Davide Gallo Lassere discute di monete (al plurale) del comune, facendo un po’ il punto del dibattito alla luce dei contributi di Christian Marazzi, Laurent Baronian e Carlo Vercellone, oltre a quelle apparsi in queste pagine negli ultimi mesi. E sottolinea come la moneta sia un “fatto sociale totale”. E le monete del comune devono essere accomunate dall’essere “il più possibile inappropriabili e il più possibile inaccumulabile, ma, anche, al contempo, il più accessibili possibile – dove la portata di questa inappropriabilità, di questa inaccumulabilità e di questa accessibilità non è evidentememnte da stabilirsi tramite un normativismo astratto, ma attraverso la promozione di istanze normative rispondenti agli interessi e alle esigenze delle comunità implicate in questi processi di istituzionalizzazione”

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Quando viene coniata l’espressione “moneta del comune”, Christian Marazzi sottolinea immediatamente l’importanza politica della questione: la moneta del comune “è quella moneta che dà espressione e riconosce ciò che è comune nella moltitudine, diciamo così, in uno spazio politico, sociale, demografico quale è oggi l’Europa” – ossia, essenzialmente, espropriazione e precarizzazione. La moneta del comune dovrebbe perciò sostanziare “quel modello economico antropogenetico” atto a promuovere un keynesismo dell’immateriale incentrato su cultura, socialità, formazione, ricerca e sanità, bloccando tali processi di espropriazione e privatizzazione. Essa dovrebbe fornire un riconoscimento sociale e monetario alla “produttività dei legami sociali e della cooperazione” e porre sul piatto il tema del valore nell’attuale configurazione neocapitalista come quello, corrispettivo, della sua forma monetaria. A queste incisive formulazioni segue un intervento di Stefano Lucarelli volto a estendere lo spettro teorico e politico inerente i fatti monetari. Appoggiandosi su una lettura incrociata di tematiche aristoteliche, marxiane e foucaultiane, Lucarelli focalizza l’attenzione sulle lotte per la determinazione della ricchezza impegnate a sovvertire la logica capitalistica di valorizzazione e a istituire delle pratiche monetarie alternative incentrate sul principio keynessiano della compensazione multilaterale. Dopo queste prime proposte, Laurent Baronian e Carlo Vercellone esplorano il carattere rivoluzionario insito nel reddito di base incondizionato inteso come distribuzione primaria di denaro. La moneta, infatti, svolge un ruolo strutturante nel rapporto asimmetrico tra capitale e lavoro e può pertanto operare come un importante vettore di cambiamento in grado di impattare sulle forme stesse di organizzazione e di produzione. Più recentemente, sul blog Effimera sono apparsi diversi contributi di Andrea Fumagalli, Denis Jaromil Roio, Gianluca Giannelli, Giorgio Griziotti e Stefano Lucarelli che hanno scandagliato le ambiguità e le potenzialità delle criptomonete (in particolare il fenomeno bitcoin) oltre ad aver cominciato ad affrontare la problematica decisiva di un’istituzione (macro)finanziaria del comune.

Dal canto mio, vorrei semplicemente concentrarmi sui nodi politici soggiacenti a tali proposte, insistendo molto, per una doppia ragione, sulla pluralità. Sia, in primo luogo, per render conto del fatto che il processo di istituzionalizzazione di una moneta rispondente alle esigenze extra-capitaliste delle differenti comunità umane è necessariamente relativo alla contingenza sociale, geografica e storica dei territori nei quali questa moneta deve essere impiantata. Sia, in secondo luogo, perché alla base di quest’atto istitutivo si trovano una diversità irriducibile di istanze, bisogni e desideri – in particolare quelli che concernono: 1. l’opposizione alle dinamiche di dominio e sfruttamento che devastano le società all’epoca del neocapitalismo; 2. la volontà di riequilibrare, qui e ora, le disuguaglianze più scandalose di reddito; 3. l’invenzione di relazioni sociali basate su un immaginario antieconomico; e 4. la ricerca di pratiche di democrazia diretta, di autonomia e autoorganizzazione. Per questi due ordini di ragioni (molteplicità dei contesti e delle rivendicazioni), credo che riflettere sulle monete – al plurale – del comune (al singolare) possa situarci immediatamente nell’orizzonte teorico e politico del superamento del capitalismo. Questo perché si tratta di un approccio capace di coniugare, al contempo, una critica generale del presente del capitalismo con dei tentativi di sottrarsi alle sue logiche di dispiegamento, proponendo positivamente delle alternative concrete e immanenti. Articolare una teoria delle monete del comune significa quindi tentare di tracciare i contorni di un’istituzione strutturante il campo sociale, economico, politico e simbolico del post-capitalismo.

