Modulazioni della crisi in Europa. Da Berlino, un breve ed efficace commento di Paolo Caffoni: la politica estera tedesca ha come primo scopo quello di controllare la propria stessa popolazione? Il baluardo del welfare teutonico si fonda sulla retorica dei sacrifici che anche il resto dei paesi europei dovrebbero affrontare. Impressioni sul silenzio dell’elettorato di sinistra tedesco, tra senso di inferiorità culturale, memorie di un tremendo passato, paure ed ossessioni

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La prima considerazione che sicuramente va fatta, è che la questione greca non ha costituito fino a ora un fattore di attivazione politica per una grande fetta dell’elettorato di sinistra in Germania (fatemi passare il termine infelice). Il problema della crisi greca è lontano, i tedeschi non lo “sentono sulla pelle”. Se il movimento dei rifugiati è una realtà visibile che ha portato a una organizzazione trasversale e a una critica diffusa delle posizioni di governo, l’austerità è un concetto troppo astratto per gli abitanti del welfare tedesco, e con questo intendo quell’ambiguità fra tutela e controllo che abbiamo conosciuto come forma principale di governo nel XX secolo, e che in Germania sembra conservare ancora un baluardo del quale i cittadini ancora gongolano. Anche la propaganda dei giornali lavora molto per ridurre il conflitto greco-tedesco a una questione puramente economica, e in questo senso deresponsabilizza i tedeschi affermando “dalla riunificazione abbiamo ricostruito la nostra forza economia attraverso riforme e sacrifici (vedi riforme Hartz del mercato del lavoro), gli altri stati dell’Unione devono fare altrettanto”. Sappiamo che tutto ciò non è vero. Mi chiedo se la politica estera della Germania non abbia come scopo ultimo proprio quello di salvaguardare in extremis la propria forma di governo, cioè il controllo esercitato sulla sua stessa popolazione.

Al centro di Berlino, circa 500 metri di distanza dal Museo di Pergamo, dove è conservata una fra le collezioni (rubate) di arte ellenica più importanti al mondo, si sta completando la ricostruzione del Berliner Stadtschloss, il castello imperiale, oggi chiamato Humboldt-Forum, che è stata la residenza invernale del re di Prussia e dopo l’unificazione della Germania, residenza principale degli imperatori tedeschi. Il palazzo era stato bombardato durante la Seconda guerra mondiale e al suo posto vi era stato costruito il Palast der Republik della DDR, finito di demolire nel 2008. “Per ricostruire linearità nel cityscape della capitale” il Bundestag ha deciso nel 2002 di saltare a piè pari la storia del XX secolo (la memoria nazista e quella socialista) per ricongiungere l’Immagine della Berlino capitale europea a quella dell’impero. Angela Merkel ha detto pubblicamente che la ricostruzione del castello sarà compiuta entro il suo ultimo mandato (per mettere a tacere le voci che volevano questo progetto in linea con lo scandalo del nuovo aeroporto di Berlin-Brandeburg, da due anni terminato e non ancora aperto).

Varoufakis ha dichiarato che la stretta della troika sul debito greco non ha ragioni puramente economiche ma simboliche. Il debito greco non sembrerebbe pesare eccessivamente sulle casse tedesche, ma si tratta di ottenere concessioni dal governo italiano e francese nella definizione della nuova governance europea, quindi di dare l’esempio. Da una parte, questa affermazione di V., da un punto di vista politico, ha sicuramente molto senso, cioè quello di considerare la questione greca come una questione di tutti, forse anche una “chiamata alle armi” per gli italiani e gli altri, una generalizzazione del conflitto alla ricerca di alleanze; dall’altra disconosce una specificità, se volete di minore interesse in questo momento, ma che comunque non va sottovalutata, che risiede nel rapporto storico fra la cultura tedesca e greca. Gli studi classici sono stati introdotti per primi nelle aree di lingua tedesca con la riforma protestante. Da Winkelmann in poi il neoclassicismo è stato la struttura portante del pensiero tedesco, specialmente dell’idealismo (a proposito di questo debito culturale qualcuno ha parlato di “tirannia della Grecia sulla Germania”). Fino al nazismo che con l’invasione della Grecia contava, fra l’altro, di sancire la propria superiorità culturale sul mondo… Ora non voglio scadere su temi freudiani che non amo, ma l’accanimento di Schäuble & Co. nei confronti della Grecia ha qualcosa di irrazionale e vendicativo che, mi sembra, andrebbe approfondito… soprattutto in contrasto alla falsa tecnica e razionalità delle proposte propugnate attraverso i media. Karl Heinz Roth ha ragione nel sottolineare il senso di inferiorità dei tedeschi. In Germania si sta combattendo prima di tutto una battaglia contro la storia, in cui CDU e SPD sono i grandi alleati. Lo spirito tedesco viene descritto come una macchina burocratica, ma questa corazza copre soltanto le sue profonde paure e compulsioni psicologiche.

Un’altra breve osservazione riguarda i richiami all’internazionalismo del movimento studentesco nella Germania Ovest negli anni Sessanta. Ci si riferisce, credo, alla necessità di una prospettiva transazionale delle lotte, ma anche un implicito richiamo ai tedeschi per dirgli “oh, perché non vi attivate come allora?!”. Me lo sono chiesto anche io. Ma credo che questa proposta, per quanto valida, sia frutto di una lettura parziale. Seppure è vero che negli anni Sessanta i movimenti in Germania traggono molto da esperienze “lontane” e ne fanno un cavallo di battaglia, il motore dell’attivazione politica nasce più da un conflitto generazionale, fra gli studenti e la generazione dei padri, perché chi sedeva nelle istituzioni dello stato democratico (dal parlamento alla sanità) faceva parte della stessa generazione che aveva conosciuto e partecipato al regime nazista. La de-nazificazione della Germania, è stato un processo a lungo discusso ma mai affrontato. Una conflitto in “famiglia” quindi, sia questa in forma privata o di stato, che aveva poco a che fare con il terzomondismo, o almeno solo in parte. Per cui abbastanza paradossalmente il Vietnam di allora era più “vicino” e sentito della Grecia di oggi.

Ultima nota, un po’ a corto di respiro. Il riferimento alla “lunga marcia attraverso le istituzioni” tentata Syriza ha trovato riscontro soltanto nei suoi fallimenti, che sono avvenuti però in modalità opposte rispetto all’assorbimento dei verdi in parlamento: i Grünen avevano dismesso col tempo gli abiti da hippie, mentre il giubbotto di pelle di Varoufakis è stato bloccato all’ingresso (metafora fashion). Resta comunque il fatto che lo strumento referendario si è dimostrato una strategia di rifiuto insufficiente (per un momento mi ero immaginato al seggio, quella domenica 5 luglio). Al tempo degli Hohenzollern le pratiche democratiche non erano riconosciute, oggi che la Germania sembra voler riproporre in Europa quel tipo di organizzazione politica, mi sento piuttosto di seguire il suggerimento di Bifo a pensare assieme strategie di boicottaggio. Anche l’idea di Anna Curcio di far convergere una critica di “razza e lavoro” è interessante ma aggiungerei i flussi migratori e finanziari (a partire anche dalla banale considerazione che entrambi in questo momento puntano verso la Germania), in una unica prospettiva di analisi: questa mi sembra la strada che potrebbe portare ad alleanze di intenti con i movimenti oltre confine come quello dei rifugiati, alleanze altrimenti difficili da percepire. al momento. Forse qualcosa si sta già muovendo a partire da Pedio tou Areos come suggeriva Francesca Coin, varrebbe la pena di parlarne ancora…

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