Rispondere alla violenza con la violenza ha lo stesso significato, e purtroppo gli stessi effetti, della massima latina “Si vis pacem, para bellum”. Ed è quello che abbiamo visto accadere dopo la manifestazione che si è tenuta a Torino il 31 gennaio 2026, come protesta per la chiusura del Centro sociale Askatasuna. Se è vero che a trasformare una rivolta pacifica in uno scontro con la polizia contano molto le misure repressive di un governo di estrema destra con nostalgie di regime, chi ha un lungo percorso politico alle spalle, sa che scelte di questo genere si ripetono con la ritualità propria soltanto di stereotipi arcaici, tanto più duraturi quanto meno indagati.
Tale è la “virilità guerriera”, a cui cominciano a guardare con interesse anche le donne. Se anziché fermarsi a contrapposizioni note, come “pace e guerra”, “buoni e cattivi”, “ordine e caos”, “sicurezza e paura”, si cominciasse invece a riflettere sull’“agire politico”, su quanto si porta dietro di una idea di società e di governo del mondo rimasta per millenni appannaggio di una comunità storica di soli uomini, forse non sarebbe più così difficile prospettarsi un reale cambiamento.
Le prime e più gravi conseguenze negative di quanto avvenuto ieri a Torino sono quelle che scoraggiano la prospettiva, già apparsa come “reale e possibile” nelle manifestazioni per Gaza e negli ultimi giorni a Minneapolis contro le efferatezze dell’ICE, il braccio armato di Trump: una società civile capace di una “resistenza” non violenta, che occupa instancabilmente le strade e le piazze di tutto il mondo per giorni e mesi. Le guerre tra popoli e le guerre civili, in un momento in cui si sta assistendo a grandi conquiste della coscienza storica, come il legame che c’è sempre stato tra tutte le forme di dominio -sessismo, classismo, razzismo, distruzione della natura, eccetera – rischiano di innescare un cammino inverso di resa al già noto.
Scrive Stefano Ciccone:
“Ogni volta è così: qualcuno si arroga il diritto di cancellare chi manifesta, e impone il proprio protagonismo. Scompaiono migliaia di persone in corteo, scompaiono le loro ragioni e le loro parole, per lasciare spazio all’ardito gesto militare di pochi. Innanzi tutto un atto di potere e di arroganza. Ovviamente un regalo alla destra che può, a sua volta, cancellare un movimento e per legittimare interventi repressivi. Ogni volta il gioco è prevedibile e già scritto: ognuno interpreta il proprio ruolo in un copione noioso e tragico.”
E la ripetizione del già visto, a cui assistiamo da giorni, è la interminabile sequenza di immagini, prese di posizioni di esponenti del governo e dei partiti, dibattiti televisivi dove trionfa quello che si potrebbe definire il “gioco sporco” dell’informazione: l’uso delle “equivalenze”.
Come si legge su Jacobin Italia, “accomunare scontri di piazza -pur con episodi certamente gravi, come l’accerchiamento e l’assalto a un singolo poliziotto – alla stagione del terrorismo e al ritorno delle Brigate rosse è più di un’operazione di propaganda, è un insulto all’intelligenza”. Il ricorso alle “equivalenze” è uno dei modi ricorrenti e più insidiosi di stravolgere e mascherare la verità. Alcuni giorni fa, su La7, nel corso della trasmissione “L’aria che tira”, il conduttore ha associato, come formazioni pericolose per la democrazia, Casa Pound e Askatasuna, senza tenere conto che con l’ospite in studio si era parlato prima di una grande manifestazione contro la chiusura del Centro sociale che porta questo nome, operante fin dal 1996 e noto a cittadini e cittadine torinesi per il suo impegno sui temi del diritto alla casa, al lavoro e in attività rivolte all’infanzia,
In entrambi i casi, quello che potremmo classificare come un uso cinico della menzogna, può contare su una presa facile, tenuto conto che i due termini principali di paragone, Brigate rosse e Casa Pound, sono già marchiati per il grande pubblico come formazioni pericolose per la democrazia. Cancellato il presente nei suoi cambiamenti culturali e politici, nelle sue faticose conquiste di nuove consapevolezze, un governo che pretende di far coincidere “sicurezza” con “libertà”, non avrà altri ostacoli ad appiattire il futuro su un passato segnato dallo stigma del “terrorismo”. Forse non è un caso che questo sia diventato oggi il termine generalizzato con cui nominare ogni forma di dissenso, ogni azione di contrasto.
Dalle testimonianze di associazioni e singoli cittadini ascoltate alla radio o riportate dai giornali a proposito dello sgombero di Askatasuna, avvenuto il 18 dicembre 2025, quello che si può capire è che il governo Meloni stia alimentando perversamente nel Paese una sorta di guerra civile, dove a prevalere è l’odio per un nemico e la voglia di toglierlo di mezzo. Un clima da “pulizia etnica” si sta estendendo da Gaza a quella parte di mondo che ha manifestato per fermarlo, col rischio di trasformare in guerra ogni azione di dissenso e ribellione all’ingiustizia.
E quale sarebbe il problema, se ogni azione di chi si ribella e dissente si mutasse in guerra? Di fronte a Gaza, per esempio, che senso ha temere un simile esito? Melandri sostiene che in ogni logica militare si annida il patriarcato. Anche nella guerra di liberazione? Anche nella guerra partigiana? Anche a Cuba, in Angola, in Mozambico o nel Rojava? Dovete riflettere, prima di scrivere, compagne e compagni!