordini indiscutibili. Siamo sul confine fra una mai realizzata economia della conoscenza (con le sue promesse di liberazione collettiva) e la dura realtà del capitalismo cognitivo (laddove invece i saperi espropriati divengono espliciti fattori di produzione e le attività umane da cui provengono non vengono riconosciute come attività lavorative da remunerare adeguatamente); un piccolo passo falso ci tramuterebbe in imprenditori di noi stessi pronti a vendere i nostri ideali, e le relazioni umane che su essi abbiamo costruito, a qualche corporation.

Il vagare di Andrea, che è anche il mio vagare, passa e ripassa per l’idea che la possibilità di dotarsi di un’autonomia finanziaria è condizione necessaria affinché la controcultura sia in grado di durare.

Il rischio di produrre modalità creative che si trasformano in nuovi modelli di business in grado di riproporre una nuova accumulazione originaria fa comunque paura. Per inciso è su questo che l’esperienza grunge“è stata suicidata dai sicari impalpabili dell’autosfruttamento e dell’autolesionismo, che hanno condotto più di uno a ripetersi nella testa “I hate my myself and I wanna die”.

Runny nose and runny yolk

Even if you have a cold still

You can cough on me again

I still haven’t had my fulfill

 In the someday what’s that sound?

Mi pare tuttavia evidente che la moltiplicazione di circuiti monetari alternativi – tra i quali beninteso vi sono esperienze assolutamente interessanti e ben fondate – come anche la coerenza maggiore che in futuro potrà assumere la richiesta di un reddito di base incondizionato, non riescano ancora a gettare delle basi salde. Le basi di una resistenza o – se preferite – di una sovversione antropologica, o quanto meno di un immaginario collettivo, che frenino il self-made man che fa capolino in ognuno di noi. Occorre pensare insieme entrambe le istituzioni instabili del capitalismo, moneta e tecnologia. Non basta aspirare all’autonomia finanziaria. Occorre agire in modo più consapevole le nuove tecnologie che noi stessi contribuiamo inconsapevolmente a valorizzare, per istituire una finanza al servizio dell’intelligenza collettiva. Grateful Dead Economy cerca di tessere umilmente trame incerte ma necessarie affinché si parlino tra loro pezzi di controcultura disabituati ad ascoltarsi. Qualche pagina di Grateful Dead Economy vi farà bene, ma non leggetelo da soli. Cominciate ad ascoltarvi, a parlare di un’altra società possibile. Che qualcuno di voi suoni nel mentre, oppure metta in sottofondo della buona musica … meglio se psichedelica.

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