Le trasformazioni della composizione tecnica e politica del lavoro, verso una composizione sociale in cui l’uno si è fatto in due, impongono un ripensamento nelle forme della rappresentanza e del conflitto. A proposito di un dibattito in corso per pensare un nuovo sindacalismo.

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La precarietà istituzionalizzata

Le recenti lotte nel settore della logistica hanno dimostrato l’esistenza di una tensione conflittuale mai doma, ma, al momento attuale, per limiti oggettivi e per la particolarità della situazione e della composizione tecno-sociale del lavoro, non sono (ancora?) in grado di farsi forza trainante. Nel corso dell’ultimo anno si è anche sviluppato un poderoso movimento per la casa e gli sgomberi recenti lo rendono ancor più attuale, visto che si tratta di una necessità di vita.

Ciò che è drammaticamente mancato è un solido movimento sul tema della precarietà e di critica propositiva alle trasformazioni del lavoro (e della vita). Come già osservato, il Jobs Act renziano ha sancito istituzionalmente, dopo 30 anni tutti sotto il medesimo segno, che la condizione di precarietà è condizione strutturale e collettiva di vita sino a prefigurare la “norma” del ricorso al lavoro non pagato (un tempo definito forma di “schiavitù”, oggi diventato espressione del “volontariato).

L’allargarsi definitivo della condizione precaria non è riuscita a stare al centro dell’azione diretta dei movimenti se non come semplice corollario. Credo che questo sia stato il limite, pur giustificato da tante questioni, dalla difficoltà a immaginare, fino a questo momento, un “conflitto precario”.

Eppure, a partire dal settembre 2010 si era costituita una rete di soggetti autonomi di movimento – su suggestione della rete di San Precario – che avevano dato vita agli Stati Generali della Precarietà, in grado di sviluppare un primo abbozzo di discorso complessivo per organizzare e lanciare una fase offensiva sui temi del lavoro e del reddito adeguata a quelle che erano le modificazioni in corso. In particolare, erano stati sollevati questi punti:

1. La condizione precaria è una condizione generale, strutturale e esistenziale. Oggi, come ricordavamo, è diventata anche istituzionale. Tale condizione porta al superamento della vecchia dicotomia tra il lavoro cosiddetto dipendente e garantito e il lavoro precario, autonomo e nero. Stupisce quindi, al riguardo, ritrovare questa dicotomia come premessa per una riflessione rivolta al futuro sul tema del sindacalismo e del conflitto sociale (vedi qui). La crisi ce lo ha ampiamente dimostrato: non esiste più nessun tipo di lavoro garantito, dopo gli interventi della Riforma Fornero sulla disciplina dei licenziamenti e la liberalizzazione completa del contratto a tempo determinato del Jobs Act.
2. La precarietà è oggi la condizione lavorativa da cui origina la produzione di ricchezza. Descrive allo stesso tempo una situazione di sfruttamento pervasivo che va oltre la semplice condizione lavorativa sino a essere emblema delle nuove forme di estrazione di plusvalore dalla vita stessa e una situazione di potenza in fieri. E’ condizione biopolitica per eccellenza e possibile forma di biopotere in divenire.
3. La condizione precaria può presentare elementi di omogeneità, ma solo dal punto di vista freddamente statistico, accomunando situazioni lavorative molto diverse fra loro ma con soggettività, percezioni e aspettative frammentate e singolarizzate. Recenti ricerche descrivono come paghe orarie inferiori ai 5 euro, un tempo di lavoro non ben definito, ma comunque superiore alle 8 ore giornaliere, la possibilità di non godere di molti diritti (quali ferie, maternità, salute, ecc) accomunino precari con skills molti diversi fra loro, dal migrante che lavora in agricoltura, nel settore delle costruzioni o nella logistica, all’addetto dei call-center o nella grande distribuzione, all’operaio dell’industria , al cognitario dell’editoria e della ricerca universitaria. Tuttavia i processi di soggettivazione, la percezione della propria condizione, le aspettative riguardo il futuro rimangono molto diverse. E ciò ci porta dire che la precarietà è appunto ancora una condizione sociale e non una condizione di classe.

Una ricerca necessaria

Ne consegue che abbiamo di fronte nuove sfide relative alle forme sindacali e politiche della rappresentanza e alle forme del conflitto. E’ infatti partendo da queste premesse che nella terza assemblea degli Stati Generali della Precarietà ci siamo concentrati sulla parola d’ordine dello “sciopero precario”. Qui alcuni contributi al riguardo.

