La legge di bilancio è passata in entrambi i rami del parlamento, solo un attimo prima che si rendesse necessario l’esercizio provvisorio. Il governo gialloverde ha imposto lo strumento del voto di fiducia, azzerando il dibattito in aula e cancellando le valanghe di emendamenti proposti da maggioranza e opposizione. Per iniziativa del Partito Democratico la Corte Costituzionale si è poi occupata della vicenda nella Camera di Consiglio del 9 gennaio 2019; prima c’erano state le baruffe nei corridoi di Montecitorio e di Palazzo Madama, con il consueto contorno di urla, insulti e spinte, davanti ai commessi che inutilmente cercavano di sedare il tumulto.

In attesa di conoscere i motivi è disponibile il solo comunicato riassuntivo della decisione, un vero capolavoro di doppiezza cortigiana. Viene infatti dichiarata inammissibile (dunque neppure esaminabile) la richiesta di annullamento della legge di bilancio, ma al tempo stesso si formula una sorta di monito ad abbandonare la prassi, che si riconosce ormai consolidata, di approvare le norme senza un reale dibattito sul contenuto. La logica della Corte lascia esterrefatti: il risultato finale non si tocca, pur se il percorso di approvazione viola i principi dell’ordinamento costituzionale italiano! Kurt Godel avrebbe catalogato il provvedimento fra le proposizioni indecidibili, o come una interessante dimostrazione di incompletezza del sistema. La legge di bilancio si articola in oltre mille disposizioni, e ogni comma determina conseguenze concrete di non poco momento, senza alcun intervento dei parlamentari, pro o contro, ma almeno a ragion veduta, e ciò per via dei tempi stretti imposti dalle precedenti baruffe con gli organismi dell’Unione Europea.

In mancanza di argomentazioni migliori o di rilievi convincenti deputati e senatori hanno così messo in scena una sequenza che ricorda le migliori commedie del Goldoni, senza capire nulla di ciò che stavano facendo, preoccupati soltanto di attestare l’esistenza in vita, a prescindere direbbe il grande Totò.

Intanto le volpi, dietro le quinte, si erano silenziosamente preparate a raccogliere i frutti del loro geometrico piano di appropriazione delle risorse disponibili. Un esempio? Il comma 1126 del monumentale articolo 1 legge 145/2018 (quella appunto di bilancio) modifica, con un linguaggio curiale assolutamente incomprensibile ai non specialisti, gli articoli 10 e 11 del testo unico n. 1124/1965 in tema di assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro. L’autore, rimasto astutamente anonimo, conosceva bene la materia e la realizzazione del colpo lascia intravedere, a monte, un progetto meditato, oltre ad una indubbia abilità tecnica. Siamo di fronte ad una modifica normativa orfana di padre e madre, sottratta alle liti d’aula. Di che si tratta allora in concreto? Con una semplice variazione del testo, composta di pochissime parole, viene tagliato il risarcimento del danno alle vittime di incidenti sul lavoro (morte e invalidità permanente) in cui sia accertata la responsabilità dell’impresa. Nel 2018 gli infortuni sono stati 641.261, di cui 1133 mortali, e a questi vanno aggiunti 59.585 casi di malattia professionale; l’aumento complessivo rispetto al 2017 è piuttosto rilevante. Le vittime possono richiedere ai datori di lavoro, in caso di responsabilità, il cosiddetto danno differenziale, ovvero la quota di risarcimento non liquidata da Inail secondo le tabelle ma riconosciuta dal Giudice; sono importi considerevoli, a carico delle imprese, e non di rado, in tutto o almeno in parte, coperti dalle compagnie di assicurazione in base alle polizze. Il danno differenziale, prima di questo intervento delle volpi nascoste nel retrobottega delle due camere, veniva riconosciuto per singole partite (danno biologico, danno esistenziale, danno patrimoniale, perdita di chance, inabilità specifica a svolgere particolari mansioni, ecc. ecc.). Con la modifica le somme versate da Inail, a qualsiasi titolo, vengono detratte, liberando le imprese da una parte delle loro obbligazioni risarcitorie. Una spesa sostenuta dalla parte pubblica finisce così per avvantaggiare il colpevole privato responsabile del danno, riducendo irrimediabilmente l’importo risarcitorio dovuto alle vittime! Probabilmente non vi è stata premeditazione, e neppure i protagonisti erano consapevoli di ciò che stavano facendo. Ma a ben vedere la legittimazione di un simile meccanismo legislativo, avvenuta per mera sciatteria, è perfino peggio di un’azione consapevole e dolosa: contro la seconda sarebbe possibile elaborare rimedi, ma contro la prima ci troviamo del tutto indifesi. La maggioranza ha favorito senza contropartita l’interesse di imprenditori senza scrupoli abituati a giocare con la vita umana e al tempo stesso ha arricchito le grandi assicurazioni riducendo pesantemente il loro esborso in favore dei danneggiati; l’opposizione, ignorando la questione, si è resa complice.

