Note sul paradigma della neurodiversità e l’articolazione delle lotte
Il testo è tratto dal volume Politiche dell’autismo. Etica, epistemologia, attivismo a cura di Alberto Bartoccini, Lorenzo Petrachi e Giulia Russo, DeriveApprodi, Bologna 2025
*****
Finalmente e forse cominciamo di nuovo a intendere la gravità e la vertigine di queste parole essenziali: da ciascuna secondo le sue capacità, a ciascuna secondo i suoi bisogni. A ben vedere, il paradigma della neurodiversità non afferma nient’altro. Ben oltre la categoria e le pratiche di inclusione, al di là dello sguardo medico e del guinzaglio corto delle neuroscienze, in ogni gesto contestatario rivolto contro una società abilista che si regge e prende forma intorno al privilegio accordato a determinati funzionamenti, forme di vita e soluzioni contestuali, contro l’attuale organizzazione del lavoro e del welfare, dell’educazione e dei sostegni, delle luci e dei rumori, dei tempi e degli spazi, dei litigi privati così come delle relazioni legittime, il paradigma della neurodiversità non cessa di ripetere la sua litania: ogni essere umano, per non parlare che di questi, ha un sistema nervoso unico con una combinazione unica di abilità e bisogni di cui bisogna tener conto in ogni ambito della sua attività ed esistenza. Per Judy Singer, nel 1998, questa è la definizione del concetto di neurodiversità. Per Karl Marx, nel 1875, questa è la descrizione dell’ultima fase della società comunista. Eppure, nostro malgrado, non sono ancora la stessa cosa.
In questo breve intervento mi piacerebbe allora tracciare dei nessi, evidenziare quali sono o possono essere i rapporti attuali tra tale e talaltro elemento della nostra cultura, dire dove siamo, cosa sta accadendo, in che cosa l’attualità si distingue da ciò che ha appena iniziato a precederla e in che cosa è assolutamente indilazionabile che smetta di coincidere con se stessa. Affronterò questo compito comodamente, sulle spiagge del Salento, senza connessione internet, senza accesso a una bibliografia adeguata, senza la perizia che gli si dovrebbe.
Provo a giustificarlo. Il gioco in quanto tale si definisce per un insieme più o meno grande di regole e per lo spazio di libertà aperto da queste. Non so se la ragione ultima sia da rintracciarsi nel mio autismo o nelle velleità di un gusto borghese che privilegia imperterrito la purezza della forma, ma conservo ancora un’attrazione inemendabile per le costrizioni formali e le discipline vincolanti. La bellezza del gioco può allora individuarsi nell’esposizione perfetta della regola, nella semplicità spartana che delimita uno spazio chiaro, strategico, prevedibile, per l’appunto regolare, ma in cui solo possono verificarsi certe modalità del sentimento, della relazione, del piacere condiviso. Ugualmente, ruminare, limare, lavorare a partire da materiali esigui non sono che forme di quella stessa compulsione rassicurante che alcune di noi chiamano stimming. Ne farò qui una questione di metodo, un po’ in assenza di alternative, per trasformare necessità in virtù, un po’ per farmi del bene.
L’autismo, non tanto per le supposte qualità intrinseche di chi viene così individuato, ma in virtù della sua posizione obliqua rispetto a un tessuto relazionale e politico caratterizzato da fenomeni specifici e che vedono intrecciarsi il prestigio delle neuroscienze e l’evidenza e l’aggravarsi della devastazione capitalistica e imperialistica (da cui tutt’ora dipende l’oppressione, la diseguaglianza e la violenza esperita dal maggior numero di persone al mondo), si presenta oggi meno come una peculiarità individuale e innanzitutto come un’occasione storica. Per questi e altri motivi congiunturali – tra cui le inedite opportunità tecnologiche di coordinamento e diffusione di strategie e contenuti e la centralità irrefutabile di modalità vecchie e nuove di sollevazione e lotta politica che assumono le forme del movimento globale, della rivolta e del neomutualismo oltreché dell’orgoglio e della rappresentanza – l’autismo rappresenta attualmente non solo una modalità di funzionamento, ma una possibilità di far funzionare il mondo.
