Dopo un’anno di incremento delle borse mondiali (2013), iniziano le prime avvisaglie di un’instabilità congenita (strutturale), questa volta  derivante dalle tensioni valutarie che hanno attraversato, in particolar modo, i paesi emergenti. In questo articolo Stefano Lucarelli fa il punto della situazione, con un’analisi attenta e puntigliosa della situazione in atto, mettendo in luce come i movimenti dei capitali internazionali siano ancora attratti dalla supremazia del dollaro Usa. Un altro tassello della “critica della crisi”. La prima puntata degli Appunti sulla guerra valutaria può essere letta al seguente link: http://quaderni.sanprecario.info/2013/09/appunti-sulla-guerra-valutaria/

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1. Il 2013 è stato un anno caratterizzato da menzogne, o – se preferite – da maldestri tentativi di governare le aspettative sui mercati finanziari, sulle relazioni industriali, sul futuro degli assetti istituzionali nazionali ed europei. Tra aggiustamenti al ribasso sui tassi di crescita europei, magie statistiche e comunicative volte a sottostimare il tasso di disoccupazione e a concentrare l’attenzione mediatica sulla sola disoccupazione giovanile (tagliando in questo modo fuori dall’agenda politica i disoccupati e i precari dai 25 anni in su), si giunge al capolavoro del ministro Fabrizio Saccomanni: subito dopo Capodanno l’uomo venuto da Banca d’Italia per far sì che il Tesoro torni degno di tal nome, cerca di diffondere fiducia nel Belpaese invitando gli italiani a gioire per il calo dello spread. Lo fa nelle stesse ore in cui la BCE certifica una restrizione creditizia record in Europa. Nessuna contraddizione: la riduzione dello spread fra tassi di interesse vigenti in Germania e in Italia c’è, ma non si deve al calo dei tassi nostrani, bensì all’aumento di quelli tedeschi! Come si può leggere in Pinocchio (per la precisione nel capitolo 17, un capitolo pieno di sciagure, Pinocchio mangia lo zucchero, ma non vuol purgarsi: però quando vede i becchini che vengono a portarlo via, allora si purga. Poi dice una bugia e per castigo gli cresce il naso.): “Le bugie, ragazzo mio, si riconoscono subito, perché ve ne sono di due specie: vi sono le bugie che hanno le gambe corte, e le bugie che hanno il naso lungo” Pinocchio era avvezzo alle bugie dal naso lungo, mentre Saccomanni – che non è certo un burattino bambino, ma un adulto – è un maestro di quelle dalle gambe corte. Sentite qua quella di pochi giorni fa al vertice di Davos: “L’economia italiana si è stabilizzata nel terzo trimestre e abbiamo forti indicazioni che nel quarto ha ripreso a crescere […] So che le stime della Ue e della Banca d’Italia sono minori perché i loro modelli econometrici non prendono in considerazione completamente alcune misure come il pagamento degli arretrati [da parte della Pubblica amministrazione] e altri incentivi” [Saccomanni, forti segnali di ripresa nell’ultimo trimestre del 2013, Il Sole 24 Ore, 23 Gen. 2014 ]. Come se i mancati pagamenti della Pubblica Amministrazione non impattassero sulla solvibilità delle imprese private, sulla loro competitività, sullo stesso gettito fiscale e non avessero effetti sulla domanda effettiva.

Le bugie dalle gambe corte sono quelle che vengono presto a galla; non sono frutto di grande fantasia – come le bugie dal naso lungo – sono piuttosto delle mezze verità che servono da espediente retorico per nascondere l’altra faccia della realtà, quella più scomoda. Nel caso di Saccomanni queste mezze verità servono a portare avanti la procedura fallimentare che gli è stata affidata in sordina, che si tradurrà nella liquidazione di ciò che il Governo italiano considera proprio patrimonio. Ed egli lo dice chiaramente: “L’obiettivo di raccogliere quattro miliardi nel 2014 dalla privatizzazione di Poste Italiane potrebbe essere raggiunto. […] Si comincia con Poste poi vediamo” [Saccomanni, forti segnali di ripresa, cit.].

2. In tutto questo l’andamento della crisi in Europa non ha presentato dei segnali di cambiamento decisivi: l’Unione Monetaria Europea regge, ma sembra accantonare elementi di instabilità che lasciano sempre intravedere la possibile ridefinizione dell’area dell’euro.