Evidentemente, per mettere in piedi dei tipi di moneta extra- o apertamente anticapitalisti, non ci si può appoggiare su alcuna esteriorità trascendente il piano del sociale implicato; nello stabilimento di una norma monetaria altra rispetto a quelle esistenti non ci si può rifare ad alcun livello giuridico-politico sovrastante il contesto nel quale questa norma è di fatto applicata. Non sono gli Stati, i sovrani e i tecnocrati, o gli intellettuali, le avanguardie e i partiti – meno ancora, chiaramente, i saggi, le chiese e gli dei – che decidono ciò che ne è di ciò che è[1]: in questo caso, i rapporti monetari. Tale approccio, altrimenti, rientrerebbe nell’armamentario concettuale pertinente alla teologia politica; e, in quanto tale, sarebbe potenzialmente passibile di sostenere e giustificare i peggior tipi di abusi. Sola l’immanenza del sociale, al contrario, legittima i processi di istituzionalizzazione di una norma. Meglio ancora: solo a partire dall’immanenza del sociale si può mettere a punto una prassi istituente capace, al contempo, di auto-trasformarsi in continuazione – in linea con il cambiamento delle condizioni dell’ambiente da cui essa stessa è emersa – e di fornire il collante necessario a mantenere unito il gruppo in questione – sono la coattività e la co-partecipazione che co-obbligano, che cum-munere, che tengono letteralmente assieme[2]. È soltanto a partire dall’immanenza del sociale che si può dunque sperare di oltrepassare, da un lato, la netta separazione arendtiana e habermasiana tra sfera economica (o regno animale) e sfera politica (o regno dello spirito) e, dall’altra, il rischio sempre pressante di sclerotizzazione degli slanci che animano la società in delle forme istituzionali autoreferenziali. È allora attraverso l’opposizione e il conflitto costanti, da un lato, e il dibattito, la deliberazione e l’organizzazione permanenti, dall’altro, che si può dare concretamente corpo al processo generale di stabilimento di un quadro normativo e legislativo capace di co-evolvere parallelamente alla diffusione progressiva di relazioni sociali e di percorsi di soggettivazione altri rispetto a quelli oggi dominanti. Perché la moneta, allora? Perché la moneta – questa la scommessa e la posta in palio, teoria e politica, della questione – costituisce un fatto sociale totale che si presta bene a veicolare dei vasti processi di trasformazione[3].

Ora, quando si parla di “comune” si ha spesso a che fare con due prospettive, sotto certi aspetti relativamente complementari, che non consentono di pensare fino in fondo ciò che potrebbero essere delle monete del comune (o, più in generale, delle istituzioni del comune): una prima prospettiva, naturalista, incentrata sulla salvaguardia e la protezione di beni – al plurale – che appartengono alle differenti comunità umane, o persino all’umanità tout court: i suoi patrimoni universali quali l’ozono, le profondità marine, la biodiversità, etc., in breve, i commons o common goods. Questa prospettiva si caratterizza per le sue lotte in difesa di ciò che è già qua e che è saccheggiato e distrutto dalla dinamica espansiva del capitalismo. E una seconda prospettiva, spontaneista potremmo dire, che si distingue per i suoi sforzi di affrancamento del comune – al singolare e senza l’accompagnamento del nominativo “bene” – che emana e che sorge immediatamente dalla cooperazione sociale delle singolarità connesse in rete tramite le NTIC. Questa seconda prospettiva si caratterizza per le sue lotte di liberazione di ciò che è già qua e che è captato e intralciato nel suo adempimento dalla dinamica parassitaria del capitalismo. In ognuno dei due casi, il comune è inteso come una ricchezza, sociale o naturale, che è messa in valore in termini capitalistici, e non come il motivo o l’asse attorno al quale si potrebbero sconvolgere le pratiche sociali, i legami interpersonali e le modalità d’organizzazione e di produzione oggi dominanti.

Sarebbe invece più opportuno ricondurre il comune all’istituzionale; considerarlo cioè come un principio che s’incarna in relazioni, rapporti e forme sociali che debbono imporsi nel mondo tramite delle dure lotte, piuttosto che come una sostanza o una forza che bisogna preservare o emancipare (anche se, ça va sans dire, attraverso aspri conflitti)[4]. Questa prospettiva radicalmente costruttivista si cristallizza in modo paradigmatico nei processi d’istituzione delle monete del comune. La moneta, in effetti, non è un oggetto o un bene economico qualunque (come sostiene l’ortodossia); essa non è nemmeno una semplice espressione di mercato del valore della forza-lavoro. Al contrario, la moneta è un fatto sociale totale: rappresenta uno degli elementi costitutivi del legame sociale; è la cellula basilare che regge la maggior parte degli scambi con sé, con gli altri e con il mondo; si caratterizza come il criterio fondamentale che regola il cosmo economico[5]. Non è un caso, in effetti, se il nome greco per moneta – nomisma – significa “interamente legge”: la moneta si configura dunque come il nomos dell’economia; è l’unità di misura che permette di contare e di scambiare i beni, senza la quale sarebbe difficilmente immaginabile una società complessa largamente differenziata[6].

