Là là per la reggia
dal vento portato
tentenna, galleggia,
e mai dello Stato
non pesca nel fondo:
che scienza di mondo
che Re di cervello
è un Re Travicello!
 Giuseppe Giusti

 

Il caso del giovane ricercatore italiano, Giulio Regeni, è tornato in piena estate al centro delle cronache, per via del rientro in Egitto dell’ambasciatore italiano (14 agosto) e della quasi contestuale rivelazione, apparsa sulle colonne del New York Times, che si trattava di un omicidio commesso dai servizi di sicurezza in piena armonia con le direttive di governo. La presa di possesso dell’incarico, politico e diplomatico, è significativa anche per la scelta del funzionario, il dottor Giampaolo Cantini, fin dal 2013 alla guida della struttura di Cooperazione e Sviluppo presso la Farnesina. La nomina fu decisione congiunta di Renzi e Gentiloni, condivisa dall’attuale ministro Alfano; nelle sedi di Gerusalemme e di Algeri il dottor Cantini si era dimostrato affidabile nell’eseguire senza tentennamenti quanto richiesto dalle strutture europee di comando economico e finanziario. Lo scopo del ripristino di normali rapporti diplomatici con l’esecutivo del generale Al Sisi era e rimane quello di tutelare l’interesse di Eni, sia in Libia sia in Egitto; in aggiunta la variopinta legione di combattenti lungo le coste di Cirenaica e Tripolitania, usando le armi distribuite senza sosta dai mercanti e dagli stati, avrebbero reso la vita difficile alle carovane di migranti dirette verso l’Europa, rallentando il flusso degli arrivi via mare sulle coste italiane e rafforzando la posizione del ministro di polizia, Minniti.

L’articolo d’inchiesta uscito sul New York Times non poteva lasciare dubbi; Giulio Regeni era stato assassinato con la piena complicità del governo militare egiziano, deciso ad ottenere carta bianca per reprimere senza ingerenze ogni forma di opposizione, schiacciando i nemici interni e insieme eventuali sostenitori esterni. I militari egiziani insediati al governo volevano mandare un messaggio, chiaro e non equivoco, senza margini di trattativa; hanno imposto le loro condizioni e hanno avuto partita vinta, costringendo al silenzio la prestigiosa università di Cambridge e alla resa il governo italiano, rincasato quasi clandestinamente nella sede di Via Abdel Rahman Fahmy mentre l’indagine sull’omicidio rimane ferma, arenata, senza alcuna possibilità di sbocco e con il pervicace rifiuto di qualsiasi collaborazione con la magistratura italiana. Il New York Times ha chiarito, senza alcuna incertezza, che l’Italia era stata immediatamente informata di come erano andate le cose; Gentiloni, Renzi e Alfano lo sapevano perfettamente e avevano scelto di non informare neppure il Copasir, l’organo parlamentare di vigilanza, oggi presieduto dal leghista bergamasco Giacomo Stucchi quale membro di opposizione. Ma Stucchi, che pure è anche un giornalista, ha evitato ogni polemica, rinviando alla metà di settembre l’incontro con il primo ministro per ottenere chiarimenti. Travicello Gentiloni, come di consueto, si è chiuso in ostinato mutismo e neppure la famiglia Regeni ha ottenuto le delucidazioni che legittimamente chiedeva.

A seguire, nei giorni scorsi, con grande impiego di uomini e mezzi, c’è stato lo sgombero dell’immobile romano occupato dai profughi eritrei, nei pressi della stazione Termini, a Roma. Non è dato comprendere chi abbia organizzato e disposto l’operazione, coordinata dal prefetto Paola Basilone nella sua esecuzione materiale; e neppure si conoscono le conseguenze, la sorte delle persone coinvolte. Il ministro cui i prefetti sono tenuti a rispondere del proprio operato, Minniti, sostiene di non saperne nulla, ma al tempo stesso lascia i prefetti a lui sottoposti completamente liberi di muoversi come credono, in ordine sparso. La magistratura romana aveva certamente firmato l’ordine di rilascio, peraltro contro un numero incerto di ignoti; ma altrettanto certamente non si era affatto pronunziata sulle modalità. Le spese di esecuzione sono, almeno in astratto, a carico di chi ha richiesto il provvedimento in sede civile; ma non risulta che il fondo Omega, che possiede l’immobile, abbia anticipato i rilevanti costi dell’assalto al palazzo. Per evitare responsabilità proprietari, esponenti politici, giornalisti, poliziotti, sindaci, funzionari e governanti si sono messi a discutere, gridando e creando una voluta confusione, sull’opportunità dello sgombero, chi proponendo soluzioni abitative per i casi umani di maggior suggestione chi invocando il bastone contro lo straniero invasore. Travicello Gentiloni non ha avuto alcun dubbio circa la strategia da adottare: non ha battuto ciglio, muto come un pesce, lasciando che gli altri prendessero varie posizioni, tutte insostenibili, scannandosi a vicenda.

