Premessa al Recovery Fund: alcune note sulla filosofia economica che lo supporta

Il Recovery Fund (NextGU) si presenta, sin dalla prima bozza e nelle intenzioni della maggioranza di governo, come un grande piano di investimento nel settore pubblico, a partire dai programmi di digitalizzazione dell’amministrazione pubblica sino alla gestione dei servizi sociali principali (trasporti, infrastrutture, istruzione e sanità).

Al riguardo, occorre distinguere tra proprietà e gestione dei servizi pubblici essenziali. Ciò che conta oggi è infatti la gestione non la proprietà. Si tratta di un cambiamento di paradigma fondamentale e oggi ancora troppo poco compreso: un cambiamento dirimente, quando, a partire dalla crisi del paradigma taylorista-fordista, con il passaggio al capitalismo bio-cognitivo, si è assistito e si assiste al progressivo e parallelo smantellamento del sistema keynesiano di welfare. Negli ultimi trent’anni, infatti, il processo di privatizzazione ha ridotto di molto l’insieme dei beni pubblici, in Italia a partire dalle liberalizzazioni (trasformazioni in SpA, quindi società di diritto privato) dal 1992 e in Europa dagli accordi di Cardiff del 1996. I servizi sanitari e dell’istruzione privati, ad esempio, sono stati equiparati a quelli pubblici in termini di costi per gli utenti, tramite politiche di incentivazione all’accesso, i servizi energetici e del trasporto e delle public utilities sono stati invece direttamente privatizzati. Tale processo è stato reso possibile dall’abbattimento dei costi di esclusione, sempre più a carico della collettività al fine di favorire la crescita di monopoli privati che hanno sostituito quelli pubblici, in nome di una presunta maggior efficienza della gestione privata.

Non è un caso che proprio per far fronte alle nuove sfide della gestione dei servizi e beni pubblici nel corso degli anni Novanta si è diffuso un nuovo paradigma di governance che è diventato noto sotto il nome di New Public Management (NPM)[1]. Esso detta nuove regole di gestione del settore pubblico, sull’esempio delle pubbliche amministrazioni anglo-sassoni, dove comincia a diffondersi il sistema di workfare, integrando le gestioni tradizionali di un ente pubblico con una metodologia più orientata al risultato economico (o al limite ad annullare le possibili perdite).

La finalità è decretare la scomparsa della sfera pubblica senza che scompaia del tutto la proprietà pubblica, immergendola nelle leggi del mercato, non più improntata al buon andamento della società, in funzione delle esigenze di una collettività. È il trionfo dell’individualismo anche nella sfera pubblica. La sanità, così come il sistema d’istruzione e la pubblica amministrazione, vengono amministrate in base a criteri che non contemplano la qualità dei servizi, dal momento che per il NPM la qualità non è altro che una proprietà derivata dalla quantità – e della quantità contano solo gli aspetti economici, che vengono valutati attraverso il benchmarking: invece di fissare gli obiettivi di un’istituzione in base ai suoi scopi (tipo curare i malati per la sanità, istruire per la scuola), si stabilisce uno standard astratto – il benchmark – che dovrebbe consentire di mettere a confronto diverse istituzioni.

Al riguardo è interessare citare un documento del Formez, all’interno del sito governativo della Presidenza del Consiglio, che meglio di ogni altra analisi chiarisce gli intendimenti del nuovo paradigma manageriale pubblico, che tende sempre più sdraiarsi su quello privato:

