In questi giorni circola, per consegna a mani o per posta, un opuscolo stampato in duecento copie. Il testo è di notevole interesse e lo segnaliamo volentieri, allegandolo nella sua stesura completa e integrale, sia nella versione per la tipografia sia in quella accorpata per la pubblicazione in rete. Per scaricarlo basta utilizzare i rinvii più sotto evidenziati.

Come potete leggere si tratta di un Manifesto, presumibilmente frutto di una stesura collettiva, approvato da una assemblea autoconvocata. L’incontro si è tenuto il giorno 27 dello scorso mese di ottobre a Stivigliano, un piccolo suggestivo borgo abbandonato, frazione del Comune di Valle Castellana, sui Monti della Laga, nel teramano, a 16 chilometri da Ascoli Piceno.

Il documento è, espressamente, ispirato da Operazione Mediterranea, l’impresa ribelle che sta conducendo nel Mediterraneo attività di monitoraggio e salvataggio.

Il contenuto ci è sembrato importante, in quanto introduce, sul tema spinoso dell’immigrazione (ma non solo dell’immigrazione) alcuni elementi di novità assoluta.

In primo luogo propone un piano di governo che sposta l’asse del discorso dell’immigrazione dalle politiche di accoglienza e integrazione, giudicate fatalmente perdenti, a una strategia economica e sociale espansiva basata sul recupero e (ri)valorizzazione anche culturale del territorio, a cominciare dalle vaste aree abbandonate sparse nelle regioni di questo nostro paese; e lo fa richiamandosi all’esperienza del New Deal roosveltiano. Si tratta quindi di un capovolgimento radicale dell’idea comune su cui ristagna e marcisce il dibattito: qui viene formulata la proposta di una vera propria chiamata all’impiego di massa, in attività che per la loro natura e intensità non possono che richiedere, anzi reclamare, l’arrivo nel nostro paese di diverse centinaia di migliaia di immigrati.

In secondo luogo la strategia economica del piano è descritta, anzi recuperata, in chiave leniniana (Nuova Politica Economica, NEP). Da un lato con il dichiarato proposito rivoluzionario di usarne la logica contro lo short-termism, l’orizzonte a breve termine ormai imposto a ogni livello dal capitale finanziario, dall’altro con l’intento di mirare a un contesto “più civilizzato” – non necessariamente anticapitalistico – delle relazioni economiche e delle dinamiche sociali, a partire dal quale nuove lotte e nuove autentiche dinamiche di liberazione possano in un futuro (anche prossimo) sprigionarsi.

In terzo luogo la prospettiva felice, e aperta all’immediatezza del meticciato, si coniuga con un nuovo approccio al contratto di lavoro, ormai da troppo tempo rinsecchito e rinchiuso nella categoria tendenzialmente residuale del lavoro subordinato, ed è a questo livello che si pone un progetto di carattere eccezionale, la creazione di un nuovo contratto di lavoro esistenziale che disciplini l’uso del comune assieme al complessivo rapporto di cooperazione sociale, con compensi stabiliti, secondo scelte discrezionali di ogni singola struttura mutualistica, non necessariamente in forma esclusiva di valuta corrente ordinaria. E qui si apre una porta sul domani.

Occorre aggiungere, infine, che gli estensori del Manifesto si sono spinti, coraggiosamente e consapevolmente, a ragionare sul terreno scivoloso della realizzabilità/compatibilità di un simile ardito piano con le gabbie del nostro ordinamento positivo, e dunque con la provvista necessaria, con le tecniche di gestione dei flussi migratori (attraverso regolari compagnie di navigazione, si propone), con le tematiche di genere così come con tutte le concrete discriminazioni che caratterizzano la condizione precaria.

Il Manifesto di Stivigliano assume il fenomeno migratorio come l’autentico fatto costituente dell’ordine futuro e allude alla necessità di un progetto politico completamente nuovo, tagliando i ponti con ogni reminiscenza nostalgica. Il passato viene consegnato alla storia, l’avvenire richiede un radicale cambio di passo.

 Anche da questo punto di vista ci auguriamo che il documento possa sollecitare una discussione finalmente “non a rimorchio” di eventi sempre più fuori dal canone novecentesco, di cui siamo in genere testimoni passivi. (Gianni Giovannelli e Giorgio Moroni)

Per accedere al testo:

  1. Versione tipografica qui: Stivigliano web
  2. Sotto, la versione Word 

Per i contatti diretti con l’Assemblea di Stivigliano:

manifestodistivigliano@hotmail.com

stivigliano la torretta

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MANIFESTO DI STIVIGLIANO

PRIMI LINEAMENTI DI UNA NUOVA POLITICA ECONOMICA

F. D. Roosevelt e V. I. Lenin in Italia

ASSEMBLEA AUTOCONVOCATA DI STIVIGLIANO

Ispirato da Operazione Mediterranea

 

UNO

Non esiste alcuna emergenza migranti. Nel 2017 in Italia si sono registrate 464.000 nascite, contro 473.000 del 2016, il 2% in meno. In aumento è stata invece la mortalità: 647.000 decessi contro i 616.000 dell’anno precedente, con incremento del 5,1%. È cresciuta l’età media della popolazione (attualmente oltre i 45 anni) insieme al numero dei funerali.

Gli indicatori dell’Istat (8 febbraio 2018) rivelano che il saldo negativo della popolazione complessiva ha segnato il massi- mo storico: un calo di 183.000 abitanti, che supera il record dell’anno precedente (meno 162.000); ciò, nonostante i rientri e le immigrazioni. Gli stranieri sono poco più di cinque milioni, circa 8,4% di chi vive nella penisola; nel 2017 l’incremento è stato del 3,6 per mille.