Non mi dilungo sul perché l’esperienza degli Stati Generali della Precarietà sia terminata. Sarebbe noioso. I vizi classici del movimentismo italiano (quando si cerca di muoversi su un piano collettivo e nazionale) si sono ancora una volta palesati: autoreferenzialità, tatticismi opportunistici, rivalità campanilistiche, scarsa affidabilità, velleitarismo, ecc., ma soprattutto la difficoltà di declinare in pratica la suggestione dello sciopero precario.

Non può quindi che far piacere che tali tematiche siano oggi al centro di un rinnovato interesse a partire dall’articolo di Alberto De Nicola e Biagio Quattrocchi: “La torsione neoliberale del sindacato tradizionale e l’immaginazione del «sindacalismo sociale»: appunti per una discussione” e ripreso dal contributo (già citato) di Rafael De Maio e Christian Sica: “Sindacalismo e conflitto sociale”.

I punti in discussone sono nevralgici e si possono ridurre ai due nodi ricordati: la forma della rappresentanza e gli strumenti del conflitto. Si tratti di aspetti totalmente interdipendenti.

Il nodo delle forme della rappresentanza

Partiamo dal primo: le forme della rappresentanza. La critica all’azione e alla forma della rappresentanza sindacale tradizionale del ‘900 da parte dei movimenti solitamente si basa sul rifiuto della strategia riformista-concertativa. Negli anni ’70, tale critica si fondava essenzialmente sull’inadeguatezza e timidezza delle rivendicazioni sociali contenute nelle piattaforme sindacali. Oggi si basa sulla denuncia diretta della complicità e della subalternità dei sindacati concertativi alle istanze padronali e alle compatibilità economiche dettate dal processo di finanziarizzazione a livello globale, sino a giustificare la stessa esistenza del sindacato come strumento non solo di controllo della forza-lavoro ma di garanzia della sua dipendenza politica e culturale: il tutto all’interno di un processo crescente di individualizzazione e ricattabilità di un rapporto di lavoro sempre più precario. Si tratta di una critica che più volte abbiamo ribadito. Tuttavia, troppo spesso (è il caso del sindacalismo di base) la (sacrosanta) critica a tale posizione si appiattisce sul recupero della funzione antagonista del sindacato con una certa nostalgia delle stagioni del conflitto degli anni’70. Si rischia così di perpetuare così alcuni schematismi che, se all’epoca potevano avere un senso e funzionavano, oggi sono del tutto depotenziati. Ci riferiamo essenzialmente all’ossessione di individuare per forza un segmento di lavoro di riferimento, in grado di trascinare con la propria lotta anche altre componenti del mondo del lavoro e quindi alla necessità di costituire un avanguardia di movimento, ricalcando un certo modello di derivazione “leninista”. Spesso questa impostazione fa riferimento a una composizione politica del lavoro che oggi non esiste più o se esiste non è in grado di farsi “maggioranza interpretativa” della realtà sociale. Che si tratti della vecchia figura dell’”operaio massa” o delle nuove figure del “migrante”, del “giovane cognitario” e del lavoratore autonomo più o meno eterodiretto di II° generazione, poco importa.

La composizione tecnica della forza-lavoro, per ritornare a un concetto operaista troppo spesso dimenticato, si presenta oggi del tutto irriducibile a quella del periodo fordista. Presenta elementi strutturalmente nuovi che rendono obsoleti la strumentazione per la sua traduzione in composizione politica. Una simile affermazione richiederebbe più spazio per le argomentazioni di quanto non sia possibile ora sviluppare.

Ci limitiamo quindi a sottolineare alcuni elementi:
1. il rapporto tra uomo e macchina si è modificato drasticamente (e con esso l’organizzazione del lavoro che da disciplinare-verticale tende a muoversi su modelli cooperativi-disciplinari e orizzontali e così anche la stessa composizione tecnica);
2. il processo di sussunzione reale tipica del fordismo ha lasciato spazio a uno rapporto di sfruttamento che fa perno su una sussunzione vitale, come processo sinergico di sussunzione reale e, soprattutto, formale (non semplice sommatoria);
3. la produzione di valore si fonda oltre che sulla messa a lavoro della vita anche sull’eterogeneità delle condizioni produttive, ovvero è la differenza (di genere, di formazione, di etnia, di preferenze, …) che crea (plus)valore;
4. il salario remunera solo il tempo di lavoro certificato come produttivo, mentre quote crescenti di tempo di vita produttivo vengono sempre più schiavizzate;
5. il tempo di lavoro e quindi l’unità di misura dello sfruttamento sfugge a qualsiasi calcolo oggettivo.

