In occasione della pubblicazione francese del saggio di Christian Marazzi “Finanza bruciata”, può essere utile analizzare il dibattito francese sulla crisi economico-finanziaria.  In questo saggio, Stefano Lucarelli ripercorre le diverse posizioni della corrente eterodossa (da André Orléan, François Chesnais,  Jacques Sapir al “Manifesto d’économistes atterrés” promosso in Francia da P. Askenazy, T. Coutrot, H. Sterdyniak e dallo stesso Orléan), mettendo in luce come il tema dell’instabilità connaturata nei mercati finanziari e la questione dei debiti illegittimi porti alle necessità di ridefinire la sovranità monetaria in Europa. In questa ottica, diventa impellente oggi avviare un dibattito sulla “moneta del comune”, ovvero la possibilità di istituire dei circuiti finanziari alternativi.

« Uno dei rischi peggiori di questa crisi è la chiusura su se stessi degli Stati-nazione, la corsa a svalutazioni competitive per riconquistare fette di mercato sottraendole agli altri con misure protezionistiche. È così che, di solito, scoppiano le guerre »[1].

Le parole su cui Christian Marazzi pone l’attenzione del lettore in conclusione del suo libro Finanza Bruciata – apparso nel 2009, poi tradotto in inglese e recentemente tradotto in francese – delineano un orizzonte nefasto. D’altro canto pensare a fondo la crisi europea conduce inevitabilmente a rendersi conto del pericolo che incombe.  Per scongiurare questo orizzonte Marazzi invita ad adottare un principio, che egli intravede a fondamento del Homeowner Affordability & Stability Plan voluto dall’amministrazione Obama (la cassa di rifinanziamento ipotecario su trent’anni per salvare dal pignoramento della propria casa quattro milioni dei famiglie americane in grado di ritrasmettere fiducia al settore del credito ben più degli interventi di salvataggio diretto): partire dal basso per riformare il sistema monetario.

Le tesi di Marazzi costituiscono, nel bene e nel male, il tentativo più coraggioso e rigoroso prodotto dall’area antagonista (talora definita neo-operaista) di riorganizzare le categorie necessarie  alle soggettività che vogliono ribellarsi allo stato di crisi. Categorie scivolose per cogliere l’insolito forgiato dal comando finanziario, comprenderlo, corromperlo, affinché una qualche relazione fra “lotta (di classe?)” e “sviluppo (capitalistico?)” possa essere innanzitutto immaginata e poi riproposta in modo vivo e vitale.   A ciò serve una teoria della finanziarizzazione che spiega perché essa non debba essere intesa unicamente come un tentativo parassitario di recuperare sui mercati finanziari ciò che il capitale non riesce più a realizzare nell’economia reale; a ciò servono gli inviti a fare inchiesta sul concreto “divenire rendita del profitto”[2], dunque volti a sostenere che la finanziarizzazione è la forma di accumulazione del capitale simmetrica ai nuovi processi di produzione di valore che caratterizzano il post-fordismo. Finanza Bruciata riletto oggi appare come un insieme di intuizioni formidabili sugli effetti destabilizzanti che la crisi americana ha poi in effetti avuto sugli assetti europei.

Tuttavia il motivo principale per cui questo libro è ancora importante è un altro. L’attualità delle riflessioni di Marazzi sta nel ricondurre l’analisi della crisi finanziaria e delle sue conseguenze geopolitiche a un problema di sovranità. Lungo le direzioni tracciate dall’autore si può inoltre sostenere che la sovranità monetaria si ripropone come problema, non solo per i difetti costitutivi dell’Eurozona, né solo come conseguenza del dollar standard stabilito nell’Agosto 1971, ma poiché la moneta in quanto istituzione viene a partecipare delle tendenze de-stituenti provocate dal nuovo capitalismo, in cui la finanziarizzazione accompagna una trasformazione delle logiche produttive.

Forse le grandi difficoltà che oggi incontra la politica europea tanto nei suoi vertici istituzionali, quanto nelle esperienze dei movimenti sociali, sono soprattutto una conseguenza della incapacità di affrontare la crisi sollevando la necessità di riformare il sistema monetario, partendo dal basso.