Il paradigma della neurodiversità intercetta, radicalizza e rilancia la questione dei bisogni. Lo fa con la sua forza specifica, che deriva dalla peculiarità del suo posizionamento, fortemente strategico, in un orizzonte culturale determinato e che potrebbe derivare in misura ancora maggiore dalle alleanze, al momento perlopiù ipotetiche, con vaste frange dei movimenti – non solo antipsichiatrici o antiabilisti, ma anche anticapitalisti, transfemministi queer, antirazzisti, anticarcerari, antiproibizionisti, per la giustizia riproduttiva e per quella multispecie. E questo non tanto nella prospettiva per cui tutte le oppressioni non sarebbero, in fin dei conti, che una sola o per cui fine ultimo di ogni lotta circoscritta sarebbe quello di fungere da cassa di risonanza per tutte le altre, bensì nella consapevolezza che la stessa trasversalità del paradigma della neurodiversità pone la questione dei bisogni su tutta una serie di piani che non può ignorare o liquidare con soluzioni di compromesso, pena il tradirsi su ciò che ha di più essenziale, pena il trasformarsi in qualcosa di molto diverso e meno luminoso.
Si prenda, ad esempio e per cominciare, una questione piuttosto nota e discussa, quella relativa all’organizzazione del lavoro e alla distribuzione delle risorse materiali. Storciamo il naso, a buon titolo, davanti all’idea di inclusione e aggiungiamo alla sequela dei nostri «al di là» quello relativo a questa pratica. Ci domandiamo chi continui a includere chi e a partire da quale squilibrio di potere naturalizzato. Ci domandiamo, più fondamentalmente, dove ci si voglia includere e perché, in primo luogo, non era previsto che noi partecipassimo. Ci domandiamo, infine, in che misura il nobile proposito dichiarato dall’inclusione lavorativa sia compatibile con l’attuale sistema socioeconomico e con l’attuale razionalità di governo. È possibile rispondere a ciascuno di questi interrogativi senza schierarsi nettamente, abbracciando la complessità, impugnando ragionevolezza, realismo e pragmatismo per ottenere qui e ora dei miglioramenti vitali e inderogabili. E questo è senza ombra di dubbio sacrosanto. Ma è altrettanto importante non dimenticare che queste risposte di compromesso sono, per l’appunto, di compromesso e che nulla di un sistema votato al profitto, alla crescita, alla generalizzazione della concorrenza, all’imprenditorialità e alla difesa della proprietà privata e che in base a questi distribuisce differenzialmente vulnerabilità, privilegi, opportunità e potere decisionale può far intendere che verrà lasciato spazio alla giustizia sociale, e men che meno che ci sarà dato modo di sviluppare la nostra legittima stranezza al di fuori della minaccia dell’irrealtà, della precarietà, dell’isolamento e della miseria.
Proseguendo, non mi prenderò la briga di argomentare l’ovvio, vale a dire che ci sono ragioni ottime, decisive e impellenti – almeno per chi non ne trae la pressoché totalità dei vantaggi – per farla finita una volta per tutte con l’eterosessualità, termine con cui indico il sistema politico che si fonda sulla relazione di dominio degli uomini sulle donne e che produce la dottrina della differenza sessuale per legittimare questa oppressione (la definizione, parola più, parola meno, è di Monique Wittig, mentre quanto segue l’ho imparato da Federico Zappino). Dal momento che costituisce il modo di produzione delle persone, ossia la razionalità che presiede alla produzione degli uomini e delle donne in quanto tali e che si dà in modalità indistinguibili dalla gerarchia e dalla diseguaglianza, l’eterosessualità rappresenta il metro di giudizio da cui dipende più o meno manifestatamente la valutazione, l’esclusione o l’inclusione condizionale di ogni forma di soggettività e relazione. Dall’eterosessualità così definita dipende dunque tanto l’oppressione perpetrata dagli uomini ai danni delle donne, quanto quella esperita da lesbiche, omosessuali, bi- e pansessuali, persone trans*, intersex, asessuali e da ogni altra posizione soggettiva e/o relazionale che eccede il modello eterosessuale (e ciò, indubbiamente, secondo modalità specifiche).