Tutti questi aspetti non sono trasversali alle diverse situazioni lavorative in modo omogeneo, né vengono percepiti dai soggetti che le attraversano nello stesso modo. Non c’è quindi una ricomposizione della forza lavoro attivata da una unica condizione lavorativa imposta dall’esterno. La disciplina del e sul lavoro (così come la sua tempistica) non è dettata direttamente dalla macchina ma indirettamente dallo stesso, singolo, lavoratore.

La nuova composizione tecnica del lavoro non si traduce così in una composizione politica in grado di dettare i tempi della lotta, le forme della rappresentanza e quindi le modalità del conflitto. Piuttosto dà origine a una composizione “sociale” del lavoro, non immediatamente e direttamente rappresentabile. Il problema che abbiamo di fronte è dunque come costituire forme di “rappresentanza autonoma e soggettiva”.

Autonomia e auto-soggettivazione

Autonomia e auto-soggettivazione, dialettica presa di coscienza dei processi di sussunzione vitale, disvelamento degli immaginari del controllo sociale e dell’auto-disciplinamento, smascheramento dell’imposizione culturale, delle ideologie del potere, superamento dell’autoreferenzialità e dell’identitarismo individualizzante: in una parola, auto-organizzazione soggettiva che consenta di uscire da meccanismi di complicità a cui partecipa il soggetto stesso. L’organizzazione politica, in questa fase, sembra non poter prescindere dall’utilizzo di strumenti innovativi, a cui fino ad ora non si è fatto ricorso, come i percorsi autocoscenziali, che possono trarre ispirazione dalle lotte biopolitiche dei movimenti femministi. Se la soggettività viene integralmente investita dalla produzione, se il capitalismo si trasforma in biocapitalismo, allora l’analisi delle soggettività neoliberali può essere un terreno da scandagliare anche attraverso il ricorso agli strumenti concettuali offerti dalla psicoanalisi. Questo nuovo corredo va coniugato con le letture postoperaiste che scommettono sulle risorse generative della ricchezza della cooperazione sociale.

La forma mentis tipica dell’agitatore del sindacalismo di base non è sufficiente.
Comunicazione semplice e immediata, inchiesta, utilizzo dei media sociali, subvertising, sabotaggio culturale e degli immaginari aziendali, reti di garanzia di reddito, studio dei colli di bottiglia nell’organizzazione del lavoro con cui si ha a che fare, anonimato, laddove è possibile forme di azioni dirette, utilizzo consapevole degli strumenti del diritto del lavoro, almeno finché non saranno del tutto smantellati. Sulla base di questi elementi si può creare un nuovo processo di soggettivazione come base costituente di una costellazione di organizzazioni autonome.

Solo qualora le strutture organizzate del sindacalismo di base si metteranno al servizio delle strutture autonome che si autorganizzano e nascono dalle lotte e/o dalle vertenze in atto e non cercheranno di cavalcarle per un pugno di tessere in più, allora si potrà discutere di come mettere in rete tali esperienze e costruire una rappresentanza in termini di flussi, cioè modulare e flessibile, decentrata ma coordinata. Diffidare dunque dei sindacati che puntano solo a raccogliere tessere sindacali o a accettare di sedersi ad un tavolo di contrattazione pur di far riconoscere la propria esistenza. Ci possono essere nuove funzioni in strutture altrimenti obsolete, e/o nuove forme di autoorganizzazione fuori di esse: funzioni e forme di auto-organizzazione che vadano oltre l’autofinanziamento e che trasformino la necessità del finanziamento in un momento di partecipazione attiva dei precari, un momento dove attraverso l’organizzazione di eventi culturali e ricreativi i precari riscoprano il piacere di fare e sperimentare insieme nuove forme di aggregazione, di soggettivAzione fluida e creativa da cui possano scaturire immaginari e pratiche ricompositive.

Le modalità del conflitto

La forma della rappresentanza cioè dei processi di soggettivazione ci porta a discutere anche il secondo punto, cioè le modalità del conflitto. Se sul primo punto, la discussione all’interno del movimento è arretrata, su questo aspetto più numerosi sono stati i contributi.