Ciò dovrebbe condurre in primo luogo ad interrogarsi sul significato della sovranità monetaria in Europa. In secondo luogo, ciò dovrebbe comportare la comprensione di cosa significhi “partire dal basso” quando si deve istituire una moneta. È quello che ci proponiamo di fare nelle note che seguono dove ripercorreremo le tappe che dalla crisi finanziaria americana del 2007 conducono alla crisi europea. Lo faremo costruendo un dialogo fra le prospettive originali individuabili nel libro di Marazzi e le analisi più lucide ed incisive prodotte in questi anni da alcuni tra i migliori economisti eterodossi francesi.

Perché la Francia? Perché le fiammate francesi, per quanto momentanee, per quanto incapaci da tempo di incarnarsi in movimenti sociali di massa forti e durevoli, tendono a mettere in moto una dialettica istituzionale. Perché in Francia – per il peso politico che il Paese, insieme alla Germania, assume da sempre negli equilibri istituzionali europei, per la capacità di resistenza che, fra grandi difficoltà, la tradizione di pensiero regolazionista e marxista riesce a mantenere, e, non ultimo, per le specificità del mondo editoriale e culturale francese – sono apparsi dei testi che hanno avuto una buona diffusione, capaci anche di suscitare un inizio di dibattito politico dal basso, estremamente interessanti e capaci di smontare punto per punto i dogmi ai quali l’ordoliberalismo tedesco pretende di vincolare le politiche economiche oggi in atto all’interno dell’Unione Monetaria Europea (UME).

Siamo di fronte ad un fenomeno complesso per lo più mal raccontato dagli organi di informazione. Questi – sebbene con una stanchezza crescente – continuano a ripetere che le politiche di austerità, insieme ad una Banca Centrale Europea (BCE) che non deve intervenire direttamente sui mercati primari per acquistare i titoli di Stato dei paesi membri dell’Unione, rappresentano l’unico assetto istituzionale compatibile con un sistema economico e sociale in salute. Dinanzi al pessimo stato di salute in cui versano i Paesi europei è necessario innanzitutto raccontare gli eventi che si sono succeduti, senza assumere un approccio dogmatico. 

Dal panico finanziario alla trappola del debito

La prima fase della crisi, nonché le logiche autoreferenziali che spiegano l’emergere delle bolle speculative, è analizzata in modo esemplare in De l’euphorie à la panique di André Orléan[3] – un autore cui Marazzi rinvia per la comprensione delle logiche finanziarie. La crisi dei mutui subprime, dimostra l’autore ricorrendo ad uno schema analitico robusto e supportato dall’evidenza empirica, non è un incidente dovuto a comportamenti irrazionali, né a difetti istituzionali correggibili senza ricorrere ad un intervento regolatorio radicale e rivoluzionario. L’instabilità finanziaria, trasformatasi in incertezza radicale che ha colpito l’intero sistema del credito,  propagatasi poi su scala mondiale facendo della zona euro il suo sito nevralgico (come mostra François Chesnais[4]), è il risultato del libero gioco delle forze concorrenziali ogni qual volta queste si applicano alle attività finanziarie: : « Nella fase di euforia, quando il prezzo degli immobili continua ad aumentare, è prodotta una grande ricchezza, la quale favorisce fortemente la situazione degli acquirenti e dei prestatori. È un effetto esclusivamente meccanico. Per gli acquirenti, è evidente: sono più ricchi poiché il valore del loro capitale è cresciuto. Per i prestatori, si coniugano due effetti. Sono più ricchi per gli interessi che hanno percepito ma anche, in un modo più complesso ma non meno importante, per il fatto che il loro stock di crediti vede diminuire la sua probabilità di default potenziale, e ciò significa un incremento della sua valorizzazione. Questi effetti sono tanto più potenti quanto la ricchezza creata è stata grande. È qui la sorgente di quell’euforia che si spande per tutta l’economia. Se nuovi attori, in numero sufficiente, alimentano questa dinamica nella speranza che i prezzi continueranno a crescere, allora l’euforia si perpetua. Notiamo che la politica monetaria lassista condotta dalla Federal Reserve fino al 2004 ha favorito molto questa evoluzione fornendo al sistema finanziario la liquidità, abbondante e a buon mercato, di cui aveva bisogno per finanziare l’euforia. Del resto, la crescita del credito e la sottovalutazione del rischio non sono state affatto limitate al settore immobiliare. Si sono diffuse a tutti i settori »[5].