Non è questa la sola operazione condotta dalle volpi e andata a buon fine; gli esempi similari sono numerosi. Lo spettacolo indecoroso fornito dai parlamentari con le loro baruffe ci appare come una follia; ma, direbbe il poeta, though this be madness, yet there is method in ‘t. Il punto sta proprio nel metodo utilizzato, nell’uso consapevole della confusione comunicata al popolo per celare i complotti economico tributari del potere reale.

Consentitemi ora una piccola digressione. Con un cattivo gusto davvero ignobile un deputato della maggioranza ha recentemente citato I protocolli dei savi anziani di Sion, celebre falso antisemita confezionato dalla polizia zarista, naturalmente prendendolo per vero, a conferma di essere anche incolto e non solo un fanatico intollerante. La straordinaria vicenda del falso è raccontata da Henri Rollin in un corposo volume, L’apocalypse de notre temps (Gallimard, 1939; poi Allia, 1991); nel testo originale plagiato a scopo di persecuzione razziale il disegno di sottomettere il mondo non era tuttavia elaborato dall’ebreocontro il cristiano, ma dal gesuita contro il popolo francese. L’autore plagiato, Maurice Joly, era in realtà un progressista acuto e spiritoso, che non meritava certo di essere derubato dalla polizia russa prima e dai fascisti poi! Aveva intuito che si preparava la futura società dello spettacolo e fra le frasi copiate nei Protocolli questa è divertente, ove letta in altro modo: tutti i periodici pubblicati avranno apparentemente vedute e opinioni contraddittorie, ispirando così la fiducia …. in terza fila metteremo quella stampa che farà finta di essere all’opposizione e figurerà come avversaria … i giornali come il dio indiano Visnù avranno centinaia di mani, ognuna delle quali tasterà il polso dell’opinione pubblica. Chiusa la digressione torniamo al metodo che accompagna l’apparente follia delle baruffe politiche.

Il governo italiano gialloverde riunisce due componenti in costante litigio; l’opposizione, a sua volta divisa, opera secondo comportamenti non omogenei. Di volta in volta, intorno a singole tematiche, l’una o l’altra forza di maggioranza pesca dentro l’area di minoranza, si scatenano violentissime polemiche, ma l’esecutivo rimane infine al suo posto, non essendovi allo stato un reale interesse a farlo cadere. Ogni cosa a suo tempo.

La polvere alzata con le baruffe impedisce tuttavia di vedere la realtà, e in questa nebbia le volpi si muovono con agilità, limitando i danni ove necessario, determinando rinvii utili a preparare nuovi rapporti di forza quando non è possibile fare altrimenti, assestando colpi precisi quando si presenta l’occasione da non perdere.

La crisi della democrazia liberale, quella dei conservatori così come quella dei riformisti, si è sviluppata senza incontrare resistenza, travolgendo i tradizionali assetti istituzionali, a prescindere dai meccanismi elettorali maggioritari o proporzionali. Si è così aperta una falla nel rapporto fra rappresentanti e rappresentati, si è rotto il rapporto fiduciario di delega, instauratosi durante la ricostruzione del secondo dopoguerra. I membri dei parlamenti europei (e non solo di quello italiano) litigano sempre più rumorosamente ma contano sempre meno, cedendo alle imposizioni europee o rimanendo impigliati nella rete infinita di poteri in azione. Quando risulta impossibile trovare la sintesi istituzionale, secondo lo schema funzionante nel secolo scorso, intervengono e decidono altri abituati ad agire nell’ombra.