La vera emergenza è invece il discorso sull’immigrazione. È strettamente necessario uscire dall’orizzonte caritatevole dell’accoglienza, che per definizione è priva di futuro oltre l’esemplare generosità del gesto; e al tempo stesso dalla prospettiva conformista dell’integrazione, in cui il futuro si mostra tragicamente rinchiuso nell’irredimibile passato coloniale. Appare altrettanto necessaria l’uscita dalla logica asfissiante dei sovranismi locali e dei governi xenofobi così come da quella inevitabilmente strumentale dei suoi manieristici pretesi antidoti, il neo-antinazismo e il neo-antirazzismo (rinvigoriti per l’occasione dalle esibizioni dell’attuale ministro dell’Interno, che per quanto ripugnanti oscurano solo in par- te le bassezze di chi lo ha preceduto nelle funzioni). La missione è oggi spostare l’asse del discorso sull’immigrazione da una concezione di gestione dell’ospitalità a un programma di governo dell’inclusione, rovesciandone il senso attuale e imponendo una nuova agenda teorico politica. Solo l’ideazione e la realizzazione di un piano di governo, ovvero un atto di ribellione in forma di impresa, può riuscirvi. Prima di procede- re oltre, è giusto porsi almeno un interrogativo. Fino a che punto un esercizio di immaginazione progettuale può stare sollevato sopra il terreno della pratica e della sua esemplificazione, che è per natura scivoloso e così esposto a semplificazioni, al già visto e alle facili critiche? Dipende dal contesto, e quello attuale induce a pensare che l’obiettivo del piano, del New Deal, prevalga su quello dei contenuti iniziali, essendo l’idea stessa di piano, oggi, in grado di riscattare e riportare a nuova vita proprio quei contenuti e di generarne altri. Inoltre è preferibile affrontare un percorso su quel terreno scivoloso piuttosto che impantanarsi, badando solo a sfidare il neo ministro dell’Interno e il consenso che raccoglie e riesumando le categorie dell’antifascismo e il CLN. Occorre quindi andare fino in fondo, ben oltre il disegno generale, senza lacrime per le buone intenzioni.

DUE

La ormai cronica depressione, economica e sociale, del paese Italia può essere contrastata solo a partire dal riconoscimento immediato della sua principale ragione di crisi e dunque di emergenza: quella del territorio, devastato da una interminabile cementificazione, da irragionevoli abbandoni, dal progressivo deterioramento ambientale e paesaggistico. La fruizione e la valorizzazione del territorio, assieme alle ricchezze archeologiche e artistiche che vi insistono, costituiscono infatti la risorsa fondamentale di quello che fu il Bel-paese: è questa la scelta che deve stare alla base della svolta di politica economica che oggi si impone; non la conservazione e l’assistenza a fortezze per la produzione “italiana” di acciaio e di altri metalli o la rifondazione di cattedrali destinate alle lavorazioni chimiche; non il mantenimento illogico di industrie pesanti, legate al tempo degli stati nazionali e della loro tragica concorrenza violenta; non la perpetuazione testarda di una pretesa tradizione manifatturiera, spesso frutto di scommesse incerte e di rovine reali.

La fase storica dell’industrializzazione selvaggia e dello sfruttamento inaudito della classe operaia di fabbrica è trascorsa da tempo, è finita per sempre. Essa ha generato un certo qual benessere, abbastanza diffuso benché alienante; si è anche caratterizzata per una comunità di lotte grandiose, leggendarie: sulla rendita sindacale del primo e sulla rappresentanza formale delle seconde il sistema dei partiti ha vissuto fino all’altro ieri, oltre se stesso, fino a farsi recentemente sopraffare da una endogenesi barbarica. In questo periodo, soprattutto nel secondo dopoguerra, territori vastissimi sono stati aggrediti da un inquinamento barbaro e sconsiderato. Molti antichi agglomerati e numerosi comuni italiani, per secoli protagonisti dello sviluppo, sono stati interamente abbandonati o condannati a sopravvivere stentatamente, privi di identità e risorse. Sono almeno seimila i borghi fantasma, rimasti senza abitanti, Waste Land. Quasi sterminata nelle pianure e nelle colline si presenta l’area delle terre incolte, o, meglio, non più coltiva- te. L’assenza di manutenzione degli argini e dei corsi d’acqua peggiora di giorno in giorno la situazione e contribuisce a de- terminare frane o alluvioni. Anche il formidabile patrimonio storico, artistico e archeologico vacilla; ad eccezione di qualche apogeo museificato metropolitano o di qualche santuario tutto si consuma in un silenzio indifferente.

La propaganda mediatica si nutre di un preteso scontro fra sovranisti e anti-sovranisti, fra populisti ed europeisti, tra popolo delle partite IVA e finanzieri plutocratici, a questo riducendo il dibattito politico. Al tempo stesso l’apparato di comando nasconde la realtà, tace con grande disinvoltura sulla necessità di contrastare l’abbandono del territorio, una delle culle più ricche della civilizzazione occidentale, e di comprendere come davvero sia possibile porre un freno all’impoverimento, al deterioramento materiale e culturale della popolazione che vi risiede. I governi italiani che si sono susseguiti nella direzione del paese in questo inizio del terzo millennio presentano come dato comune, nonostante le affermate divergenze, il rifiuto pervicace di elaborare una credibile e possibile strategia di crescita che vada oltre un forecast al più trimestrale. Ogni esecutivo, in questo, è paradossalmente allineato con il capitalismo globale finanziarizzato, che agisce in una dimensione extraterritoriale ed è per sua natura rivolto verso orizzonti di previsione temporale ristrettissimi.

TRE

La comunicazione organizzata dal regime diffonde con largo dispendio di mezzi, e l’aiuto di finti oppositori, il convincimento che la responsabilità della crisi ricada quasi per intero sull’arrivo di nuovi soggetti, sul fenomeno migratorio. La riduzione dei salari, le pensioni tagliate, la svendita del patrimonio pubblico e il senso di angosciosa insicurezza altro non sarebbero che la conseguenza di un flusso eccessivo e incontenibile di stranieri, venuti a spartirsi il risparmio e le ricchezze degli italiani.

Lo spettro della crisi si accompagna alla rappresentazione spettacolare del terrorismo, per costringere lo sciame precario sotto la protezione dello stato e per garantire al sistema delle imprese il buon fine dello storico processo in atto di sussunzione reale del lavoro nel capitale. Per i governanti la paura è essa stessa una potenza economica. Il diverso viene presentato come il colpevole di ogni disagio; questo determina divisione e odio dentro lo sciame precario, lo straniero diviene nemico.

