Introduzione

In un suo scritto del giugno 2019 Jerry Harris1 riassumeva così le possibili vie d’uscita dallo stato critico in cui versa il sistema capitalistico: 1) permanenza nell’attuale stagnazione con modesti aggiustamenti delle politiche liberali in senso neo-keneisiano; 2) accumulazione basata su militarizzazione globale e stato di polizia sull’onda delle politiche nazionaliste; 3) capitalismo verde ed espansione basata sulla quarta rivoluzione industriale.

Escludendo la prima – che certificherebbe una insolita quanto incredibile “paresi” del capitalismo – le altre due, pur divergendo esteticamente, presentano tratti comuni riconducibili alla assoluta necessità di rilanciare il meccanismo di accumulazione, sia ridisegnando il ruolo dell’industria e delle finanza, sia utilizzando al massimo le opportunità offerte dalle nuove tecnologie, con la differenza che nella seconda ipotesi, le nuove tecnologie avrebbero una funzione prevalentemente di controllo sociale. Tuttavia ciò non esclude, secondo Harris, che possa realizzarsi una simbiosi (o coesistenza) tra le due, dando vita a un qualcosa che lui definisce in modo pittoresco, “eco-fascismo”, tenuto conto che le nuove tecnologie sarebbero funzionali alla realizzazione di entrambe le ipotesi. Infatti secondo Harris: “La rivoluzione nelle tecnologie dell’informazione e della comunicazione è strettamente legata alla crisi di sovra accumulazione. La tecnologia digitale è fondamentale per il funzionamento del capitalismo globale ad ogni livello. Ha creato l’infrastruttura per una vasta e dispendiosa speculazione finanziaria attraverso la connettività e la velocità. È essenziale per la produzione e la logistica globali, nonché per la diffusione del precariato. Inoltre, l’Intelligenza artificiale e le tecnologie della Quarta rivoluzione industriale, promettono di peggiorare le cose attraverso l’eliminazione di milioni di posti di lavoro”.

Questa “funzione paradigmatica” riposta nelle nuove tecnologie ha già investito l’ambito di discussione della sinistra e dei movimenti sociali, producendo valutazioni contraddittorie circa le opportunità che potrebbe offrire la Quarta rivoluzione industriale.

Prescindendo dal merito più strettamente politico della questione, a me sembra che le analisi e le iniziative fin qui sviluppate non colgano un aspetto fondamentale di questo passaggio di fase che è quello relativo all’energia necessaria alla sua realizzazione. In via di principio, ad esempio, mentre nei riferimenti generali alla annunciata svolta green è contemplato tutto l’insieme dell’industria 4.0, non necessariamente l’avvento della Quarta rivoluzione industriale ha come condizione sine qua non la realizzazione della transizione energetica. Nello stesso tempo l’obiettivo delle “emissioni zero” – così come è stato proposto fin’ora – non entra nel merito di quale sarà (o dovrebbe essere) il modo di produzione nella Quarta rivoluzione industriale, limitandosi a rivendicare, più che una transizione vera e propria, la surrogazione delle fonti di energia fossili con quelle rinnovabili dalle quali, ad esempio, non è esplicitamente esclusa quella nucleare.

In sostanza quindi, le linee di tendenza che fanno capo alla transizione energetica da un lato e all’industria 4.0 dall’altro, convergono verso la realizzazione di un “modello tutto elettrico” senza rendersi conto di quali e quante implicazioni esso comporti.

1 – Le nuove parole dell’ecologia: estrattivismo, transizione energetica: accelerazionismo, quarta rivoluzione industriale, Antropocene

Questo breve cenno agli scenari che potrebbero delinearsi da qui ai prossimi anni, ci introduce ad un insieme di temi-chiave che incombono sulla realtà di tutti i giorni e che sono entrati a far parte del dibattito sulla cosiddetta ecologia politica.

Fra questi temi andrebbe posto sicuramente il rischio, anzi i rischi, che abbiamo di fronte. Vero è che ogni epoca ha avuto i suoi di rischi, connaturati, oltre che ai fenomeni naturali, ai tempi e ai modi dell’organizzazione sociale corrispondente; ma quelli di oggi – imperante il capitalismo – hanno assunto una dimensione globale, tale per cui questa nuova “era” potrebbe essere l’ultima, come scriveva Günther Anders.2

Se con il rischio della guerra nucleare globale conviviamo da 70 anni, altrettanto non si può dire delle altre “minacce” a cui siamo sottoposti come quelle dei cambiamenti climatici e quelle biologiche (tutt’ora in corso con il covid 19). Niente di nuovo si potrebbe dire, dato che entrambi i pericoli (più il primo che il secondo, in verità) erano stati denunciati da tempo da scienziati ed ambientalisti. Il punto però non è tanto stabilire se questi fenomeni (l’inquinamento globale o le infezioni virali) siano più o meno noti, quanto il rendersi conto che essi si manifestano in condizioni limite (il carico o stress complessivo sul pianeta) di cui soli i maghi potrebbero divinare le sorti.

La diversità degli attuali rischi sta dunque nel fatto che tutti e tutte noi, pur facendo parte di un sistema (o meglio di un ecosistema) non ne conosciamo l’equazione generale che lo governa, ma solo alcuni parametri fondamentali che a detta degli scienziati del IPCC sono prossimi al limite di “sopportabilità”, ma che secondo loro consentono ancora un margine di intervento, purché questo sia effettuato rapidamente.

Temo che non sia così, perché credo che alcuni parametri abbiano già raggiunto e superato questa soglia critica e lo dico proprio sulla base dei dati scientifici pubblicati dal IPCC che mostrano come i livelli attuali della temperatura terrestre e della concentrazione di CO2 in atmosfera siano gli stessi di 140.000 anni fa e che all’epoca, per tornare ai valori preesistenti (più bassi), ci siano voluti all’incirca 20 mila anni.3 Quindi, tenuto conto dell’inerzia termica del sistema Terra, e sulla base degli andamenti delle ere geologiche precedenti, è ragionevole supporre che i cambiamenti climatici in corso – se non peggioreranno – dureranno ancora per molto tempo anche in caso di interventi riparatori.4

Ci adatteremo a convivere anche con questi “nuovi” rischi, o riusciremo a individuare ed affrontare le cause che li originano? Per ciò che riguarda il rischio biologico la discussione è appena iniziata, ma già si intravedono alcuni elementi di criticità generali come la perdita delle biodiversità, la deforestazione e gli allevamenti intensivi di animali; mentre per il rischio climatico- ambientale la discussione è più consolidata ma, a mio parere, anche piuttosto disordinata, specie nella sinistra.

