Questo articolo è apparso in francese su PLATEFORME D’ENQUÊTES MILITANTES. La traduzione in italiano è di Matteo Polleri.

L’autoconoscenza soggettiva e oggettiva del proletariato ad un determinato grado del suo sviluppo è al tempo stesso la conoscenza dello stato raggiunto sino a quel momento dallo sviluppo sociale. G. Lukacs, Storia e coscienza di classe

Sulla base del capitale, il tutto può essere compreso solo dalla parte. La conoscenza è legata alla lotta. Conosce veramente chi veramente odia. M. Tronti, Operai e capitale

Il s’agit de faire jouer des savoirs locaux, discontinus, disqualifiés, non légitimés […] Il s’agit de l’insurrection des savoirs. M. Foucault, Il faut défendre la société

Ogni processo di lotta è intrinsecamente accompagnato da una produzione di conoscenza – quantomeno latente – rispetto alle tensioni e alle contraddizioni innervanti il mondo sociale, nonché in relazione alle esperienze vissute dalle soggettività in movimento. Una consapevolezza più sviluppata e meglio condivisa di ciò non può che favorire un uso ottimale di tale sapere, elaborato o ereditato dalle lotte, nella prospettiva di un suo potenziamento in termini di efficacia. È la ragione per la quale ci interessa elaborare dei metodi capaci di produrre un avanzamento su questo terreno, ad un tempo pratico e teorico, avendo come orizzonte il rovesciamento dei rapporti di forza e delle logiche sociali dominanti, tanto al livello dell’ «economia del sapere», quanto sul piano dell’«economia generale».[1]

L’ipotesi soggiacente alle riflessioni che proponiamo può essere formulata nel modo seguente: se la produzione di antagonismo ha a che vedere con la produzione di un certo tipo di sapere, tale rapporto non funziona a senso unico, ma secondo un’azione reciproca difficilmente prevedibile, che apre, di conseguenza, alla possibilità di intervenire su entrambi i poli della relazione. Ci sembra essere questa una delle declinazioni possibili del metodo materialista della trasformazione sociale.

Se si tratta dunque di suscitare consapevolmente delle interazioni tra questi due processi appena distinti – che si confondono, nella realtà sociale, in seno ad una sola dinamica – l’inchiesta militante si presenta come la pratica mediatrice e trasformatrice che è puntualmente intervenuta per produrre, in un unico movimento, forme di autorganizzazione delle lotte e di elaborazione di saperi offensivi. La sua storia, di cui si percorreranno le linee più contemporanee, incoraggia a sviluppare delle ricerche analoghe, fondate su un rapporto di immanenza tra ricercatori e i soggetti dell’inchiesta, in particolare nel contesto di effervescenza sociale e culturale che il movimento contro la loi travail e il suo mondo ha contribuito a produrre. È qui che troviamo, in effetti, una delle piste che si possono seguire per creare le condizioni di un suo rilancio politico, che appare oggi parzialmente compromesso.

I

In un’epoca durante la quale la figura principale dell’antagonismo sociale era incarnata dal movimento operaio, l’inchiesta politica si è affermata, di conseguenza, come inchiesta operaia. Si può considerare che quest’ultima, a seguito della formulazione del questionario di Marx, è apparsa nella sua forma attuale con le attività della rivista «Socialisme ou Barbarie» e si è soprattutto affermata con l’esperienza del primo operaismo italiano, in particolare con i «Quaderni rossi», con il quale la forma inchiesta ha trovato la sua espressione più compiuta. La storia dei contatti tra questi due percorsi teorici e militanti sarebbe ancora da scrivere: ci si limiterà qui a una semplice evocazione di tale affinità, poiché a partire da quest’ultima un insieme di pratiche di ricerca hanno saputo affermarsi all’interno del ciclo di lotte che ha attraversato l’Europa tra gli anni ’60 e ’70.