La costante diminuzione della popolazione italiana residente provoca l’abbandono di numerose aree, urbane e rurali, di montagna e di pianura. Il venir meno degli abitanti desertifica quei territori e, di conseguenza, li rende inospitali, incrementando il fenomeno. In assenza di soggetti che curino l’ambiente si perdono coltivazioni, corsi d’acqua, risorse energetiche; una straordinaria, unica, architettura che caratterizza i borghi italiani viene lasciata morire. Grigi contenitori, in cemento armato scadente, non di rado lasciati a metà, o ignobili villette con infissi raccapriccianti si affastellano, in modo disordinato, lungo le provinciali e le statali, a fianco di case coloniche un tempo splendide, oggi in rovina. Muore, in questo tempo, la memoria di un paesaggio, di una cultura artigiana e con- tadina, di un ecosistema; in luogo di coniugare le nuove tecniche abitative al patrimonio comune accumulato nei secoli, migliorandolo, viene messa in pratica una miope politica di distruzione, ispirata alla desolazione delle periferie urbane o delle zone industriali abbandonate. A giustificazione di questa follia, si teorizza che la mancanza di fondi da parte delle amministrazioni locali non può che far ricorrere a piani regolatori che consentano attraverso la cementificazione di far cassa con gli oneri di urbanizzazione; e soprattutto si teorizza l’impossibilità di consentire alle moltitudini migranti di stabilirsi nei territori abbandonati dagli autoctoni per constatata impossibilità di sopravvivere sul posto. Ma in Italia la fusione e il meticciato sono stati sempre una risorsa e l’intreccio delle lingue locali conferma l’esistenza di un laboratorio costante che non è stato mai – e non può essere – arrestato.

Esiste una sola possibilità di invertire il meccanismo che determina la crisi e l’incremento della povertà in Italia: recuperare le aree sviluppando la cultura del territorio, che non va confusa con la promozione dell’immagine del paese-cartolina, e con esso il settore agroalimentare, che è evidentemente altra cosa rispetto allo sviluppo di un mercato-emporio di prodotti “tipici”.

L’Italia è un paese caratterizzato da grandi diversità territoriali e climatiche che si sono plasmate in culture, storie e tradizioni, eccezionalmente varie e uniche. Recuperare e ricostruire utilizzando i residenti attuali in forme nuove e ragionevoli, chiamare altri, prendendo atto della necessità di farlo. Bisogna saper saldare la storia dei comuni italiani e la marcia migrante in fuga dalla miseria. L’immigrazione, per sua natura, vive con il futuro saldamente afferrato a mani nude e conosce il segreto di piegarlo. L’immigrazione non possiede alcuna nostalgia per un passato di sofferenza; porta il desiderio del domani, non solo e non soltanto per i singoli soggetti, ma per la comunità e per il nucleo della famiglia. L’orizzonte dei migranti non è rinchiuso nell’angustia di un piano trimestrale, come nella programmazione delle imprese finanziarie; essi guardano oltre, hanno scadenze ultradecennali. Il crollo demografico caratterizza i soggetti espropriati della speranza e privati dei sogni; chi intende lottare per sopravvivere vuol vincere e dividere con i nuovi nati quanto faticosamente ottenuto. Il meticciato è una scuola formidabile per apprendere un modo originale di riprendersi il futuro.

QUATTRO

È quindi falso affermare che vi sia attualmente eccedenza di presenze straniere nel territorio italiano. Vi è invece necessità di contrastare la caduta tendenziale dell’età media e la progressiva riduzione del numero di residenti. Non perché tale riduzione sia un male in sé, ma perché esiste un gigantesco problema di recupero del territorio, di finanziamento di attività che creino nuove forme di lavoro o di attività umana, affrontando tutte le questioni ambientali e dando corso ad un vero e proprio New Deal. Seimila frazioni abbandonate aspettano di essere riparate e ripopolate, servendosi della tecnologia e dei mezzi che ora sono utilizzabili. Bisogna recuperare le risorse idriche disponibili, perché l’acqua possa davvero essere di tutti, nel rispetto, finalmente, del referendum ormai risalente, ignorato dai pretesi democratici di tutte le fazioni e di tutte le correnti. Il recupero delle risorse idriche comporta un gigantesco contenimento della spesa straordinaria (divenuta ormai ordinaria e ricorrente) per le altrimenti inevitabili alluvioni periodiche. Bisogna, nei seimila borghi ricondotti a vita, utilizzare energia rinnovabile; e ancora consentire solo mezzi a inquinamento ridotto, restaurare conservativamente e secondo norme antisismiche, rispettare la natura e la bellezza dei luoghi. Unità composte da una media di almeno cento soggetti in ciascuno dei seimila borghi abbandonati, nell’ambito di un piano ventennale e vincolante, comporta l’impiego, oggi e subito, di almeno seicentomila nuovi addetti. Il recupero di seimila borghi spopolati, di migliaia di splendide case coloniche abbandonate, di boschi, sorgenti, pozzi e terre incolte, esige quindi di impiegare tutta l’immigrazione presente e di chiamarne altra. Non a bordo di scafi e canotti, ma con biglietti regolari e attraverso compagnie di linea, cui sia data l’incombenza di accertare l’identità e le attitudini dei migranti, sottraendo agli speculatori e ai signori della guerra l’organizzazione dei viaggi.

Le nuove comunità abitative, sebbene e proprio perché lontane dai centri urbani, diverranno attraenti per tutti, anche per i giovani e le giovani adulte immigrate o no, in quanto lì più che altrove dovrà installarsi il volano dell’economia. Saranno necessarie, con riferimento all’utilizzo del territorio disponibile, leggi draconiane che impongano alle proprietà, pubbliche o private, entro brevi tempi certi non prorogabili, la stipula di speciali contratti di locazione, o di affitto, o di comodato, o di enfiteusi, o di altri contratti ideati per lo scopo di una gestione delle terre incolte e delle case abbandonate. Sono norme in perfetta armonia con il nostro ordinamento giuridico, interventi di natura straordinaria a carattere temporaneo, che già abbiamo conosciuto proprio per il salvataggio del patrimonio immobiliare urbano: la legge 18 aprile 1962 n. 167, per esempio, fu varata dal governo centrista di Amintore Fanfani per dar casa ai meno abbienti e per contrastare la speculazione immobiliare. In tale impianto normativo si prevedeva il possibile esproprio di aree pubbliche o private, fissando l’indennità compensativa in misura inferiore al valore di mercato.

Merita una rievocazione anche il provvedimento 21 agosto 1945 n. 523 del governo Parri (ministro del lavoro era il futuro Presidente della Repubblica Gronchi), che vietava, per alcuni mesi, a qualsiasi impresa di licenziare i propri dipendenti al fine di rilanciare l’economia piegata dalla lunga guerra mondiale. Solo leggi mirate, recuperatrici del senso codicistico di regolare l’intero impianto di vita delle soggettività, possono sconfiggere una crisi straordinaria, dentro il tempo della transizione, anche con il pieno e certo riconoscimento di una percentuale della valorizzazione di case e terreni in favore dei nuovi abitanti. Verranno piantati milioni di alberi, ripulendo l’aria e la terra, migliorando il corso delle acque e la fruibilità dei parchi nazionali, contribuendo in forma concreta e creati- va a evitare, o almeno a spegnere tempestivamente, gli incendi boschivi, comunque ad arrestare il dissesto idrogeologico. La neurobiologia vegetale, con un centro importante presso la facoltà di agraria a Firenze, è una scienza: può insieme con- tribuire alla realizzazione del progetto al tempo stesso arricchendosi con la ricerca sul campo.