Non si stanca di ricordarlo Jacques Sapir che a commento delle recenti dichiarazioni di Angela Merkel (“Presto o tardi, senza la coesione necessaria, la moneta esploderà” lo riporta Philippe Ricard in un articolo del 21 Dic. 2013 su Le monde) scrive sul suo blog: “la Germania è perfettamente consapevole che una prospettiva federale è indispensabile per la sopravvivenza dell’euro, ma essa stessa non vuole – e la possiamo perfettamente capire – pagarne il costo. Quindi tutto ciò che propone ai suoi partner sono dei “contratti” che li portano a sostenere la totalità dei costi d’aggiustamento necessari per la sopravvivenza dell’euro, mentre essa sola trarrà profitti dalla moneta unica. Ma tali “contratti” non faranno altro che spingere l’Europa del sud e la Francia verso una recessione storica dalla quale questi paesi usciranno socialmente e industrialmente triturati.” [J. Sapir, Madame Merkel et ses ‘contracts’, 25 Dic. 2013]

L’instabilità si riscontra nell’andamento del mercato valutario almeno a partire dal 5 Settembre 2013: a questa data 1 dollaro vale 1,311 euro; si assiste ad una svalutazione continua sino al 27 ottobre quando 1 dollaro vale 1,38 euro; poi è l’euro a svalutarsi sino al 14 novembre (1 dollaro vale 1,345 euro); ben presto l’euro torna a rivalutarsi rispetto al dollaro oscillando attorno a 1,37 – senza scendere sino ad oggi sotto 1,35 – sfiorando due volte un tasso di cambio pari a 1,38 (l’11 Dic e il 30 Dic).

La discesa altalenante del valore del dollaro rispetto all’euro è densa di conseguenze politiche che cominciano a creare turbamento. A tal riguardo, Axel Weber, l’ex capo della Bundesbank e attuale presidente di UBS, ha rilasciato pochi giorni fa a Davos delle dichiarazioni estremamente significative: “L’Europa è sotto scacco. Sono ancora veramente preoccupato. La situazione dei mercati è migliorata, ma non l’economica reale della maggior parte dei paesi. […] I mercati stanno ora sottovalutando i rischi, specialmente in periferia. Mi aspetto che alcune banche non riescano a passare i test nonostante la pressione politica. Non appena questo diventerà evidente, ci sarà una reazione finanziaria nei mercati” [A. Evan-Pritchard, Crippled eurozone to face fresh debt crisis this year, warns ex-ECB strongman Axel Weber, The Telegraph, 22 Jan. 2014 – Traduzione italiana qui].

3. Come si è arrivati a questo punto? I mesi di settembre e ottobre sono stati caratterizzati dalla debolezza del dollaro, in un clima di caos artificioso costruito dai Repubblicani. Questi hanno diffuso l’idea di un possibile default statunitense approfittando soprattutto dell’incertezza circa le nuove politiche monetarie che la Fed avrebbe adottato. La contrattazione con i Democratici puntava anche a ridurre al minimo le possibilità di una reale riforma del sistema sanitario nazionale, ma questa strategia ha trasmesso una grande incertezza sui mercati finanziari, che ha finito con diffondere un malcontento eccessivo. La nomina di Janet Yellen (il 9 Ottobre) ha cominciato a diffondere un sentiment dominante tra gli operatori finanziari, che – con dopo qualche settimana – è stato compreso anche dai Repubblicani più ottusi. (Tuttavia il problema tutto politico del rischio default dovrà essere nuovamente discusso dal Congresso in Febbraio). La Yellen gode di una credibilità molto alta in buona parte del mondo accademico che conta. Qualche merito per questo, lo ha anche suo marito, il premio Nobel George Akerlof, autore di uno dei principali contributi alla base dei modelli teorici che incorporando le asimmetrie informative, giungono a riportare in auge delle indicazioni di politica economica volte a sostenere la domanda (nel breve periodo), The market for “lemons”: quality, uncertainty and the market mechanism, pubblicato sul Quarterly Journal of Economics nel 1970. È curioso che gran parte della stampa americana oggi scriva che Janet Yellen sia coautrice di quel lavoro, quando in realtà non è nemmeno presente nei ringraziamenti. Ciò che i mercati hanno compreso è che la politica monetaria della Yellen sarà costruita per incrementare il tasso di partecipazione al lavoro: la FED difenderà una politica monetaria accomodante fintanto che questa sarà in grado di generare una riduzione del tasso di disoccupazione. Stando ad alcune simulazioni che la stessa first lady della FED ha illustrato nel Novembre del 2012 durante un seminario alla University of California di Berkley: il tragitto dei tassi della FED deve puntare a minimizzare la deviazione dell’inflazione dal 2% e la deviazione del tasso di disoccupazione dal 6%. In particolare – diceva la Yellen – “la politica ottimale per introdurre questo ‘approccio equilibrato’ […] consiste nel tenere i tassi vicini allo zero fino all’inizio del 2016, circa 4 trimestri in più rispetto a quanto indicato dalla linea di riferimento standard. Bisognerà poi tenere i tassi sotto questa linea fino al 2018.” [la lezione può essere vista qui. Le parti più rilevanti sono dal minuto 29 al minuto 39].