“La crisi finanziaria, che ha colpito gli stati capitalistici a partire dagli anni ’80, e soprattutto negli anni ’90, ha indotto l’autorità pubblica a cercare di svolgere un ruolo di timoniere (steering) e coordinatore, legando le risorse pubbliche a quelle private. L’idea dello steering ha indotto una ridefinizione dei ruoli dei soggetti pubblici: all’autorità politica compete di operare ad un livello strategico, svincolandosi dalla gestione operativa che deve essere svolta dalla macchina amministrativa, mentre le azioni politiche ed amministrative si aprono e favoriscono la concertazione tra pubblico e privato, abbandonando la visione adversarial dei rapporti tra l’autorità pubblica e il business privato… È in questo contesto che si è diffusa la teoria del NPM [New Public Management, ndr.], che mette in discussione l’esistenza di una cultura e di forme di gestione specifiche della Pubblica Amministrazione sostenendo la necessità di applicare ad essa, adattandoli opportunamente, i principi e le tecniche del management privato. L’applicazione dei principi della aziendalizzazione, dal canto suo, ha favorito lo sviluppo di alcuni dei tratti distintivi della governance: l’attenzione alla partecipazione degli stakeholders; il coordinamento dei diversi interessi in gioco; l’applicazione sistematica dei principi di efficacia, efficienza, coerenza e trasparenza dell’intervento pubblico”[2]

Il cambiamento postulato dal New Public Management ha cominciato a investire così tutto il sistema, compreso il rapporto tra politica e pubbliche amministrazioni, costituendo in sostanza un abbandono del dirigismo centralista delle organizzazioni pubbliche: il rapporto Stato-Mercato si declina così in direzione del privato[3].

Rimane l’ultimo punto del NPM: cosa significa dire che “non esiste la società”, ma solo individui concepiti come consumatori-utenti, imprenditori di sé stessi, individualmente responsabili del proprio successo o insuccesso?

Vuol dire che successo o insuccesso non dipendono dal contesto sociale, dalla struttura, dalle cause concomitanti. Se ti va bene è perché, da bravo imprenditore di te stesso, sei un buon interprete delle regole del mercato. Se ti va male è colpa tua, del tuo stile di vita o del tuo fisico: te la sei cercata. I tre presupposti di questo realismo capitalista, nel campo della salute, sono:

Privatizzazione della malattia: sei tu che devi prenderti cura di te.

Privatizzazione del disagio: malattia, depressione e stress sono fatti individuali, non sociali.

Solidarietà negativa: se posso cavarmela scaricando la colpa sull’altro, perché no?

Se la salute è un fatto privato e individuale, perché investire in un sistema sanitario pubblico (“pagato con le nostre tasse”), piuttosto che privatizzare in forme esplicite o implicite e domiciliare la cura con l’attuazione del day hospital? Anche la malattia viene risignificata attraverso la categoria della colpa: se ti ammali, se stai male, se sei depresso, è colpa tua, del tuo stile di vita, dell’ambiente in cui vivi.

In questo modo, il potere di gestire le popolazioni si fonda sulla disponibilità degli individui ad adattarsi a un ambiente che viene progettato e realizzato affinché certi comportamenti diventino prevalenti; affinché si concretizzi l’enunciato di von Hayek, che diventa una sorta di profezia auto-avverantesi: «ogni tentativo di spiegare i processi economici deve partire dal presupposto che per un soggetto economico esiste un solo comportamento possibile coerente con i suoi interessi».

La filosofia del NPM innerva tutte le azioni e le proposte del Recovery Fund. È da questa premessa che dobbiamo partire per capirne la filosofia di fondo

