La decisione della BCE di abbassare il tasso d’interesse di rifinanziamento (Tre) è stata salutata come una “decisione storica”, precondizione per poter avviare una politica di crescita economica per l’Europa. E soprattutto è stato rilevato come tale politica monetaria sia volta ad acquisire una propria autonomia decisionale rispetto alle dinamiche finanziarie, sino al punto di poter aprire uno spazio per una nuova governance economica europea. L’opposizione della Germania e dei paesi suoi alleati  potrebbero confermare questa ipotesi. Ma è proprio così? E che spazi, se fosse così, si potrebbero aprire  per le iniziative dei movimenti? Con questo articolo, scritto da A. Fumagalli, ma anche frutto di un dibattito collettivo interno ad Effimera (con la partecipazione di O. Costantini, G. Giannelli, S. Lucarelli, C. Marazzi e C. Vercellone), si cerca di fare il punto della situazione.

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La Banca Centrale Europa in questi giorni è stata al centro dell’iniziativa economica e, seppur in modo minore, di un dibattito che ha interessato il pensiero critico eterodosso  all’interno dei movimenti,  pro e contro Euro.

La notizia della decisione di Draghi di ridurre il tasso d’interesse di rifinanziamento europeo dallo 0,5 allo 0,25 è stata accolta dai media mainstream e dagli analisti principali come inattesa ma che va nella direzione giusta. Nella direzione giusta perché, secondo la logica new keynesian (divenuta dominante, dopo la crisi economica finanziaria che ha anche significato la crisi dell’ortodossia liberista), una riduzione dei tassi d’interesse è precondizione per stimolare la crescita economica nel breve periodo. E Dio solo sa quanto i governi abbiamo bisogno di crescita non solo per fini elettoralistici (vedi Merkel) ma soprattutto per giustificare quelle politiche di austerity che tanto hanno contribuito a spostare ingenti somme di reddito dai ceti meno abbienti a ceti più ricchi, di cui gli stessi governi sono portavoce. La presunta riduzione del costo del denaro, infatti, dovrebbe stimolare gli investimenti, rendere meno oneroso l’attuale indebitamento pubblico e quindi favorire una maggior stabilità dell’economia reale agevolando l’uscita dalla recessione. Non stupiscono i peana alzati dai vari Letta di molti paesi europei.

Purtroppo tali rosee prospettive non sembrano oggi all’orizzonte. In un’economia finanziaria di produzione, dove le gerarchie dei mercati finanziari  rappresentano il vero centro decisionale della valorizzazione del bio-capitalismo cognitivo di oggi, le scelte di politica monetaria non sono più dettate dall’obiettivo della crescita economica (leggasi profitto, come nel fordismo) ma sempre più finalizzate a accompagnare le dinamiche finanziarie, cercando il più possibile di minimizzare l’intrinseca instabilità strutturale, a mo’ di “ammortizzatore finanziario” (sicuramente non “sociale”!). Per comprendere quindi le ragioni vere che hanno portato la Bce a diminuire il tasso d’interesse, occorre analizzare i trend oggi in atto nei mercati finanziari.

Al momento attuale, due sembrano gli ambiti[1] nei quali si concentrano le strategie speculative dei grandi investitori multinazionali, tra loro strettamente interdipendenti.