Pure il patrimonio archeologico richiede l’impiego di nuovi lavoratori, e si tratta di un potenziale organico complessivo ingente. I pochi interventi gestiti dalle istituzioni pubbliche o private, effettuati oggi con un apporto soggettivo per lo più volontario e quasi gratuito (con scarsità di mezzi e pochi fon- di), consentono di valutare in almeno 15-20 unità la composizione di ogni nucleo di recupero, scoperta o restauro. Una valutazione prudente di mille siti a rischio comporta quindi l’impiego di almeno 20 mila soggetti. Un sito artistico-archeologico salvato è un volano di bellezza e di ricchezza, che a sua volta determina un miglioramento di qualità dell’esistenza.

Esistono poi migliaia di edifici, pubblici e privati, che stanno cadendo a pezzi per trascuratezza, anche nelle metropoli o nei comuni a maggiore densità abitativa. Si tratta di inter- venire con ragionevolezza, seguendo le linee di un piano. In alcuni casi abbatterli migliora l’ambiente; in altri il recupero ha un senso.

CINQUE

Le norme in tema di immigrazione si sono susseguite, nel tempo, senza una logica coerente, sull’onda di emozioni e di suggestioni. La legge n. 39/90 (nota come Martelli) fu la prima a ridefinire lo status di rifugiato e di richiedente asilo; nacque con la pretesa di regolare il flusso d’ingressi, al tempo stesso creando i centri di concentramento coatto a fini di identificazione o espulsione (allora definiti di accoglienza), con la previsione, nuova e innovatrice, di sanzioni penali per contrastare l’ingresso clandestino.

La legge 6 marzo 1998 n. 40 (nota come Turco-Napolitano) sviluppa la linea di blocco del flusso migratorio, sia pure in forma contraddittoria; cade la maschera e il centro di accoglienza diviene un luogo di permanenza temporanea (naturalmente coatta). L’articolo 10 della legge appesantiva le sanzioni penali, con la reclusione fino a quattro anni a carico di chi favoriva la permanenza del clandestino in Italia per un proprio utile; veniva introdotto l’arresto per chi, espulso, rientrasse senza permesso.

Una cieca predisposizione a reprimere viene in qualche modo temperata da sanatorie imperscrutabili anche nell’ambito dell’attuale normativa detta Bossi-Fini (la legge 189/2002), sviluppo in senso repressivo della Turco-Napolitano, con aggravamento delle pene e riduzione dei residui diritti invocabili da parte dei migranti. La burocrazia poliziesca diviene strumento per mantenere la condizione di incertezza precaria e favorire forme brutali di sfruttamento della manodopera.

Da abrogare non è il singolo frammento legislativo in quanto tale, ma la complessiva ratio a monte dell’intera sequenza, dalla Martelli fino ad oggi, ovvero l’inaccettabile e antistorica concezione dell’immigrato quale automatico clandestino illegale. La presenza di comunità assai diverse per storia e provenienza impone di considerare problemi e opportunità non riassumibili nelle semplificazioni della propaganda; le politiche di gestione del fenomeno pretendono di evitarle e finiscono così per mostrare solo arroganza impotente. Vengono aggrediti i deboli, per poi soccombere di fronte alle strutture criminali organizzate che governano ampie aree territoriali e tiranneggiano intere comunità di migranti. Il vecchio impianto deve essere sostituito da un vero e proprio Statuto dei diritti dei migranti sovvertendo ogni testo pregresso. Lo scatto in avanti di una nuova costituzione formale deve per una volta precedere e anticipare le conseguenze nefaste dell’applicazione concreta delle regole e dei principi di quella materiale.

Il lavoro agricolo, quello di assistenza o di collaborazione fa- miliare, la logistica, il settore caseario e dell’allevamento di bestiame, il recapito e il trasporto, l’edilizia si caratterizzano anche per appartenenza etnica, seguendo specifiche tradizioni e utilizzando competenze acquisite nei luoghi di provenienza. A proposito dell’esercito di badanti, spesso provenienti dall’Est europeo o dalle Filippine, che già fu oggetto di una sanatoria ipocrita e strumentale, si tratta innanzitutto di procedere a riconoscere come professione sanitaria quella delle badanti.

Questo è possibile ai sensi della Legge 11 gennaio 2018 n. 3: “Delega al Governo in materia di sperimentazione clinica di medicinali nonché disposizioni per il riordino delle professioni sanitarie e per la dirigenza sanitaria del Ministero della salute”. Ciò contribuirà a rendere inapplicabile e priva di senso la percezione post-coloniale e occidentale del loro lavoro come “servaggio”, come occupazione umiliante e degradante. La dimestichezza con i commerci di molte popolazioni dell’estremo oriente rende i centri urbani un punto di riferimento delle loro comunità, articolandosi in filiere di credito bancario parallelo al circuito tradizionale; e l’importanza, dentro altre comunità, della gerarchia interna a particolari professionalità (il cuoco, il fornaio, il mungitore) viene messa a valore da chi organizza la messa a valore delle braccia precarie. La stessa propensione al risparmio che accompagna la fondazione di nuove accumulazioni della moltitudine migrante ha profondamente modificato la raccolta di denaro, nelle metropoli e nelle periferie, ad opera degli istituti finanziari internazionali e delle banche.

Nulla impedisce realmente all’esercito fantasma dei lavoratori clandestini, in un paese come l’Italia ove la quota di economia sommersa sfiora ormai il 30%, di accedere in qualche manie- ra ai meccanismi delle rimesse verso estero o ai money transfer; nel 2016 tali rimesse sono state superiori a cinque miliardi, di cui un quinto provenienti dalla sola Lombardia. Sia la Turco-Napolitano sia la Bossi-Fini evitano, strizzando l’occhio alle banche, di intervenire sul denaro che scorre. Ma quando un esercito fantasma diventa capace di rivendicare la propria identità e la propria appartenenza viene meno la necessità di far navigare il risparmio, nasce il desiderio di costruire nuove radici nell’area in cui ci si trova a vivere.