 L’immobile di Via Curtatone

La vicenda di questo immobile è davvero straordinaria; l’occupazione è probabilmente il peccato più lieve che scrivendo la storia dell’edificio sia dato rilevare.

Era la sede della Federconsorzi, il feudo dell’onorevole Paolo Bonomi (1910-1985), deputato per la DC fin dalla Costituente. Fu costruita nel 1952, su progetto di Ignazio Guidi (1904 -1978), l’architetto cui Mussolini aveva affidato il piano regolatore di Addis Abeba. Nel 1991 l’esposizione debitoria di Federconsorzi era di oltre 4 mila miliardi di vecchie lire, fondata su erogazioni bancarie non contabilizzate. Fu uno scandalo politico finanziario gigantesco, naturalmente concluso senza colpevoli e senza responsabili. Nel 2010, mediante un piccolo emendamento milleproroghe, fu cancellato l’obbligo di scioglimento di Fedit/Federconsorzi; l’intervento legislativo spianò la strada al concordato preventivo, omologato dal Tribunale contro ogni regola di diritto sostanziale e di buon senso. Il concordato favorì le banche che avevano erogato i prestiti e danneggiò gli agricoltori, vittime del dissesto; il ministro competente era Giancarlo Galan. L’immobile rientrava nella cessio bonorum mediante vendita in blocco affidata alla Società di Gestione per il Realizzo, veicolo delle banche creditrici.

La vendita porta la data 28 dicembre 2010, al prezzo lordo di 80 milioni di euro; siamo a pochi passi dalla stazione centrale, duemila euro al metro quadro, con due piani interrati omaggio. La Corte d’Appello di Perugia ebbe a definirlo, nel corso di un contenzioso, un prezzo vile, bollando la vicenda complessiva di Federconsorzi come madre di tutte le tangenti.

La stampa di regime, nei resoconti di cronaca, si è rivelata come sempre bugiarda e al servizio del capitale finanziarizzato che sappiamo essere il vero artefice dell’operazione. La menzogna si articola in sapienti volute omissioni.

Hanno scritto che la proprietà appartiene a un fondo di pensionati, che dunque i danneggiati dall’occupazione quadriennale sarebbero ex lavoratori del settore. Non è affatto così. Il Fondo Omega che ha acquisito il palazzo è interamente gestito e controllato da IDeA Fimit sgr, società leader nel settore dei fondi immobiliari, con un patrimonio di circa 9 miliardi di euro, 80 investitori istituzionali, 70.000 retail e circa 40 fondi in portafoglio (fra cui Omega). L’azionista di controllo è il Gruppo De Agostini (64,3%). La superficie sfitta dichiarata, al 30 giugno 2016, ultimo dato disponibile, era del 31%. Per tre anni (2010-2013) dunque il palazzo della Federconsorzi rimase sfitto, senza inquilini e senza occupanti, per una scelta speculativa della controllante IDeA Fimit. L’occupazione successiva non ha prodotto alcun danno, l’area rientrava nel 31% sfitto. I pensionati di Banca Intesa San Paolo ebbero a patire effettivamente un danno causato dai gestori del Fondo Omega, ma non lo causarono gli eritrei. La vecchia sede istituzionale di Banca Intesa (Via della Stamperia 64) era entrata a far parte del patrimonio Omega nel 2008, per un accordo fra Corrado Passera e Massimo Caputi e la valutazione fu di 17,5 milioni di euro. In data 31 gennaio 2011 Omega  vendette l’immobile alla società Estate2, del senatore Riccardo Conti (verdiniano in ALA, poi UDC) al prezzo di 26,5 milioni di euro. I pensionati credevano di aver fatto un buon affare, fino a quando non vennero a sapere che in quella stessa giornata il senatore Conti aveva girato l’immobile ad altri aspiranti pensionati (Enpap, il fondo previdenziale degli psicologi) al prezzo di 44,5 milioni di euro, ricavando in poche ore un utile di 18 milioni di euro. Per la mancata informazione agli investitori pensionati di Omega la sanzione è stata di 80.000,00 euro; considerando l’ammontare delle ricevute trovate nello stabile sgomberato gli occupanti sono davvero un pugno di dilettanti ove siano messi a confronto con i funzionari legati alla proprietà dell’immobile.