I temi chiave che più si intrecciano con la questione climatica sono: estrattivismo; accelerazionismo e quarta rivoluzione industriale; transizione energetica; Antropocene.

Estrattivismo è termine assai in voga nella sinistra e, come spesso accade, si tende a farne un paradigma interpretativo dell’intero arco di attività attraverso cui si esplica l’azione del capitale.5

Prescindendo dall’efficacia o meno di questa ri-definizione del capitalismo e pur tenendo conto della sua suggestività, a me interessa esaminare l’estrattivismo da un punto di vista sistemico e precisamente nella sua relazione fattuale con gli altri temi chiave sopra elencati. Ovvero, se la crisi climatico-ambientale in corso è, in estrema sintesi, il prodotto dell’estrattivismo neoliberista, come si può sostenere che la soluzione a questa crisi stia nella transizione energetica e nella quarta rivoluzione industriale, quando proprio l’estrattivismo -nella sua forma più brutale – è parte integrante di queste ipotesi? Come si fa a ritenere possibile (anzi a rivendicare, come fanno gli accelerazionisti) l’informatizzazione e l’automazione totale dell’industria e dei servizi senza tener conto che questa rivoluzione tecnologica si dà solo a partire da uno sfruttamento intensivo di materie prime e di energia quale non è dato immaginare? E infine, come non tener conto che nel rivendicare quella transizione energetica ad emissioni zero necessaria a far funzionare l’industria 4.0, c’è compresa l’energia nucleare che gli stessi scienziati del IPCC accreditano ( a torto) essere carbon free?

Nel libro “Inventare il futuro- per un mondo senza lavoro” gli autori scrivono: “Pensiamo che qualsiasi progetto postcapitalista che nutra l’ambizione di sistematizzare fenomeni complessi per il miglioramento della condizione umana implichi obbligatoriamente la creazione di nuove mappe cognitive, di nuove narrazioni politiche, di nuove interfacce tecnologiche, di nuovi modelli economici, e di nuovi meccanismi di controllo collettivo.”6 Per quanto il libro sviluppi questo approccio da diverse angolazioni, non c’è riferimento alcuno al tipo e quantità di energia su cui si fonda il progetto accelerazionista; così come non c’è riferimento, nell’idea di transizione energetica rivendicata dai movimenti per il clima, a quale modello produttivo essa si ispiri.

Il primo è un disegno finalizzato all’informatizzazione e automazione dei processi produttivi, mentre l’altro, improntato alla ridefinizione del quadro energetico, ne rappresenta il naturale complemento dato che ciò che li accomuna è costituito proprio dalla diffusione dell’energia elettrica, in quanto asse portante della transizione energetica (ad emissioni zero) e conditio sine qua non della quarta rivoluzione industriale.

1.1 – Il “modello tutto elettrico” come modello del capitale

Qui si innesta il discorso sul “modello tutto elettrico” come lo definii 40 anni fa, polemizzando con un intervento apparso sulla rivista Sapere in cui si sosteneva che: “ Giunto allo stadio attuale del suo sviluppo, il modo di produzione capitalistico tende ad assumere l’automazione come sua prospettiva di rinnovamento tecnologico”.7

Sinteticamente la questione sta in questi termini: lo sfruttamento delle fonti di energia da parte del capitale è stato contraddistinto da tre aspetti: la loro attitudine a compiere un lavoro (macchinizzazione); la loro organizzabilità dal punto di vista produttivo e sociale; la loro concentrabilità, ovvero la capacità di essere immagazzinate e di accumulare potenza. Non a caso le prime fonti di energia utilizzate dall’uomo sono state via via abbandonate (salvo ripresentarsi oggi) con l’avvento del capitalismo: il vento e il sole, nonostante fossero diffusi su tutto il pianeta, non erano facilmente organizzabili nè concentrabili secondo le nuove esigenze dettate dall’evoluzione dei processi produttivi. Il vento e il sole, non si possono trasportare a differenza dei combustibili fossili e dell’elettricità, che però non è immagazzinabile e anche sul trasporto presenta delle limitazioni.

Queste caratteristiche sono alla base del modo di sfruttamento dell’energia nel sistema capitalistico e, con alterne vicende, ne hanno influenzato lo sviluppo attraverso un impiego diversificato per fonte (mix energetico) e per processi produttivi per cui, ad esempio, si è consolidato nel tempo l’uso dei fossili nella petrolchimica, nella siderurgia o nel settore cementiero, mentre quasi tutto il settore manifatturiero funziona con l’elettricità.

Questo mix energetico però, solo in parte è dettato da esigenze tecnologiche e produttive perché, fatti salvi gli “usi obbligati”, le fonti di energia sono, in una certa misura, tecnicamente surrogabili : ad esempio i famosi “tondinari” del bresciano usano da tempo forni elettrici (la stessa Arcelor- Mittal ne ha molti sparsi per il mondo), in Francia il riscaldamento delle abitazioni è fatto con l’elettricità, viceversa in molti paesi, come gli USA, i treni viaggiano a gasolio e se l’automobile elettrica non è andata in produzione decenni fa, non è certo per difficoltà tecnologiche. Il “modello” energetico risultante è dunque frutto di scelte del capitale, degli equilibri tra settori del capitalismo, equilibri geopolitici e, non ultimo, del conflitto capitale-lavoro.

Se c’è stato un momento in cui una parte del capitale fu “tentata” di scegliere il modello tutto elettrico, questo fu a metà degli anni ‘70 per un insieme di motivi: crisi del dollaro del 1971 (denuncia del trattato di Bretton Woods da parte di Nixon); crisi petrolifera del 1973 seguente al conflitto arabo-israeliano con aumento del prezzo del petrolio del 70% imposto dall’OPEC; lotte di liberazione nel terzo mondo con la sconfitta USA in Vietnam, 1975; un ciclo di lotte operaie che sembrava inesauribile.