L’Unione europea sta accogliendo un numero sempre più alto di giovani maschi: oltre il 70 per cento dei richiedenti asi- lo è composto da uomini. Circa l’87 per cento degli immigrati arrivati in Italia sono maschi di età compresa tra 18 e 34 anni, e quasi tutti sono arrivati da soli. Il trend confermato dagli ultimi dati disponibili (Ministero dell’Interno): nel dicembre 2017 sono sbarcati 2.327 migranti, dei quali solo 255 donne; a gennaio 2018, su un totale di 4.189 sbarcati le donne erano 600. La criminalizzazione dell’immigrazione, il suo stato clandestino e illegale, produce anche una selezione di genere che comporta dei costi di rischio e di violenza a carico delle don- ne, considerato che un’alta percentuale di violenze sessuali, seconda solo a quelle avvenute in famiglia, è commessa da uomini giovani adulti “stranieri”. Favorire l’accoglienza delle donne comporterebbe molti vantaggi: per loro, anzitutto, ma anche per le comunità ospitanti, a cominciare dalle donne. Nel piano di accessi le donne migranti – profughe e migranti economiche – dovranno quindi godere di una corsia preferenziale e si dovrà tener conto della condizione di genere.

Queste sono le nuove forme in cui la tradizionale ricerca deve articolarsi, per comprendere e per fondare, in esecuzione di un processo coalizzato, solidale, costituente.

SEI

In un’epoca assai precedente alla moderna rivoluzione industriale lo sviluppo dei commerci e la produzione di ricchezza si articolavano in migliaia di comuni, in una miriade di territori in cui vivevano comunità profondamente legate alle risorse naturali e alla trasmissione del sapere (inteso anche come invenzione, come ricerca). L’articolazione delle normative che disciplinavano il lavoro era assai vasta, dalla servitù coatta al vincolo associativo delle corporazioni; non esisteva comunque un istituto simile al rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, e questo per la semplice ragione che non esisteva un orario fisso o un luogo stabile in cui svolgere la prestazione (la fabbrica). Ricche e complesse erano le normative (statuti) per gli appartenenti agli ordini professionali, la regolamentazione del commercio fra le diverse città, le reti di vincoli e i privilegi che caratterizzavano il rapporto fra i membri delle corporazioni. Quel sistema di contrattazione del compenso al lavoro, che sembrava eterno, fu travolto e sostituito dalla subordinazione; il primo trattato giuridico, in lingua italiana, risale al 1901, e tale forma di prestazione rimase protagonista per l’intero secolo scorso. Ora si appresta all’archiviazione: nel villaggio globale e nell’economia finanziarizzata dei beni immateriali il vecchio contratto di lavoro subordinato tende a non avere posto e ragion d’essere. Dunque l’esperienza collettiva che andiamo ad invocare deve accompagnarsi ad una forma contrattuale nuova e corrispondente ai rapporti sociali che viviamo in questa fase di transizione e che ci attendono a conclusione di questo passaggio storico. La comunità solidale non può che munirsi, necessariamente, di un’articolazione contrattuale e di un patto sociale adesivo a carattere esistenziale. Il contratto di lavoro esistenziale non regola soltanto i frammenti di attività manuale o intellettuale necessaria, ma disciplina anche l’uso del comune insieme al complessivo rapporto di cooperazione sociale. Ogni forma di comunicazione, ogni scelta dell’individuo e del suo nucleo di famiglia, produce informazioni; ogni comportamento incide sull’ecologia, sul territorio, sull’inquinamento, sulla ricerca, sulla qualità della vita. La solidarietà, il mutuo soccorso e la cooperazione sociale sono il primo pilastro del contratto di lavoro esistenziale. Conseguentemente l’antico rapporto fiduciario, che nello schema della subordinazione l’impresa pretende dal sottoposto (e lo esclude quando tale fiducia viene meno), non ha ormai alcuna ragione di essere. Il capitalista contemporaneo non ha alcun interesse per il singolo soggetto chiamato a svolgere un determinato compito; esige invece un risultato che prescinde dalla persona in concreto utilizzata mediante prelievo dal serbatoio organizzato grazie alla rete.

La comunità si fa impresa; rimane naturalmente una struttura articolata di impegni reciproci (il sinallagma) ma essa riguarda principalmente lo svolgimento dell’esistenza associata. Il pacchetto dei diritti esce ormai dallo schema delle costituzioni democratiche tradizionali, quello di una garanzia istituzionale, di una protezione statuale sanzionatoria rivolta, per iniziativa del soggetto leso, contro chi lo ha danneggiato. Ne esce per crescere nella sua portata complessiva, fino a diventare elemento essenziale della volontà associativa.

Nell’epoca dei Comuni – un tempo di formidabile sviluppo economico culturale, non certo di crisi – la sanzione più importante era quella dell’esclusione, dell’esilio, del recidere il rapporto complessivo fra un soggetto e l’intera comunità di appartenenza. Una formidabile efficace azione di modifica dello stato di cose presenti deve articolarsi in strutture associate capaci al tempo stesso di recuperare il territorio, di ripopolarlo, di arricchirlo, di renderlo bello e non semplicemente vivibile; sono cooperative di lavoro, consumo, abitazione, sostegno reciproco, assistenza, ricerca, sviluppo. La piena autonomia di ogni organismo è condizione indispensabile al suo funzionamento; per poter condurre una reale difesa della rete complessiva le associazioni potranno costituire il loro Comitato, un Comitato Internazionale (COMINTERN). Il patto di adesione costituisce un legame volontariamente costruito e impone, fin dal principio e quale condizione d’ingresso, il rispetto in- condizionato della parità religiosa (atei compresi), di gene- re, di orientamento sessuale, di adesione politica, rifiutando qualsiasi limite per ragioni di etnia o nazionalità. Venir meno al principio base comporta, e questo deve essere una sanzione accettata nel momento in cui nasce il rapporto, l’esclusione dalla comunità. La sanzione dell’esclusione è la garanzia della solidarietà, del mutualismo. Essendo il compenso del lavoro esistenziale a sua volta di carattere esistenziale anche la determinazione del corrispettivo dovuto agli associati sarà compito e scelta di ogni singola struttura mutualistica, con delibere assembleari; fermo restando il principio di assicurare comunque a ciascuno quanto serve ad assicurare un’esistenza libera e dignitosa (articolo 36 della Carta Costituzionale italiana). E per favorire l’integrazione in ogni struttura dovrà essere assi- curata la partecipazione di almeno quattro nazionalità. Questa forma cooperativa, e non altra, riconduce la cooperazione sociale dentro la comunità.