I mercati finanziari funzionano ontologicamente sulla base del comportamento gregario della massa degli investitori. Istituiscono uno spazio sovrano in cui milioni di investitori riconoscono simboli e segni come espressione legittima della ricchezza. Quando i titoli finanziari sono accettati dalla comunità finanziaria, essi divengono estremamente liquidi e immediatamente negoziabili, in modo da permettere di ottenere una ricchezza hic et nunc (principio della liquidità).

Finché i mercati finanziari, producendo plusvalenze, mantengono inalterato il grado di liquidità oppure lo aumentano, si crea un meccanismo di auto-alimentazione che a sua volta genera valore azionario in costante crescita e quindi nuove plusvalenze. Si tratta di un meccanismo di autoreferenzialità, che spiega la speculazione come frutto del funzionamento stesso dei mercati. Un’autoreferenzialità che induce una costrizione cognitiva riguardante tutti gli investitori, costrizione derivante dalla supremazia della “psicologia del mercato” (dell’opinione collettiva) sulle opinioni, o le credenze, individuali.

L’operatore finanziario reagisce a ciò che crede siano i comportamenti degli altri operatori finanziari. Ne consegue che ciò che emerge sui mercati finanziari è un valore autoreferenziale che si impone sulla realtà delle cose. Qui sta il rapporto fra fondamentali e valore finanziario : i titoli finanziari non riflettono i valori delle cose, men che meno il tempo di lavoro necessario affinché esse siano prodotte. Qui siamo dinanzi ad un movimento contrario, ad una forma di idealismo densa di conseguenze reali. Alla possibilità che tutto sia legittimo.

L’ultimo Nobel per l’economia assegnato la scorsa settimana a Eugene F. Fama, Robert J. Shiller e Lars Peter Hansen, ha in un certo senso sancito questa modalità del tutto precaria di legittimare il valore delle cose: Fama, l’economista mainstream che sostiene la capacità di autoregolazione dei mercati finanziari, sostenendo il rapporto fra valori finanziari e prezzi dei beni e servizi reali; Shiller, l’economista eclettico che cerca di fondare una scienza dell’irrazionalità che conduca a un nuovo ordine finanziario; Hansen, l’econometrico, il tutore dei processi statistici che possono confermare ogni piano interpretativo, ogni nesso causale, in presenza di una banca dati adeguata.

Ne emerge la realtà: il principio della concorrenza applicato alla finanza genera dunque l’impazzimento dei mercati secondo una logica del tutto ragionevole. A ben vedere l’impazzimento messo in luce da Orléan non consiste tanto nella follia di chi opera sul mercato: gli operatori finanziari seguono le convenzioni che per un certo tempo diventano legge, sia nelle fasi di euforia, che nelle fasi di panico.

La follia più profonda sta invece nel prodotto dell’interazione fra le istituzioni che operano sui mercati finanziari, tra queste vi sono anche gli istituti di credito tradizionali, le banche centrali e gli stessi Stati. Ciò che scaturisce da queste interazioni è uno stato di eccezione che conduce a riconoscere la necessità di un intervento pubblico. È significativo che la richiesta sia fatta da coloro che nel recente passato avevano più di ogni altro lavorato perché si affermasse il principio dello Stato minimo: ci si rivolge agli Stati affinché possano salvare le banche e i mercati, contribuendo a ridare, con la loro domanda, un prezzo alle attività finanziarie. Ciò affinché possano ripartire i mercati, e con essi anche la cartolarizzazione, cioè quell’operazione che consiste nel trasformare dei crediti bancari in titoli negoziabili su mercati secondari. Le politiche pubbliche vengono pertanto determinate secondo uno stato di eccezione che serba in sé una forza destrutturante: per mantenere in vita un’istituzione (i mercati finanziari) legittimata da convenzioni instabili, si demoliscono le convenzioni durevoli su cui gli Stati nazionali costruiscono la propria ragion d’essere. Viene così ulteriormente minata la compatibilità fra accumulazione e regolazione grazie alla quale può instaurarsi un regime di crescita durevole e vitale (come si dice in francese, viable)[6].