Recovery fund: appunti

Nella prima bozza del Recovery Plan (PNRR ovvero Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), l’Italia veniva definita una economia avanzata a spiccata vocazione manifatturiera (capo 1.2). L’affermazione suscita perplessità e lascia già in questa apertura programmatica i vizi genetici dell’impianto complessivo. Peraltro il giudizio appare in contraddizione con altra considerazione nel prosieguo: l’industria culturale e del turismo è il vero asset strategico dell’Italia. Nelle linee guide si ammette che la crescita del PIL è inferiore alla media europea; ma non esiste spiegazione delle ragioni, degli errori e delle responsabilità che sono alla radice di questo risultato. Salvo il porre un accento inquietante sul rapporto troppo elevato fra spesa pensionistica e PIL. Più che un percorso di trasformazione dell’economia manifatturiera in economia digitale (o informatica o di piattaforma: ci siamo capiti) viene tracciato un aggiornamento digitale della pubblica amministrazione (ma non delle forze armate, dell’apparato politico legislativo ed esecutivo), ovvero una più rapida gestione dell’inefficienza. Ne abbiamo un puntuale riscontro scorrendo le previsioni di settore: la salute diviene una misteriosa telemedicina, con un fascicolo sanitario elettronico (nella migliore delle ipotesi la statistica delle malattie senza previsioni di prevenzione e cura), generici presidi rurali e un non meglio chiarito rimedio alle ammesse carenze delle RSA, mediante cure a domicilio (per i vecchi cronici, a carico di famiglie ormai atomizzate e costrette dalle circostanze a pagare in nero badanti o a deportare l’anziano in strutture di ricovero dove il trattamento dei ricoverati, e la tutela della loro salute, è spesso discutibile). Quanto al settore lavoro, l’unico rilievo riguarda la riduzione del c.d. cuneo fiscale e nell’ulteriore utilizzo della contrattazione decentrata, quella in cui una struttura datoriale organizzata e unita tratta con una controparte frammentata, isolata, indebolita. La tendenza è quella di procedere, anche mediante processi di strutture informatiche, alla piena flessibilità, delegificata (la delegificazione viene impropriamente definita semplificazione).

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, nella sua ultima stesura, conferma le intenzioni annunciate. Soprattutto tenendo conto della ripartizione concordata in sede comunitaria: 65,4 mld di sovvenzioni e 127,6 mld di prestito da restituire. Le sei missioni mettono in luce la sostanziale natura compromissoria del progetto; ovvero la piena consapevolezza di non avere affatto un vero piano per il prossimo decennio, ma solo uno schema di rattoppo con la speranza che poi le cose si aggiustino.

Rispetto alla prima bozza, nell’ultima versione del Piano il budget per la missione “salute” sale da 9 miliardi a 19,72 mld, divisi fra digitalizzazione (ovvero la gestione burocratica delle macchine regionali, ma senza toccare la macchina è come applicare a una vecchia Topolino anteguerra un computer di bordo), circa 11,82 mld, e assistenza, i restanti 7,9 mld. Nulla per la prevenzione, nulla per il vero presidio territoriale (servirebbe l’obbligo di residenza nell’area, un minimo di attrezzatura, un ragionevole rapporto fra curante e curati). La spesa di assistenza, prevedibilmente, sarà assorbita dalle strutture private per anziani e cronici, supplenti necessarie a fronte della inesistenza di intervento pubblico, ormai smantellato e sostituito dalle cattedrali ospedaliere. La flessibilità di luogo e orario nella prestazione lavorativa comporta il progressivo venir meno della tradizionale famiglia del secolo scorso; l’assistenza nel territorio diventa, in questo schema, alternativa fra porre a carico dei congiunti “chi bada” per professione (badante, si paga in contanti, senza traccia, non esistono statistiche esatte ma si calcola che il sommerso sia superiore all’emerso) o rinchiudere gli anziani nelle strutture (pubbliche o private convenzionate).