SETTE

La condizione precaria costituisce il presupposto ineliminabile della forma in cui viene richiesta, e in cui viene resa, la prestazione lavorativa dentro l’attuale struttura capitalistica di estrazione del valore. L’impresa utilizza consapevolmente nel ciclo produttivo l’insieme delle relazioni socia- li fra individui, ma proprio per questo non può riconoscere loro alcuna identità collettiva. La codificazione contrattuale dell’attività connessa alla condizione precaria è sempre più a carattere atipico, mutando modalità e compenso secondo valutazioni unilaterali di chi dirige la struttura e secondo imposizioni legate ai flussi finanziari. Lo schema del contratto atipico introdotto su larga scala nel villaggio globale esige che il precario sia solo di fronte di un mercato che non accetta di es- sere messo in discussione. In questo schema non c’è posto per un sindacato, se non per collocare addetti disponibili in ragione di compensi non trattabili e percependo una mediazione. Non a caso le agenzie di somministrazione hanno cooptato funzionari con ampia esperienza di contenzioso sindacale. La fascia di lavoratori che possono ancora invocare la reintegrazione, in ipotesi di licenziamento illegittimo, rappresenta ormai una minoranza, per lo più riconducibile alle strutture di pubblico impiego stabilizzato. Il lavoro, nel terzo millennio, si caratterizza per una crescente variabilità del luogo della prestazione e per una articolazione mobile anche del tempo in cui detta prestazione viene in concreto resa. Le imprese manifatturiere del nuovo capitalismo evitano di costruire, come in passato, le città-fabbrica. Preferiscono addetti a chiamata, sostituibili e il meno indispensabili possibile; oppure, quelle dei servizi, li impiegano a obiettivo (management by objective) e non più a tempo, ottenendo, anche con strumenti quali lo smart working (il telelavoro elevato da concessione parentale a sistema), la loro disponibilità temporalmente illimitata. Salta così di fatto l’articolazione tradizionale della giornata lavorativa. Il vecchio orario di lavoro infatti risulta poco compatibile, quasi sempre, rispetto all’obiettivo su cui avviene la misura. L’acquisizione di ordini per via telematica e la straordinaria velocità della distribuzione consentono, qui e ora, di produrre dopo la vendita del prodotto e tendenzialmente ovunque.

L’oggetto del contratto di lavoro sfugge ormai al tradizionale contenuto che ne costituiva l’essenza durante il ventesimo secolo, quello di una retribuzione a tempo prefissato in un luogo ben determinato. E, insieme, è venuta meno la distinzione fra ore (o giorni o mesi) di lavoro e ore (o giorni o mesi) di libertà. Gli strumenti di cooperazione sociale consentono di ritenere per acquisito il contratto senza interruzione fra i soggetti. Il valore costituito da ogni informazione in banca dati ha travolto i vecchi confini e il moderno capitalismo per sopravvivere deve poter disporre di ogni esistenza al completo. Il lavoratore subordinato vive già da tempo nella condizione del precario, a prescindere dall’entità della retribuzione. I sindacati sono uno strumento grottescamente inservibile e sviluppano con le loro dinamiche autisticamente rivendicative una funzione tristemente conservativa e antistorica. Se questo vale per le organizzazioni istituzionali del movimento operaio e per quelli che si illudono di averne raccolto le bandiere, non si possono certo sottrarre al destino di irrilevanza i sindacati nuovi, che si affidano allo spettacolo della comunicazione promuovendo, per una breve stagione, improbabili pasionarie o malinconici tribuni.

La precarietà di base vale per italiani e per immigrati, senza distinzione; possono cambiare le retribuzioni, ma non cambia il meccanismo. Le retribuzioni variano, ovviamente, secondo una logica discriminatoria che registra i residui rapporti di forza. Chi non ha permessi di soggiorno paga questa condizione; la scala gerarchica è ferrea. Ma anche al vertice della filiera rimane la precarietà e opera la sottomissione. La divisione è uno strumento di potere, una colonna del comando. Per uscire dal serbatoio dell’utilizzazione precaria lo sciame non ha altra via d’uscita che inventare una nuova forma di solidarietà e di cooperazione, non può più sottrarsi alla necessità di farsi impresa. Il singolo soggetto deve trovare la forza di presentarsi come protagonista collettivo; ma, dentro lo scia- me precario, ogni individuo deve esaltare la propria identità e proteggerla. Questa doppia operazione è il fondamento di una reale solidarietà.

Proprio perché l’oggetto del contratto di lavoro comporta la cessione non di una frazione di tempo, ma la disponibilità di una vita intera a soddisfare le esigenze del capitale, anche la forma antagonista deve adeguare le proprie richieste per non soccombere. La singola scheggia di lavoro vivo utilizzata in concreto – prelevata dal serbatoio in cui vive e si muove ogni moltitudine – non potrebbe essere inserita nella struttura organizzata di estrazione del valore ove si prescindesse dalla già intervenuta appropriazione del comune e dall’esproprio consumato della cooperazione sociale.

Il comune non è proprietà pubblica e non è proprietà privata. Sfugge alla catalogazione del diritto che ha segnato l’epoca fordista e quella del socialismo reale. Il capitalismo finanziario rifiuta una nuova catalogazione perché ne rivendica il possesso, accetta che esso sia estraneo al concetto di bene per non dover rispondere dell’avvenuto esproprio. Per questo il comune si presenta come il campo di battaglia di questa nostra epoca.

Solo una piena autonomia del lavoro erogato rispetto allo statuto dell’impresa che tutto fagocita consente di intravedere e poi di intraprendere la strada che conduce all’emancipazione. Non esistono scorciatoie. Non è più il tempo di rivendicare e di promuovere “rigidità contro i processi di ristrutturazione”, perché è venuta meno la base sociale e con essa il soggetto politico della trasformazione, e oggi il vessillo di quella rigidità è diventato un arnese di consenso qualunque. La via di un ripristino dell’antico contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato che vincoli l’impresa a mantenerlo dal primo ingresso all’ultima uscita nel mercato delle braccia appare del tutto impraticabile. L’unica subordinazione che compare nell’odierno assetto capitalistico e che viene richiesta dal ciclo di creazione di valore è quella a chiamata o per obiettivo. L’unica possibile opposizione è quella di costruire l’indipendenza dal serbatoio, conquistando l’accesso al comune e aprendo esperienze del tutto nuove, oltre l’orizzonte del contratto subordinato. Si tratta di inventare, qui e ora, un contratto di lavoro a carattere solidale, collettivo, esistenziale.