Ora, evidentemente l’eterosessualità è qualcosa che riguarda chiunque. Tuttavia, è da notare che sembra riguardare noi autistiche in modo particolare. La questione dei dati è complessa, le metodologie non sono univoche e i presupposti ancora meno. Soprattutto, per dirvi qualcosa di più determinato dovrei andare in cerca di un po’ di rete mobile, forse salire sul motorino, a ogni modo rischiare di dover rispondere ai messaggi da cui il cicalio notturno di San Cataldo (LE) sembra volermi risparmiare. Basti sapere che è stata individuata una correlazione tutt’altro che trascurabile tra autismo (qualsiasi cosa ciò significhi) e non conformità di genere e sessuale. Addirittura, pare che la maggioranza delle persone autistiche rientri tra le schiere delle frocie, delle persone enby, trans*, asessuali e/o aromantiche, che sia inoltre più propensa della popolazione generale a organizzare il proprio mondo affettivo e relazionale in maniere alternative alla coppia obbligatoria o alla monogamia che dir si voglia, che sia, in poche parole e sempre tendenzialmente, da far rientrare nel numero di coloro che dall’eterosessualità vengono danneggiate strutturalmente. I tentativi di «spiegazione», così come quelli di strumentalizzazione reazionaria, abbondano: senso di sé poco sviluppato; difficoltà a definire stati interiori in termini convenzionali; incapacità di cogliere, comprendere e rispettare le norme sociali (specie se implicite); effettiva difformità nell’esperienza del genere e della sessualità; propensione iperbolica al dettaglio, determinante una presa di coscienza meramente descrittiva della propria non conformità alle aspettative. Non ho una forte opinione in merito, tuttavia mi domando per quale motivo laddove qualcuno contesti una norma, arrivando a subirne ripetutamente le conseguenze, saggiandone così sperimentalmente l’effettività e i confini in misura semmai maggiore rispetto a chi fa diversamente, debba ritenersi più verosimile l’ipotesi della deficienza dei mezzi che quella dell’insubordinazione.
D’altra parte, contestare o non contestare la norma non è la stessa cosa – e questo non tanto in termini di maggiore o minore eticità delle condotte, ma in termini di esposizione differenziale alla violenza, alla perdita e all’abiezione, nonché di accesso iniquo a reti e risorse di supporto materiale e al riconoscimento. Si capisce allora cosa possa e debba significare, concretamente, «da ciascuna secondo le sue capacità, a ciascuna secondo i suoi bisogni» nella prospettiva della neurodiversità. Non tanto chiedere allo Stato, alle aziende o alla società in senso lato l’inclusione, il riconoscimento, l’approvazione o delle tutele speciali per non farci affondare, per rendere forse il gioco un po’ meno iniquo e usurante. Tutto ciò è indispensabile, ma non è che il minimo sindacale. Prendere sul serio la neurodiversità, rilanciare la questione dei bisogni in questa congiuntura, significa iniziare a chiedere non più e non tanto il permesso di sviluppare le nostre stranezze, le nostre vite, le nostre relazioni come vogliamo, ma ciò che ci serve per poterlo fare effettivamente. Ad esempio, ci serve una cultura che ammetta i nostri modi di vivere, di percepire e di relazionarci al mondo come legittimi e possibili, che non li rappresenti soltanto come qualcosa da tollerare o compatire e che produca il sapere esperienziale, emotivo e forse anche tecnico utile a navigare, orientarsi e prosperare in un mondo più giusto. Ci servono però anche il tempo, le energie e gli spazi necessari per prenderci cura di noi stesse e dei nostri cari, chiunque essi siano e qualunque sia la forma dei nostri rapporti, con i nostri ritmi e secondo le nostre e le loro esigenze, quindi non essere depredate di queste risorse dal lavoro, dalla ricerca di un lavoro, dalla competizione, dalla precarietà e dalla povertà, avere una casa, non dipendere economicamente da genitori o da tutori, poter ricevere supporto da servizi efficienti e da una responsabilità collettiva nella cura di chiunque possa averne bisogno, non importa se bambin* o anzian*. Non avere censori esperti, psichiatri e altri funzionari che sentenzino sulla validità delle nostre vite o sulla natura ultima – a noi, ci si dice, inaccessibile – dei nostri «veri» bisogni. Ciò che ci serve, in ultima istanza, è un reddito di autodeterminazione per tutte sganciato dal lavoro, di un welfare gestito comunitariamente e di un nuovo diritto relazionale che si inserisca in un progetto più ampio volto alla ridistribuzione della responsabilità sociale e della cura. Battersi per espandere il campo di ciò che è vivibile nella prospettiva della neurodiversità significa quindi indicare e combattere le ragioni politiche per cui le cose vanno come vanno (cioè male) e farlo scommettendo nel fatto che renderle vivibili sarà precisamente ciò che consentirà di muoverci in direzione della costruzione di un tipo di società che riteniamo politicamente desiderabile. L’autismo, movimento reale che abolisce lo stato di cose presente.