Quest’approccio che guarda alle istituzioni in modo non dogmatico spiega anche molto bene la natura e la logica della “moneta come la conosciamo”, della “moneta così com’è”, e ci aiuta a meglio capire lo stato di cose dal quale siamo ontologicamente costretti a pensare e ad agire. La moneta capitalista, lungi dall’essere una neutra entità rispondente nel modo più efficace a delle presunte leggi obiettive ed evoluzioniste dell’economia, porta inscritta nella sua stessa forma l’indeterminazione del movimento di accumulazione del capitale (per definizione infinito, oltre che amorale e assurdo: D-M-D’ o direttamente D-D’). L’istituzionalizzazione, lungo l’arco dell’epoca moderna, di una moneta funzionale alla dinamica capitalista ha elevato i caratteri di astrazione e di infinito a dei tratti naturali della moneta, trasformandola in un incredibile strumento di potere, in una riserva illimitata di valore[7]. Sono questi attributi contingenti – astrattezza, indefinitezza –, sigillo della borghesia rampante, che rendono la moneta accumulabile all’infinito; che l’hanno storicamente fatta diventare liquida, assolutamente cedibile e sprovvista di ogni determinazione temporale, spaziale e settoriale, valida in ogni caso, e facente funzione di capitale. La moneta è così via via divenuta il mezzo più emblematico attraverso il quale si esercita il comando sul lavoro e sulla vita, il sostrato materiale sul quale si sedimenta il conflitto; risulta l’“oggetto supremo” (Marx) e la forma per eccellenza della proprietà. Come ricordato da Baronian e Vercellone, è solo tramite il possesso di moneta che si può stabilire cosa produrre, come e dove produrlo, in quali quantità e per quali finalità (il processo di investimento); così come è solo attraverso essa che si ha accesso ai prodotti e ai servizi (il processo di consumo).

La moneta non è dunque una semplice risorsa essenziale (come l’aria o l’acqua), ma possiede un carattere eminentemente normativo, prescrittivo e performativo. Nello stesso tempo, è un oggetto particolare, istituito in maniera tale da poter divenire appropriabile da dei soggetti e strumentalizzabile a loro vantaggio nell’affrontamento sociale. Ora, la posta in gioco, al contempo teorica e politica, concerne l’istituzionalizzazione di una forma di moneta che favorisca e che promuova delle pratiche di dis-assoggettamento, delle pratiche di emancipazione. Ossia una moneta che inclini a essere per tutti e per nessuno, un moneta che, per intima costituzione, sia il più inappropriabile possibile; una moneta che possa essere continuamente (ri)messa a disposizione di ciascuno al fine di effettuare il conteggio e il passaggio dei valori; che sia istituita in modo tale da potersene liberare il più rapidamente possibile. Ma, anche, una moneta che propulsi dei cambiamenti globali miranti a favorire un immaginario extra-capitalista, dei legami interpersonali, delle istituzioni, delle pratiche e dei rapporti sociali che diano corpo agli ideali di solidarietà, di mutuo aiuto, di gratuità, di convivialità e di pluralità, in una relazione di sostegno reciproco con delle forme associazioniste, cooperativiste e neo-mutualiste capaci di supportare dei processi di soggettivazione autonomi.

Al fine di poter realizzare questa progettualità ambiziosa, la moneta deve allora essere costruita in modo tale da divenire il più possibile inappropriabile e il più possibile inaccumulabile, ma, anche, al contempo, il più accessibile possibile – dove la portata di questa inappropriabilità, di questa inaccumulabilità e di questa accessibilità immediata non è evidentemente da stabilirsi tramite un normativismo astratto, ma attraverso la promozione di istanze normative rispondenti agli interessi e alle esigenze delle comunità implicate in questi processi di istituzionalizzazione. La moneta, una volta investita da questa lotta normativa, si configurerebbe come un demoltiplicatore di conflittualità e di trasformazioni sociali passibile di fomentare dei cambiamenti decisivi su diversi livelli: politico, economico, culturale, antropologico. Si tratta dunque di un processo istituente, sempre in divenire, sempre aperto, che si batte – secondo la critica aristotelica della crematistica – per un uso appropriato della moneta: la moneta come unità di misura e come mezzo di scambio dei beni, e non come bene in sé; una moneta che svanisce nello scambio, al posto di essere ammassata indefinitamente: D-M-D, denaro come denaro e non denaro come capitale. Una moneta, quindi, socialmente stabilita per sparire pur restando disponibile per chiunque, al fine di stimolare gli scambi e il consumo di beni prodotti, al fine di essere reintrodotta continuamente nella circolazione, ossia al fine di servire (al)la comunità degli utenti[8]. Si tratterebbe così di una moneta che consolida e rinforza il legame sociale, al posto di esasperarlo – come avviene in modo particolarmente lampante nell’Europa della moneta unica. Il punto è: quale tipo di scambio alimenterebbe allora? Di quale tipo di bene promulgherebbe la circolazione? Quale genere di rapporti sociali fortificherebbe? Queste, tuttavia, sono delle questioni alle quali non si può rispondere apriori; si possono e si devono pure avanzare delle proposte a partire da certe sperimentazioni concrete (come le istanze che danno vita alle monete alternative o un reddito di base incondizionato degno di questo nome), ma rimangono delle difficoltà, dei nodi che solamente lo scontro e l’invenzione sociale possono sbrogliare.