È all’inizio degli anni ’60, infatti, che i partecipanti ai «Quaderni rossi» si presentano alle porte delle fabbriche per tentare di stabilire dei legami con gli operai e per analizzare l’intreccio di passività apparente e mobilitazione esplicita dei diversi segmenti di classe. Il contesto italiano è caratterizzato, all’epoca, da una nuova «composizione di classe», formatasi in seguito a diversi fenomeni, tra cui i processi di migrazione interna e l’affermazione di mansioni dequalificate, solitamente attribuite al proletariato proveniente dalle campagne. Queste nuove soggettività sono sostanzialmente ignorate dai sindacati ufficiali, concentrati sull’organizzazione dei lavoratori qualificati. Lasciato a se stesso, l’operaio-massa inventa allora le sue proprie forme di azione rivendicativa, sulla base di insubordinazioni intermittenti ma continue, rispetto ai regolamenti di fabbrica e a quelli del sindacalismo integrato alla contrattazione industriale. Per i primi operaisti, ciò significa che la classe operaia eccede ormai le sue rappresentazioni e il movimento operaio tradizionale: essa non è più semplicemente un settore sociale da organizzare in un blocco storico egemonico, ma un operatore politico immediato.

Pertanto, tali pratiche possono essere comprese come l’introduzione di un elemento di irriducibilità al cuore del processo capitalistico di produzione, nel momento in cui esso tende ad estendersi a tutti gli aspetti della vita sociale, in particolare sotto la forma dell’industria culturale e dell’informazione,  insinuando così l’idea che si tratti ormai di una totalità perfetta. Viene coltivata, allora, un’intuizione di Lukacs, secondo la quale, malgrado le illusioni reali del feticismo della merce, permane una dualità immanente ai rapporti sociali: non una semplice dualità tecnica derivante dalla divisione del lavoro, ma una dicotomia ontologica e politica effervescente. Non è dunque più questione di accontentarsi, come scrive Panzieri, «dell’analisi della classe operaia a partire dall’analisi del livello del capitale», poiché de facto i comportamenti della prima non sono adeguati all’estensione assoluta della razionalizzazione taylorista della vita sociale. Quest’ultima non fa che catturare le azioni soggettive attraverso una serie di mediazioni, senza però sottometterle in maniera definitiva. L’opposizione tra questi elementi è pur sempre presente ed è investita dal progetto operaista nella speranza di intensificare le pratiche operaie di produzione di lotte e saperi, al fine di formare una razionalità contrapposta e alternativa. In questo senso, gli operaisti si appropriano di un’altra intuizione speculativa di Lukacs: l’idea per la quale il marxismo non può esistere che in quanto «punto di vista del proletariato», cioè come prospettiva di un soggetto storico, che per conoscere la realtà sociale deve approfondire la conoscenza del suo ruolo, della sua posizione e delle sue stratificazioni interne.

Questa è dunque la ragione per la quale, in certi casi, l’inchiesta operaista ha saputo svilupparsi in modo immanente alla classe, ma spesso all’esterno dai partiti e dai sindacati integrati allo Stato regolatore del compromesso fordista, facendone, al più, un uso strumentale per accedere alla realtà di fabbrica. Rispetto alla storia del marxismo, una delle ipotesi fondamentali dell’operaismo risulta allora profondamente originale. L’ipotesi messa a verifica è la seguente: una volta ammessa l’irriducibilità della classe operaia alla totalizzazione capitalistica, bisogna riconosce che la classe segue uno sviluppo relativamente indipendente, secondo le sue proprie leggi e convocando così le sue proprie forme di conoscenza. Il secondo operaismo, a partire dalla rivista «Classe operaia», si spinge un passo più avanti: alla luce dei movimenti sociali di cui è contemporaneo, la classe viene pensata come autonoma rispetto al capitale. Essa funzionerebbe come motore delle sue diverse ristrutturazioni, intese come risposte all’insubordinazione operaia.

