Presentiamo, grazie alla traduzione di Simona De Simoni e Davide Gallo Lassere, un eccellente articolo di Paul Guillibert e Memphis Krickeberg pubblicato sul n. 77 di Vacarme (16 ottobre 2016) sull’evoluzione della politica (e della ossessione) sicuritaria che avvolge la Francia, a un anno dagli attentati al Bataclan e allo Stade de France. Recuperando il concetto di “egemonia” di gramsciana memoria, le politiche sicuritarie vengono analizzate come strumento di governance sociale non solo indirizzato verso alcuni particolari settori sociali (a partire dai migranti), ma esteso a pratica politica dell’esistente.  “L’estensione dei dispositivi securitari non equivale così a una sospensione della democrazia borghese, a uno stato d’eccezione generalizzato. La securizzazione delle libertà della maggioranza passa piuttosto dall’indebolimento delle libertà delle minoranze. La sicurezza si dispiega così come una moltitudine di micro-eccezioni, di pratiche routinizzate d’inclusione e d’esclusione che garantiscono la normalità capitalista, come un insieme di pratiche “illiberali” in seno ai regimi politici liberali […] Il consolidamento di un blocco egemonico passa per l’insicurizzazione generale della popolazione, la quale viene prodotta in maniera differenziata: rispondere al “bisogno” di protezione della maggioranza necessita il sacrificio di un minoranza costruita come pericolosa”.

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Il sincero liberale di sinistra come l’anarchico intransigente spesso non vedono nell’ordine securitario contemporaneo che una restrizione insopportabile delle libertà di ciascuno. Ma l’esigenza di sicurezza è forse qualcosa di più che un semplice limite negativo della libertà di tutti incarnato dalle figure visibili della repressione: di corpi costituiti (polizia, esercito, igiene pubblica…) e di oggetti tecnici (telecamere di sorveglianza, droni, etc.). È piuttosto una vera e propria tecnica egemonica di governo che modula le forme di libertà in funzione delle differenze di classe e di razza con il fine ultimo di creare dei soggetti maggioritari che richiedono sempre più sicurezza. Detto altrimenti, un po’ come il valore per Marx, la sicurezza designa forse un effettivo rapporto tra uomini dissimulato sotto un rapporto tra corpi statali e oggetti tecnici. Tentativo di spiegazione.

In questo testo ci proponiamo di tratteggiare i contorni di un quadro teorico che permetta di rendere conto del ruolo della sicurezza – concepita come un insieme di pratiche, di istituzioni e di rapporti sociali – all’interno del rinnovamento e della stabilizzazione dell’ordine sociale esistente. Spesso, nei discorsi di sinistra, il concetto della sicurezza tende a designare processi di repressione o di neutralizzazione preventiva di soggettività ribelli. Questa concezione essenzialmente “giuridico-negativa” del potere, per riprendere un’espressione di Foucault[1], pensa i processi securitari soltanto da un angolatura reattiva, attraverso una temporalità unica, quella della lotta e del suo annientamento. Gli attori principali della sicurezza si confondono così con certe istituzioni e sfere statuali (polizia, esercito, giustizia) ed eventualmente qualche appendice privata.

Ora, l’estensione dei dispositivi securitari e della colonizzazione securitaria della vita e degli immaginari all’opera da almeno quarant’anni avviene in un contesto di diminuzione dei conflitti sociali e dell’antagonismo capitale/lavoro. L’integrazione della classe operaia[2], la sussunzione di tutte le sfere sociali da parte del capitale e la ricomposizione neoliberale della struttura di classe a partire dagli anni Settanta hanno reso il ricorso diretto alla forza statuale sempre meno necessario per sedare movimenti sociali e lotte sempre più deboli. L’istituzione dello stato di urgenza in Francia in seguito agli attentati del 13 novembre 2015 interviene così in quadro politico “pacificato”. Dal 2010, non c’erano più stati grandi movimenti di lotta, eccezion fatta per qualche resistenza locale come la ZAD di Notre-Dame-des-Landes. Non è che a partire da marzo 2016 che il rinforzo degli apparati securitari legittimato dagli attentati e reso possibile dallo stato di urgenze potrà essere mobilitato contro il movimento di protesta contro la riforma del codice del lavoro previsto dalla legge El Khomry.

Come rendere condo, allora, della sicurezza per i periodi “calmi”, quando i rapporti di classe non si esprimono sotto forma di antagonismi aperti e di lotte di massa? Come la sicurezza partecipa alla costituzione della “normalità capitalista” e alla riproduzione delle strutture di classe?