In questo quadro di fortissime criticità l’opzione nucleare apparve come una possibile via d’uscita tanto che la costruzione di reattori ebbe un impennata senza precedenti, anche perché all’epoca i costi di produzione del Kwh nucleare si prospettavano molto competitivi.

Quindi, con un costo dell’energia alle stelle (che si ripercuoteva su quello delle materie prime, dei trasporti, etc) e di fronte all’ostilità del mondo arabo (massimo detentore dei giacimenti petroliferi) ci fu chi, tra i padroni, accarezzò l’idea di sganciarsi dalla “tirannia” del petrolio per mezzo dell’energia nucleare, ma dato che con l’uranio si produce solo energia elettrica, la scelta strategica del nucleare non poteva essere giustificata nell’economia generale (considerati i costi enormi) come semplicemente sostitutiva del petrolio, a meno che il forte incremento di generazione elettrica che ne sarebbe derivato trovasse sbocco nella mobilità elettrica e nell’automatizzazione generalizzata dei processi produttivi, superando così anche l’ostacolo rappresentato dalla rigidità della forza lavoro.

Le cose non andarono così e i motivi non furono certo di ordine tecnologico, tant’è vero che l’automazione fu parzialmente introdotta, ma non perché il capitale l’avesse assunta come prospettiva di rinnovamento tecnologico, quanto perché questa opzione, unitamente ad altre misure di minor impegno economico,8 gli permise di superare quella crisi ridimensionando il peso della forza-lavoro occidentale nell’ambito di una divisione internazionale del lavoro che impiegava mano d’opera a bassissimo costo del tutto inserita nel ciclo della produzione globalizzata e automatizzata.9 A ciò va aggiunto il non secondario ostacolo rappresentato dall’insieme di interessi legati al ciclo dei combustibili fossili che costituiva all’epoca uno dei maggiori centri di potere nell’ambito dell’economia mondiale.

Oggi la questione si presenta in termini diversi e, per certi aspetti, sconcertanti. Nel mix energetico sono entrati a far parte gas e rinnovabili, mentre è calato il peso del carbone e quello del petrolio è sempre più circoscritto al settore trasporti registrando, tra l’altro, una vistosa ricollocazione del suo potere di influenza sull’economia mondiale.10

Contemporaneamente l’offerta energetica del capitale si è fatta più flessibile, attenta alle esigenze dei clienti (customer oriented come si dice) e alla sostenibilità11 e, cosa più importante, l’introduzione di vincoli legislativi ha fatto sì che l’efficienza termodinamica nella generazione elettrica e nei motori a combustione interna sia sensibilmente aumentata, mentre sono diminuite le rispettive emissioni specifiche.12 Ciononostante le emissioni totali in atmosfera, a cominciare dalla CO2, hanno raggiunto e superato i temutissimi limiti previsti nel 1972 dal Club di Roma .13 Come ciò sia potuto accadere è presto detto.

In primo luogo il fenomeno dell’inquinamento atmosferico è quasi del tutto irreversibile14 il che significa che col tempo gli inquinanti si concentrano; ad esempio solo una piccola parte di CO2 viene ricombinata dalla sintesi clorofilliana, mentre il resto permane nell’atmosfera o viene assorbito dagli oceani aumentandone l’acidità. Anche se le emissioni cessassero di colpo, occorrerebbe molto tempo per tornare ai valori precedenti.

In secondo luogo quasi tutti i parametri che entrano in gioco nel calcolo delle emissioni registrano un andamento esponenziale (crescita della popolazione; consumi di energia legati ai trasporti o ai processi industriali; emissioni da allevamento animale, etc) e per invertirlo non basta prendere provvedimenti lineari (come l’efficientamento termodinamico descritto sopra ) ma occorrono veri e propri “traumi”, come si è potuto capire dall’emergenza covid 19, senza contare poi che i miglioramenti ottenuti a termini di norme e leggi valgono solo per i paesi più evoluti.

Ovviamente ci sono altri fattori che concorrono a delineare il “quadro clinico” del pianeta (inquinamento dei mari e delle acque interne; consumo e inquinamento del suolo; deforestazione, perdita biodiversità, etc), ma è indubbiamente sul clima che si palesano quelle condizioni limite di cui sopra, che hanno indotto scienziati, forze politiche, istituzioni internazionali e movimenti politici a perseguire l’obiettivo delle emissioni zero. Il che ci riconduce al modello tutto elettrico, ovvero fare in modo che gli usi finali dell’energia (trasporti, riscaldamento, attività produttive e commerciali, etc) siano esclusivamente (o quasi) di tipo elettrico.

1.2 – L’insostenibile leggerezza della transizione energetica

Qui scatta subito l’aggancio con l’informatizzazione e robotizzazione della quarta rivoluzione industriale, nella misura in cui la diffusione di queste tecnologie ha come presupposto la disponibilità presso che illimitata di energia elettrica (da qualsiasi fonte prodotta) e quindi quanto più la società si “elettrifica” tanto più facile diverrà -dal punto di vista tecnologico – robotizzare e informatizzare tutta una serie di attività: dalla gestione di un altoforno, alla guida di un autoveicolo ; dall’emissione di un certificato anagrafico, alla cosiddetta “internet delle cose”.

Dando per scontato che tutto questo sia realizzabile dal punto di vista tecnico-funzionale, quanta energia elettrica serve e come la si rende disponibile?

Qui si cela il “lato oscuro” del modello tutto elettrico e di conseguenza della transizione energetica che ne è la cornice di riferimento.

Nel 2050 (anno preso a riferimento per realizzare l’obiettivo delle emissioni zero) il consumo globale di energia primaria è stimato tra 16.000 e 17.000 Mtoe (milioni di tonnellate equivalenti di petrolio) che tradotti in energia elettrica corrispondo a circa 190.000 Twh (terawattora, miliardi di Kwh) ripartiti tra un 70% da fonti fossili, 7% da nucleare e il restante 23% da fonti non fossili (idroelettrico, biomasse, sole e vento). Si tratterebbe quindi di sostituire tra il 70% e il 77% (a seconda che si conteggi il nucleare) di questa energia con fonti rinnovabili che tradotto in capacità generativa corrisponde a 177 milioni di Mw di impianti solari ( oltre 700 miliardi di pannelli solari) oppure a 48 milioni di Mw di impianti eolici (16 milioni di aereogeneratori da 3 Mw), oppure a una qualsiasi combinazione tra le due.