OTTO

La legislazione d’emergenza non è necessariamente vincolata allo strumento tecnico del decreto legge, spesso di dubbia legittimità costituzionale e comunque sottoposto all’esame delle due Camere, in ogni suo singolo comma, nelle commissioni e in aula. Più utile appare l’utilizzo della legge delega, o, anche, del disegno governativo, predisposto in forma di testi mirati, brevi, concisi, essenziali.

Una legislazione d’emergenza, oltre che necessaria, può rappresentare, purché sia organicamente strutturata e articolata per non rinviare a decreti attuativi o all’imperio di un super manager o di un commissario la fase della sua concreta realizzazione, una opportunità per accelerare un concreto programma di rivendicazione democratica, riformista, innovatrice, solidale. Ma deve essere sottratta alla quasi sempre corruttibile sequenza di affidamento esecutivo a funzionari legati già nel momento della loro scelta, a logiche di spartizione e alla ragnatela di potenti padrini. La redazione del- le norme, soprattutto, va tolta dalle grinfie della burocrazia ministeriale che si nutre di interessi corporativi e che storicamente non disdegna accordi con i grandi tessitori del regi- me; la stesura dei decreti attuativi (legislativi o ministeriali) si colloca in quel mondo di mezzo che la penna dello scrittore Augusto Frassineti (1911-1985) ebbe a definire Misteri dei Ministeri. Norme succinte, dunque, non equivoche. Occorre che il New Deal per il recupero del territorio si articoli in decine di Acts, redatti per singoli obiettivi, strutturati per aree urbane, montane, collinari, di pianura. Del resto è nuovamente vero, oggi, che “non siamo ancora abbastanza civilizzati” per pensare ad altro programma che non sia quello di una Nuova Politica Economica.

Gli esperti scelti nei palazzi del potere si sono rivelati, alla prova dei fatti, più nocivi dei vandali al tempo del terzo sacco di Roma; essi sono alla radice di una profonda crisi ecologica e politica. A fronte di una situazione di crescente disastro ambientale e di oggettiva paralisi sociale non urta contro nessun limite costituzionale l’assegnazione, temporanea e provvisoria, a strutture regolarmente costituite, a carattere mutualistico, senza scopo di accumulazione del profitto, per il recupero, la manutenzione, il miglioramento complessivo delle aree individuate come bisognose di immediato intervento. Sia chiaro: con regole precise alla base del lavoro prestato (il contratto esistenziale dell’associato con la sua struttura), dell’organizzazione residenziale (fonti rinnovabili, assenza di materiali inquinanti, bonifica delle aree, commercio equo solidale), dei diritti (libertà e parità).

In questi territori ripopolati possono trovare applicazione forme di assistenza per i minori e per gli anziani; e prendere forma istituzioni scolastiche autogestite a carattere parificato, per contribuire a rendere effettivo il diritto all’istruzione. In fondo questa è solo un’applicazione, radicalmente riformista, del dettato costituzionale che prevede (art. 41 comma 3) un’attività economica indirizzata e coordinata a fini sociali. E anche dell’art. 44, norma che indica, come fine, il razionale sfruttamento del suolo, autorizzando per questo vincoli alla proprietà privata (a maggior ragione a quella pubblica). Non casualmente successivo, nell’ordine di redazione, si colloca l’art. 45 della Carta Costituzionale, affidando in particolar modo alla cooperazione (aggiungiamo noi: e al volontariato) questa funzione sociale specificando che tale forma associata deve essere promossa e favorita dalla legge. Le norme di ripopolamento a mezzo di strutture solidali non solo, dunque, rientra nell’ambito consentito, ma costituisce attuazione di norme primarie almeno programmatiche, quand’anche non precettive.

NOVE

Il finanziamento della nuova politica economica – e per quanto occorra anche la necessaria copertura finanziaria – esige certamente uno sforzo creativo, un passaggio istituzionale. Ma questo deve essere percorso senza ledere, in alcun modo, la piena autonomia delle strutture mutualistiche; il loro successo è condizionato proprio dalla capacità di rendersi indipendenti e di farsi impresa. La recente legge 6 ottobre 2017 n. 158, detta salvaborghi, costituisce un esempio di come si possa acquisire risorse da utilizzare dentro questo progetto. L’art. 1, finalità, indica quale scopo l’equilibrio demografico, la valorizzazione del patrimonio naturale rurale storico culturale architettonico dei comuni con meno di cinquemila abitanti, il contrasto dello spopolamento e del dissesto idrogeologico, favorendo le attività di manutenzione e tutela dei beni comuni. Destinatari, esplicitamente, sono i borghi in cui si sia verificato un significativo decremento della popolazione residente, senza alcun riferimento al requisito della nazionalità. L’articolo 3 dispone l’erogazione di 15 milioni annui dal 2018 al 2023; l’articolo 5 consente ai piccoli comuni di adottare misure volte all’acquisizione e riqualificazione di immobili, terreni, edifici abbandonati per operazioni di bonifica e miglioramento ambientale.

La legge può consentire regole speciali di accesso ai finanzia- menti europei, senza oneri propri, applicando le direttive comunitarie che già esistono e che almeno in astratto rispondono allo scopo. Le istituzioni pubbliche possono versare, come incentivo eventualmente anticipato e garantito, un corrispettivo dei servizi sociali che si appresta a ricevere. Il governo può soprattutto intervenire mediante fiscalità agevolata.

Negli anni precedenti le imprese hanno ottenuto, senza prestare garanzie e senza quasi sanzioni per l’inadempienza, l’esenzione dal pagamento dei contributi sul lavoro utilizzato, quando l’addetto venisse prelevato dalle liste di mobilità. Il risparmio dell’INPS, ovvero dei contributi versati dai lavora- tori precari e stranieri, venne interamente girato alle imprese; la riduzione del costo del lavoro fu, per questa via, addebitata ai lavoratori stessi.

Nel nostro caso l’esenzione riguarderebbe, tramite le cooperative di appartenenza, soggetti contestualmente sottratti, per la gran parte, alla ricezione di benefici meramente assistenziali, con un complessivo minor carico di spesa erariale. Inoltre, come accade in alcuni settori, potrebbe essere utilizzato una minore aliquota IVA (per esempio il 4% riservato a quotidiani e periodici) e autorizzato l’impiego, sul territorio, di carburante agricolo, gravato da minori imposte (per esempio il gasolio viene fornito agli agricoltori di Ascoli Piceno per circa un euro al litro).