Sicurezza e costruzione egemonica

A differenza di una visione strettamente giuridico-negativa delle pratiche sicuritarie, il concetto gramsciano di “egemonia” permette di pensare in un modo più profondo il ruolo della sicurezza nella riproduzione della struttura di classe. Affinché una classe sia “egemonica” e non soltanto “dominante”, essa deve guadagnare il consenso e l’adesione di altre frazioni della classe dominante e di gran parte dei subalterni. Secondo Gramsci, essa deve apparire come garante dell’interesse universale[3].

La generazione di consenso mediante l’ideologia o attraverso il miglioramento effettivo delle condizioni materiali di vita della popolazione non si sostituisce in nessun modo all’esercizio della forza. La potenzialità di quest’ultima resta sempre presente nella misura in cui l’egemonia si presenta sempre come “crescita di coercizione”[4]. La nostra ipotesi è che la dimensione coercitiva del potere borghese non possa essere identificata attraverso la figura di un guardiano notturno che se ne sta nelle retrovie per intervenire solo in caso di crisi egemonica. Al contrario, sosteniamo qui l’idea secondo cui la sicurezza costituisca un “principio egemonico” particolare che articola costantemente coercizione e consenso e che si articola a tutti i livelli della società borghese attraverso un assemblaggio fluido di discorsi, di rappresentazioni, di pratiche, di attori e di apparati.

Che cosa, dunque, permette di distinguere e di specificare questo principio egemonico rispetto alle altre grandi forme di potere? Nella sua accezione dominante, il concetto di “sicurezza” rinvia a una situazione oggettiva di assenza di minacce per qualcuno o qualcosa, a uno stato soggettivo di assenza di paura e all’insieme dei modi per raggiungerlo[5]. A differenza di questa visione essenzialista e realista della sicurezza, autori appartenenti ai cosiddetti studi “critici” sulla sicurezza hanno sostenuto che essa costituisca piuttosto un “caleidoscopio di pratiche non riducibili a un significante centrale”, “uno slogan, (…) un metodo particolare attraverso il quale un gruppo dominante giustifica e impone un programma politico determinando chi ha bisogno di essere protetto e chi può essere sacrificato, chi può essere designato come oggetto di paura, di controllo, di coercizione”[6].

L’assenza di “significazione centrale”, pertanto, non significa che non si possa individuare una coerenza generale all’interno della molteplicità delle forme di sicurezza che caratterizzano le società capitalistiche moderne (la sicurezza di declina così all’infinito in sicurezza nazionale, militare, giuridica, economica, alimentare, cybersicurezza). Essa va anzitutto localizzata nella maniera in cui questi processi partecipano alla riproduzione della totalità sociale e dell’egemonia di classe piuttosto che nelle intenzioni o nelle rappresentazioni particolari di differenti attori che popolano i campi sociali della sicurezza. In che modo specifico questo caleidoscopio di pratiche securitarie partecipa alla riproduzione capitalistica? Possiamo identificare una logica comune che unisca tutte queste pratiche?

Vorremo formulare due ipotesi riguardanti la logica particolare che specifica la sicurezza come sfera e modalità della riproduzione.

In primo luogo, si può comprendere questa dinamica particolare del potere nelle società borghesi mediante un riferimento al concetto foucaultiano di “governamentalità”, ovvero una forma di potere che non procede tanto attraverso un intervento diretto sulle popolazioni e gli individui, quanto piuttosto attraverso la gestione delle loro condizioni di libertà in funzione di una razionalità di mercato[7]. La sicurezza, dunque, rivela una forma di potere liberale che non riposa prioritariamente sulla repressione delle soggettività ribelli, ma che, piuttosto, persegue la conservazione dello spazio di mercato, del suo regime di libertà particolare e dei rapporti sociali che esso implica. La sicurezza procede sulla base di un calcolo dei costi di fabbricazione della libertà degli individui. Essa valuta in modo permanente i rischi per il mantenimento dell’equilibrio generale del mercato che certe condotte soggettive o di gruppi sociali specifici sono supposti generare.  Gli apparati di sicurezza limitano la libertà in nome della libertà di mercato. Foucault discerne così “al cuore stesso di questa pratica liberale, un rapporto problematico ogni volta diverso, continuamente mobile, tra la produzione della libertà e tutto ciò che, producendola, rischia di limitarla o distruggerla”[8].