La crisi dei debiti sovrani, e il ritorno di una sovranità statuale in cui sono le banche a dettare le politiche pubbliche, è già inscritta nell’ordine delle cose: come nota Marazzi, la governance statale della crisi dipende infatti dalla capacità degli Stati di prendere a prestito capitali ricorrendo al mercato obbligazionario:« Il ricorso ai mercati obbligazionari da parte degli Stati per rastrellare capitali a copertura di deficit crescenti non dovrebbe, in linea di principio, costituire un problema particolare […]. Tuttavia, l’aspettativa di una ripresa dell’inflazione, causata da forti aumenti dei deficit e dei debiti pubblici e dalle massicce iniezioni di moneta, e, di conseguenza, di una perdita di rendimento dei titoli di Stato, sta già provocando un aumento dei tassi reali di interesse sui Buoni del Tesoro, e questo anche nei paesi economicamente più ricchi. Infatti, gli investitori internazionali in titoli obbligazionari pubblici chiedono rendimenti nominali e reali sostanzialmente più elevati per meglio proteggersi contro i rischi di default statali. […] Per paesi come la Spagna, il Portogallo, la Grecia, l’Irlanda e l’Italia, che fino al 2007 avevano differenziali di rendimento sui BOT di poco superiori a quelli della Germania, i problemi di finanziamento dei deficit pubblici stanno aumentando in modo evidente già dal dicembre del 2008 »[7].

Si giunge per questa strada ad incrementare i dettes illégitimes sui cui ragiona François Chesnais nel suo pamphlet del 2011. Attraverso questo libro riusciamo innanzitutto a comprendere la seconda fase della crisi. Chesnais mostra i nessi tra la crisi dei mutui subprime e la crisi dell’Eurozona a partire dai dati sull’incremento dell’indebitamento dei paesi europei sotto il duplice effetto della recessione e del finanziamento del piano di salvataggio delle banche: l’esplosione del debito pubblico in Europa è dovuto principalmente ai piani di salvataggio del mondo bancario e finanziario successivi alla crisi del 2008. Nell’area dell’euro il deficit pubblico medio al 2007 era solo lo 0,6% del PIL (66% il rapporto debito pubblico/PIL), ma diviene il 7% del PIL nel 2010 (84%  il rapporto debito pubblico/PIL). Tutto ciò avviene mentre le spese pubbliche in rapporto al PIL son stabili o in declino dall’inizio dei ’90, anche a causa della concorrenza fiscale fra gli Stati europei[8].

La possibilità di una sovranità statuale dettata dagli interessi dei mercati finanziari è in parte nel DNA dell’Unione Europea, come lo stesso Chesnais mette in luce: il capitalismo finanziario prevalentemente fondato sulla rendita è imperniato su nuove forme di centralizzazione del capitale monetario, in cui la nascita dell’euro ha svolto un ruolo determinante. I fondi di investimento comune e i fondi pensione privati prosperano soprattutto grazie alle operazioni sui mercati obbligazionari, dopo che, a partire dalla metà degli anni ’80 è cresciuta la vendita sui mercati finanziari dei titoli di Stato. La diffusione del principio di indipendenza delle Banche Centrali ha condotto i governi a consegnare le loro economie ai diktat degli operatori finanziari.  I Trattati europei vietano alle Banche Centrali dell’Unione Europea di finanziare gli Stati, essi devono quindi vendere i propri titoli sui mercati finanziari. Anche la BCE – come abbiamo già ricordato – non ha il diritto di sottoscrivere direttamente al pubblico i titoli emessi dagli Stati europei, pertanto non ha concentrate presso di sé tutte le funzioni tipiche di una banca di emissione. Proprio questo assetto istituzionale – basato su teorie economiche tanto diffuse quanto opinabili[9]  – ha favorito la seconda fase della crisi, nonostante gli interventi straordinari messi in campo proprio dalla BCE.

Prima Trichet, poi Draghi, hanno agito senza che i principali leader politici europei – Angela Merkel in primis – proteggessero la stabilità dell’area monetaria. Il no agli interventi in favore della Grecia, l’idea di due aree monetarie europee, la richiesta di partecipazione degli investitori privati al salvataggio degli Stati europei in difficoltà, la creazione di un fondo salva-stati privo della liquidità necessaria per far fronte agli interventi di salvataggio e costruito in modo opaco, sono stati infatti dei segnali di debolezza istituzionale che hanno alimentato la speculazione finanziaria: il caos politico che ancora oggi caratterizza l’Unione Europea ha diffuso e può diffondere il timore del mancato pagamento degli interessi e ha incoraggiato operazioni di vendita dei titoli dei paesi europei in difficoltà. Ciò ha spinto in alto i tassi di interessi sul debito pubblico, aumentando il così detto spread nei confronti dei titoli tedeschi. Così si è di fatto alimentata – in tempi diversi, poiché, come nota Chesnais, la crisi dei debiti europei è segnata da una discordanza tra gli impatti e dunque tra le temporalità della presa di coscienza – l’insostenibilità del debito pubblico greco, irlandese, spagnolo, portoghese e italiano (i così detti PIIGS). Gli investitori internazionali che hanno in portafoglio i titoli pubblici dei PIIGS hanno cominciato a venderli o ad assicurarsi comprando un particolare tipo di derivato, i credit default swaps (CDS).