Credo sia necessario ribadire una banalità, già ampiamente sottolineata durante le discussione sullo “sciopero precario” durante gli Stati Generali della Precarietà: qualunque sia la forma, lo strumento del conflitto deve far “male”, cioè creare danni all’avversario di turno. Partendo da questo principio, che è l’Abc della lotta di classe (principio, peraltro, di cui è ben cosciente la nostra controparte – multinazionali, governi, istituzioni monetarie – , all’interno della lotta di classe dall’alto che ha caratterizzato gli ultimi decenni), diventa necessario individuare i punti di debolezza dell’attuale organizzazione della produzione e del lavoro.

La produzione di ricchezza oggi avviene tramite una struttura modulare a flussi, non più tramite ambiti concentrati di stock produttivi. Il sistema della fabbrica integrata si è disintegrata in mille rivoli, dando origine a filiere produttive, linee di subfornitura delocalizzata, più o meno gerarchica o cooperativa. Il territorio, come più volte detto, è il luogo della produzione diretta, lo spazio virtuale quello della commercializzazione, la finanza quello della realizzazione di un profitto che si fa rendita, gli Stati e le camere del lavoro il luogo della governance e della deregulation della forza lavoro e delle politiche di welfare.

Teoricamente, un’azione di lotta deve essere in grado di intercettare questi nodi per renderli non operativi.

Caliamoci di più nella concretezza del reale. La suggestione dello sciopero come strumento principale del conflitto è giustamente molto forte, se intendiamo lo sciopero come momento di blocco della catena di creazione del valore e non puro atto simbolico, inconcludente, come è diventato oggi. Se si intende lo sciopero come blocco degli stock produttivi, oggi non si ottiene alcun risultato e si perdono solo soldi: non si fa “male”. Certo, in una produzione modulare, il blocco di alcuni nodi può sortire effetti a domino che vanno a intaccare il sistema dei flussi. Non è un caso che negli ultimi anni sono stati gli scioperi nella logistica (attuati con modalità ancora tradizionali – picchetti, presidi fuori dai cancelli, ecc.) quelli ad avere maggior impatto e danno sulla controparte. Il settore della logistica, non immediatamente connesso alla trasformazione materiali delle merci ma, oggi, direttamente produttivo di plusvalore, rappresenta uno dei colli di bottiglia della produzione a flussi. Lo sciopero dei bisarchisti nel marzo 2012 ha avuto come conseguenza il blocco della produzione negli stabilimenti Fiat di Melfi e Mirafiori. La Fiat è stata costretta a mettere in cassa integrazione a suo spese parte dei dipendenti a causa dell’impossibilità di distribuire oltre 20.000 auto. E infatti le trattative con le associazioni degli autotrasportatori sono riprese immediatamente accogliendo le richieste degli scioperanti. Stessa situazione si è verificata in molti hub delle imprese della distribuzione commerciale, dall’Esselunga all’Ikea, quando il blocco dei cancelli ha impedito il trasporto e la consegna delle merci (e, guarda caso, immediatamente arriva la polizia a reprimere i lavoratori).

Ma l’organizzazione modulare della produzione viene duramente colpita quando si verifica non più solo il blocco dei flussi delle merci ma, su un una base territoriale di produzione diffusa, come può essere una realtà metropolitana, si verifica anche il blocco dei flussi delle persone. Tra dicembre 2003 e gennaio 2004, lo sciopero selvaggio (wildcat strike) dei dipendenti della società del trasporto pubblico di Milano Atm ha bloccato la città, con il risultato che più di 400.000 persone non hanno potuto raggiungere il posto di lavoro. Per Milano, è stata la più grande assenza da lavoro che si sia mai verificata dopo i grandi scioperi generali degli anni ’70. Anche, qui inutile dire che si è proceduto immediatamente al rinnovo del contratto di lavoro, scaduto da più di 2 anni, e i 4106 dipendenti dell’Azienda Trasporti Milanese, accusati di interruzione di pubblico servizio, saranno tutti prosciolti nel 2008. A 10 anni di distanza, siamo ancora nella stessa situazione: contratto scaduto da più anni, più di 10 scioperi effettuati (ma rispettando le fasce protette), nessun risultato conseguito, se non buste paghe più leggere. Analoga dinamica ha avuto lo sciopero selvaggio del trasporto locale a Genova nel novembre 2013.