Questa logica di calcolo del rischio si colloca al cuore della sicurezza. Essa si dispiega, per esempio, nelle pratiche di gestione dei migranti all’interno dell’Unione Europea. A differenza della metafora guerriera della “fortezza Europa”, Huysmans mostra così come la politica migratoria dell’UE cerchi innanzitutto di preservare uno spazio di libera circolazione delle merci e di alcune categorie di persone, di un eccesso di libertà gestito sulla base del risk managememnt[9]. Gli immigrati si vedono così “inclusi all’interno di una parte della popolazione che è categorizzata come avente una maggiore predisposizione verso una condotta non ottimale o pericolosa della sua libertà, ovvero una condotta di libertà che rischia di dislocare le dinamiche sociali oltre una deviazione normale della norma”[10].

In secondo luogo, per comprendere il contributo della sicurezza alla riproduzione capitalista, conviene studiare il modo in cui questa logica del rischio viene mobilitata all’interno di concrete configurazioni di classe. Nelle democrazie capitaliste occidentali, la formazione di un blocco egemonico che stabilizza i rapporti di classe, non può darsi se non costruendosi in opposizione a una parte delle popolazioni subalterne definite come pericolose. L’orizzonte comune, il Gemeinwesen, proposto attraverso il progetto egemonico della classe dominante non può realizzarsi che nella misura in cui identifica allo stesso tempo ciò che lo minaccia, realmente o no. La costruzione del consenso egemonico non può accontentarsi di riposare unicamente sulla mobilitazione di un immaginario dell’identità collettiva transclassista o sul miglioramento delle condizioni materiali di una larga parte dei lavoratori. Per essere egemonica, una classe dominante deve mettere in opera un progetto che sia in grado di presentare le forme di vita esistenti come ciò che conviene preservare di fronte alla minaccia. Attraverso la sicurezza, la stabilità dell’ordine sociale esistente appare sempre preferibile alla prospettiva di un cambiamento sociale contro il quale, a ragione, la sicurezza ci protegge. La minaccia rende l’esistente preferibile e desiderabile. Attraverso la sicurezza, la questione della sopravvivenza individuale all’interno della società borghese non si limita più alla sola questione materiale della riproduzione della forza lavoro, ma viene legata a un destino comune, presentato come costantemente minacciato. Qualsiasi prospettiva di rottura tende così ad apparire come un regresso di civiltà rispetto al quale la società borghese risulta sempre, trionfalmente, il male minore.

Sull’organizzazione securitaria della totalità sociale

Questa logica del rischio sottende diverse pratiche di potere che suddividono e strutturano la totalità del corpo sociale. La sicurezza non si dispiega solamente dall’alto, dal campo dei professionisti della sicurezza verso il resto della società civile. Innerva in modo reticolare quest’ultima e penetra in profondità la psiche degli individui. La sicurezza contribuisce così alla stabilizzazione di un blocco e di un ordine egemonico nella misura in cui i dispositivi e le pratiche securitarie messi in opera dagli attori della sicurezza generano certi tipi di soggettività egemoniche, che mobilizzano e riproducono le stratificazioni sociali esistenti, in particolare i rapporti di razza.

La concezione particolare dell’ideologia in Gramsci ci permette di cogliere e di specificare le modalità multiple di dispiegamento della sicurezza, così come i suoi effetti. Approcciare la sicurezza a partire dalla prospettiva gramsciana dell’ideologia ci invita a superare la visione dell’ideologia securitaria imperniata attorno al discorso della paura che divide artificialmente le classi subalterne. L’ideologia in Gramsci è molto più di una semplice forma di falsa coscienza o di una concezione del mondo propria a una classe specifica. Essa costituisce una “pratica che produce dei soggetti”[11] attraverso una moltitudine di discorsi e di appigli materiali organizzati attorno a un sistema di valori centrale che articola l’insieme delle rappresentazioni e degli elementi ideologici degli altri gruppi sociali. Questo principio egemonico riproduce così l’ideologia di una classe specifica senza che la prima abbia l’aria di emanare o di essere imposta direttamente ai secondi.

Lungi dal funzionare unicamente sul modo dell’irreggimentazione da parte dello Stato in nome della difesa della nazione, l’ideologia securitaria struttura non solo le forme di vita ma produce anche dei soggetti specifici costruiti sulla base di una razionalità del rischio. I messaggi dispensati negli spazi pubblici che richiamano ogni individuo a essere vigile e a segnalare i “comportamenti sospetti” generano ansia e trasformano al contempo i cittadini ordinari in profilers potenziali, in attori della sicurezza. L’ideologia securitaria cerca di rendere e rende effettivamente l’individuo responsabile della sua propria sicurezza nella misura in cui costui deve costantemente valutare i gradi di rischio delle sue attività e dei rapporti inter-personali che intrattiene. Gli è intimato di tenersi al corrente delle minacce vicine o lontane, di adottare i comportamenti adeguati e di consumare le diverse soluzioni commerciali che dovrebbero proteggerlo dalla minaccia (armi, sistemi d’allarme, anti-virus, applicazioni varie, ecc.).