A partire dal 2008, le plusvalenze più elevate ricavabili dagli investitori istituzionali derivano dallo scambio dei CDS, in particolare quelli relativi al rischio di default pubblico, attraverso il meccanismo seguente: alcune grandi società finanziarie iniziano a vendere i titoli di Stato dei Paesi che, a loro giudizio –  un giudizio ufficializzato dalle società di rating –  corrono il rischio di avere difficoltà di finanziamento. Ne consegue il deprezzamento del valore dei titoli, inducendo aspettative negative sul loro valore atteso nel futuro. I tassi d’interesse relativi all’emissione dei nuovi titoli iniziano a crescere, ampliando lo spread. Tale tendenza si autoalimenta sino a creare un’emergenza  che obbliga la BCE ad intervenire comprando i titoli di Stato in cambio di nuova liquidità monetaria e, allo stesso tempo, chiedendo ai governi nazionali misure economiche drastiche volte a ridurre il deficit pubblico. Contemporaneamente il valore dei CDS cresce enormemente, in modo proporzionale all’ampliarsi dello spread sui tassi d’interesse. Ciò consente ai possessori dei CDS di poter lucrare elevate plusvalenze[10]. 

   Chesnais svela che dietro i debiti pubblici dei paesi europei stanno dei meccanismi di ingegneria finanziaria; ciò pone il problema di conoscere cosa sia veramente prestato sui mercati, interpellando la legittimità di ciò che ai cittadini si chiede di onorare, al punto da imporre loro l’austerity. Si  tratta di un ragionamento che ha l’ambizione di promuovere un programma per un movimento sociale europeo: è legittimo rifiutarsi di onorare quella parte dei debiti pubblici « contratti per obiettivi estranei agli interessi della Nazione, agli interessi dei cittadini » – secondo la definizione data nel 1927 dal giurista russo esperto di diritto internazionale Alexander Sack. Tra questi debiti possono rientrare, secondo Chesnais, una parte dei piani di salvataggio del sistema bancario successivo alla crisi del 2008.  Vi rientrano anche, soprattutto nel caso greco, le spese per armamenti: tra il 2005 e il 2009 – si legge in Les dettes illégitimes – la Germania ha venduto alla Grecia diversi miliardi di euro di equipaggiamenti militari (carri Leopard, sottomarini 214, munizioni), determinando una classica situazione imperialistica di subordinazione economica politica. La Grecia si è indebitata nei confronti di banche e fondi di investimento dello stesso paese dal quale ha acquistato armi.   

   Attraverso la trappola del debito, in un contesto istituzionale in cui la sovranità monetaria è di fatto subordinata al disordine finanziario, si tracciano ricette politiche che – utilizzando un’espressione presente nel libro di Marazzi – sono finalizzate alla privatizzazione del comune prodotto dai rapporti sociali. Ciò è abbastanza evidente se si pensa che l’austerity si traduce in un netto ridimensionamento del welfare state: la spesa pensionistica, la spesa sanitaria, le politiche sociali sono ridimensionate e le imprese di pubblica utilità vengono messe sul mercato. Tutto ciò determina la possibilità da parte dei fondi pensione, delle assicurazioni sanitarie, delle imprese private specializzate nell’erogazione di servizi di assistenza alla persona, nonché dei colossi dell’energia e del settore idrico (concentrate in Germania, Francia ed Inghilterra) di entrare in nuovi mercati caratterizzati da bisogni primari, dunque da un’elasticità della domanda prossima allo 0.

  

Cosa significa Unione Monetaria Europea?