Il primo, come già ricordato nell’articolo di S. Lucarelli riguarda la dinamica del mercato valutario. All’adozione di una politica monetaria espansiva da parte del governo giapponese di Abe più di un anno fa (con l’obiettivo di una  svalutazione controllata dello yen per favorire la crescita dell’export e così fuoriuscire dalle sacche della recessione) ha risposto in modo similare la Federal Reserve Usa, innescando così una competizione valutaria al ribasso tra le due monete e una rivalutazione contemporanea dell’euro e della sterlina inglese. L’esito è stato un’accelerazione della politica espansiva monetaria già in atto, ma sino ad allora finalizzata a ripianare i bilanci patrimoniali delle banche e a favorire l’acquisto dei titoli di Stato dei paesi maggiormente indebitati (da parte delle stesse banche).  Non stupisce quindi che tra aprile e fine ottobre 2013, il cambio sul dollaro-euro sia salito di dieci punti, da 1,28 a 1,38, con un accelerazione a partire dall’agosto scorso. Rispetto alle principali valute, l’apprezzamento dell’euro è stato del 7,2 per cento. Si tratta di una dinamica che oggi rischia di diventare insostenibile per la già precaria economia europea, con il rischio (minimo) di annacquare i timidi segnali di ripresa che si intravvedono per il 2014 ma soprattutto di aumentare i gap commerciali  intra-europei tra l’area tedesca e le economie periferiche .  Nel corso di quest’anno, infatti il surplus commerciale tedesco non solo si è consolidato nei paesi extra-europei[2]  ma è fortemente aumentato sino a toccare il record di un avanzo di quasi 20 miliardi di euro – quasi il 7% del Pil – con il rischio di incorrere nelle sanzioni europee per elevato surplus commerciale. Per la Germania, ciò significa un aumento della liquidità interna che si somma a quella creata dalla Bce, tutta a vantaggio dei paesi europei più indebitati e quindi penalizzante i paesi virtuosi, tanto virtuosi da avere risultati lusinghieri nella bilancia commerciale. Oltre a essere psicologicamente contraria a qualunque politica che possa alimentare l’inflazione (anche se siamo a rischio di deflazione), la posizione negativa della Germania  e dei paesi satelliti (Austria, Slovenia e Olanda) si spiega soprattutto nel nome del proprio interesse economico e nella necessità di mantenere la leadership nella governance europea fondata sul ricatto del debito e dell’austerity[3].

Da questo punto di vista, infatti, se si considera che, secondo i calcoli Unicredit, “un apprezzamento del 10 per cento equivale ad un rincaro di 0,5-1 punto dei tassi di interesse che, a loro volta, tagliano la crescita del Pil dello 0,8 per cento in due anni”, si può facilmente capire come la manovra di riduzione del tasso Bce abbia lo scopo non tanto di promuovere la crescita dei paesi europei periferici (che appaiono condannati dall’assenza di un’adeguata politica industriale) ma di consolidare gli spread e la gestione del debito pubblico europeo – soprattutto dei paesi periferici, da un lato, e limitare il rischio che la bolla speculativa valutaria continui a gonfiarsi, dall’altro[4].

E’ questo l’obiettivo a cui si oppone la Germania, preoccupata anche dal peggioramento dei bilanci di alcune grandi banche (come la Commerzbank), in seguito a forti e rischiose esposizioni sul mercato globale, soprattutto nel settore dello shipping[5].

Il secondo ambito di speculazione finanziari deriva proprio dal fatto che tale instabilità dei mercati valutari ha in parte modificato la traiettoria dei movimenti internazionali  dei capitali. Essi infatti hanno cominciato nel corso del 2013 a re-indirizzarsi verso il mercato anglosassone (Usa e Uk), favoriti sia dalle forti iniezioni di liquidità effettuate dalla Federal Reserve che dalla necessità di finanziare il crescente debito pubblico americano, oltre che dalla maggior instabilità di alcune economie dei Bric, in particolare l’India (segnata da una forte svalutazione della rupia, che ha interrotto il flusso di capitali verso quel paese) e il Brasile (in seguito all’aumento della conflittualità sociale interna). La stessa situazione economica cinese mostra alcuni segnali di instabilità dovuti al crescente indebitamento delle imprese cinesi (al riguardo, oltre al già citato articolo di Lucarelli, si veda l’intervista a C. Marazzi). Il risultato di tutto ciò è stato il forte consolidamento delle borse mondiali, guidate ancora una volta da Wall Street a ovest e da Tokio a est, che, negli ultimi mesi, si sono riportate ai valori pre-crisi, trascinando con sé l’aumento dei profitti  delle grandi imprese multinazionali, trainati dalla stessa rendita e dall’export (come nel caso Toyota).

Dal punto di vista della valorizzazione capitalistica mondiale, la situazione sembra dunque essere ritornata quella della metà del decennio scorso, prima dello scoppio dei sub-prime[6].

I mercati finanziari, in un’economia finanziaria di produzione, sono tuttavia strutturalmente instabili. La possibilità di una governance stabile poggia sul fatto che l’estorsione di plus-valore all’origine delle due potenziali bolle speculative in atto (quella valutaria e quella relativa alla concentrazione dei movimenti di capitali Usa)  sia tale da essere compatibile con una certa dinamica della domanda mondiale, ovvero con un certo livello di distribuzione del reddito. Nonostante le varie situazioni conflittuali oggi presenti (dalla Cina, al Brasile, dalla logistica, ai servizi e all’industria, che destabilizzano il commercio mondiale), tale equilibrio è del tutto impossibile.

