Una delle sfide più complesse ma anche più interessanti che la contemporaneità sembra averci affidato ha a che vedere con la visione e l’analisi di nuove forme di distribuzione e di sostegno della società umana, lungo un raggio di pensiero e di azione che deve allargarsi e spingersi a immaginare anche nuovi equilibri con l’ambiente e la natura.

Il management della vita

Gli apparati emersi in epoca fordista sono in grande difficoltà a seguito del declino progressivo delle condizioni economiche, sociali e politiche che li hanno prodotti. Si tratta dunque di raccogliere e di provare a rispondere alle domande generate dai vuoti di sistemi sociali e previdenziali associati a un modello che arranca. La frantumazione di molte presunte “certezze” (crescita economica, progresso, occupazione), nella dinamica messa a nudo dalla crisi finanziaria globale, spinge a ripensare le modalità di organizzazione della vita e dei suoi bisogni, politicizzando il problema a partire dalle strutture di base (la famiglia, la coppia, il “privato”) e perfino a partire dalle attitudini sentimentali che sono implicate in essa (la cura, la sollecitudine, l’amore, la dedizione).

In Europa, si osserva l’obsolescenza del paradigma industriale e di un certo concetto di “produzione”, dunque di archetipi di cittadinanza e di inclusione fondati sul lavoro salariato maschile, segnato da un arretramento che appare irreversibile. Le nuove tecnologie liberano energie ma anche, innegabilmente, cancellano posti di lavoro[1]. Tale processo si traduce nella crisi fiscale dello stato sociale di ispirazione keynesiana, ovvero nelle difficoltà degli attuali sistemi di welfare a rappresentare impianti di protezione e assicurazione universali. La strozzatura, almeno nel contesto italiano, si manifesta in tutta la sua drammatica realtà: un lavoratore che guadagna, occasionalmente, 7,5 euro l’ora con i voucher non è in grado di contribuire seriamente al sostegno dei servizi pubblici. Né, a questo punto della storia, le prestazioni vengono erogate “a titolo gratuito” dagli stati nazione, pressati dalle istituzioni centrali europee affinché non sforino il debito pubblico.

Cosicché, come ha notato recentemente  Franco Abidah con due ottimi articoli pubblicati su queste pagine web, il welfare sembra trasformarsi in fattore direttamente produttivo, assumendo anche una funzione di selezione e di controllo della forza lavoro sulla base di criteri di accesso diseguali. Lo stato sociale affronta la fase di una progressiva privatizzazione, anche attraverso ambigue forme sussidiarie, laddove “gestire” e “amministrare”, termini classicamente usati in riferimento a beni e risorse materiali, vengono applicati all’esistenza umana. Dal management aziendale si passa al management dell’esistenza: la salute, la scuola, l’abitare, momenti delicati e fragili come l’infanzia o la vecchiaia, sono la materia su cui si esercita il management della vita del welfare liberista 2.0, che maneggia corpi e necessità: “un complesso di processi che viene anche definito «economia sociale di mercato» e che ha il suo aspetto cruciale proprio nella privatizzazione delle forme di assicurazione sociale”[2].

Liberare il General Intellect

Siamo dunque in presenza di un passaggio cruciale e nevralgico rispetto alla tradizionale idea di welfare cui siamo abituati. Il welfare diviene, appunto, fattore produttivo diretto, gestione asimmetrica e diseguale del “capitale umano” in base alle capacità di sostegno e di spesa, creazione di separazioni di condizioni e di diverse possibilità esplicitamente sul piano della salute, delle relazioni, dell’apprendimento. In sostanza, potremmo dire che si configura come forma estrema di frantumazione e appropriazione delle tendenze cooperative e collaborative che stanno alla base del General Intellect.

Gli ultimi trent’anni, caratterizzati dal declino del welfare keynesiano, possono essere interpretati anche come un progressivo processo di “capitalizzazione” delle istituzioni del welfare tramite la loro finanziarizzazione privata, al fine di controllarle e indirizzarle. Il welfare diventa così allo stesso tempo espressione del lavoro umano e investimento di capitale: diventa, lo ripetiamo, un modo di produzione contemporanea.

Si tratta di un movimento fondamentale, necessario per la transizione verso un capitalismo bio-cognitivo che sulla valorizzazione delle vite individuali, segmentate, ricattate, costantemente esposte nell’economia della promessa di riconoscimento a fini estrattivi, fonda la propria capacità di creazione di plus-valore. Se non si considera anche questo elemento, si fatica a comprendere come mai, oggi, il lavoro cognitivo-relazionale (il lavoro a maggiore valore aggiunto) possa trovarsi, almeno in apparenza, totalmente sussunto (e privo di reazioni) all’interno di una logica capitalistica tanto perversa.

Il tentativo di mercificazione della vita, ovvero anche della cura della vita, è premessa allo sviluppo del capitalismo bio-cognitivo.