Sono cifre enormi che comportano numerose difficoltà a cominciare da quelle costruttive e di installazione, ma non è da queste che sorgono le controindicazioni principali, quanto dalla funzionalità complessiva dell’operazione rispetto alla situazione data, ovvero dall’architettura stessa del territorio modellatasi nel corso di secoli, ma che il capitalismo ha talmente esasperato da renderla praticamente irreversibile, a meno di rivolgimenti epocali. In termini energetici significa un territorio scompensato, con picchi di consumo localizzati (città, distretti industriali, etc) che abbisognano di un flusso energetico concentrato (gasdotti, elettrodotti,) che mal si adatta alla produzione di energia da fonti diffuse come sole e vento.15 Da questo punto di vista le città rappresentano l’apice di questa contraddizione: spesso si dimentica che oltre il 61% della popolazione mondiale vive nei centri urbani e a meno di mettere in conto di raderli al suolo e ricostruirli con altri criteri (che in una certa misura sarebbe anche auspicabile!), essi rappresentano il regno dell’entropia massima di cui si possono mitigare gli effetti, ma non nella misura che sarebbe necessaria. Città come Roma e Milano, già oggi presentano picchi di consumo di 1500-1700 Mwe; nell’ipotesi di interdire l’uso delle fonti fossili, significherebbe trasformare gli usi domestici del gas (riscaldamento, cucina) in usi elettrici con aumenti consistenti della potenza richiesta.16

Ancora più rilevante risulta l’impatto conseguente all’elettrificazione dell’autotrasporto dal momento che essa è concepita come semplice sostituzione del propulsore (da motore a combustione interna a motore elettrico) che quindi abbisogna di una sorgente di energia indipendente non legata ad una rete, come invece avviene per i treni, tramvie, filobus. I problemi che sorgono sono di due tipi: il primo è legato al “rifornimento” dei veicoli a batteria, cioè alle stazioni o punti di ricarica; il secondo ai processi di fabbricazione e smaltimento delle batterie.

Oggi l’autotrasporto si basa su di una rete capillare di punti di rifornimento alimentati, con relativa facilità, da autobotti che trasportano il combustibile liquido. L’energia elettrica, per essere trasportata, ha bisogno di una rete fissa e interconnessa con i punti di generazione, quindi per garantire la ricarica dei veicoli elettrici bisogna cablare tutta la rete stradale e autostradale, nonché un elevatissimo numero di centri urbani. E’ una impresa che richiede sforzi economici e organizzativi incalcolabili che solo poche nazioni potrebbero permettersi. Inoltre, affinché questa “trasformazione” elettrica della rete dei rifornimenti offra le stesse prestazioni di quella esistente a carburanti liquidi, occorre fare in modo che i tempi di ricarica di un veicolo elettrico siano paragonabili a quelli attuali, sia per le automobili che per i veicoli pesanti. Ciò comporta l’istallazione di colonnine a ricarica rapida, cioè capaci di erogare molta più potenza: per le automobili si va da 20 a 80 Kwe ( a seconda della batteria) e per i mezzi pesanti sui 250-300 Kwe. In pratica le stazioni di servizio, specie quelle autostradali, devono essere in grado di erogare potenze comprese tra i 500 kwe e 1Mwe per alimentare contemporaneamente più veicoli, il che avrebbe significative ricadute sulla rete elettrica nazionale che sarebbe sottoposta a picchi di potenza elevatissimi, imprevedibili e non gestibili senza l’apporto di centrali elettriche a presa di carico rapida come quelle funzionanti a combustibili fossili .17

L’altro aspetto riguarda la produzione e smaltimento delle batterie. Uno studio del 201718 condotto secondo i criteri del LCA (Life Cycle Assessment) valuta in 350-650 MJ/kwh l’energia necessaria a svolgere l’intero ciclo di fabbricazione di una batteria (dall’estrazione del Litio fino al suo smaltimento) a cui sono associate emissioni specifiche pari a 150-200 kg di CO2 eq /kwh, cioè emissioni di anidride carbonica per ogni Kwh di capacità erogabile dalla batteria.

Considerando di sostituire l’intero parco mondiale dei veicoli circolanti ( stimato cautelativamente in 1.200.000.000 unità senza distinzione tra autovetture e veicoli commerciali) si avrebbe un carico di emissioni totali pari a 7,2 Gt di CO2 che corrisponde al 42% delle attuali emissioni globali di CO2 che, in base alla durata attuale delle batterie, dovrebbe essere replicato ogni ogni 7 anni.19 Ora si può essere più che certi che questi parametri saranno migliorati, ma pur immaginando di dimezzarli ci troviamo di fronte a processi estremamente impattanti, tipici del peggior “estrattivismo”.20

Il punto cruciale quindi è che l’attuale società funziona secondo un “as built” da cui non si può prescindere, sia che l’approccio prediliga gli aspetti tecnologici della questione, sia che la affronti dal punto di vista delle soluzioni energetiche. Pensare che il miglioramento della condizione umana e di quella del pianeta possa avvenire senza incidere su entrambi gli aspetti, così come si presentano nella realtà, rischia di tradursi nell’ennesimo tentativo di razionalizzazione del capitalismo, a cui peraltro una parte del capitale sta già lavorando.21

2 – Paradossi e limiti di una riflessione incompiuta

Il disordine concettuale insito nell’approccio accelerazionista e nell’idea di transizione energetica così come formulata, non è casuale. Esso risiede nella incompiuta analisi del rapporto che vincola il modo di produzione capitalistico al modo di sfruttamento dell’energia e qualunque sia il progetto di futuro preso in considerazione (postcapitalismo, socialismo, società della decrescita o “altri mondi possibili”) esso è destinato a fallire se nel suo proporsi non terrà conto di questo legame.

