“Le tre creature farfuglianti, che incespicavano nelle parole, con le loro teste abnormi e i corpi devastati, stavano contemplando il futuro. Il macchinario analitico registrava profezie e, mentre i tre precog idioti parlavano, li monitorava attentamente.

Per la prima volta il volto di Witwer perse la sua disinvolta sicumera. Nei sui occhi affiorò un’espressione malata, sconcertata, un misto di vergogna e choc morale. «Non è… un bel spettacolo» mormorò.”

Philip K. Dick, Rapporto di Minoranza

 

A Bologna, presso la facoltà universitaria di lettere e filosofia di via Zamboni 36, il 9 febbraio è entrato un reparto celere della Polizia di Stato che ha sgomberato violentemente un gruppo di studenti.

La vicenda è presto detta: l’istituzione universitaria decide di installare dei tornelli girevoli e dei dispositivi di identificazione mediante badge elettronico agli ingressi della biblioteca di facoltà. La scusa addotta è che, per permettere la fruizione agli studenti iscritti delle aule studio sino alla mezzanotte, in una “zona a rischio degrado” come quella universitaria del centro città, è  necessario dotarsi di apparati di controllo identificativo degli ingressi per evitare che “soggetti sgraditi” possano entrare. Non solo alla biblioteca del “36”, ma con questa in altre tre aule studio della zona universitaria secondo un progetto di riqualificazione urbana più vasto atto a “ripulire la zona unversitaria”. Per quanto già da questo fatto sia possibile estrapolare alcune considerazioni interessanti sul piano della biopolitica, sulle quali mi soffermerò in seguito, mi limiterò in questa fase a riferire come questa iniziativa del tutto verticale, che non ha coinvolto nessun membro della comunità lavoratrice e studiante che attraversa lo spazio della biblioteca quotidianamente, non sia casuale. “Il 36”, infatti, è noto ai più come la biblioteca “casinista” della città. Lo spazio interno dell’edificio ospita, oltre a diverse aule studio su più piani, al servizio bibliotecario e a due aule dotate di computers, un cortile interno nel quale sono installati dei distributori automatici di caffè, merendine e bevande analcoliche varie. Questo spazio “anomico” (e lo dico con una velata ironia), ha nutrito e sostentato letteralmente e in senso lato diverse generazioni di persone, almeno dagli anni ’90 ad oggi, che contemplavano, oltre alla necessità di studiare, anche il fisiologico bisogno di confronto e relazioni sociali. Tra una chiacchiera e l’altra, sono nati amori, amicizie, odi personali, diatribe politiche e affinità ideologiche. I muri di questo posto, come quelli di molte città e di molti luoghi sono la testimonianza viva di questa fitta rete relazionale e intellettuale che ha fatto vivere questa biblioteca per moltissimi anni. Quando dopo un periodo di “chiusura per lavori” la biblioteca ha riaperto, i tornelli ancora non si vedevano, ma le grandi porte a vetri che ne anticipavano l’installazione sì.

I ragazzi dei collettivi studenteschi della città, che ogni mattina per almeno una settimana si sono curati che questa installazione non avvenisse e che le porte rimanessero ben spalancate rendendo il luogo fruibile come lo era stato sino a quel momento, con un’azione simbolica, si sono impegnati a a scardinare quelle porte a vetri e portarle, con grande attenzione affinché non si rompessero, presso il rettorato. La risposta a questa azione è stata la chiusura “coatta” della biblioteca da parte delle istituzioni universitarie. A seguito di questo, e nella convinzione che chiudere senza addurre spiegazioni una biblioteca pubblica (essendo l’università il luogo pubblico della cultura per eccellenza, a discapito delle tendenze degli ultimi anni che vorrebbero un’impostazione sempre più limitante e aziendalistica di questa istituzione), fosse inaccettabile, gli stessi collettivi hanno chiamato un’assemblea, partecipata da molte altre persone per lo più appartenenti alla comunità studentesca che frequentava quel luogo  e insieme a queste hanno riaperto la biblioteca rendendola normalmente fruibile.

La risposta repressiva, caldeggiata dal rettore, è stata senza precedenti nella storia della città e di indubbia gravità sia morale che in termini di danni materiali. Gli studenti infatti, per difendersi dall’attacco inaspettato della polizia in armi, si sono difesi con i tavoli e le sedie. Sono seguite alcune ore di fronteggiamenti in strada che hanno poi portato alla cacciata degli studenti da via Zamboni, inseguiti dai blindati in piazza Verdi.

Ma ora facciamo un passo indietro.