In quest’ottica, possiamo sintetizzare le poste in gioco dell’inchiesta praticata dagli operaisti durante questa fase particolare notando che essa si basa su due risorse: uno studio della classe (dunque, una certa idea della produzione di soggettività) e un’analisi dello sviluppo capitalistico (dunque, una certa idea dell’oggettività sociale). Ne derivano altrettante linee di condotta. Innanzitutto, l’adozione di un «punto di vista» esplicitamente parziale e socialmente situato che prende posto tra gli attori delle lotte. In secondo luogo, la partecipazione immediata e immanente all’organizzazione politica di quest’ultime, in quanto conditio sine qua non della produzione di un sapere che sia, al tempo stesso, mobilitabile nelle e per le lotte. Si arriva così a cogliere le mutazioni più recenti che intervengono il livello soggettivo e oggettivo, per ridefinirli in quanto costanti storiche.

II

È per questo che tale genere di inchiesta autorizza una serie di rielaborazioni delle tesi appartenenti al marxismo eterodosso di matrice tedesca, riorientate verso l’intervento di base. Questa ispirazione non si limita infatti alla ripresa di una visione dicotomica della totalità capitalista o al riferimento all’idea di una produttività ontologica del lavoro vivo. Consiste anche nell’appropriazione dell’ipotesi relativa alla sussunzione reale di tutta la vita sociale al capitale. Ma nonostante queste convergenze teoriche, la linea di condotta operaista, il metodo d’analisi e di intervento non può essere più lontano dagli autori della Scuola di Francoforte.[2] Il gesto di fare inchiesta sulla composizione di classe e sullo sviluppo dei conflitti sociali che ne deriva non presenta nessuna affinità con le ricerche sociali empiriche condotte da Adorno, che si iscrivono invece nell’eredità dello “sguardo sociologico”, malgrado le profonde critiche rivolte all’ontologia sociale implicita ai lavori di Weber e Durkheim.

Se si esamina, in particolare, la forma della «conricerca» messa in opera da Romano Alquati, membro dei «Quaderni rossi» ed erede di Montaldi, appare una differenza evidente, tanto sul piano della postura adottata che su quello del fine ricercato. Non si tratta in alcun modo di studiare dall’esterno le modalità di manipolazione della coscienza da parte degli apparati ideologici del tardo capitalismo, ma di evolvere politicamente all’interno della composizione sociale, insistendo sugli sguardi critici che ne emergono e partecipando ai movimenti d’insubordinazione, al fine di sostenere un processo organizzativo capace di trasformare l’opposizione latente in antagonismo aperto. In questo senso, l’inchiesta come conricerca non è un metodo cartografico, ma un’iniziativa funzionale, integrata alle dinamiche di lotta e destinata all’articolazione tra la conoscenza della condizioni oggettive e il piano soggettivo dello scontro.

L’inchiesta alla Fiat di Mirafiori condotta dai «Quaderni rossi» tra il ‘60 e il ‘61 – e pubblicata solo nel ‘65 – è l’occasione di esplicitare ciò che di distingue queste due tendenze. L’iniziativa è finalizzata a comprendere l’apparente passività operaia in quest’impresa come una potenzialità di lotta che non ha trovato la sua espressione adeguata all’interno della politica sindacale. Nasce così un dibattito tra le due linee che evolvono nella rivista: da un lato quella di Panzieri, più vicino a un’idea di scientificità e di organizzazione verticale dell’inchiesta, avendo come obiettivo di «rimettere la sociologia sui suoi piedi» e inserendosi in una più ampia strategia di costruzione di quadri politici tra i soggetti intervistati, nell’orizzonte del «controllo operaio della produzione»; dall’altro, intorno alla figura di Alquati, la proposta di un’iniziativa collaborativa orizzontale, finalizzata a costituire una collettività autonoma e irriducibile al piano capitalistico, sempre capace di distorcere il potenziale sovversivo dei progetti autogestionari. In questo senso, analizzare il capitale dal punto di visto del lavoro vivo o operare per la sua autonomia sono però due poli complementari. Sostenere e articolare il «partito invisibile»[3] significa costruire un’avanguardia immanente alle pratiche di massa, e stabilire una «relazione simbiotica tra teoria, pratica e organizzazione».