Negli Usa, i recenti dati pubblicati da E. Saez mostrano che nel periodo 2009-2012 (dopo la crisi dei sub-prime)  il reddito dell’1% della popolazione più ricca ha avuto un incremento del 31,4%, mentre per il restante 99%  il reddito è cresciuto solo dello 0,4%. La concentrazione dei redditi è così ulteriormente aumentata dopo la crisi del 2007-08. La stessa situazione vige in Europa, esito del processo di saccheggio attuato dalle politiche di austerity e dalla precarizzazione del lavoro negli ultimi anni. Non dimentichiamoci che Usa e Europa coprono oltre il 60% della domanda mondiale.

E’ questo il quadro internazionale che sta alla base delle scelte della Bce. E appare evidente che la decisione di ridurre il tasso d’interesse si inserisce in questa logica: il tentativo, in ultima istanza, di inseguire i movimenti dei mercati finanziari, con l’obiettivo di rimandare (ma non di evitare) il possibile scoppio di una delle due bolle speculative ora ricordate.

Tale analisi viene inoltre suffragata dalla considerazione che una riduzione di un quarto di punto dei tasso d’interesse, soprattutto quando si approssimano allo zero, ha effetti pressoché nulli sulla dinamica degli investimenti, senza contare che, proprio per questo,  la scelta di investire oggi dipende sempre più dalle aspettative sulla domanda futura e non sulle sue variabili di costo (lavoro e capitale, oggi ai minimi storici).

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La situazione così descritta ci invita ad alcune riflessioni, sia teoriche che politiche.

Da un punto di vista teorico, ci troviamo di fronte ad una situazione nuova. Le politiche new keynesian in merito alla possibile efficacia di una politica monetaria espansiva in grado di favorire la crescita economica vengono del tutto disattese. Al riguardo, occorre ritornare al pensiero stesso di Keynes, quando affermava che una politica monetaria espansiva può avere effetto positivo sulla dinamica del Pil e dell’occupazione solo a patto che venga accettata e sostenuta dai mercati finanziari. Al tempo di Keynes (il tempo del fordismo), i mercati finanziari svolgevano esclusivamente il ruolo di ri-allocazione di liquidità già creata (cioè in circolazione)  dall’attività di accumulazione: una riallocazione di liquidità tra gli operatori che godevano di saldi finanziari positivi  (le famiglie e le banche) a favore di chi strutturalmente si trovava in situazione di indebitamento (le imprese e lo Stato). All’epoca i mercati finanziari avevano una sorte di “diritto di veto” (al pari dei consumatori, se non consumavano) relativamente alla sola fase della realizzazione monetaria del profitto, una volta definito il processo di accumulazione e di sfruttamento del lavoro. Oggi i mercati finanziari svolgono anche la funzione di determinare i processi di finanziamento dell’accumulazione del bio-capitalismo cognitivo e di intervenire pesantemente nella distribuzione del reddito in modo diretto (tramite le plusvalenze distribuite) o indiretto (tramite il ruolo di assicuratore privato dei servizi sociali in seguito allo smantellamento dei sistemi di welfare). Di conseguenza, nel momento stesso in cui sono i mercati finanziari nella versione oligarchica di oggi, a influire decisamente sulla creazione di liquidità e, dopo il crollo di Bretton Woods, a determinare di fatto il valore delle valute (a decidere, cioè, i tassi di cambio[7]), le scelte di politica monetaria sono necessariamente dipendenti dalle convenzioni dominanti che le stesse oligarchie finanziarie definiscono nel loro proprio interesse.

Ma se le politiche new keynesian non hanno efficacia, peggio stanno le ricette monetariste di derivazione ordoliberista   che vedevano nell’inflazione lo spauracchio da sconfiggere grazie a politiche di controllo della liquidità (attraverso la fissazione del tasso di sconto). Negli ultimi due-tre anni, abbiamo assistito ad una creazione di moneta – a livello mondiale – senza precedenti, come mai si è verificata nella storia del capitalismo. Una creazione di moneta che non si è tradotta (nel breve periodo) né i