Bologna è la città nella quale torno ogni volta che ho l’animo afflitto. Il posto che, senza troppi convenevoli, si è fatto scegliere come casa. Anche dopo aver viaggiato a lungo, aver cambiato vita  almeno due o tre volte, mi basta scendere dal predellino del treno e mettere piede sulla banchina della sua stazione, per sentire un’aria famigliare, che fortifica.

Quella stessa stazione che, ora, ospita un nuovo settore preposto al TAV.

Non è questo il contesto per spiegare ai lettori meno avveduti “di cosa parliamo quando parliamo di TAV”, per dirla con Raymond Carver. Mi limiterò a dare il quadro generale di cosa abbia voluto dire per il quartiere popolare della Bolognina, proprio a ridosso della Stazione Centrale di Bologna, o meglio, a ridosso del settore del TAV della Stazione Centrale di Bologna, trovarsi proiettati in uno psicodramma gentrificatore che tenta di sfigurarne completamente il portato sociale e storico, oltre che lo skyline.

Una piccola premessa: al progetto della linea ferroviaria ad alta velocità, ormai, a discapito della sua utopica (o distopica…) gettata internazionale ed europeistica, crede solo l’Italia. Questo non perché il nostro sia un paese di inguaribili sognatori, ma perché, come tutti colori i quali siano passati negli ultimi anni per le stazioni ferroviarie delle più importanti città italiane avranno potuto constatare, è in atto un minuzioso progetto di “rigenerazione” e commercializzazione dello spazio ferroviario. Quelli che un tempo erano gli spazi transitori per eccellenza, atti a fornire uno, spesso piacevolmente colorito, sfondo per l’attesa, si stanno via via trasformando in dei veri e proprio centri commerciali dove non solo il senso di alienazione dovuto all’anonimia dei luoghi si fa via via più pervasiva ma, pure, è sempre più difficile pensare ad una temporaneità sconnessa dallo scambio commerciale e, conseguentemente, al controllo sociale. Guardie giurate alle entrate dei negozi, pattuglie di polizia ferroviaria, telecamere, addetti agli ingressi delle sale d’attesa che controllano i titoli di viaggio di chiunque intenda accedervi sono lì precisamente per evitare che il grande spettacolo del commercio non venga turbato da elementi estranei. Che non vi sia fruitore dello spazio che non abbia pagato la sua parte per il suo contingenziale essere-nel-mondo.

La Bolognina fa parte di una più estesa area amministrativa di Bologna che prende il nome di Quartiere Navile. La sua storia fa onore a quella buffa nomea che definisce il capoluogo dell’Emilia Romagna come città “rossa”. Quartiere che nasce operaio a fine dell’800, la Bolognina rimane, sino ad oggi, uno de quartiere limitrofi al centro storico con la più folta popolazione migrante. Luogo vivo e denso, fa ancora da contraltare ad un’idea di città che va molto in voga negli ultimi dieci anni che ha a che fare con una sovrabbondanza di spazi strettamente di consumo e di spazio pubblico gestito da enti e associazioni più o meno privati, sovradeterminanti in senso commerciale le aree a loro assegnate sotto la logica dei “servizi al pubblico”. La storia non è nuova, già Henri Lefebvre nella sua “Rivoluzione Urbana” del 1970 aveva messo in evidenza come la città nasca sempre da un conflitto, quello tra uno spazio urbanisticamente preordinato con degli scopi decisi dall’alto (e che si declinano via via a seconda delle necessità come spazio punitivo, commerciale, disciplinare o disciplinato, etc…) e lo spazio “imprevedibile” che prende forma attraverso le relazioni sociali, i portati umani, le situazioni di chi lo attraversa.

Come è evidente, uno spazio del genere, situato in quella porzione di città, nel quale il prezzo degli immobili è ancora contenuto (in una città universitaria, teniamolo a mente, che vede negli affitti agli studenti fuori sede e nei loro consumi la sua principale fonte di benessere e che da qualche anno ha intrapreso una vera e propria crociata per la “rigenerazione” cittadina) e con una composizione sociale congeniale alla creazione di un paradigma emergenziale atto a tamponarne le presunte criticità sociali, è perfettamente conforme con le dinamiche di “rigenerazione urbana”, o meglio di gentrification di cui sempre più comunemente sentiamo parlare in tutto il mondo. D’altra parte, come la geografa Paola Bonora ha riferito al convegno di Bologna “Fino alla Fine del Suolo” del 3 febbraio 2017: «La “rigenerazione” rappresenta il core business degli anni futuri. Il bene durevole per eccellenza, che non a caso definiamo e distinguiamo come immobile, entra nel gioco dello spreco consumistico e diventa labile, deperibile, riproducibile. […] La dinamica è lineare: riconverto zone centrali demolendo e ricostruendo, in più costruisco in periferia su terreni vergini sotto l’ombrello dell’interesse pubblico, accorcio in questo modo il ciclo di vita dei manufatti e introduco l’idea della loro precarietà così mi garantisco un mercato imperituro. Un dispositivo perfetto.»