Soprattutto, e anche in applicazione dell’art. 47 della Costituzione, in deroga rispetto alle norme attuali sul risparmio, va richiesta e introdotta la possibilità di raccogliere risorse finanziarie, non in capo al Consorzio, ma in capo alle singole strutture mutualistiche, così da consentire, grazie al sostegno popolare, il decollo di nuove iniziative. Ad evitare che possa crearsi un pericoloso veicolo speculativo illecito sarà sufficiente porre una soglia non superabile di risparmio raccolto di un milione di euro (una struttura con cento addetti giusti- fica questa soglia, da ritenersi anzi prudenziale). Oggi la ricezione di finanziamenti, anche privati e volontari, in forma di risparmio investito è regolata da una normativa quanto mai intricata e complessa; eppure esiste, nel nostro paese, una lunga tradizione di credito mutualistico popolare, che sempre si è fondato sulla fiducia politica e sulla comune militanza. Le banche popolari, nate dentro le lotte sociali, si sono rivoltate contro i loro fondatori e li tengono oggi prigionieri in una gabbia di regole assurde. Qui non si tratta di rastrellare denaro senza altra spiegazione che l’intento speculativo, con le conseguenze che ben conoscono i correntisti e soci di Banca Etruria, della Popolare di Vicenza, del Monte dei Paschi o della Popolare di Ferrara e senza vere sanzioni a carico dei responsabili. Qui si tratta di liberare, all’interno di una soglia minima, un rapporto libero e democratico fra lavoratori e sostenitori che hanno fiducia nell’esperimento.

DIECI

L’autoritarismo costituisce l’unica forma possibile in cui anche il capitale finanziario ammette l’esercizio del potere statuale. Può assumere la struttura nazionalista sociale, quella globale liberista, o altra ancora; può assumere fattezze irrazionali e sgangherate, ma sempre esercitando un rigido controllo sui sudditi, attuando il c.d. pilota automatico indicato dal dottor Draghi come necessario e ineludibile. E si tratta tuttavia di un asservimento sociale regressivo, ottenuto attraverso il ricatto permanente del debito, piuttosto che del disciplinamento fabbrichista tipico dell’epoca fordista.

L’autoritarismo comporta l’allargamento della forbice che caratterizza la spartizione della ricchezza in moneta e del comune, inteso come accesso alle risorse disponibili, comprese l’aria e l’acqua. Dunque esso si presenta incompatibile con qualsiasi programma antagonista. Il golem del capitalismo finanziario detta le sequenze temporali delle scelte politiche, rapide e mutevoli quanto quelle tipiche della speculazione da cui quotidianamente dipendono, riservando il concetto di lungo periodo alla gestione del solo disavanzo, costantemente aumentato per giustificare i prelievi invece costanti e ravvicinati, a copertura delle sempre più ridotte erogazioni per fronteggiare il progressivo impoverimento. Non c’è più un piano del capitale che non sia quello della redditività a ogni costo ma soprattutto a breve; piano, crescita, inflazione, sviluppo, progresso, non sono più articolazioni di un progetto di disciplinamento sociale basato sullo sfruttamento materiale, essi sono oggi la kryptonite del Supercapital, la speculazione finanziaria non li prevede e provvede a rimuoverli.

Non resta, in una prospettiva di salvezza, che giocare una nuova partita assumendo il punto di vista opposto. Un program- ma antagonista esige oggi la rivincita del lungo periodo, del progetto. Contro la logica imperante e globale dello short-termism, quelle territoriali del New Deal e dei piani epocali sono forme autonome di rifiuto della prospettiva di declino, dell’agonia deliberata dall’apparato finanziario di comando. Ma se il limite del New Deal americano fu quello di aver circoscritto l’espansione al solo territorio, questo limite è oggi superabile promuovendo in Italia l’espansione delle singolarità meticce attraverso il territorio. Questo deve avvenire, tuttavia, senza l’uso nostalgico-fascista della identità nazionale, senza alcuna nostalgia passatista per il bel tempo andato, con l’ambizioso traguardo di arrestare finalmente la generale decadenza che ha soppresso ogni capacità critica ed espansiva, ripristinando al centro dell’attenzione il piacere conflittuale del futuro; probabilmente anche di qui si deve passare per tornare a parlare di felicità e di liberazione.

Si tratta allora non solo di procedere con il ripopolamento del territorio, ma anche di accedere al massimo possibile di fondi pubblici (italiani ed europei) per invertire la rotta, riavviando la spirale positiva della riforma progressiva. Senza tuttavia cedere un grammo di autonomia del reticolo di imprese sociali, di ogni singola impresa collettiva. La cooperazione sociale mira inoltre alla riappropriazione del comune senza rinuncia alcuna all’ecologia e alla bellezza. Anzi. La capacità di bruttezza estrema, di cui lo sviluppo degli ultimi decenni si è mostrato capace, deve far individuare proprio nella bellezza, in primis quella paesaggistica, uno dei principali obiettivi su cui fondare un programma di critica dell’esistente. L’ideologia, ancora una volta, è morta. La sinistra socialdemocratica è avviata verso la scomparsa, dopo un troppo lungo tramonto (che riposi in pace, eternamente). Le speranze di mutamento esigono di essere affidate a nuovi protagonisti.

Il fenomeno migratorio va assunto come l’autentico fatto costituente dell’ordine futuro, destinato, quale istanza e veicolo dell’uguaglianza, a rivoluzionare i rapporti tra gli uomini e a rifondare, nei tempi lunghi, l’ordinamento internazionale. Il diritto di emigrare equivale, in questa prospettiva, al potere costituente di un nuovo ordine globale.

 


Manifesto approvato il giorno ventisette ottobre 2018 dall’assemblea 
costituente autoconvocata presso la Chiesa dell’Assunta, nel borgo abbandonato di Stivigliano (Teramo), situato a 820 metri di altezza, sui monti della Laga.

Componevano l’assemblea donne e uomini di varia qualificazione: operai e impiegati, precari, medici, free-lance workers, filosofi, migranti, manager, giuristi, studenti, artigiani, biologi, antropologi, badanti, fisici, agronomi, e altro.

 

Il testo si trova contemporaneamente pubblicato sul sito di EuroNomade