Ma cosa sono, in definitiva, questi bisogni? Sarebbe pertinente operare una distinzione tra questi e i desideri? O non sarebbe piuttosto pericoloso, prefigurando un modello di scarsità e mera sussistenza in cui, tra l’altro, non si capirebbe in capo a chi dovrebbe stare la decisione su cosa far rientrare nell’ambito del necessario o del superfluo? Weber: l’uomo vuole semplicemente vivere secondo le sue proprie abitudini[1]. La soglia del livello di vita ritenuto accettabile e decente è sempre allo stesso tempo soggettiva e contestuale, finisce col definirsi, d’altra parte, proprio in rapporto alla neurodiversità, con la panoplia di desideri e pratiche relazionali che il paradigma intende promuovere. La parola «capriccio», a ben vedere, non dice altro che il decreto di un’illegittimità senza appello e che va da sé, che non ha bisogno di far ricorso a spiegazioni. Ma allora non si vorrà forse dire, insieme all’anima bella, che tutto è valido, tutto è buono? Da ciascuna secondo le sue capacità, a ciascuna secondo i suoi bisogni – dovremmo quindi accogliere (o fosse anche mediare con) i temperamenti e le voglie di chi violenta, di chi uccide, di chi possiede e prevarica, di chi fonda «le sue proprie abitudini» su uno stile di vita e su un modello socioeconomico insostenibile e mortifero? Qualcuno ha detto: la mia legittima stranezza è sopraffarti. Se da un lato, in ossequio ai principi della giustizia trasformativa, si potrà ritenere che non sempre la strada migliore è quella del bando, dall’altro il nostro obiettivo non sarà certo una sorta di libertà assoluta, di libertà totale d’azione. Brandiremo sì i vessilli della responsabilità e dell’interdipendenza, ma nell’altra mano e per gli stessi motivi agiteremo gli armamenti del conflitto. Se di lotta si tratta, e pare sia questo il caso, se al centro della disputa campeggiano privilegi da sovvertire, ci sarà anche chi avrà buoni motivi per difenderli. No, almeno a questa altezza, la neurodiversità non avvantaggia tutti e non è il modo per fare stare tutti più comodi. Certo, anche chi è più conforme alla norma neurotipica potrà trarre un certo vantaggio, se non un sollievo immediato, nel veder riconosciuti i propri bisogni e le proprie capacità di individuo assolutamente peculiare; tuttavia qui si chiede la rottura con un sistema politico, economico e culturale che distribuisce precisamente privilegi, seppur in cambio di una certa conformità che può risultare più o meno odiosa, e non ci si può illudere che la perdita di questi privilegi si raccolga subito nella visione irenica di una convivenza delle differenze. Questa convivenza va costruita politicamente e, come ogni contesto dato, dipende nella sua stessa costituzione di un sistema tanto di libertà quanto di vincoli.
Per il momento, tra le dune del Lido Pachamama risuona ancora la domanda «che fare?». Siccome tanto la responsabilità quanto le possibilità d’azione non esistono nel vuoto pneumatico, si può iniziare ad abbozzare il tracciato incerto di una risposta parziale attraverso un esercizio di posizionamento.