In termini di sviluppo tecnologico la questione si può riassumere così: fra tutte le grandezze fisiche fondamentali, quella che il capitale ha sempre privilegiato è la potenza, proprio perché essa è lavoro erogato nell’unità di tempo; tanto maggiore è la potenza a disposizione, tanto più grande sarà la produzione. All’inizio questa potenza veniva esclusivamente dagli animali e dagli esseri umani (forza lavoro) i cui ritmi biologici hanno condizionato per secoli la realizzazione di qualsiasi opera o manufatto, mentre il ruolo delle fonti di energia conosciute restava ancora marginalizzato a certe funzioni (riscaldarsi, cuocere cibi, navigare, etc), ma quando poi le scoperte scientifiche e le applicazioni tecnologiche hanno permesso di servirsi di quelle prime fonti in forme socialmente organizzabili (con la macchina a vapore) e poi via via anche delle altre che si rendevano disponibili, il limite alla produzione non è stato più tanto influenzato dal fattore umano, quanto dalla potenza che si poteva ricavare dallo sfruttamento delle fonti di energia.

Il modo di sfruttamento dell’energia che si è affermato col capitalismo è esattamente questo: valorizzazione costante delle fonti di energia che meglio si prestano ad essere socialmente organizzabili (per qualunque impiego) e tecnicamente concentrabili secondo il modo di produzione capitalistico, a prescindere dal contenuto “energetico” che assume ogni singola merce-prodotto, cioè dalla quantità di energia impiegata nella sua fabbricazione.22 Da questo punto di vista il capitalismo ha generato un sistema di relazioni sociali che fa il peggior uso dell’energia ed ignora i principi della termodinamica, perché non è tra gli scopi del capitale conservare l’energia, ma solo quello di massimizzare il profitto secondo una “equazione” che lega indissolubilmente il modo di sfruttamento dell’energia al modo di produzione.

Immaginare di risolvere questa equazione agendo solo su un termine senza intervenire sull’altro è un wishfull thinking come dimostra di essere l’obiettivo delle emissioni zero. In quest’ottica infatti, non solo rientra l’energia nucleare, ma gli stessi aborriti combustibili fossili grazie alle tecniche di geoingegnerizzazione come il CCS (Carbon Capture and storage) che rendono le emissioni al camino pari a zero, come altrettanto vi rientrano i progetti globali finalizzati a trasformare le zone desertiche del mondo in enormi campi di generazione elettrica.23 A prescindere dalle difficoltà realizzative (che pure ci sono), questi ultimi progetti si presentano, a buon diritto, come parte integrante della grande transizione energetica: producono zero emissioni, sono eco sostenibili ed eco compatibili (al massimo rovinano un po’ l’immagine romantica del deserto!) e consentono di eliminare l’equivalente produzione di energia elettrica da fonti fossili migliorando il bilancio globale delle emissioni. Dunque perché no, dice una parte dell’ambientalismo, tralasciando di considerarne l’indubitabile impronta neocoloniale, ma soprattutto ignorandone il significato conservatore che la sottende.

Precisamente la conservazione di un modello di sviluppo ineguale secondo cui le conseguenze dell’alterazione dell’equilibrio ambientale sono indistintamente a carico di tutta l’umanità, ma i provvedimenti ipotizzati per porvi rimedio sono ad esclusivo beneficio dei paesi più ricchi e sviluppati, dato che quelli poveri e sottosviluppati non avranno i mezzi economici per realizzarli.

Il modello tutto elettrico, per le cose dette in precedenza, è roba da paesi ricchi mentre agli altri toccherà ancora vedersela con le vecchie e inquinanti tecnologie legate ai combustibili fossili aggiungendo al danno anche la beffa: il danno perché l’ estrattivismo (materie prime strategiche e progetti di geoingegnerizzazione come Desertec) funziona in modo unidirezionale, dal Sud al Nord del mondo, come li definì a suo tempo il rapporto Brandt24; la beffa perché tutto ciò viene giustificato dai cambiamenti climatici che tutti e tutte avremmo contribuito a causare con i nostri comportamenti.

2.1 Quale uomo?

Qui si innesta l’ultima parola chiave tra quelle elencate all’inizio: l’Antropocene. Sull’argomento hanno scritto sia Angelo Baracca25 che Jason W. Moore25per cui aggiungo solo poche considerazioni a quanto da loro argomentato.

La prima considerazione è che i “segnali geologici” che dovrebbero accreditare la tesi dell’azione umana, generica e generalizzata, sullo stato del pianeta e, in primis, sui cambiamenti climatici sono contraddetti dagli indicatori principali di questo stato di crisi. Questi indicatori sono, tipicamente, quelli che esprimono i consumi di materie prime e/o prodotti suddivisi per macro aree geografiche del mondo, oppure per consumi individuali. Basta scorrerli, nella loro evoluzione temporale, per rendersi conto della enorme difformità di incidenza che questi consumi hanno (ed hanno avuto) sui cambiamenti climatici.

Nel 1980 Stati Uniti ed Unione Europea producevano da soli il 45% delle emissioni globali di CO2 mentre le emissioni pro capite erano, rispettivamente, di 20,2 t CO2 e di 9,8 t CO2 a fronte di un’ emissione pro capite di 0,9 t CO2 in Cina; di 0,2 t CO2 in India; di 0,5 t CO2 in Sud America e di 0,53 t CO2 in Africa.

Nel 2018 Cina ed India insieme hanno prodotto il 35% delle emissioni globali, ma quelle pro capite sono ancora largamente inferiori a quelle degli Stati Uniti e pari, rispettivamente, a 7 t CO2 e 2 t CO2 a fronte di 16.6 t CO2 degli USA e 6,7 t CO2 della Unione Europea, mentre quelle di Sud America e Africa sono state di 2,6 t CO2 e 1,1 T CO2, cioè da 7 a 15 volte inferiori a quelle degli USA.

Nel 1986 il consumo di CFC (clorofluorocarburi, gas molto inquinanti) negli USA era pari al 29% del consumo mondiale, un altro 41% proveniva dai paesi industrializzati, un 14% dal blocco sovietico mentre un altro 14% proveniva dall’insieme dei paesi in via di sviluppo e solo il 2% da Cina e India messe insieme.