  

   L’austerity alimenta la trappola del debito poiché il rapporto debito pubblico/PIL tende a crescere, nonostante i tagli alla spesa pubblica. Infatti non solo il PIL cala per l’effetto negativo che la riduzione della spesa pubblica ha sui consumi privati, ma ciò genera anche l’impossibilità di mettere in atto quelle politiche industriali necessarie a modificare la struttura economica dei paesi europei che devono riequilibrare la propria bilancia commerciale. In tal modo questi paesi ipotecano, per così dire, anche un calo ulteriore del PIL potenziale, acuendo la dipendenza tecnologica nei confronti dei paesi del Nord Europa caratterizzati da sistemi nazionali di innovazione più solidi e da surplus commerciali crescenti (Germania in testa)[11]. 

In tal modo diventa molto difficile uscire dalla crisi, senza costruire una mobilitazione sociale che denunci l’attacco alla democrazia insita in questa struttura istituzionale che continuiamo a chiamare Unione Monetaria. Se uscire dalla crisi significa innanzitutto – come scrive Marazzi – « darsi i mezzi per inventare il proprio futuro », occorre mettere in discussione questa UME. La scena politica di questo sistema così fragile è oggi dominata dai seguenti nessi causali: il taglio  delle spese pubbliche implica la riduzione del debito pubblico, il migliore stato delle finanze pubbliche favorisce il flusso dei capitali privati verso i progetti di investimento necessari a sostenere la crescita. Questi nessi causali sono del tutto precari.  In Francia lo hanno espresso con chiarezza e forza i firmatari del Manifesto d’économistes atterrés promosso in Francia da P. Askenazy, T. Coutrot, A. Orléan e H. Sterdyniak: «Il tasso di crescita della stessa economia non è indipendente dalla spesa pubblica: nel breve periodo l’esistenza della spesa pubblica stabile limita l’ampiezza delle recessioni (“stabilizzatori automatici”); a lungo termine gli investimenti e la spesa pubblica (educazione, sanità, ricerca, infrastrutture …) stimolano la crescita. È sbagliato affermare che il deficit pubblico aumenta ulteriormente il debito pubblico, o che la riduzione del deficit permette di ridurre il debito. Se la riduzione del deficit arresta l’attività economica, il debito si appesantirà ancora di più. »[12] Infatti la riduzione del reddito sociale genera anche una riduzione delle entrate fiscali e ciò genera un divario crescente fra tasso di interesse e tasso di crescita del PIL (in particolare in un contesto poco aperto verso l’estero come l’Unione Europea, i cui paesi membri hanno quali principali partner commerciali gli altri paesi europei). Pertanto una simultanea riduzione della spesa pubblica avrà come effetto una recessione, aggravata dunque da un ulteriore aumento del debito.

    D’altro canto la correlazione individuata tra alti livelli di debito pubblico e bassi tassi di crescita – peraltro ampliamente discutibile[13] non implica che il senso del nesso causale vada dalla prima alla seconda variabile: potrebbe invece darsi che siano bassi tassi di crescita che causano alti livelli di debito pubblico[14].

   Oggi l’UME è un insieme di Stati nazionali che utilizzano una moneta unica, sebbene ciascuno di questi Stati sia caratterizzato da profondi divari nei tassi di interesse, nei tassi di inflazione, nei saldi della bilancia commerciale. Questo assetto – in assenza di una politica fiscale comune  – è di fatto incompatibile con un’unica moneta (un euro depositato o speso in Germania non vale quanto lo stesso euro depositato o speso in Italia), presuppone invece un ripensamento radicale del sistema monetario europeo.  Les économistes atterrés propongono interventi importanti come il disarmo dei mercati finanziari, la ridefinizione del sistema bancario, una riforma fiscale progressiva, il rinnovamento dei servizi pubblici, nuovi trattati europei (dalla moneta unica alla moneta comune[15]), una transizione ecoologica, una maggiore partecipazione all’interno delle scelte gestionali d’impresa[16].Si tratta di misure ispirate ad un keynesismo radicale che – seguendo il ragionamento di Marazzi – possono essere realizzate solo se risultano inscritte in precise strategie geopolitiche o geomonetarie.

   Tra gli scenari a medio termine presi in considerazione quasi cinque anni fa ne La brutalité financière, quello in cui ci troviamo oggi è l’inasprimento degli squilibri in Europa, il che rende irrealizzabili nel medio periodo, senz’altro su scala europea, una buona parte dei suggerimenti illuminati promossi da Les économistes atterrés.