Sono un uomo per ragioni politiche. Prima di tutto, perché è sempre per ragioni politiche che si è uomini. Poi, perché la trovo una strategia utile per non adagiarmi sugli allori, per avere sempre in bocca e sotto gli occhi un reminder disambiguo del mio privilegio maschile e cisgenere che, non importa se mi piaccia o no, non dipende unicamente da me e dai miei tentativi di smarcarmene. Per non correre il rischio, in altre parole, di sentirmi troppo presto assolto. È il mio modo di farlo, non penso sia l’unico né il migliore, e va di pari passo con la volontà di rovesciare da cima a fondo il sistema sociale eterosessuale, a partire dalla mia sfera più intima e dal mio rapporto col mondo. Ciò detto, fatta eccezione per quello appena esplicitato, cerco per quanto mi è possibile di non intrattenere alcun legame di connivenza con l’eterosessualità e con la virilità che questa produce in prima istanza e, come per molte altre persone autistiche, mi riesce piuttosto agevole se non ineludibile disattendere sistematicamente e felicemente, seppure sempre parzialmente, questo tipo di aspettative. Prevedibilmente, queste ultime non determinano la mia propensione a intessere rapporti sessuali e affettivi con le persone. Cerco di farlo al meglio che posso al di fuori della monogamia e dell’amore «romantico» (per come la vedo io, una specificazione inutile), fulcri di una parte consistente di quel poco di lavoro politico e intellettuale che sono riuscito a fare negli ultimi anni. Sono un migrante interno del meridione, bianco e di classe media. Sono un precario della ricerca, più nello specifico un dottorando in filosofia, più ancora nello specifico un dottorando in Michel Foucault. È una questione a metà via tra l’interesse specifico e lo stimming, avere sempre qualcosa da leggere tra le mani mi permette di gestire e di dare ordine in maniera mediata e affrontabile l’ambiente che mi circonda e quello emotivo, che altrimenti mi sovrasterebbero; mi consente di avere un apporto costante di riferimenti per rispondere alle sollecitazioni esterne in modalità che nascondono, grazie alla loro varietà e forse solo malamente, le mie ecolalie; mi fornisce, sin dalla più tenera età, un motivo valido e gioioso per abbandonare in qualsiasi momento feste, pranzi, serate tra conoscenti, raggiungere il bagno con la scusa del Crohn e poi decomprimere, ritrovare una quadra e sentirmi piacevolmente assorto. In stretto rapporto al mio autismo e alla mia salute instabile, riesco a immaginarmi fare poco altro per ottenere uno stipendio, eppure già questo, con l’importanza che accorda alla gestione del capitale sociale e delle formalità, con l’enorme portato d’ansia e incertezza legato alla precarietà della ricerca umanistica e con lo sciame di esigenze confliggenti tra cui mi situa[2], mi impone difficoltà notevoli anche e soprattutto sul piano della salute. Le mie condizioni croniche sono infatti particolarmente reattive a questi fattori di stress e, vale la pena segnalarlo, sono strettamente relate al mio funzionamento autistico (o quantomeno al fatto di esperirlo da questo versante dell’abilismo). Se la malattia di Crohn, con l’artrite enteropatica che ha deciso di farle compagnia a partire da quest’anno, sembra essere correlata in maniera statisticamente significativa alle diagnosi di ASD e verosimilmente al minority stress che ne consegue, è assodato che i miei difetti di accomodazione oculare sono nient’altro che il premio e la contropartita dei miei hyperfocus (intesi tanto nel senso di concentrazione isolante quanto nel senso più spietatamente ottico del termine).
A partire da qui, da questo nugolo di contraddizioni, tra privilegi smaccati, vulnerabilità, rabbia e offesa, provo a chiedermi «che fare?», allertato dalla consapevolezza che le cose poco chiare mi confondono e mi spaventano. Non ho che qualche ipotesi, qualche accenno di risposta da mormorare, nulla a confronto della scoperta banale che dalla specificità di una prospettiva, in un orizzonte che vuol far coincidere cura e lotta, questa domanda non può che diffrangersi per cominciare, come un basso continuo, a chiedere con insistenza: cosa possiamo fare, assieme? E io, cosa posso fare per voi? Voialtri cosa state facendo, per grazia di dio? Ditemi, vi scongiuro, cosa posso fare…
NOTE
[1] Max Weber, circa, da qualche parte.
[2] Che questa ricerca sia una buona ricerca, che piaccia a Foucault ma anche a Wittig – ma che dico! che piaccia a Leino e alla Renata… – che sia valida scientificamente e politicamente oculata, ma che rimanga spendibile almeno un po’ da un punto di vista accademico, che possa venir prodotta secondo i ritmi che mi vengono richiesti, che mi consenta di campare, insomma, e quindi di competere, ma senza fare la sciacalla o lo squalo, per non abbandonare né la politica né la sussistenza, per non parlare poi del tempo, cos’è che faccio perché ci credo, cosa invece perché lo devo fare, cos’è piacere, cosa investimento, cosa è sacrificabile, cos’è urgente e doveroso… mi fermo un attimo, mi bruciano gli occhi – è un anno che gli oculisti hanno evidenziato un calo del visus per la mia abitudine testarda di inseguire le lettere sul foglio, ma se non procedo adesso quand’è poi che lo faccio? E se non fossi la persona adatta? Se me la stessi raccontando?
Immagine in apertura: Paul Klee, Dapprima innalzatosi dal grigiore della notte, 1918
Scrivi un commento