Questa dinamica, chiaramente, ha come diretta conseguenza non solo la conversione di spazio liberamente fruibile (piazze, parchi, aree non costruite, etc) in spazi che creano profitto per alcuni e che diventano inaccessibili ad altri, ma anche la “rigenerazione” degli strati sociali che abitano quei luoghi nei quali i costi di vita diventano più alti e che sono dunque costretti a “migrare” altrove, spesso sfaldando completamente reti sociali consolidate e comunità solide”. Gli sfratti degli abitanti sono già in atto da diversi anni. Solo nel 2015, sul territorio Bolognese se ne sono contati 1081.

Questa non è forse guerra? Canta qualcuno…

Il caso poi vuole che, in Bolognina, ci sia un’altra spina nel fianco del progetto riqualificatore del comune di Bologna. Si tratta di uno spazio sociale autogestito che proprio in questi giorni compie i suoi 15 anni. Si chiama XM24, al civico 24 di via Fioravanti. In modo del tutto coerente con quanto raccontato sin ora, il mercato ortofrutticolo della città che ne occupava lo stabile è stato spostato nel 1994 in un’altra zona periferica di Bologna per la quale oggi esiste un progetto di riqualificazione commerciale, sotto l’egida del colosso dell’alimentazione italiano Eataly che si chiamerà F.I.Co. (Fabbrica Italiana Contadina).

XM24 è stato occupato dal 2002 ed è un luogo cardine della vita sociale e politica delle controculture bolognesi.

Proprio a ridosso di questo spazio, lo skyline del quartiere sta cambiando. L’esempio più inquietante di ciò proietta la sua ombra incombente sull’XM24 e si chiama “Trilogia Navile”. Si tratta di un complesso residenziale composto da tre giganteschi edifici grigi destinati ad alloggi di edilizia sociale. Il cantiere è aperto da dieci anni e tutte le ditte appaltatrici sono fallite con un esorbitante costo per le tasche del comune, quasi 3 milioni di euro. XM24 è circondato sempre più da questi cambiamenti coatti: nell’autunno del 2014, la sede dell’Ex Telecom, che a XM ci sta praticamente di fronte, occupata da dieci mesi da 280 persone dei movimenti per la casa cittadini, è stata sgomberata manu militari con una violenta operazione di polizia e venduta ad una azienda olandese di residenze di lusso per studenti, la Student Hotel. Già nella primavera del 2013, davanti alle minacce del comune di abbattere una parte cospicua dello stabile del centro sociale per costruire un’imprescindibile rotonda, Blu ne aveva dipinto una facciata di XM con la sua opera “Occupy Mordor”. Questa raffigura, con una fina poetica rappresentativa, proprio lo scontro concreto di due modelli di città: quello della burocrazia di palazzo e della rigenerazione urbana, che infatti sta a difendere le mura della città, contro il mondo delle relazioni sociali costruite dal basso, delle autoproduzioni e dell’orizzontalità che in qualche modo non si conforma a quella fortezza.

Questo vasto e complesso murales ha di fatto protetto l’edificio, fino al marzo dell’anno scorso quando la gentrification non ha tentato di fagocitarsi pure questo e Blu, insieme ai militanti dei collettivi di XM, ha deciso con un eroico atto di Harakiri di ricoprirlo[1].

A fine gennaio è poi scaduta la convenzione che lo spazio aveva col comune dal 2013, quando era arrivata la prima minaccia di sgombero e che gli aveva permesso di tirare un sospiro di sollievo almeno temporaneo. Lo spazio, che adesso è di nuovo un’occupazione a tutti gli effetti, è sempre più minacciato dallo sgombero imminente. Per pura casualità, proprio due giorni prima dell’irruzione della polizia dentro la biblioteca di via Zamboni 36, un’assemblea di circa 1000 persone si era raccolta a XM per esprimere la sua solidarietà e per discutere insieme delle modalità con cui difendere uno spazio così importante dal pericolo da cui è vessato.