A causa di tali meccanismi, quel General Intellect in partenza potente finisce per doversi confrontare con processi di impoverimento e di alienazione esistenziale connessi a una spogliazione che si muove su più fronti contemporaneamente e picchia con forza direttamente sul piano riproduttivo (legami sociali, processi cooperativi, processi relazionali): è ben visibile nei processi di rete, dove libertà e orizzontalità nascondono in realtà gerarchie e controllo, mentre la ricchezza della conoscenza accumulata algoritmicamente (fissata sui mercati finanziari e nei profitti delle grandi corporation di internet) è l’altra faccia della povertà crescente dei lavoratori della conoscenza[3].

La critica dell’economia politica non può, dunque, che fondarsi su una critica dell’esperienza vivente del processo di proletarizzazione e di ingabbiamento delle potenzialità dell’intelletto generale.

Un welfare per il presente

Un approccio alternativo può aiutare a uscire da queste sacche, muovendosi lungo due crinali: esplorare le realtà che già oggi costruiscono “comune”, cooperazione sociale, autoproduzioni, invenzioni sul terreno della riproduzione sociale, dando significato e valore alle nuove sperimentazioni in campo; mappare e valutare i sistemi di welfare attualmente esistenti, alla luce dei nuovi bisogni dei soggetti e dei nuovi rischi sociali.

Il sogno di un welfare che torni a svolgere le classiche funzioni redistributive e di intermediazione tra capitale e lavoro è il sogno di un ritorno al passato, e in quanto tale impossibile. Va immaginato un nuovo tipo di welfare, funzionale a una produzione “altra” e tenendo conto che lo Stato, oggi, è parzialmente sovrano nella gestione dell’ordine pubblico e del controllo del territorio geografico e dei flussi migratori ma è subordinato alla logica di valorizzazione del capitale e alla sua finanziarizzazione.

Bisogna perciò partire dalla constatazione che una riforma dello stato sociale è possibile solo all’interno di un modello produttivo alternativo a quello centrato sulla produzione capitalistica di valori di scambio, virando (come potenzialmente potrebbe già essere) sulla prevalenza della riproduzione e del valore d’uso.

All’interno di questa opzione è possibile analizzare e rappresentare i tentativi, nati dal corpo sociale contemporaneo, che possono essere indicati come istituzioni dal basso per rispondere all’insicurezza e ai processi di marginalizzazione e svalorizzazione del fattore lavoro, ridotto a elemento “usa e getta”, per il quale si paga poco, o addirittura niente.

Ma, soprattutto, si tratta di trovare luoghi ed esempi pratici e concreti, utili a ravvivare i desideri e ad attrarre le forze, sovvertendo, attraverso pratiche che alludano al completo rinnovamento sociale, un destino disegnato dal neoliberismo rispetto al quale, altrimenti, si rischia di rimanere impotenti.

Nei quadri impostati dai sistemi di accumulazione del presente, fondati sulla conoscenza e sulla vita, si muove la soggettività precaria, nata e cresciuta al di fuori della fabbrica ed esplicita figurazione della nuova fase, basata su instabilità del lavoro e del contratto, sul mancato accesso alla cittadinanza e alla distribuzione, sulla progressiva carenza di identità professionale nonostante la iperqualificazione, sull’impossibilità di disporre veramente del proprio tempo, su assenza di mobilità sociale e trappola della povertà (o, meglio, della precarietà).

Le potenzialità sopite di tale soggettività possono essere liberate se supportate da istituzioni di welfare, adeguate al presente, in grado di consentire la riappropriazione di quel Commonwealth di cui è il principale produttore e attore: per l’appunto, un welfare del comune (Commonfare). Si tratta, in qualche modo, di capire ciò che è in gioco, cioè di riappropriarsi di se stessi.

Il progetto Pie News

All’interno dei progetti europei Horizon 2020 e della call H2020-ICT-2015, ha recentemente preso avvio il progetto PIE News, dove PIE rappresenta l’acronimo di Poverty, Income, Employment (Povertà, reddito, occupazione).

Il  progetto di ricerca, che si svilupperò nei prossimi tre anni, è stato ideato e presentato in Europa da un network che ha come capofila il dipartimento di Ingegneria e Scienza Informatica dell’Università di Trento e vede la partecipazione di cinque paesi europei: Italia (tramite i nodi del Bin Italia – Basic Income Network Italia –  e Create-Net – Center for Research and Telecommunication Experimentation for Networked Comminities, ora parte di FBK, Fondazione Bruno Kessler), Croazia  (Centar za mirovne studije – Centro Studi per la Pace), Olanda (Museu du Crise e Dyne.org), Scozia-UK (The University Court of the University of Abertay, Dundee)  e Portogallo (M-ITI, Madeira Interactive Technologies Institute).

L’obiettivo della ricerca nasce a partire dagli elementi complessi fino a qui descritti, dunque è estremamente ambizioso e importante: coinvolgere, informare, attivare le soggettività che vivono la condizione Pie (cioè una condizione di precarietà, impoverimento, insufficienza di reddito, difficoltà di impiego) nel quadro di un continente dove le ricette neoliberali hanno progressivamente ridotto standard di vita e attese, soprattutto tra i più giovani, attraverso progressivi tagli ai sistemi di welfare e facendo leva sulle necessità di gestione della crisi “permanente”.