Da qui derivano due metodi concreti che hanno in comune le prospettive di Alquati e Panzieri: fare inchiesta «a freddo» o «a caldo», favorendo o partecipando a situazioni in cui il lavoro vivo si rende indisponibile alle esigenze produttive e alle necessità burocratiche del sindacato integrato. A tal proposito, bisogna notare che l’antagonismo operaio è definito da questi autori come la forza che si confronta al piano tecnico, sociale, politico e scientifico del capitale, e non solo come la semplice condivisione di certe condizioni economiche e salariali. È questo un presupposto teorico di cui l’inchiesta verifica e provoca la realtà pratica. Ne conserveremo le conclusioni seguenti: la semplice osservazione dell’attività dei lavoratori non permette di descrivere la dinamica di sfruttamento; la concentrazione nello spazio dell’impresa non è a sua volta sufficiente nel momento in cui l’assoggettamento al processo di valorizzazione si opera sulla scala di tutta la vita sociale. Ciò che conta, in questo senso, è elaborare una forma di conricerca all’altezza delle proliferazioni della metropoli produttiva.

I lavori di Alquati sono sconosciuti in Francia e poco diffusi in Italia. Inaspettatamente, esistono però svariati esempi d’inchiesta che seguono un modello simile, pur senza esplicitarne i presupposti. In Francia, si sviluppano essenzialmente con le lotte successive al maggio ‘68 e sono, da un parte, il «lavoro di massa» di matrice maoista, d’altra, le ricerche del Gruppo d’Informazione sulle Prigioni (GIP), coordinate da Michel Foucault. Nonostante una serie di evidenti differenze, dovute all’eterogeneità dei contesti sociali, politici e teorici, esistono alcune profonde affinità tra i vari percorsi: alla presa di parola immediata dei soggetti dell’inchiesta è accordato il medesimo ruolo e l’azione militante è condotta in modo orizzontale dai ricercatori, che lavorano ad un sapere dotato di uno statuto strumentale e offensivo, finalizzato a produrre effetti politici diretti.

Per Foucault, in effetti, nel contesto penale l’«inchiesta-intolleranza» lanciata dal GIP ha per fine di «far circolare l’informazione di gruppo in gruppo» per «trasformare l’esperienza individuale in sapere collettivo». La verità veicolata non è quella rilevata da un osservatore, ma appartiene ai detenuti: l’inchiesta non è che la struttura flessibile che permette di prendere parola pubblicamente. Il collettivo si lega alle famiglie dei detenuti e agli ex detenuti,[4] che diventano i veri protagonisti dell’inchiesta. Nel contesto penitenziario, l’inchiesta stessa interviene come una forma di lotta e suscita una comunità d’esperienza che oltrepassa la sua finalità informativa iniziale. Dall’esterno della prigione, il GIP opera soprattutto come ripetitore delle differenti mobilitazioni interne: è un modello d’organizzazione trasversale e proteiforme dei prigionieri, del loro entourage e delle loro forme di solidarietà, con funzione di trasmissione tra la strategia d’insieme e le tattiche situate.

Tali pratiche condividono dunque una constatazione fondamentale: le forme di sapere prodotte al servizio della valorizzazione capitalista e dei suoi strumenti disciplinari, che siano accademiche o no, non possono essere mobilitate nel corso delle lotte, poiché elaborano un’auto-interpretazione della realtà capitalistica orientata al suo governo. Esse non possono tenere in conto le divisioni e le rotture della pseudo-totalità all’interno della quale funzionano precisamente in quanto mediazioni.[5] Al contrario, una forma di sapere complessiva si sviluppa proprio tramite gli enunciati critici, che superano le divisioni e le fratture interne al complesso sociale dalla quale provengono. Fornendo un’occasione di provocare tali enunciati, l’inchiesta può allora suscitare una riappropriazione della funzione della produzione di sapere da parte delle soggettività che sono solitamente gli oggetti dei diversi dispositivi di cattura delle informazioni, finalizzati a garantire il dominio capitalistico sui processi produttivi. Essa può dunque essere il terreno di elaborazione e della messa in comune di una contro-razionalità immanente allo sviluppo delle istituzioni autonome che crescono in seno alle società capitaliste.[6]