Il 14 Novembre 2013 Janet Yellen tiene il suo primo discorso ufficiale dopo la nomina a governatore della FED. Si tratta di un discorso che finisce col compensare gli effetti del taglio dei tassi che la Banca Centrale Europea aveva attuato il 7 Novembre. Questa manovra – inefficace per quel che concerne l’economia reale (per le ragioni spiegate da A. Terzi, BCE il taglio dei tassi non allontana la deflazione, 15 Nov. 2013) – aveva comunque modificato al ribasso le aspettative dei tassi futuri, incidendo così sull’andamento del tasso di cambio: l’euro tornava a svalutarsi in modo deciso nei confronti del dollaro. Solo per poco tempo: l’illusione di una ripresa significativa dell’export europeo è durata circa una settimana sino al 14 Novembre.

In dicembre Ben Bernanke ha ufficialmente abbandonato la guida della FED mettendo in atto una diminuzione graduale nell’acquisto dei titoli da parte della banca centrale americana. Siamo di fronte a ciò che in gergo si chiama tapering, che – come si è affrettato a precisare Bernanke – comporta una riduzione della liquidità aggiuntiva sul mercato e non un rialzo dei tassi di interesse. L’effetto immediato che si è avuto è stato quello di diminuire il flusso di capitali verso i così detti Paesi in via di sviluppo.

Nell’ultima audizione del 2013 alla Commissione sugli affari economici e monetari del Parlamento Europeo, il governatore della BCE Mario Draghi ha usato parole di fuoco nei confronti di coloro che mettono in discussione la tenuta dell’Euro: “L’euro è irreversibile […] Se un Paese pensasse di lasciare l’euro per evitare le necessarie riforme strutturali si sbaglierebbe di grosso: dovrebbe anzi effettuare riforme più dure fuori dalla protezione dell’euro”. Queste parole hanno da un lato contribuito a ridurre le scommesse sull’uscita dall’UME degli Stati indebitati, dall’altro hanno contribuito a rafforzare l’euro nei confronti del dollaro. Questo risultato non riflette tuttavia i così detti fondamentali, non solo dei Paesi dell’Unione Monetaria Europea strutturalmente in deficit commerciale, ma anche dei Paesi più forti, che cominciano a sentirsi sempre meno in grado di sostenere le proprie esportazioni.

Al 27 Gennaio la situazione sui mercati valutari è la seguente: l’euro si trova sui massimi degli ultimi anni nei confronti di diverse valute (1 euro vale 1,36 dollari USA, 1,385 yen, 13.74 rand sudafricani). Lo yen Giapponese si trova ai minimi nei confronti del dollaro USA, della sterlina UK e dell’euro. Le Borse sia negli Stati Uniti che in Europa sono sui massimi di sempre (lo SP500 – l’indice che riflette l’andamento di un paniere di azioni formato dalle 500 imprese statunitensi a maggiore capitalizzazione – è a 1.802, il DAX – l’indice che riguarda i 30 titoli a maggiore capitalizzazione della Borsa di Francoforte – è a 9.400).

Le valute dei Paesi emergenti sono interessate da una grande svalutazione. Si tratta di una situazione che non costituisce di per sé una novità: tra Maggio e Luglio 2013 dopo le prime dichiarazione di Bernanke sulla possibile interruzione di una politica monetaria accomodante da parte della Fed, a farne le spese erano state soprattutto il real brasiliano e la rupia indiana. In questi giorni tutto ciò avviene senza però che gli operatori sui mercati finanziari statunitensi siano preoccupati dalla possibilità di un rialzo dei tassi di interesse (la Yellen su questo punto è stata molto chiara). Venerdì 17 Gennaio il peso argentino ha fatto registrare il più grande declino giornaliero degli ultimi dieci anni. Lo hanno seguito la lira turca e il real brasiliano (-25% dal Luglio 2013). Nei giorni successivi le vendite valutarie hanno coinvolto anche la Thailandia, la Malaysia, l’Indonesia e le Filippine. La rupia indiana ha continuato a svalutarsi rispetto al dollaro (-20% dal Luglio scorso). Anche il rublo è sceso (del 33% dal Luglio scorso).

Tra gli analisti inizia a serpeggiare l’idea che le economie emergenti non siano poi così forti: la spiegazione più diffusa (figlia a ben vedere della teoria del saving glut di cui Bernanke è fautore) è che dal 2008 ad oggi questi Paesi avrebbero accum