Più complicate, proprio perché il processo di soggettivazione e quindi il tema della rappresentanza è ancora un incognita, sono state le vertenze che hanno interessato il cognitariato. Qui ci troviamo davanti alla sfida più importante, non perché la condizione precaria dei lavoratori cognitivi sia “il soggetto” di riferimento ma perché è sul piano dell’organizzazione delle soggettività individualizzate di questi lavoratori e dell’individuazione delle pratiche di lotta più inclusive che si apre un piano di azione completamente nuova. Un azione che deve parlare agli immaginari e alle relazioni comunicative in primo luogo, per creare contro-immaginari e contro-informazione. E’ troppo semplice affermare che i social network rappresentino il terreno dell’organizzazione bio-sindacale. E’ importante prenderne atto, ma non basta. E non è un caso che è proprio nel mondo dell’editoria, comunicazione, informazione, dove la produzione è altamente immateriale, che le vertenze tentate hanno prodotto i risultati più scarsi.

Quale sciopero?

Tali esperienze ci insegnano che lo sciopero è efficace (fa male) se non è costretto a subire una serie di limitazioni legali che ne hanno fortemente depotenziato l’efficacia impedendone la libertà di effettuazione (seppur sancita a livello costituzionale) e colpisce i punti più deboli e nevralgici della catena di produzione del valore. Ma anche che deve attivare un processo di coinvolgimento e complicità che tracima la situazione puramene individuale. Deve essere strumento di ricomposizione sociale sulla base di una piattaforma rivendicativa che va al di là della singola situazione di lavoro.

Si tratta di due condizioni che pongono una serie di problematiche. La prima ha a che fare con la questione dell’illegalità. La seconda riguarda il fatto che non tutte le realtà lavorative operano all’interno di colli di bottiglia.

Al riguardo, si è parlato di sciopero metropolitano, sciopero selvaggio, sciopero precario, ora sciopero sociale. Al di là della terminologia, la sostanza non cambia: ciò che conta è bloccare i flussi di merci, di persone e di informazioni.
Si pone allora la questione di come operare per raggiungere un tale risultato. La conoscenza del territorio è a questo punto fondamentale, dal momento che ogni territorio ha le sue specificità.

Prendiamo ad esempio l’area metropolitana di Milano.
Il flusso principale delle merci che ha per destinazione i principali hub di magazzinaggio si trovano subito a ridosso delle tangenziali. Bloccare i 5 caselli autostradali che ne consentono l’accesso significa bloccare buona parte del traffico dei Tir e impedirne la circolazione, con un evidente danno per la struttura logistica di distribuzione.
Il flusso di persone è caratterizzato dal pendolarismo dall’hinterland verso il centro. Il blocco della rete metropolitana e delle ferrovie regionali che raggiungono le tre principali stazioni (Rogoredo, Centrale e P.ta Garibaldi) ne ridurrebbe drasticamente l’accesso.
Il flusso delle informazioni (soprattutto, ma non solo, nei settori dell’immateriale) viene smistato da alcuni server e portali di telefonia mobile, il cui disturbo o overcrowding ne rallenterebbe l’uso. Che tipo di azione/sabotaggio si potrebbe pensare durante l’ipotetica ora x dello sciopero? I mezzi disponibili e più immediati sono il call strike (pensiamo ai call-center) o il net strike (pensiamo al lavoro informatico e redazionale). Come prepararli? In generale, l’azione funziona così: ognuno a un’ora prestabilita chiama contemporaneamente i propri gestori telefonici, cercando di recuperare i nomi dei vari responsabili amministrativi e di saturare la casella e-mail oppure di rendere ingestibile un canale comunicativo.

Inoltre, impedire o rallentare l’accesso al luogo di lavoro consentirebbe anche a chi vive una condizione precaria ricattabile di poter partecipare in modo anonimo (ma cosciente) allo sciopero e quindi evitare il rischio di subire quelle rappresaglie da parte dei datori di lavoro che ben possiamo immaginare e che inducono spesso quel senso di paura e impotenza che caratterizza la condizione precaria.

Come è facilmente intuibile, un tale azione presuppone una capacità di organizzazione e una tempistica che al momento appaiono difficilmente fattibili. E’ quindi necessario cominciare a imbastire un processo di avvicinamento tramite passi intermedi e meno velleitari, in grado di consentire un processo di coinvolgimento e di attivazione, oltre a preparare forme di comunicazione adeguate.

La strada è lunga ma non impossibile.

Pubblicato in contemporanea su: http://www.precaria.org/

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