Al momento dell’acquisto dello stabile ex Federconsorzi al vertice della società acquirente stava Massimo Caputi, che ben conosceva la zona, per avere in precedenza ricoperto la carica di amministratore presso Termini s.p.a. e guidato, con notevoli risultati economici, la ristrutturazione dell’area (Forum Termini). Si trattava dunque di un consapevole disegno speculativo di medio lungo raggio; le banche acquisirono la struttura a prezzo scontato, gli agricoltori rimasero a bocca asciutta, i locali rimasero abbandonati per anni fino all’ingresso degli eritrei, i quali, inconsapevolmente, svolgevano funzioni di custodi del bene in attesa che il gruppo De Agostini decidesse come far fruttare l’investimento.

L’operazione di sgombero non ha un padre che la rivendichi, almeno in apparenza: sembra nata quasi per caso, per un rigurgito di legalità nel pieno della calura estiva. Su richiesta della proprietà la procura ha già concesso e autorizzato interventi urgenti di riassetto, in nome della sicurezza. Stanno solo preparando il percorso che consenta di aggirare il vincolo posto in ragione dell’importanza architettonica (l’edificio è un esempio significativo di razionalismo, allo stato andrebbe conservato intaccando il profitto). Possiamo star certi che avranno via libera e si riempiranno le tasche, sempre evocando l’interesse dei pensionati, la libertà d’impresa, l’illegalità delle occupazioni, il comportamento criminale degli occupanti. La stampa di regime, a destra come a sinistra, omette e collabora, in attesa di ricevere l’obolo loro promesso. Gentiloni si guarda bene dal prendere una posizione qualsiasi, che comunque porterebbe a crepe e tensioni politiche; tace e va avanti, immobile.

La condizione precaria

 In occasione del cambio d’appalto, ovvero mediamente ogni due o tre anni, si modifica la titolarità del contratto di lavoro.

Sono ormai trascorsi oltre 2 anni da quando il governo Renzi ha provveduto a cancellare l’articolo 18, rimuovendo il diritto alla reintegrazione in caso di licenziamento ingiusto; e bisogna prendere atto che sono trascorsi in assenza di significative ribellioni o proteste. Una disposizione contenuta nel  Jobs Act precisa che al cambio d’appalto il nuovo rapporto diviene precarizzato, senza la tutela della reintegrazione. Il potere contrattuale dei lavoratori in appalto è fortemente diminuito, con la conseguenza di una sensibile riduzione del salario reale e di un peggioramento altrettanto evidente quanto a condizioni di lavoro.

Nel settore della logistica, di particolare importanza nel nuovo assetto dell’accumulazione di profitto, il fenomeno appare a prima vista. La contrattazione collettiva si caratterizza per l’articolazione di nuove formali figure professionali a compenso ridotto, mentre il taglio dei compensi viene operato in modo sostanziale, sfuggendo ai dati statistici. Mi spiego esemplificando, per consentire la comprensione a chi legge. Nei magazzini della logistica era (e in parte rimane) uso corrispondere compensi simulati di trasferta a forfait, anche se il luogo di prestazione era invece fisso. La normativa fiscale vigente (articolo 51 TUIR e art. 5 L. 398/1987) consente di corrispondere fino a 46,48 euro per giornata lavorativa, in regime di esenzione fiscale e contributiva; sono mille euro al mese, netto per netto. Le imprese appaltatrici ci pagavano lo straordinario o il premio di produzione o il superminimo. Tagliando il versamento della trasferta simulata il salario si è ridotto di fatto e l’operaio guadagna assai meno; ma per Inps e Istat tutto rimane come prima. Per evitare il licenziamento al cambio d’appalto, in questi ultime 2-3 anni i lavoratori hanno accettato la riduzione del compenso, ritmi più elevati imposti dai meccanismi informatici che regolano l’entrata e l’uscita delle merci in magazzino, maggiore controllo connesso al venir meno della stabilità. La pelle del candidato al licenziamento valeva da 12 a 24 mensilità nel 2015, ora da 4 a 8 mensilità per giunta ridotte.