Nel 1970 la densità automobilistica negli USA era di 2 persone per autovettura; nell’Europa occidentale era di 5,2; in Sud America 38; 147 nell’Urss; 191 in Africa; 902 in India e 27.707 in Cina: oggi in tutto il continente africano circolano 34 milioni di autoveicoli, mentre nella sola Italia ce ne sono 39 milioni.

Pur volendo prescindere dall’ulteriore differenziazione sociale che esiste all’interno di ciascun paese o area geografica presa in considerazione (i valori pro capite esprimono comunque un valore medio), di quale uomo stiamo parlando quando ci riferiamo alle conseguenze dannose dell’azione umana?

Di quello di cui Henry Ford comprava la vita per “five dollars a day”e di quello che ancora oggi vive nelle periferie del mondo senza acqua, elettricità e cuoce il cibo come centomila anni fa, oppure si tratta dell’”altro uomo”, il signore a cui Hegel attribuiva di appagarsi di un godimento fine a se stesso attraverso il lavoro del primo (il servo) e che Marx specificò, invece, essere costui non un mero parassita, ma il padrone del prodotto del lavoro dell’ altro (operaio)?26

Sotto questo aspetto l’Antropocene appare come un “falso ideologico” nella misura in cui omette di considerare che nella modernità l’interezza dell’ Anthropos (ανθρωπος = persona) è scissa, estraniata dalla natura e dalla società e soprattutto è, col capitalismo, alienata dal proprio lavoro e sottomessa al dominio di un altro uomo.

Si può obiettare che dal punto di vista dei “segni” lasciati sulla Terra, ha poca rilevanza stabilire quale uomo ne sia stato responsabile, ma questo è pretendere, come scrive Moore, di rifarsi a una storia geologica astratta, avulsa dalla storia materiale che perciò appare come un rinnovato tentativo di ideologizzare la Natura, in quanto “cosa” a sé e per sé.27

Viceversa, se si tiene conto di quanto scriveva Engels28A ogni passo ci viene ricordato che noi non dominiamo la natura allo stesso modo di un conquistatore che ha asservito un popolo straniero, che noi non la dominiamo come estranei ad essa, ma che le apparteniamo attraverso la carne, il sangue e il cervello e noi viviamo nel suo seno” allora è verso l’ordinamento sociale costituito che va rivolta l’attenzione per ricercare una nuova sintesi del manomesso rapporto Natura/Società.

Basta, a questo scopo, puntare l’indice sul modo di produzione capitalistico in quanto legge peculiare della ri-produzione sociale? A mio parere non più, perché quello che in Marx può apparire come una trascurabile lacuna (e dati i tempi non poteva essere altrimenti) oggi costituisce un pesante deficit analitico della sinistra. Mi riferisco – e questa è la seconda considerazione – al tema dell’energia e alla trascuratezza con cui ancora oggi viene affrontato.

Dal punto di vista concettuale il marxismo non si è mai posto questo problema se non per assimilarlo al tema delle materie prime dove l’energia vi compare semplicemente come componente di costo della produzione, tralasciando di considerarne gli aspetti peculiari (disponibilità, versatilità, fruibilità) dato che il pensiero economico marxista, analogamente a quello dell’economia borghese, partiva dal presupposto della illimitatezza delle fonti di energia e di buona parte delle materie prime, almeno fino alla seconda metà del secolo scorso. E’ solo con la crisi del 1973 che si comincia a ragionare della questione energetica, ma prevalentemente in termini quantitativi (scarsità/abbondanza) nel mentre prendono corpo le problematiche ambientali legate all’uso dell’energia. Poco o nulla comunque si è prodotto come analisi sistemica della produzione di energia, della sua trasformazione e del suo impiego, che non sia stato esclusivamente rivolto agli aspetti tecnologici della questione, mentre quelli più propriamente “politici” non uscivano dall’ambito ristretto (e per certi versi scontato) delle politiche imperialiste e/o dello scontro allora in atto tra est ed ovest.

Lo stesso rapporto del Club di Roma , che rappresenta un tentativo ineguagliato (a parte alcune discutibili conclusioni) di approccio olistico ai problemi del mondo e dell’umanità, non contempla il tema dell’energia tra le grandi questioni del momento.29

Da allora in poi l’analisi di queste problematiche si è sempre più frammentata e “specializzata” secondo tre direttrici: la prima ha riguardato l’efficientamento energetico dei processi produttivi (risparmio di energia); la seconda si è incentrata sul concetto di “sostenibilità” fondamentalmente basato sull’uso di energie rinnovabili; la terza ha postulato un insieme di “mondi possibili” ( anche in contrapposizione al concetto di sostenibilità) variamente regolati dal II° principio della termodinamica (entropia) e imperniati sul concetto di decrescita.

Esaminando questi filoni alla luce di scenari-limite (come quelli presi in considerazione dal Club di Roma), si comprende che i primi due, pur mitigando gli effetti negativi dello sviluppo, risultano compatibili con il modo di produzione capitalistico e quindi non possono evitare la catastrofe, ovvero il collasso del sistema (esaurimento materie prime, alimenti, etc). Il terzo filone si presenta come oggettivamente catastrofista, in quanto la sua immagine di mondo dove la produzione sociale complessiva è incentrata su processi a bassa entropia, funzionalmente concepibili solo se la popolazione mondiale venisse ripartita in una miriade di piccole comunità dai bisogni sensibilmente ridotti (decrescita), potrebbe realizzarsi solo in due eventualità: o a seguito di una catastrofe planetaria che la impone come unica soluzione per la sopravvivenza; o nell’ipotesi di distruggere tutte le città del mondo dislocandone la popolazione (oltre il 61% di quella mondiale) sull’insieme delle “terre emerse” che scatenerebbe una guerra civile senza fine per la conquista delle posizioni migliori.

Sono questi, evidentemente, ragionamenti che rasentano il paradosso, dal momento che non è dato sapere (con una ragionevole approssimazione) quanto è grande e vicino il rischio di collasso del sistema-mondo; ma servono a capire che la “ricerca della felicità”- intendendo con ciò la soluzione al dualismo natura/società – non può basarsi su espedienti tecnologici o pseudo tali, ma solo dall’assumere questa contraddizione da un punto di vista politico, o se si preferisce bio-politico.