L’asse transizione ecologica vede un leggero calo, rospetto alla prima bozza da 73 mld a 68,9 miliardi. La spesa c.d. green sembra consistente. Ma è apparenza. Dei 68,9 mld quasi 30 sono destinati agli edifici da ristrutturare secondo regole antisismiche e all’efficientamento energetico; chi abbia un minimo di conoscenza della burocrazia di settore e del sistema di aggiudicazione delle opere ha già compreso che tutta questa con la modifica ambientale nulla ha da spartire. Di fatto, buona parte della cifra viene utilizzata per il finanziamento del super bonus del 110%, a vantaggio dell’edilizia privata, Poco o nulla, invece, viene lasciato alla sistemazione dell’edilizia pubblica, aspetto che viene citato nel piano ma non quantificato. Per il risanamento del territorio, comprese le acque, 15 mld, in gran parte destinati ad opere di semplice rattoppo, senza interventi di gestione delle aree incolte, abbandonate, o, peggio, sequestrate da cosche criminali per lo smaltimento di rifiuti tossici. L’assenza di richiami al destino delle acque pubbliche (nonostante un referendum e nonostante sia questo un tema caro ai pentastellati di base) la dice lunga su quale sia il vero programma ecologico decennale (imprese neoverdi e transizione: 6,3+18,22 mld). Ne abbiamo riscontro nelle infrastrutture che prevedono 28,3 mld (su 31,98) per TAV e manutenzione autostradale (manutenzione che i contratti di concessione pongono a carico dei concessionari, non solo Benetton ma anche Gavio e gli altri privati). In Sicilia si indica la velocizzazione (senza TAV sembrerebbe) della Palermo Catania Messina, ma null’altro per le reti locali che stanno andando in malora; in Sardegna niente di niente. Le infrastrutture si riducono dunque ad alcune grandi opere pacificamente inutili (ma in compenso assai costose) e alla liberatoria dei concessionari dal costo di manutenzione delle autostrade.

Dopo la transizione ecologica, la voce più rilevante è quella relativa alla Missione 1 – Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura, con una dotazione leggermente inferiore alla prima bozza: 46,18 mld. 11,45 mld vanno alla digitalizzazione dell’amministrazione pubblica ma la parte di leone viene svolta dalla digitalizzazione e innovazione dell’apparato produttivo a favore delle imprese private per una somma superiore a 26,73 mld. Viene aumentata a 8 miliardi il budget la voce, assai generica: “cultura e turismo”.

Si tratta di un piano che prevede una forte spesa di investimento a supporto delle imprese private, cioè ancora una volta una politica dell’offerta, che parte dal presupposto che la domanda sia in grado di adeguarsi. Ma questo è tutt’altro che scontato. L’emergenza economica-sanitaria ha ridotto la disponibilità di reddito delle famiglie e causato una riduzione significativa della domanda interna. Nulla infatti viene detto riguardo la garanzia di maggior stabilità di reddito: sia nella sanità che nella scuola non vi è un euro per ridurre l’elevato tasso di precarietà esistente così come in molti servizi svolti dall’amministrazione pubblica.

Si può obiettare che gli assi portanti del piano devono essere in linea con i dettami decisi dall’accordo europeo del luglio scorso, ma l’Italia ha sicuramento esagerato nel definire obiettivi e incentivi del tutto a vantaggio dell’accumulazione privata e non del benessere collettivo.

Sul capitolo scuola

L’analisi delle misure proposte per il settore istruzione deve partire da due considerazioni preliminari: a cosa serve la scuola, e qual è lo stato attuale della scuola. La stessa alternativa fra scuola in presenza e in relazione, o trasferirla dietro il monitor della didattica digitale, dipende dall’importanza che si dà al diritto allo studio e all’istituzione scolastica nella società e nella vita presente e futura: detto altrimenti, l’innovazione digitale deve essere uno strumento della didattica e deve essere finalizzata ai suoi scopi, non il contrario.

Insegnare non è solo trasferimento di pacchetti di informazioni ed elaborazione di sintesi del già noto: insegnare significa accendere una passione, creare relazioni fra soggetti che imparano l’arte della cooperazione, imparare dai propri errori tanto quanto dai propri successi, sviluppare il pensiero divergente, scartare di lato invece che seguire la strada segnata, pensare differente: in due parole, imparare a imparare. È per questo che la scuola deve svolgersi in presenza e in relazione, oltre che in sicurezza. Nella società della conoscenza e del capitalismo cognitivo l’intelletto è messo al lavoro: ma è anche vero che questa forza lavoro che è la capacità intellettuale, anche quando viene venduta per un salario, non viene persa da chi la possiede. Nella qualità dell’intelletto, nella sua capacità di riflessione, resistenza, innovazione, creatività sta la differenza fra l’asservimento e il farsi da sé, fra l’obbedienza e l’autonomia dei processi di soggettivazione: se questo è vero, allora nella qualità della scuola (senza pretesa di esclusività) è messa in gioco la possibilità di una vita futura da sudditi piuttosto che da cittadini.