Il fenomeno lo si riscontra anche in appalti diversi dalla logistica, per esempio nella ristorazione (le mense di scuole, aziende, ospedali) o nell’assistenza (terzo settore). O nelle attività di pulizia, centralino, vigilanza, presa e consegna. Ovunque, dentro gli appalti, al cambio di contratto con il committente, si registra una sistematica erosione del salario insieme al venir meno di diritti ritenuti consolidati. Il contratto a scadenza colpisce, quasi in via preventiva, il personale femminile.

Ma la diffusione della condizione precaria non si limita all’area tradizionale del lavoro subordinato. Le nuove forme d’ingaggio (quelle di prestazione alla Foodora per intenderci) dilagano soprattutto nello sciame giovanile, che non ha mai conosciuto e utilizzato il pacchetto tradizionale dei diritti e che dunque considera la chiamata a discrezione delle imprese come l’unica forma possibile di accesso al reddito. Già nel periodo scolastico le nuove generazioni vengono abituate a rendere prestazioni gratuite (o nella migliore delle ipotesi sottopagate) come un normale viatico di inserimento nella società; l’allargamento della forbice di reddito e l’aumento della fascia di povertà sono ormai acquisiti come un elemento istituzionale del patto sociale. La figura del prestatore (autonomo o subordinato non importa) viene dai giuristi del regime autoritario insediato al potere scomposta, individualizzata, atomizzata. Non solo viene accantonata la dimensione collettiva del rapporto conflittuale fra capitale e lavoratori, ma la stessa concezione contrattuale della prestazione lavorativa, ovvero l’esistenza di diritti minimi certi e inderogabili; la disciplina che regola l’acquisizione in capo all’impresa di energia lavorativa impiegata nel ciclo viene meno nella sua previsione astratta, si sfrangia, si perde in una sorta di notte hegeliana che rende invisibile (dunkel) qualsiasi aspettativa. Il quadro in cui si viene ora ad inserire la prestazione lavorativa tende ad essere atipico, e solo la forza dei soggetti determina la soluzione concreta. L’impresa conta sulla struttura statuale e la utilizza per dominare e controllare; le braccia sono isolate, senza una propria comunità che provveda a rendere collettivo l’interesse individuale.

La legislazione provvede a svolgere attività di rimozione delle vecchie tutele e di repressione (mediante divieti sanzionati in caso di violazione), rastrellando risorse con lo strumento fiscale, solo in parte ridistribuite. La fascia di povertà riconosciuta ai fini dell’accesso all’assistenza costituisce una quota assai ridotta rispetto alla povertà reale, sempre più estesa man mano che procede il piano di sussunzione del moderno capitalismo finanziarizzato. Il ministero del lavoro era, al tempo della cosiddetta prima repubblica, assegnato ad esponenti della sinistra laica o cattolica: fra gli altri Ezio Vigorelli, Achille Marazza, Carlo Donat Cattin, Gino Giugni, Benigno Zaccagnini, Giacomo Brodolini (il babbo dello Statuto dei Lavoratori). Il loro compito consisteva nella mediazione, dentro il conflitto fra classe operaia e padronato, evitando prese di posizioni troppo crude che avrebbero minato la credibilità dell’istituzione.

Oggi il ministro del lavoro si colloca apertamente, come del resto l’intero esecutivo, contro il sindacato, non più solo quello antagonista di base, ma anche quello tradizionale e moderato. Attaccano l’intero sistema delle tutele, smantellano a colpi di decreto, pezzo dopo pezzo, con arroganza, l’accesso al trattamento pensionistico, alla scuola, alla sanità. Il comunista Poletti non viene dal sindacato, ma dalle società cooperative che del sindacato erano controparte; prima di lui Maurizio Sacconi ed Elsa Foriero avevano aperto la strada al nuovo corso, diventando il braccio operativo delle imposizioni provenienti dalla cabina europea di comando.