Perciò, nonostante le apparenze, la logica e la pratica di tali schemi di inchiesta non riposano su dei semplici a priori spontaneisti.  Nel caso delle analisi della fase fordista di produzione, l’irriducibilità della classe operaia alle strutture capitaliste non le conferisce automaticamente un carattere antagonista, ma la definisce soltanto come un fattore d’opposizione all’interno di un insieme, essendo, al tempo stesso, sempre capace di eccederlo. L’opposizione si trasforma in antagonismo solo a seguito di una mutazione politica. Quest’ultima, a sua volta, per quanto possa talvolta avvenire grazie ad un intervento esogeno, non è mai assimilabile all’importazione di una coscienza di classe dall’esterno. Essa risiede piuttosto nella creazione di opportunità di rottura e di costruzione di una socialità alternativa.

Si tratta dunque, per chi fa inchiesta, di favorire la trasformazione dei momenti conflittuali dispersi in momenti di antagonismo attraverso la partecipazione ad un processo di soggettivazione collettiva, senza mai inscriversi nella prospettiva pastorale del militante professionista. L’inchiesta deve precisamente intervenire come il detonatore del passaggio all’antagonismo a partire da una situazione localizzata di scontro: intensificare gli elementi iniziali del divenire classe della forza-lavoro, iscriverli nella durata, favorire una socializzazione in rottura con quella ordinaria. Potremmo pensare questa dinamica facendo convergere paradossalmente Lukacs e Foucault: da una parte, l’inchiesta avrebbe a che fare con la coscienza di classe come forma di sapere immanente ad una socializzazione alternativa, cioè sottratta alla razionalità reificante, nella quale è catturata durante il suo stesso processo di formazione; dall’altra, essa è sinonimo della produzione di un contro-sapere parziale e strategicamente posizionato, che favorisce una soggettivazione in rottura con l’economia politica ed epistemologica dominante.

Si coglie qui una netta continuità rispetto all’inchiesta proposta da Marx nel 1880, il cui questionario[7] tentava di favorire l’approfondimento della coscienza di classe, insistendo sull’espressione delle soggettività critiche, potenzialmente socializzabili nella lotta. La serie di domande marxiane cercava infatti di operare una connessione progressiva tra le condizioni di lavoro, le reazioni degli operai e i rapporti sociali complessivi, al fine di svelare come propriamente capitaliste le istanze che si presentano come neutre. Alla luce dell’accentuazione contemporanea degli effetti di naturalizzazione delle logiche sociali, sembra allora necessario mobilitare l’inchiesta come fattore di negazione dell’apparente naturalità feticista della realtà capitalistica, e di impegnarsi per produrre una forma d’intelligenza di essa in quanto totalità rotta, un’intelligenza antagonista che possa essere costruita e condivisa nella conricerca.

III

Alla luce di questo détour attraverso la storia politica ed epistemologica dell’inchiesta, alcuni suoi punti salienti emergono come altrettante sfide lanciate all’attualità. Uno in particolare dovrebbe essere considerato: si tratta delle possibili piste di conricerca da tracciare e sperimentare alla luce delle condizioni di produzione contemporanee e delle forme di composizione soggettiva del lavoro vivo. Le esperienze di inchiesta politica fin qui evocate hanno avuto in comune, in primo luogo, il gesto situarsi al cuore dei terreni attraversati da rapporti di forza variabili e configurati secondo una serie di fattori di sfruttamento e dominio tra loro eterogenei e interconnessi (classe, genere e razza, per esempio). Il gesto di posizionare lo sguardo per costruire un punto di vista collettivo che esprima le soggettivazioni critiche e la socializzazione dei comportamenti che si sono resi indisponibili all’assoggettamento costituisce la prima lezione che possiamo trarre Alquati, da Foucault e dai maoisti.[8]