La governance opera in tutta Europa imponendo la linea del capitalismo moderno finanziarizzato (che è cosa più ampia della finanza o delle imprese bancarie), rifiutando ogni trattativa con l’antagonismo sociale e costruendo una sorta di nuova costituzione materiale sul campo, imposta d’autorità, indipendente dalle elezioni e a maggior ragione dalla vecchia opinione pubblica nel singolo territorio. Si allarga la forbice fra ricchi e poveri, la condizione precaria appare ormai un elemento irreversibile nell’attuale contratto di lavoro, il rifiuto dell’imposizione fiscale e della condizione debitoria comporta necessariamente una severa repressione, l’esclusione.

Una misura assai prudente e contenuta di assistenza sociale come il recente reddito di cittadinanza viene contrastato apertamente dal partito democratico, con l’appoggio di Forza Italia, ma anche con un certo sostegno sotterraneo da parte della Lega. Tagliata ripetutamente, rinviata quanto ad operatività, impoverita nella sostanza questa erogazione di reddito appare ancora troppo significativa e onerosa agli occhi dell’apparato di comando; non è detto dunque che la scadenza di aprile venga rispettata, e già ora la grande comunicazione sta agitando lo spettro della recessione, con il rischio connesso di una manovra integrativa alla legge di bilancio.

Lo scontro infuria anche sulla questione TAV, e qui entra in gioco perfino la CGIL. Appena eletto segretario Landini ha già anticipato che la gran parte del sindacato vuole la continuazione dei lavori in Val di Susa, allargando un fronte politico assai ampio che già comprende Lega e partito Democratico (oltre alle madamine piemontesi). Forse era il prezzo da pagare per la svolta a sinistra della Confederazione?

Le volpi sono al lavoro anche sul tema delle pensioni: limano e tagliano con pazienza quanto sperano di percepire i lavoratori che hanno raggiunto speranzosi la mitica quota cento. La BCE si oppone al provvedimento già approvato dal nostro parlamento e, dal tono elevato delle discussioni in corso, possiamo star sicuri che sarà in larga parte svuotato di sostanza, almeno recuperando poi quel che viene anticipato oggi. Le disposizioni pro rider, ripetutamente annunciate, sono invece accantonate; non se ne parla ma nessuno litiga per questo, in questo caso le baruffe non sono utili e si evitano. Permane, nei fatti, un attacco congiunto e generalizzato ai lavoratori, ormai senza difensori oltre che (scriverebbe il Tronti di una volta, prima della lobotomia) senza alleati.

Uno strano silenzio circonda invece la nuova normativa fiscale riservata al popolo delle partite IVA con giro d’affari sotto la soglia dei 65 mila euro lordi. Non c’è dubbio che l’imposizione del 15% (con una quota esente) determini un incremento significativo del percepito netto e al tempo stesso una riduzione della quota prelevata dallo stato; l’impressione è che il calcolo dei destinatari e delle potenziali conseguenze sia stato quanto meno affrettato.

A parità di prestazione effettuata chi rientra nel meccanismo forfettario non carica più l’utente finale dell’Iva, dunque varia in concreto il costo del lavoro; e questo si pone come un problema. Ma potrebbe accadere altro, in un paese creativo come il nostro. Prendiamo un lavoratore dipendente del settore logistico, addetto a presa e consegna. Il percepito netto di un fattorino autista è di circa 15-20 mila euro annui; considerata l’incidenza degli istituti normativi il costo del lavoro per l’impresa non è mai inferiore a 40 mila euro annui. Con una spesa di 32 mila euro l’azienda risparmia il 20%; ma con il sistema forfetario e la partita Iva l’autista ne incasserebbe circa 25 mila per la medesima attività. Nelle pieghe del provvedimento voluto dalla Lega nel contratto di governo si nascondono conseguenze allo stato non esattamente prevedibili, comunque non esaminate con la dovuta attenzione dal sindacato, dalla maggioranza, dall’opposizione. Qualora i funzionari incaricati di esaminare i conti italiani si convincessero che la misura favorisce la bassa forza incrementando la quota riservata ai lavoratori possiamo star certi che le volpi, infischiandosene della democrazia e seppellendo ogni promessa, troveranno modo di cambiare le carte in tavola. Gli esperti comincerebbero a dare i numeri, in contraddizione fra loro, volutamente utilizzando un vocabolario incomprensibile. E nel caos artificialmente costruito l’autorità del prelievo sarebbe comunque restaurata.

 

Immagine di copertina: Manola Massei, Arte Ma.Ma

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