Nell’ultimo quarto di secolo la scuola è stata messa in condizione di non poter svolgere il proprio compito. La riforma Bassanini ha fatto degli insegnanti dei dipendenti con contratto di diritto privato; l’autonomia, o quantomeno l’uso intenzionale e distorto che ne è stato fatto, ha lasciato le scuole nude e indifese; le riforme Moratti, Gelmini e Renzi (“Buona scuola”) hanno tagliato in maniera selvaggia ore, materie e posti di lavoro. A partire dal 2010, per effetto della riforma Gelmini, all’istruzione sono stati tagliati non 8 mld nel triennio 2008-10, come in genere si afferma, ma 8 mld ogni anno rispetto al necessario per il buon andamento della didattica: più o meno il doppio che nella sanità.

Non si è trattato, come con troppa ingenuità è stato detto, di tagli motivati dal solo bisogno di far cassa: è stato portato aventi un disegno esplicito di indebolimento strutturale non solo del diritto costituzionale all’istruzione, ma del diritto ad avere un futuro. La scuola è stata intesa come l’anticamera del mondo del lavoro, una riserva di caccia per l’industria e il terzo settore; l’indebolimento della scuola pubblica ha favorito le lobby dell’istruzione privata e il mercato delle lezioni private. Infine, la crisi pandemica ha reso evidente la penetrazione, già in corso da tempo, del capitalismo delle piattaforme nell’istruzione: la scuola diventa così uno dei terreni nel quale è in corso il conflitto fra il “vecchio” capitalismo e i nuovi barbari della logistica e delle piattaforme.

La scuola che chiedevamo prima della riapertura, e che continuiamo a chiedere, è una scuola in aule spaziose all’interno di edifici sicuri; con numeri di studenti, docenti e collaboratori scolastici compatibili con il percorso educativo; con una distribuzione dei plessi sul territorio e collegamenti fra casa e scuola adeguati; con un’infermeria scolastica in ogni plesso. Ciascuna di queste richieste è oggi una condizione per la messa in sicurezza della scuola, domani per una scuola degna di essere vissuta. Mettere in sicurezza la scuola oggi è la precondizione imprescindibile per poter progettare la scuola del domani; una scuola che deve confrontarsi con le quattro crisi epocali e sistemiche: la crisi climatica, la crisi migratoria globale, la crisi economica che si muove su un ciclo ormai ventennale, e la crisi pandemica – presumibilmente, la prima delle crisi pandemiche del nuovo secolo. L’emblema della scuola a fronte della quadruplice crisi è la nuova disciplina dell’educazione civica, che attraverso il riferimento all’Agenda 2030 sarebbe chiamata a confrontarsi con i temi, le cause e gli effetti delle crisi. Eppure questa materia non ha un’ora in più, né un docente dedicato: laddove, a fronte di contenuti, competenze, tematiche di questa ampiezza, l’intera struttura educativa dovrebbe essere ripensata e ridisegnata.