2.2 Per una analisi non “tecnica” delle questioni in gioco

Quale, a questo punto, una possibile sintesi di quanto fin qui esposto. In primo luogo il fatto che da un punto di vista sistemico l’energia ha una funzione condizionante del tutto diversa da quel ruolo ancillare della produzione che gli era stato assegnato. Ma nello stesso tempo, come si è visto, non può essere considerata di per sé la chiave di volta per disegnare un altro mondo: modo di produzione e modo di sfruttamento dell’energia, nel capitalismo, sono intimamente legati fra loro e agiscono come per autopoiesi, da un lato riproducendo se stessi come elementi di un sistema più vasto, dall’altro mirando a mantenere invariata l’organizzazione di questo sistema che ha il suo fondamento nella produzione e consumo illimitati di materie prime e merci.

La rottura di questo schema di funzionamento non ha perciò soluzioni precostituite “idealmente”, tanto più se esse poggiano su basi scientifiche o tecnologiche che il capitalismo è perfettamente in grado di anticipare, o di fare proprie perché, come detto poc’anzi, esso è disposto a tutto pur di mantenere invariata l’organizzazione generale del suo modo di funzionare.

La scienza, tra l’altro, è tutt’ora oggetto di un culto reverenziale difficile a rimuoversi e lo si vede sia nell’accettazione acritica del lavoro del IPCC, sia nella produzione scientifica proliferata recentemente in seguito alla pandemia di covid 19,30 ne si può dire che il pensiero marxista sia stato esente dal celebrare positivamente (anche in passato) le “condizioni tecniche della situazione comunista” in quanto elementi liberatori della condizione umana. Se si esclude la semplicistica retorica riferita “all’uso capitalistico della scienza”, l’atteggiamento di sinistra verso di essa è tutt’ora pervaso di determinismo concettuale e solo negli ultimi tempi si registra qualche tentativo di sviluppare una critica di carattere epistemologico all’impostazione stessa della ricerca scientifica.

Dunque una riflessione sulla scienza (e le sue applicazioni tecnologiche) si impone se non altro perché è (anche) attraverso queste che la società viene plasmata e, in particolare, il mondo delle “cose” con cui ci relazioniamo. Di qui il passaggio immediato, e decisivo, alla sfera dei “bisogni”, ovvero al fatto che le “cose” (oggetti, beni di consumo) sono al tempo stesso l’espressione di un processo materiale (la produzione) e il compimento di un atto storicamente determinato che si realizza attraverso la soddisfazione dei propri bisogni.31

Della relazione tra sistema degli oggetti e sistema dei bisogni si occupò Maldonado32 nell’ambito di una riflessione più vasta sulla possibilità di concepire una “progettazione dell’ambiente” assolutamente necessaria vista l’erosione a cui era sottoposta la natura, erosione che il marxismo non poteva non prendere in considerazione. Sistema degli oggetti e sistema dei bisogni, dice Maldonado, in quanto rappresentativi, il primo della trasformazione della natura e il secondo della evoluzione sociale, non possono esistere senza un sistema di controllo che li regoli perché se è vero che non vi sono bisogni senza oggetti, ogni intervento volto a cambiare uno dei due aspetti presuppone una capacità di controllo sistemica che si esercita su entrambi, come quella realizzata dal capitalismo.

Pertanto una “ricostruzione della natura”, conclude Maldonado, dovrebbe basarsi sulla ridefinizione del rapporto tra sistema degli oggetti e sistema dei bisogni sottraendoli al controllo del capitale.

Pur cogliendo l’importanza del nesso oggetti-bisogni e ancor più sottolineando il peso di questi ultimi nella prefigurazione di un rinnovato rapporto natura-società alieno da schematismi meccanicistici (le capacità risolutive della scienza e tecnologia) e da dogmi ideologici (il comunismo determinerà il tipo di bisogni), il ragionamento di Maldonado è ancora influenzato da un determinismo concettuale per certi versi analogo a quello degli accelerazionisti.

Egli infatti, nel voler ricostruire la natura progettando un altro sistema degli oggetti e dei bisogni non tiene conto di due aspetti: che nel sistema capitalistico tutti gli oggetti sono trasformati in merci secondo un processo intensivo che incide su ogni forma di oggettualità della vita ed inoltre che “la società basata sulla produzione delle merci ha per caratteristica il fatto che i produttori, al posto di gestire le proprie relazioni, sono da esse dominati”.

Il problema quindi, torna ad essere il modo di produzione capitalistico ( e per quanto detto finora anche il modo di sfruttamento dell’energia) che sono squisitamente processi materiali irti di contraddizioni,33 non risolvibili progettando a priori un modello di società basato sulle macchine o su di una armoniosa, quanto ideale, relazione tra oggetti e bisogni, ma solo misurando di volta in volta il grado di profondità di queste contraddizioni per capire se, come e quando, sia possibile rivolgerle a nostro vantaggio, dato che non ci rassegniamo all’idea che esse rappresentino il prezzo (sociale e politico) da pagare al “progresso”. Con una ulteriore precisazione però: che così come non sono le “condizioni tecniche”34 (come le definiva G.Klaus) della produzione materiale (transizione energetica, automazione) a determinare il superamento del capitalismo, altrettanto deve assumersi per le contraddizioni sociali che questa produzione materiale immette nei rapporti tra le persone e tra queste e la natura, nella misura in cui la “produzione di nuovi bisogni” non si estingue automaticamente con l’inversione dei rapporti sociali dominanti. Né ha senso, come si è visto poc’anzi, precostituire un limite allo sviluppo di questi bisogni essendo questo già determinato dal limite della produzione sociale, almeno fino a quando questa produzione sociale resta dentro i confini della produzione materiale, ovvero dentro il regno della necessità.