   Diviene preziosa allora l’analisi presente nell’ultimo libro di Jacques Sapir[17] secondo il quale gli Stati membri dell’UME hanno di fronte tre alternative: 1. rimanere in una zona euro in crisi, con rilevanti costi in termini di austerità e di potere d’acquisto, sperando infine in una ristrutturazione del debito pubblico; 2. adottare misure di emergenza grazie all’iniziativa della Francia permettendo così di organizzare un passaggio rapido ad una moneta comune, ma non più unica; 3. uscire dalla zona euro. Come è noto le simpatie di Sapir vanno verso la terza alternativa.

   Crediamo che ciò comporti il rischio  richiamato da Marazzi e riportato all’inizio di questo scritto, di riaffermare l’importanza strategica del livello dello Stato-nazione gettando le basi, nel migliore dei casi, per una guerra valutaria. È allora necessario concentrarsi anche su un lavoro di ricostruzione di un principio di coordinamento monetario sovranazionale. Anche per questo, tra le alternative poste da Sapir, l’idea di passare dalla moneta unica alla moneta comune rappresenta un tema estremamente interessante alla luce del discorso sinora svolto.

 

 

Sulla moneta del comune

 

Per moneta comune Sapir intende un sistema monetario basato sulle monete nazionali, tra loro legate da parità fisse ma aggiustabili, al quale si aggiunge una moneta sovranazionale che garantisce tutte le transazioni commerciali e finanziarie con i paesi «fuori zona». Questo implica anche un accordo collettivo sulle limitazioni dei movimenti di capitali e delle operazioni di mercato. Ancora una volta ci troviamo di fronte ad un progetto che deve molto al genio di Keynes e in particolare all’International Clearing Union: i debiti e i crediti che i membri accendono fra loro in seguito ai loro scambi sono denominati in una moneta sovranazionale – che Keynes chiama bancor – la quale è una pura unità di conto; i creditori e i debitori sono tra loro realmente solidali, infatti non solo i saldi a debito (quindi i paesi caratterizzati da deficit commerciali persistenti) sono sottoposti al pagamento di un interesse, ma anche i saldi a credito, (quindi i paesi caratterizzati da surplus commerciali persistenti, come oggi la Germania). La moneta comune è dunque ispirata ad un principio che contrasta la logica su cui l’euro è stato costruito, che è a sua volta ispirata al principio della liquidità vigente sui mercati finanziari.    

Abbiamo già ricordato che il libro di Marazzi – come anche quello di Chesnais – si chiudono con delle parole che parlano sopratutto ai movimenti sociali europei: partire dal basso per riformare il sistema monetario. In che modo è possibile coniugare una riforma del sistema monetario fondata sul principio del clearing (dunque sulla legittimità dei debiti e dei crediti contratti) contro il principio della liquidità (le cui pecche sono denunciate da Orléan), con le istanze costituenti che potrebbero rivendicare i movimenti sociali?

In un intervento più recente Marazzi ha sottolineato che una moneta (del) comune dovrebbe dare espressione materiale alla lotta di classe trans-nazionale, una lotta cioè che parta da forme di riappropriazione del comune, che sappia su queste basi ricomporre un “sapere monetario condiviso”. La moneta dovrebbe essere veicolo di ricomposizione di senso, di autonomia sociale e non esprimere un comando sul lavoro e sulla vita altrui[18].

Si tratterebbe allora di costruire circuiti finanziari e creditizi alternativi in cui la moneta favorisce pratiche di auto-gestione della ricchezza sociale oggi espropriata dai processi di indebitamento e dalla speculazione finanziaria. Lo si dovrebbe fare condividendo gli stessi principi di delimitazione della sovranità monetaria. Un’indicazione preziosa in tal senso è presente in alcuni studi dedicati alle monete complementari[19]. In essi si propongono dei sistemi unitari di relazioni multilaterali fra imprese, lavoratori e “corpi sociali”, questi ultimi votati a dover spendere più di ciò che ricevono, perché essi « si spendono in vista differente dalla produzione economica »[20].  Si tratta di un lavoro duro per dei movimenti sociali che faticano ad uscire dai propri confini nazionali e dai propri immaginari di conflitto. Questo lavoro può contribuire ad un’Europa che non sia terreno di comunità chiuse in se stesse, piene solo del desiderio di distruzione che è nascosto nel cuore di tutti coloro che si trovano a subire violentemente un potere sovrano.