Rispetto a tutto questo, la bozza governativa è per noi inaccettabile. Un giudizio rafforzato dall’incrocio (peraltro presente nella seconda bozza) con la manovra finanziaria appena approvata, che non prevede neanche il rinnovo del contratto scaduto ormai da due anni: il che significa che i lavoratori della scuola continuano a svolgere compiti e funzioni non previsti dal contratto di lavoro, in forza di ordinanze, circolari, integrazioni contrattuali che hanno vigenza di legge senza esserlo. La scuola diventa così un laboratorio di sperimentazione del processo di decostituzionalizzazione: l’edificio giuridico-costituzionale, formalmente vigente, viene svuotato e riempito da procedure di gestione extra-giuridica e extra-istituzionale dei problemi che, nel migliore dei casi, scavalcano i limiti del potere esecutivo; e, nel peggiore espropriano allo Stato il monopolio della decisione e gli assegnano il ruolo di partner in processi organizzativi (vedi le modalità di gestione della didattica decise dalle modalità “tecniche” delle piattaforme digitali come Google).

In primo luogo, l’entità degli stanziamenti; 28,5 mld sembrano tanti, in termini assoluti: ma sono la metà di ciò che necessita per il dimensionamento delle classi, delle scuole, l’assunzione stabile del personale necessario (200.000 posti di lavoro), l’adeguamento degli stipendi alla media europea, le opere di edilizia necessarie. Di fatto solo la messa in sicurezza degli edifici e la creazione di aule e spazi adeguati comporta una spesa di oltre 19 mld (vedi tabella in conclusione). Inoltre, di questi 28,5 mld, due quinti (11,77 mld) sono alla voce “Dalla ricerca all’impresa” che “mira ad innalzare il potenziale di crescita del sistema economico, agendo in maniera sistemica sulla leva degli investimenti in R&S, tenendo conto dei divari territoriali e della tipicità delle imprese”: finanziamenti al mercato del lavoro, come richiesto da Confindustria. Significativo, in particolare che questi fondi debbano essere usati come “Sostegno all’innovazione delle PMI”: la prima bozza  parlava di far leva “sullo sviluppo delle competenze dei ricercatori attraverso l’istituzione di dottorati dedicati a specifiche esigenze di R&S delle imprese”, la versione finale del Piano prevede “l’aggiornamento della disciplina dei dottorati, semplificando le procedure per il coinvolgimento di imprese, centri di ricerca nei percorsi di dottorato, per rafforzare le misure dedicate alla costruzione di percorsi di dottorato non finalizzati alla carriera accademica. Tradotto: uso dei fondi scolastici per finanziare l’impresa.

Qui va sfatato il mito, o una fake new, che vuole i soldi spesi in istruzione essere spese improduttive: il che ha un suo peso nel giudizio sul piano di investimenti proposto dal governo, che sarà soggetto a valutazione proprio in base al ritorno economico dei fondi impiegati. Da cui segue che siano considerati produttivi solo quei fondi che, nominalmente dedicato all’istruzione, di fatto finiscono nell’impresa. Al contrario, spendere nell’istruzione rappresenta un investimento che può anche essere quantificato, con un ritorno economico tanto maggiore, quanto più arretrate sono le condizioni di partenza: lo attesta, con ampio ventaglio di dati, il rapporto dell’UNESCO Education For All: Global Monitoring Report del 2012 (in particolare il cap. 4: Investing in skills for prosperity).

Quanto ai restanti 16.73 mld, dietro le fumose parole si intravede una scuola che resta immutata nelle sue strutture. Il potenziamento della didattica sembra riguardare quasi solo il settore dell’infanzia, senza interventi strutturali sui percorsi di istruzione primaria e secondaria, al di là della solita lotta all’abbandono scolastico, che sembra coniugarsi con una forte spinta verso “l’istruzione professionalizzante rivolta al mondo del lavoro” e le discipline STEM, cioè quelle che appaiono immediatamente spendibili sul mercato del lavoro senza un percorso di studi universitario, o attraverso la “promozione di nuovi percorsi di istruzione terziaria professionalizzanti”, adeguati “alle esigenze del tessuto economico” (così la prima bozza). Disuguaglianze e disparità, anche di genere, nel mondo del lavoro sono ricondotte non alla struttura classista e sessista della società, ma alla mancanza di “competenze avanzate”, la cui acquisizione risolverà magicamente i problemi strutturali per le generazioni future. L’unico intervento di sistema sulla didattica sembra essere il potenziamento della didattica digitale integrata: il che lascia intendere che sarà ancora più marcata la tendenza a far sì che sia la tecnica, cioè il digitale, a veicolare le scelte didattiche, e non la didattica a utilizzare il digitale in base alle proprie esigenze. Si disegna, in sintesi, una scuola che produce lavoratori docili e assoggettati, perché privi degli strumenti critici necessari a contestare lo stato di cose esistente.