Con il collegato lavoro del 2010, incontrando pochissima resistenza, le larghe intese intervenute fra Forza Italia e il Partito Democratico si sono tradotte in un moderno autoritarismo, rivelatosi capace di imporre il passaggio dal rapporto lavorativo stabile alla condizione precaria che oggi costituisce la regola nel settore privato, in attesa di diventarlo anche nel settore pubblico, in cui comunque va incrementando la presenza.

Il programma prevede una quasi totale deregulation dentro la nuova organizzazione del lavoro. Nessun salario garantito, massima flessibilità nell’utilizzo dell’energia lavorativa. L’idea tradizionale di sciopero appare difficilmente adattabile alla vita lavorativa che caratterizza ormai la generazione del terzo millennio, convocata via cellulare in luoghi imprevisti e per durate incerte, conoscendo spesso il corrispettivo solo al momento del saldo. Eppure lo sciopero continua a costituire l’incubo che tormenta le notti del moderno capitalista informatico, probabilmente perché intuisce l’inevitabilità, prima o poi, dello scontro per mettere le mani sul denaro. Nella relazione 22 giugno 2017 il presidente della commissione costituita per la repressione dello sciopero (la chiamano pudicamente regolamentazione), il professor Giuseppe Santoro Passarelli trasmette al governo la sua preoccupazione e i suoi consigli. Studioso preparato e a tratti anche brillante il professor Santoro Passarelli appartiene ad una dinastia di giuslavoristi che, generazione dopo generazione, si è sempre rifiutata, con grande coerenza, di assistere o in qualche modo proteggere i lavoratori, sempre sostenendo contro di loro le ragioni delle imprese, come direbbe Totò a prescindere.

Mostrando una curiosità che sarebbe auspicabile trovare negli elaborati dei giuristi schierati con la sinistra radicale il Santoro Passarelli si pone il problema di adeguare ai tempi nostri la nozione stessa di sciopero, rifiutandosi di limitarla alla tradizionale astensione nell’ambito del lavoro subordinato negli opifici. E cita il più profondo fra gli esponenti del cattolicesimo reazionario, il professor Luigi Mengoni (1922-2001), titolare della cattedra presso l’Università Cattolica di Milano, giurista davvero straordinario: nella nozione di sciopero si possono ricondurre ormai tutte le rivendicazioni riguardanti il complesso dei diritti e degli interessi che la Costituzione ha inteso tutelare. Dunque, suggerisce all’esecutivo, va fin d’ora piegato l’antagonismo che inevitabilmente cova nei meandri dell’economia reale, predisponendo regole, divieti, sanzioni laddove si registrino forme di non collaborazione e di scontro a carattere collettivo; solo in ipotesi di accertata adesione maggioritaria potranno essere considerate lecite. Ancora una volta viene invocata una normativa che rimuova il diritto a protestare arrestando il ciclo di accumulazione e di costruzione del profitto; in una società liquida e caratterizzata da un rapporto lavorativo decontrattualizzato, atomizzato, questo equivale a vietare lo sciopero, a criminalizzarlo, esponendo i lavoratori al rischio di azioni risarcitorie per incrementare la paura delle conseguenze e ridurre lo sciame precario all’impotenza.

La struttura autoritaria è l’unica possibile in questa fase capitalistica finanziarizzata e fondata sulla condizione precaria; il consenso non ha un reale fondamento raggiungibile e dunque solo il timore può garantire la continuità del potere. A ben vedere ne muoiono molti di più negli incidenti connessi all’attività lavorativa di quelli colpiti in nome di una guerra religiosa; tuttavia perfino i muratori quotidianamente assegnati ai ponteggi senza uso della cintura hanno più paura del fondamentalismo che del lavoro, continuano a cadere dalle impalcature e sono grati al governo per aver messo ostacoli di cemento lungo le vie dei centri urbani. Se mai dovessimo utilizzare il cui prodest  i mandanti del terrorismo islamico sarebbero certamente Macron e Gentiloni! Ad evitare discussioni Travicello Gentiloni rimane al suo posto, immobile e taciturno come sempre, in attesa della conclusione naturale della legislatura, cui sembrerebbe ormai certo di arrivare. Poi si vedrà.