[1] Christian Marazzi, Finanza bruciata, Casagrande, 2009, p. 127.

[2] Espressione introdotta da Carlo Vercellone « La nouvelle articulation rente, salaire et profit dans le capitalisme cognitif », in European Journal of Economic and Social Systems, vol.20, n°1, 2007, p.45-64.

[3] André Orléan, De l’euphorie à la panique. Penser la crise financière, Éditions de la rue d’Ulm, 2009. L’edizione italiana a cura di Andrea Fumagalli e Stefano Lucarelli è uscita nella collana UniNomade dell’editore Ombre Corte nello stesso anno.

[4] François Chesnais, Les dettes illégitimes, Editions Raison d’agir, 2011. L’edizione italiana per DeriveApprodi è dello stesso anno.

[5] André Orléan, De l’euphorie à la panique. Penser la crise financière, Éditions de la rue d’Ulm, 2009, p. 31.

[6] Si veda su questo punto Alex Foti, La Grande Recessione, La Grande Biforcazione, in Essere di sinistra oggi, il Saggiatore, 2013, pp. 57-80.

[7] Christian Marazzi, Finanza bruciata, Casagrande, 2009, p. 34-35.

[8] Si rinvia anche all’analisi dei dati presentata in Stefano Lucarelli and Carlo Vercellone « Welfare systems and social services during the systemic crisis of cognitive capitalism », in European Journal of Economic and Social Systems, vol.24, n°1/2, 2011, p. 77-97.

[9] Una critica convincente all’indipendenza della BCE è espressa tra gli altri da Paul De Grauwe, Only a more active ECB  can solve the euro crisis, CEPS Policy Briefing, no 250, August, 2011. Le debolezze insite in una banca centrale che non svolge il ruolo di prestatore di ultima istanza sono state indicate con grande precisione da Marcello De Cecco, « The lender of last resort », Economic Notes, vol. 28, n° 1, 1999, p. 1-14.

[10] Si veda Andrea Fumagalli, Il default come contropotere alla speculazione finanziaria, 10th August, 2011 http://www.uninomade.org/il-default-come-contropotere-alla-speculazione-finanziaria/ .

[11] Sia consentito rinviare a Stefano Lucarelli, Daniela Palma e Roberto Romano, « Quando gli investimenti rappresentano un vincolo. Contributo alla discussione sulla crisi italiana nella crisi internazionale », Moneta e Credito, vol. 67, n° 262, 2013, p. 167-203.

[12] Les Économistes Atterrés,  Manifeste d’économistes atterrés. Crise et dettes en Europe. Dix fausses évidences, 22 mesures en débat pour sortir de l’impasse, Les liens qui libèrent, 2010, fausse évidence n° 5.

[13] Si veda la recente discussione sull’errore presente nelle stime di Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff. In particolare si rinvia a Paul Krugman, The excel depression,  New York Times, 18 Aprile, 2013

[14] Ugo Panizza U. and Andrea Filippo Presbitero, Public Debt and Economic Growth: Is There a Causal Effect?, MoFiR working paper, No. 65, 2012.

[15] Si veda a proposito l’articolo di Frederic Lordon apparso su Le monde diplomatique, agosto 2013, http://temi.repubblica.it/micromega-online/uscire-dall%E2%80%99euro-ma-come/

[16] Les Économistes Atterrés, Changer d’économie !, Les liens qui libèrent, 2012.

[17] Si veda la parte finale del capitolo terzo in Jacques Sapir, Faut-il sortir d l’euro?, Éditions du Seuil, 2012. L’edizione italiana è uscita nello stesso anno presso la collana Culture dell’editore Ombre Corte.

[18] Christian Marazzi, Appunti su BCE, Euro e scenari futuri, 6 Agosto 2012, http://www.uninomade.org/bce-euro-scenari-appunti/ .

[19] Si vedano i lavori di Massimo Amato e Luca Fantacci, i quali hanno lavorato a lungo in Francia sul progetto della moneta di Nantes. In francese si veda Massimo Amato, Une monnaie locale et complémentaire à Nantes: une solution innovante et efficace face à la crise ?, Institut Kervégan, 2012.

[20] L’espressione è di Massimo Amato, L’enigma della moneta, et.al. edizioni , 2010, p. 100. 

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