Le retoriche che l’amministrazione comunale ha messo sul piatto per giustificare l’attacco diretto sferrato non solo contro XM24 in sé e per sé, ma a tutto ciò che questo rappresenta come modalità che costruzione dell’esistente sono interessanti e nella misura in cui rendono evidente il piano dello scontro: da molti anni, infatti, Bologna vive schiava dell’oratoria sul degrado, strumento principe attraverso cui  viene presentata la “rigenerazione” urbana come sola soluzione praticabile.

E allora, cosa c’entrano i tornelli all’ingresso del “36” con il dilagare di Mordor che minaccia i nostri spazi di vita?

Dove le vecchie retoriche sul decoro urbano si sono rivelate inefficaci, i discorsi sulla città si riempiono di allarmismo circa una presunta pericolosità del tessuto urbano.

La zona universitaria di Bologna è sempre stata uno di quei posti che catalizza questo tipo di discorsività. I tornelli al “36” sono perfettamente in linea con questo.

Passeggiando per Bologna, attraverso la zona universitaria, la sua “ingovernabile” piazza Verdi, fino alla Bolognina, le pattuglie di polizia e le camionette dell’esercito costituiscono quasi un continuum spazializzato che incarna alla perfezione il paradigma di potere di controllo pervasivo di cui parla Deleuze nell’evidenziare come, nella società del controllo, la prerogativa si sposta dal disciplinamento alla gestione dell’anomalia[2].

Già quando mi sono trovata a dover analizzare in cosa consistesse lo stato d’eccezione che era stato costruito nelle pratiche di controllo e nelle retoriche pubbliche ad Atene negli anni più duri della recessione dovuta alla famigerata “crisi”, questo processo era cristallino. La città malata, in crisi, produce violenza e questa violenza va curata. Non è affatto un caso, tra l’altro, che le fasi “critiche”, le crisi con le quali vengono giustificate le instaurazioni degli “stati d’eccezione”, gettino etimologicamente le basi nelle origini mediche: Krino, infatti, non identifica altro che la capacità del medico di discernere lo stato vitale da quello morente nel paziente. Non solo ha a che vedere, quindi, con la necessità di intervento ma, pure, di un intervento “esperto”, verticale, atto a ristabilire l’ordine “normale” della salute.

“Siamo di fronte ad un paziente su un letto chirurgico” diceva Yiorgos Papadopoulos, dittatore nella giunta dei colonnelli in Grecia nel 1973, parlando delle leggi speciali imposte alla popolazione greca sul finire del regime “le restrizioni sono come le fasce che ci permettono di tenere il paziente legato al letto in modo che l’operazione possa svolgersi senza intoppi”.

Operare un malato per tenerlo in vita, dunque, anche a costo di torturarlo, piuttosto che prevenire “ortopedicamente” la malattia. Il processo è sempre lo stesso e, com’è evidente, si autogenera come l’Auryn della Storia Infinita: rendere visibile la crisi, costruire l’eccezione con la scusa di doverla normalizzare.

Eccola, dunque, la biopolitica dei tornelli ed il motivo per cui ha senso parlarne.

Tutti coloro i quali in queste settimane si sono chiesti perchè mai ci fosse tutta questa tensione per una questione tutto sommato marginale, e sono in molti, non hanno forse colto quanto questa materializzi in modo forse senza precedenti quella specie di formazione che, in un dato momento storico, ha avuto una funzione strategica dominante. Quella certa manipolazione di rapporti di forze, di un intervento razionale e concertato in questi rapporti di forze[3] che ci costruisce come soggetti nella misura in cui ci relazioniamo ad essi: un dispositivo reale, concreto quanto  discorsivamente costruito che opera, che vuole operare concretamente e discorsivamente il controllo di ciò che non riesce a reprimere.

“Abbiamo contatti continui con loro che ci deridono e che ci sbattono in faccia la loro impunità” ha dichiarato alla stampa Mirella Mazzucchi, coordinatrice della biblioteca del “36”.

Effettivamente, attraversando i corridoi dell’università in questi giorni, era davvero difficile non venire coinvolti dall’euforico senso di sfida che la decostruzione di questo paradigma securitario e normalizzante ha provocato. L’augurio può essere solo che questo entusiasmo ci porti fino alla presa di Mordor. Perché ci sia vita intorno a noi e non solamente, non semplicemente sopravvivenza.

NOTE

[1]   http://www.wumingfoundation.com/giap/2016/03/street-artist-blu-is-erasing-all-the-murals-he-painted-in-bologna/#english

[2]   https://www.carmillaonline.com/2004/07/10/gilles-deleuze-la-societa-del-controllo/#000871

[3]   http://1libertaire.free.fr/MFoucault158.html

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