Del resto, la designazione di popolazioni a rischio non può riassumersi in una strategia deliberata e unitaria volta a creare dei “capri espiatori”. Da una parte, la definizione di ciò che costituisce una minaccia o una popolazione pericolosa, anche se si riferisce a dei fatti oggettivi innegabili e a volte a delle potenzialità sovversive reali, come nel caso delle lotte rivoluzionarie, trova la propria origine nelle identità sociali, negli interessi propri, negli universi mentali e nella competizione degli attori che popolano il mondo “semi-autonomo”[12] della sicurezza. La messa in atto concreta di un progetto egemonico e di un visione securitaria particolare passa così dalle innumerevoli strategie di un moltitudine di apparati egemonici securitari aventi ciascuno i propri interessi particolari. Il consenso islamofobo contemporaneo, per esempio, e la figura del terrorista islamista come minaccia prioritaria sono il prodotto della vittoria delle frange cosiddette “moderne” del mondo della sicurezza, che insistono sull’emergenza di minacce globali, trasversali, post-sovrane e deterritorializzate[13], sulle frange cosiddette “vecchie”, maggiormente focalizzate sulla difesa del territorio sovrano dello Stato di fronte ad altri Stati.

D’altra parte, la caratterizzazione di una popolazione come “pericolosa” non può funzionare che nella misura in cui quest’ultima occupa già una posizione subalterna in seno ai rapporti sociali. L’egemonia del principio securitario ha in particolare come condizione di possibilità la strutturazione razziale dei rapporti sociali in seno alle democrazie capitaliste occidentali. La nozione di razza rinvia qui a un insieme di costruzioni sociali e di pratiche che, sulla base d’assegnazioni biologiche o culturaliste, “attribuiscono una posizione ai differenti gruppi sociali conformemente alle strutture elementari della società”[14], che stratificano le classi subalterne attraverso un sistema di privilegi materiali e simbolici che permette così di guadagnare delle larghe fette di popolazione al progetto egemonico delle classi dominanti.

La razza costituisce una delle condizioni di possibilità della sicurezza nella misura in cui produce delle popolazioni “sacrificabili” che possono essere facilmente in-securizzate. La sicurezza, per contro, corrisponde a una delle principali modalità della riproduzione razziale nella misura in cui costruisce dei soggetti razzializzati non soltanto come degli altri, ma come degli altri pericolosi. La sicurezza non mira dunque tanto a sospendere le libertà politiche e giuridiche borghesi, come lo intende il discorso della sinistra sullo “Stato poliziesco”, quanto a modulare l’esercizio in funzione delle popolazioni che concerne, via degli status giuridici differenziati ma soprattutto via delle pratiche puntuali che rimettono in causa concretamente l’uguaglianza formale dei cittadini. L’estensione dei dispositivi securitari non equivale così a una sospensione della democrazia borghese, a uno stato d’eccezione generalizzato. La securizzazione delle libertà della maggioranza passa piuttosto dall’indebolimento delle libertà delle minoranze. La sicurezza si dispiega così come una moltitudine di micro-eccezioni, di pratiche routinizzate d’inclusione e d’esclusione che garantiscono la normalità capitalista, come un insieme di pratiche “illiberali” in seno ai regimi politici liberali[15].

Mentre la sicurezza tende a essere immaginata a sinistra come un semplice processo di schiacciamento generale delle soggettività ribelli, abbiamo tentato di mostrare come la sicurezza proceda principalmente modulando la libertà e l’uguaglianza formale delle differenti categorie della popolazione. Il consolidamento di un blocco egemonico passa per l’insicurizzazione generale della popolazione, la quale viene prodotta in maniera differenziata: rispondere al “bisogno” di protezione della maggioranza necessita il sacrificio di un minoranza costruita come pericolosa. Ogni riflessione sulle resistenze anti-securitarie deve così prendere in considerazione la pluralità delle esperienze del dominio securitario, cercando di liberare lo spazio per un orizzonte comune di lotta. Del resto, se distruggere delle telecamere, sfuggire alla sorveglianza internettiana grazie a diversi dispositivi, rifiutare di farsi prelevare il DNA, ecc. costituiscono dei gesti senza dubbio utili e a volte necessari, essi possono portarci a pensare che la sicurezza si riassuma in fondo a delle tecniche e a delle tecnologie che permettono la sua messa in atto. Contro una tale concezione reificata della sicurezza, affermiamo che quest’ultima costituisce un rapporto sociale mediato a tutti i livelli della società borghese via un assemblaggio fluido e reticolare di apparati, di pratiche e di rappresentazioni.