Si intravede, nella determinazione delle voci di spesa, un governo prono alle richieste, neanche velate, di Confindustria e Assolombarda, e di quelle imprese che, attraverso il cavallo di Troia del digitale, stanno entrando nel sistema scolastico per estrarne, vampirizzandole, le risorse e le potenzialità cognitive e finanziarie.

Infine, ha un chiaro significato il fatto che la voce istruzione sia per un verso collegata all’industria, e per altro non sia collegata né alla cultura (che è accorpata alla “Digitalizzazione, innovazione e competitività”), né alla tutela e valorizzazione del territorio (inserita all’interno della “Rivoluzione verde e transizione ecologica”). Pur senza dare eccessivo peso alla segmentazione delle risorse, che sul rovescio del tappeto finiscono per essere intersecate dai due assi della digitalizzazione e della transizione ecologica, è evidente che la scuola non è pensata come generatrice di quelle “competenze”, o “skills”, o forme mentali e culturali che dovrebbero sottendere e favorire i processi di gestione delle crisi in atto, ma solo come un tapis roulant verso il magico mondo dell’impresa 4.0: la scuola diventa di fatto uno di quei settori che, formalmente pubblici, vengono di fatto gestiti con criteri di mercato e finalizzati al mercato. Una scelta ancor più pericolosa, perché lascia la scuola indifesa a fronte dell’assalto del nuovo capitalismo delle piattaforme, che si appresta a lanciare forme di istruzione digitale autonome, anche grazie all’enorme patrimonio di esperienze, lezioni, attività, materiali che è stato di fatto gratuitamente consegnato alle piattaforme digitali nei mesi della didattica a distanza.

Le nostre proposte per una prima ripartizione delle risorse

Occorre rovesciare la logica NPM che oggi domina incontrastata, secondo la quale, prima si definiscono le risorse disponibili e poi si adeguano i target all’ammontare di tali risorse. È necessario invece procedere nel verso opposto: prima definire gli obiettivi, quindi determinarne il costo, indi mettere a disposizione la cifra necessaria.

Riguardo gli obiettivi, essi sono stati presentati nel paragrafo precedente. Ci limitiamo ora a stimare l’ammontare delle risorse necessarie per il loro raggiungimento e realizzazione.

Secondo una stima analitica della FLC-CGIL che condividiamo, alla scuola servono almeno 38 mld: una somma necessaria, ma non sufficiente. Perché accanto a una scuola degna e sicura serve un sistema di trasporti, a carico del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, altrettanto degno e sicuro – in una parola: civile –, la cui assenza è sotto gli occhi di tutti. E dentro una scuola sicura è necessario ripristinare le infermerie scolastiche, che furono negli anni Sessanta un segnale di civiltà e democrazia, perché significarono portare la sanità là dove sono i cittadini: una medicina di prossimità. Dunque, dal momento che allo stato attuale esistono 8.183 istituti scolastici, per complessivi 40.658 plessi (sedi), una dotazione di personale medico compresa fra queste due cifre, a carico del Ministero della Salute. Dunque serve una politica complessiva, che faccia ricorso, se serve, non al solo Recovery Fund: è una questione, per l’appunto, di priorità.

 

Ecco la nostra proposta:

Scopo Azione Costi in €