Perno dell’operazione è dunque la creazione e l’implementazione di una piattaforma digitale dove verranno raccolte, da un lato informazioni sui contesti socio-economici e sui sistemi di assicurazione sociale oggi esistenti, dall’altro le descrizioni di iniziative di welfare dal basso, di modelli di autorganizzazione e di autogestione, di pratiche mutualistiche, di invenzioni del “comune”, suggerite da necessità e desideri.

La sfida diventa, allora, attraverso la ricerca sul campo, quella di testare le categorie che sono state utilizzate negli anni passati nella lettura della condizione precaria, e, insieme, di mappare alcune esperienze significative che rappresentano forme di sostegno e mutuo-aiuto alternative, le quali possono rappresentare modelli diversi e più equi di distribuzione della ricchezza, di democratizzazione e di innovazione nei vari campi dell’abitare, della formazione, della socialità, del lavoro, della cultura, del tempo libero, nate nel vivo del corpo sociale nel corso di questi anni.

Si tratta di raccontare, e di connettere, processi di empowerment psicosociale e comunitario e percorsi di  progettazione autonoma, ripristinando con ciò un “senso del futuro”, ricostruendo una prospettiva esistenziale in un contesto ambientale, materiale e soggettivo profondamente mutato. Da questo punto di vista, vanno inchiestati i concetti stessi di “lavoro” e di produttività, oltre che di povertà, di relazione, di contesto pubblico e privato.

Come è cambiata, nel tempo, la soggettività precaria, tra infelicità e potenza, tra fragilità e autonomia, tra libertà e autosfruttamento? Come si è trasformata, sotto i colpi della crisi, ma anche attraverso il ruolo delle tecnologie? Come recepisce, e immagina di sovvertire, le difficoltà dei movimenti e della politica? Questo processo di individuazione può fornire nuovi attrezzi alle politiche pubbliche, promuovendo il  commonfare” o “welfare del comune” [4], ovvero l’idea di una condivisione dei “beni comuni” attraverso una gestione più equa e più in linea con i bisogni (e possibilmente i desideri) delle persone, nella contemporaneità.

I pilastri fondanti del commonfare possono essere ravvisati nell’esistenza di un reddito di base incondizionato e nel libero, e tendenzialmente gratuito, accesso ai beni comuni, materiali e immateriali.

Ecco, allora, che rendere espliciti e trasparenti alcuni esempi, cioè sistemi alternativi fondati su best practices che verranno intercettate sul territorio di Italia, Olanda e Croazia, tre realtà europee significative di tre differenti mercati del lavoro e di tre diversi sistemi di assicurazione sociale, risulta un tassello fondamentale. Propedeutico alla creazione di conoscenza, saperi e relazioni che fuoriescano dai confini nazionali e favoriscano l’individuazione di soggetti capaci di esserne interpreti.

Spazio, nel progetto, avrà la possibilità di testare l’attivazione di un circuito finanziario alternativo che, basandosi su una istituzione autonoma (a democrazia partecipativa), di emissione monetaria, separata e non assimilabile a quella oggi vigente, sia in grado di creare i mezzi di pagamento (paralleli, non sostitutivi all’euro), finalizzati a finanziare e a rendere sostenibile un sistema economico “altro”, in grado di remunerare il lavoro dell’autorganizzazione sociale, i progetti e l’offerta di servizi sociali, di garantire reddito, la sostenibilità di forme di produzione alternative ed ecocompatibili.

Interessante, insomma, anche per le realtà di movimento italiane ed europee, per insistere sulla necessità di una riformulazione dei sistemi di welfare al fine di contrastare le politiche di privatizzazione in atto. Individuare questi nuovi spazi vuole dire cercare di dare indicazioni propositive di policy, consapevoli come siamo che se non si affronta questo snodo ogni afflato democratico muore.

NOTE

[1] Luciano Gallino, Se tre milioni vi sembran pochi. Sui modi per combattere la disoccupazione, Einaudi, Torino 1998

[2] Cristina Morini, La cura del capitale. Quando il management è sentimentale, Opera Viva Magazine, 19 dicembre 2012

[3] Il riferimento è anche al cyber-proletariat messo a fuoco da Nick Dyer-Witheford: Cyber-Proletariat. Global Labour in the Digital Vortex”, PlutoPress, London 2015

[4] Sulla questione si vedano anche: J. M. Monnie, C. Vercellone, “Travail, genre et protection sociale dans la transition vers le capitalisme cognitif”, European Journal of Economic and Social Systems, Volume 20, n° 1, 2007, pp. 15-35; C. Vercellone, Modelli di welfare e servizi sociali nella crisi sistemica del capitalismo cognitivo, Common, 2010, pp.32-39; C. Vercellone: “Towards a Welfare of the Common?”, Ekonomski pregled, Vol.65 No.2 Svibanj 2014.

 

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