Ciononostante, l’esplosione del rapporto salariale[9] in quanto forma egemonica dell’inquadramento giuridico-disciplinare del lavoro mette in difficoltà l’antica evidenza marxista, per la quale gli ambienti di salarizzazione operaia sarebbero i migliori terreni di inchiesta. La disseminazione della fabbrica nelle attività di riproduzione sociale e la sua connessione ad territorio costituito dalle reti materiali e immateriali della logistica produce i medesimi effetti di spiazzamento.

Gli interventi plasmati sull’idea di una coscienza di classe uniforme si trovano allora in scacco. Uno schema contemporaneo di conricerca non può dunque emergere che ridisponendosi positivamente rispetto ai fattori che le sono sfavorevoli, perché scompongono e moltiplicano la forza socializzatrice del lavoro (intermittenza, frammentazione, mobilità temporale e spaziale),[10] muovendo così tanto verso le zone di larvato malcontento, quanto verso le lotte aperte che fioriscono su queste basi.

Malgrado alcune costanti, la questione della mediazione sindacale tra inchiesta e soggettività si pone allora in termini differenti rispetto al passato. Le difficoltà riscontrate dai movimenti sociali nell’ultimo ventennio hanno reso evidente la rinuncia delle centrali sindacali ad esprimere adeguatamente la spinta che, talvolta, viene prodotta dalle basi e le potenzialità presenti nelle nuove forme di lavoro, difficilmente rappresentabili sulla base delle strutture e dell’immaginario classico. È ciò che si è verificato, per un breve periodo, in Francia durante il movimento del 2016, dove alcuni settori della base sindacale hanno agito in modo relativamente indipendente dalle strutture sindacali, esprimendosi non solo tramite iniziative autonome di sciopero e blocco dei flussi, ma anche entrando in dialettica con le componenti più conflittuali delle piazze, ed in particolare con il cortège de tête, composto da un eterogeneo precariato metropolitano giovanile.[11]

Al tempo stesso, la fine del compromesso fordista spinge le organizzazioni sindacali classiche fuori dalla funzione regolatrice e mediatrice che avevano acquisito all’interno della macchina statale del tardo capitalismo, indebolendole in maniera pressoché irreversibile. In questo contesto, pur guardando con favore alle possibilità di scontro e di convergenza tattica che questa dinamica potrebbe produrre, l’ottica della conricerca si può volgere, più produttivamente, verso le forme di reinvenzione autonoma della pratica sindacale, attraverso l’analisi e il supporto degli esperimenti di sindacalismo autorganizzato emergenti dai segmenti del lavoro vivo non rappresentabili in forme classiche, con particolare attenzione rispetto alle interazioni e alle coabitazioni tra moduli organizzativi tradizionali e nuove sperimentazioni. Riconoscere tali spazi di ambivalenza come terreni di investimento strategico e come luoghi di progettualità organizzativa di medio termine risulta una delle sfide chiave per una riformulazione contemporanea della conricerca.[12]

Ciò significa rompere con l’attaccamento ad un certo passato e prendere atto del fatto che le forme di conricerca non sono fissate in modo astorico, ma variano in funzione dei contesti sociali e dei momenti produttivi considerati, mentre il loro contenuto risiede sempre in una potenza di produzione di conoscenza e soggettivazione collettiva.