La proliferazione (federale?) di monete sociali istituite secondo il principio del comune potrebbe allora rappresentare una posta in palio teorica e politica cruciale quanto quella relativa alla redistribuzione del denaro: non si tratterebbe soltanto di una riappropriazione monetaria, ma, anche, seguendo Aristotele e il Keynes rivoluzionario, di una istituzione appropriata della moneta; della moneta come “semplice intermediario, senza alcuna importanza per sé stesso, che passa di mano in mano, è ricevuto ed è speso, e, quando la sua funzione è ultimata, scompare dalla somma della ricchezza di una nazione”[9]. Delle monete che sono espressamente fatte per disfarsene; ma, anche, delle monete che sono dis-poste in modo tale da essere immediatamente disponibili per i membri della comunità, senza la necessità di dover passare per la costrizione del lavoro salariato. In breve: non delle semplici monete extra-capitaliste, ma delle autentiche monete del comune


[1] L. Boltanski, De la critique. Précis de sociologie de l’émancipation, Gallimard, Paris, 2009.

[2] P. Dardot, C. Laval, Commun. Essai sur la révolution au XXIème siècle, La découverte, Paris, 2014.

[3] La moneta non soltanto interessa e mette direttamente in causa una vasta pluralità di fenomeni e ambiti del sociale; ma rinvia anche alla totalità della comunità di riferimento, ossia alla totalità (o quasi totalità) degli utenti della moneta particolare, i quali l’accettano e la scambiano sulla base di un combinato di costrizione sistemica e di fiducia nel quadro interrelazionale e istituzionale. Affinché una moneta funzioni regolarmente e affinché possa essere ritenuta “legittima” deve dunque venir ricorsivamente accettata dalla totalità (o quasi totalità) dei membri implicati negli scambi economici, senza l’intervento massivo, continuo e diretto dei poteri esteriori – giudiziari o polizieschi.

[4] P. Dardot, C. Laval, op. cit. Sulla scorta dei due autori francesi, con principio del comune intendo indicare il fatto che l’appartenenza a una comunità (monetaria, in questo caso), con i diritti e doveri che essa implica, non debba essere relativa ad alcuna determinazione aprioristica, sociale o ascritta (classe, razza, genere, religione, etc.), ma che debba esclusivamente dipendere dalla copartecipazione ai processi decisionali.

[5]Per cogliere intuitivamente la validità di questa tesi credo sia sufficiente pensare ai contesti storici di iperinflazione o di penuria monetaria, laddove è la solidità stessa dei legami primari a sgretolarsi. La moneta può dunque essere storicamente considerata come uno dei fattori essenziali del mondo economico tout court (non soltanto capitalistico), in quanto si interpone nella maggior parte delle interazioni, mostrando l’interdipendenza radicale di ognuno con gli altri. Non soltanto fa sistema e cementifica i rapporti. Ma, nel momento stesso in cui si innesca un ciclo monetario virtuoso o un circolo monetario vizioso, i processi trasformativi subiscono immediatamente una drastica accelerazione. In tal senso, può risultare interessante porre la questione dell’istituzione di una moneta del comune in relazione con le analisi articolate nel recente Manifesto per una politica accelerazionista.

[6]M. Amato, L’enigma della moneta e l’inizio dell’economia, Et/al, Milano, 2010.

[7]G. Ingham, The Nature of Money, Polity, Cambridge 2004, L. Fantacci, La moneta. Storia di un’istituzione mancata, Marsilio, Venezia, 2005 e M. Amato, Le radici di una fede. Per una storia del rapporto tra moneta e credito in Occidente, Mondadori, Milano, 2008.

[8] M. Amato, L’enigma della moneta, op. cit.

[9] J. M. Keynes, La riforma monetaria, Feltrinelli, Milano 1978, p. 117.

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