Travicello Gentiloni pensa ad un uso politico della gotta

 Agostino Depretis (1813-1877) fu mazziniano, repubblicano e garibaldino in gioventù, così come il buon Gentiloni (nel suo piccolo) si accompagnava a Dalla Chiesa (inteso come Nando) e a Capanna, in area socialproletaria. Entrambi scoprirono, diventati adulti, che per governare era meglio venire a patti con la destra.

Depretis fu il padre fondatore di quello che è conosciuto come il trasformismo. Lo ricorda Leone Fortis, riassumendone la strategia politica: raccogliamoci intorno a quello su cui andiamo d’accordo; tralasciamo quello su cui discordiamo. Su queste basi riuscì a guidare ben otto governi, nell’arco di vent’anni. Scrivendo ad un amico annotava: i partiti subiscono la legge del moto, le vicende delle trasformazioni. Con pervicacia studiava le formazioni parlamentari e andava poi tessendo ardite trame con i singoli esponenti, sempre raggiungendo una maggioranza risicata ma sostanzialmente puntuale. Depretis guidava la sinistra, ma arruolava settori della destra, concedendo ministeri o cariche; non appena sentiva odore di tensione e di scontro si allontanava senza rilasciare dichiarazioni e attendeva paziente che passasse la buriana, senza accettare polemiche. Soffriva per la gotta, da cui era affetto; ma decise di metterla a frutto, per l’abitudine a non tralasciare nulla. Quando le domande si facevano incalzanti e gli oppositori contavano di averlo messo in angolo Agostino Depretis veniva colto da acuti attacchi di gotta, rendendo palese la sofferenza e ponendo così termine alla discussione; era abilissimo nell’uso politico della malattia, gli avversari, sconcertati e colti alla sprovvista, allentavano la presa consentendogli di mantenere il controllo della compagine governativa. Abitava in Via Nazionale, in un appartamento al quarto piano, senza ascensore, con 120 gradini. Nei momenti più difficili riuniva il governo a casa sua, sfiancando i ministri prima di ogni discussione. Non c’era verso di fregarlo, a modo suo era un genio, uno come Renzi il Depretis se lo sarebbe pappato a colazione, come semplice antipasto.

Travicello Gentiloni Silverj, nobile di Filottrano Cingoli e Macerata, è laureato in Scienze Politiche presso La Sapienza, conosce bene la figura del Depretis, su cui va modellando la sua azione politica. Pare abbia assoldato un medico illustre per costruire una malattia credibile da utilizzare in caso di necessità contro i suoi nemici. La gotta è ormai poco nota, ma proprio per questo potrebbe essere la scelta giusta. Osservatelo in questa fase di addestramento, guardate la smorfia, fotografate i passaggi del volto. Non si lamenta, ancora; il tirocinio deve essere completato. Ma state certi che al momento giusto, sarà in grado di sorprendere gli esponenti del fuoco amico sussurrando ho la gotta, non lo sapevate?. E li lascerà con un palmo di mano.

A Laguna Beach

 Nei mesi di luglio e agosto, ogni anno, a Laguna Beach, in California, si tiene il Festival of the Arts, nell’ambito del quale ha luogo il celebre Pageant oh the Masters. Arrivano per dare il meglio le più abili statue viventi, Living Statue.

Abbiamo presente di che si tratta. In prossimità dei monumenti o nei punti di affollato turismo personaggi immobili sembrano statue, lasciandosi andare a brevi movimenti impercettibili per ottenere un soldino, magari in cambio della foto ricordo.

Travicello Gentiloni è un loro esperto ammiratore, ne ha sempre tratto ispirazione per lo svolgimento della sua vita quotidiana. Lui è un caratterista, si pone immobile nella rappresentazione del ministro. Di recente ha imparato anche a rendere la figura del primo ministro. Sempre immobile, senza parlare, fermo.

Gli organizzatori di Laguna Beach non hanno voluto sentire ragioni, lo hanno voluto al Pageant of the Masters, e la rappresentazione del governo italiano ha ottenuto uno straordinario successo. Immobili per l’intera durata della rappresentazione hanno scatenato gli applausi del pubblico quando, al termine, Travicello Gentiloni, ha mosso per un attimo il capo ringraziando i presenti. Donald Trump, incapace di star fermo, si rode per l’invidia.

 

Immagine in apertura: Pageant of the Masters, Festival of the Arts, Laguna Beach (Usa). Riproduzione con statue viventi del quadro “Il gioco degli scacchi” di Francesco Beda, 1840

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