Soltanto il superamento della produzione materiale vera e propria, crea i presupposti per l’estinzione del bisogno in quanto necessità sociale, dando vita: ”allo sviluppo delle capacità umane, che è fine a se stesso, (cioè) al vero regno della libertà, che tuttavia può fiorire soltanto sulle basi di quel regno della necessità”.35 Ma la creazione di questi presupposti non rappresenta ancora la soluzione di tutte le contraddizioni, perché queste continuano a manifestarsi a cominciare da quella, attualissima, tra natura e società in relazione al soddisfacimento dei bisogni umani.

Quali desideri, sotto l’organizzazione comunista, sono semplicemente mutati e quali annullati, è una cosa che può essere stabilita solo nella pratica, tramite la modificazione dei desideri reali, pratici”.36 Questa iniziale intuizione di Marx reintroduce l’esigenza di sviluppare una critica dei bisogni ancora inespressa a partire da due considerazioni.

La prima è che non c’è soluzione di continuità allo sviluppo dei bisogni sociali nel passaggio da una società all’altra, da un modo di produzione all’altro, se non quando il regno della necessità (dove il lavoro è necessario) cede il posto al regno della libertà che tuttavia si fonda ancora, e necessariamente, su un sistema che ha tra gli scopi principali la soddisfazione di bisogni basato inevitabilmente sullo sfruttamento della natura. La seconda è che nel passaggio da una società capitalista a una società comunista, pur invertendosi i rapporti sociali di produzione a favore dei produttori, ciò non comporta automaticamente il passaggio da un sistema di bisogni (capitalista) a un altro (comunista), né tanto meno la scomparsa del bisogno tout-court, dal momento che gli stessi rapporti sociali si invertono, ma non si estinguono.

In definitiva ciò che mi preme evidenziare è che, se è il rapporto natura/società il quadro di riferimento generale entro cui si collocano le riflessioni su transizione energetica da un lato e quarta rivoluzione industriale dall’altro, queste non avranno soluzione se non all’interno di una corrispondente analisi del modo di produzione capitalistico e del modo di sfruttamento dell’energia che non siano, a loro volta, esaminati solo in rapporto alla dimensione sociale di cui sono espressione: vale a dire come prodotto di un lavoro dell’uomo che concepisce l’esistenza della natura solo attraverso la relazione con un suo simile.

Proprio perché ogni produzione costituisce di fatto una appropriazione della natura, secondo una determinata forma di società, il modo in cui questa produzione si manifesta diviene determinante per l’esistenza stessa della società, tanto più se assumiamo la finitezza delle risorse naturali.

Di qui il nesso tra produzione materiale e produzione dei bisogni nella misura in cui questi divengono fattore determinante e determinato di un rapporto natura/società in cui lo scambio organico tra i due termini non può che essere frutto di un rapporto dialettico tra forze produttive e finalità esistenziali, almeno se assumiamo con Marx che “la vita produttiva è la vita genetica.

Tema questo ampiamente trattato da Fallot che così lo sintetizzava in uno dei suoi ultimi libri: “Nella società senza classi l’unità fine-mezzo, lavoro in atto e prodotto del lavoro, sarà resa possibile dal fatto che la considerazione del “per chi”, dell’uomo come lavoratore prenderà il posto dominante. (…). La necessità di diminuire il carico del lavoro dovrà avere la precedenza su quella della moltiplicazione dei prodotti. Si avrà così il criterio della produzione e dei suoi eccessi, la regola che permette di scegliere tra il produrre e il non produrre. L’esigenza finale (e in qualche modo assoluta) del “per chi” è quella dell’ozio totale, vale a dire non l’assenza di lavoro, ma di lavoro parcellizzato perché solo quello non parcellizzato soddisfa questo bisogno essenziale di lavorare senza essere un’appendice dello strumento scientifico del lavoro e un meccanismo della produzione. In una società senza classi i bisogni non saranno più ricondotti alle condizioni biologiche dell’uomo. Non si dovrà considerare i bisogni come dati una volta per tutte, ma che ogni nuova produzione implica la loro trasformazione dialettica come una equazione mutevole e da risolvere come tale. Non si potrà rifiutare una invenzione secondo i criteri del materialismo-dialettico, per la sola ragione che essa non corrisponde agli antichi bisogni, naturali e necessari. L’antichità del bisogno non giustifica più della sua novità l’apparizione e la moltiplicazione di un certo tipo di oggetto o di effetto. Non si potrà dunque né ricusare in anticipo le invenzioni nuove né farle precedere ai bisogni delle masse, ma occorrerà considerare questi bisogni nella loro possibileevoluzione di fronte alle invenzioni che li plasmano e che cambiano l’uomo”.37

3 – L’approccio “americano”: rilancio del nucleare e guerra per la sopravvivenza

In tema di scenari globali non si può fare a meno di considerare cosa sta maturando nel grande crogiolo “americano”, non foss’altro per la capacità di reazione che gli Stati Uniti hanno sempre mostrato nel corso della loro storia di fronte a crisi epocali. La rozzezza con cui Trump ha affrontato il tema dei cambiamenti climatici (ma anche l’attuale pandemia) non deve indurci a ritenere che l’insieme dei centri del potere economico, industriale e militare abbiano liquidato la questione come un nonsense. Al contrario, proprio perché la sicurezza nazionale è un principio irrinunciabile che permea l’intera società, se c’è un paese dove queste problematiche sono prese seriamente in considerazione dal potere, questo è costituito dagli Stati Uniti d’America,38ma con un approccio diversoda tutti gli altri paesi. Due gli aspetti fondamentali che lo caratterizzano: da un lato l’ostilità verso qualsiasi ipotesi di accordo sovranazionale che abbia per oggetto le sorti del pianeta e dell’umanità (basta tenere presente l’atteggiamento USA nei confronti dell’ONU e dei vari protocolli sul clima); dall’altro la convinzione che la quarta rivoluzione industriale è una necessità, a prescindere dal fatto che questa sia accompagnata o meno da una transizione energetica a sua volta dettata dagli effetti dei cambiamenti climatici. Quindi, per quanto riguarda i cambiamenti climatici, inutile arrovellarsi più di tanto a stabilire se e quando questi volgeranno in catastrofe: tanto vale assumere che questa evenienza è possibile e prepararsi ad affrontarne le conseguenze, nel mentre che ci si mobilita per ristabilire il primato degli USA in campo scientifico e tecnologico i