Come elaborare allora una critica pratica di questo rapporto sulla base della nostra posizione specifica in seno a tale rapporto stesso? Esattamente come la distruzione delle macchine industriali non poteva condurre alla distruzione della soppressione del dominio capitalistico, così la distruzione o il tentativo di sfuggire alle macchine securitarie per rifugiarsi in un’illusoria “esteriorità” non permette di sfuggire al regno astratto della sicurezza. È dunque sul terreno delle lotte politiche contro l’oppressione securitaria – il controllo attuato sulla base delle sembianze fisiche, la sorveglianza al lavoro, ecc. – e attraverso la presa in considerazione della sua iscrizione nei rapporti di classe, genere e razza che potrà svilupparsi una resistenza globale contro la sicurezza.

NOTE

[1] Michel Foucault, Essential Works, 1954-1984, New Press, 1997, p. 120 .

[2] Cfr. Theodor W. Adorno, Société: Intégration, désintégration. Écrits sociologiques, Payot, 2011.

[3] Antonio Gramsci, Œuvres choisies, Éditions sociales, 1959, p. 436.

[4] Antonio Gramsci, Selections From The Prison Notebooks of Antonio Gramsci, Lawrence & Wishart, 1971, Digital version, The Electronic book company, 1999, p. 533.

[5] Si veda per esempio David Baldwin, «The Concept of Security» Review of International Studies, 23, no. 1, 1997 et Arnold Wolfers, «National Security as an ambiguous symbol», Political Science Quarterly 67, no.

[6] Thierry Balzacq, Tugba Basaran, Didier Bigo, Emmanuel-Pierre Guitet & Christian Olsson, «Security Practices» in Denemark Robert A. ed., International Studies Encyclopedia Online, 2010, p.3.

[7] Michel Foucault, Naissance de la biopolitique. Cours au collège de France. 1978-1979, Gallimard, 2004, p. 31.

[8] Michel Foucault, Sécurité, territoire, population. Cours au collège de France. 1977-1978 , Gallimard, 2004, p. 65.

[9] Jef Huysmans, The politics of insecurity: fear, migration and asylum in the EU, Routledge, 2005. Cfr. anche Andrew Neal, « Securitization and risk at the EU border : the origins of the Frontex », JMCS, vol. n°47, n°2, 2009.

[10] Ibid., p. 111.

[11] Chantal Mouffe, « Hegemony and ideology in Gramsci » in Chantal Mouffe (ed), Gramsci and Marxist Theory, Routledge & Kegan Paul, 1979, p.187.

[12] Didier Bigo, « Guerre, conflits, transnational et territoire » (Partie 1), Cultures & Conflits, n°21-22, 1996.

[13] Didier Bigo, “La mondialisation de l’(in)sécurité ? Réflexions sur le champ des professionnels de la gestion des inquiétudes et analytique de la transnationalisation des processus d’(in)sécurisation?”, Cultures & Conflits, vol. 58, 2006; Mathieu Rigouste, L’ennemi intérieur : la généalogie coloniale et militaire de l’ordre sécuritaire dans la France métropolitaine, La Découverte, 2011.

[14] Stuart Hall in San Juan Jr. E., « Difficultés dans la théorisation marxiste de la race », traduit par Selim Nadi, Revue période, [https://frama.link/G_OjAb9G], consultato il 06/09/2016.

[15] Didier Bigo & Anastassia Tsoukala, « Understanding (in)security », in Terror, insecurity and liberty. Illiberal practices of liberal regimes after 9/11, Routledge, 2008.

 

Riferimenti bibliografici

Theodor W. Adorno, Société : intégration, désintégration. Écrits sociologiques, Payot, 2011.

David Baldwin, « The Concept of Security, » Review of International Studies, 23, no. 1, 1997 et Arnold Wolfers, « National Security as an ambiguous symbol », Political Science Quarterly 67

Thierry Balzacq, Tugba Basaran, Didier Bigo, Emmanuel-Pierre Guitet & Christian Olsson, « Security Practices » in Denemark Robert A. ed., International Studies Encyclopedia Online, 2010, p.3.

Michel Foucault, Essential Works, 1954-1984, New Press, 1997, p. 120.

Antonio Gramsci, Œuvres choisies, Éditions sociales, 1959, p.436.

Antonio Gramsci, Selections From The Prison Notebooks of Antonio Gramsci, Lawrence & Wishart , 1971, Digital version, The Electronic book company, 1999, p. 533.

 

Immagine in apertura: Photo d’Aurélien Gillier

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