Si tratta allora, in questo senso, di distinguere una forma metodologica variabile dell’inchiesta, quale emerge chiaramente dalla disamina della storia delle sue applicazioni, e le questioni e le esigenze politiche constanti a partire dalle quali ha potuto prendere corpo in modo proteiforme. Identificare e sostenere i soggetti delle lotte e partecipare alla loro dinamica d’insubordinazione, alla trasformazione del conflitto in affermazione positiva di contro-istituzioni. In una fase che conosce i sintomi tipici dei periodi di crisi strategica del pensiero e dell’attività militante – fatalismo filosofico, determinismo sociologico e volontarismo esacerbato, tutte facce della stessa medaglia – non conviene né ritornare ad una pura e pastorale «scienza materialista» delle condizioni reali degli oppressi, né ignorare semplicemente quest’ultime. La prospettiva di riappropriarsi in modo irriverente della linea di condotta dell’inchiesta sembra essere una scelta politicamente ed epistemologicamente feconda. Le tendenze contraddittorie del processo di cognitivizzazione della produzione, così come la moltiplicazione delle logiche dello sfruttamento, non possono infatti che spingere ad una sempre maggiore integrazione tra autorganizzazione sociale, critica dell’economia politica e decostruzione dell’economia del sapere.

 

Note

[1] Precisiamo che la formula «economia generale» designa la struttura socio-economica, mentre l’«economia del sapere» rinvia ai regimi di produzione di conoscenza, studiati criticamente da Michel Foucault.

[2] Sul rapporto tra francofortesi e operaisti, si veda http://revueperiode.net/reification-et-antagonisme-loperaisme-la-theorie-critique-et-les-apories-du-marxisme-autonome/.

[3] R. Alquati, Lotte alla FIAT, in R. Alquati, Sulla Fiat e altri scritti,  Feltrinelli, Roma, 1975, pp. 185-197.

[4] https://www.cairn.info/revue-les-temps-modernes-2007-4-page-268.htm

[5] Si veda A. Cavazzini, Enquête ouvrière et théorie critique, Série Philosophie, Liège, 2013.

[6] Hardt e Negri insistono in particolare sull’istituzionalità autonoma, aperta e non sovrana come prospettiva strategica a seguito del ciclo di movimento iniziato nel 2011: M. Hardt, A. Negri, Assembly, Oxford University Press,  2017.

[7] https://www.cairn.info/revue-travailler-2004-2-page-21.htm

[8] Un recente intervento di Alain Badiou va in questa direzione: «in questo senso, la politica consiste nel situare localmente, tramite un ampio dibattito, la parola d’ordine che si cristallizza nella situazione dell’esistenza di queste due vie. Questa parola d’ordine, in quanto locale, non può che provenire dall’esperienza delle masse. È qui che la politica apprende ciò che può fare esistere localmente la lotta effettiva, quali che siano i mezzi, per la via comunista. Da questo punto di vista, l’istanza della politica non è immediatamente lo scontro antagonista, ma l’inchiesta continua, nella situazione, sulle idee, le parole d’ordine e le iniziative atte a fare vivere localmente l’esistenza di due vie, di cui l’una è la conservazione di ciò che c’è, l’altra la sua trasforma zione completa, secondo dei principi egalitari che la nuova parola d’ordine cristallizzerà. Il nome di quest’attività è «lavoro di massa». L’essenza della politica, fuori dal movimento, è il lavoro di massa». A. Badiou, 13 Tesi. E qualche commento sulla politica mondiale, in «OperaViva», 2017, http://operaviva.info/13-tesi/.

[9] Riprendiamo qui la formula impiegata in F. Chicchi, E. Leonardi, S. Lucarelli, Logiche dello sfruttamento. Oltre la dissoluzione del rapporto salariale, Ombre Corte, Verona, 2016.

[10] Un esempio: http://www.cip-idf.org/article.php3?id_article=5786.

[11] Per una ricostruzione generale del movimento, si veda D. Gallo Lassere, Contre la loi travail et son monde. Argents, précarité et mouvements sociaux, Eterotopia, Paris, 2016.

[12] Le forme di autorganizzazione dei lavoratori del food delivery sono emblematiche in questo senso, in particolare nel caso del CLAP di Parigi: http://effimera.org/piattaforme-lotta-classe-intervista-hadrien-membro-del-collettivo-dei-fattorini-autonomi-parigi-clap-plateforme-denquetes-militantes/.

 

Immagine: fotogramma dal film La classe operaio va in Paradiso (1971), di Elio Petri.

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