Di seguito pubblichiamo – nell’ambito del dibattito su neo-operaismo e decrescita, avviato dal testo di Emanuele Leonardi –  un estratto dal libro di Ottavio Marzocca, Transizioni senza meta: Oltremarxismo e antieconomia (Mimesis, Milano 1998). Malgrado la lontananza nel tempo della sua pubblicazione, questo libro ha ancora un notevole interesse, poiché l’autore vi esamina – fra l’altro – quel passaggio cruciale degli anni Settanta in cui si consumò la crisi dell’operaismo del decennio precedente. Qui ne proponiamo il paragrafo 6 del primo capitolo (pp. 34-39), nel quale Marzocca ricostruisce il maturare dei due diversi atteggiamenti verso il lavoro scaturiti da quella crisi che a sua volta aveva la sua ragione principale nel declino della “centralità” dell’operaio massa. In queste pagine l’autore offre anche indicazioni importanti sulle ragioni per cui il neo-operaismo, da quel momento, superò progressivamente l’uso politico dell’idea di rifiuto del lavoro.

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Così Negri ricostruiva nel 1988 il processo che aveva portato alla presa di coscienza delle trasformazioni qui ricordate [polverizzazione della produzione, capitalismo molecolare, fabbrica diffusa, informatizzazione, etc. – NdR] da parte della componente “anti-istituzionale” dell’operaismo:

“Quando (attorno al 1968) cominciammo a pensare che l’epoca dell’operaio massa era terminata, gli amici si inquietarono e i nemici sorrisero malevoli: da troppo poco tempo (nei primi anni Sessanta) avevamo proclamato il concetto di operaio massa per poterci ora permettere di lasciarlo… Ma non era colpa nostra se eravamo costretti a rincorrere la storia! In effetti, in gran parte dell’Europa, l’operaio massa fu esposto nel suo concetto e organizzato nella sua realtà quando il suo ciclo stava per terminare. […] noi stessi credemmo, sia pure per un brevissimo periodo, di “anticipare” – come si diceva allora – rispetto allo sviluppo capitalistico – sciocchi arrivavamo buon’ultimi. La rivoluzione capitalistica che aveva prodotto l’operaio massa e che aveva imputato al lavoro massificato la produzione di valore, aveva avuto il suo apogeo nella crisi del ’29 – ma era in corso fin dalla prima guerra mondiale. […] Quando noi, di fronte alla straordinaria accumulazione di forza lavoro massificata fra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta, gridiamo alla nascita dell’operaio massa, in realtà onoriamo il tramonto del ciclo. […] Di contro, l’intuizione del costituirsi storico e politico dell’operaio sociale fu una vera e propria anticipazione – anticipazione conoscitiva e politica[i].”

La sfida teorica mediante la quale Negri e l’area politica dell'”autonomia operaia” cercarono di identificare l’insieme delle forze sociali coinvolte nei processi di trasformazione innescati dalla crisi del modello tayloristico della produzione, fu dunque l’elaborazione della nozione di operaio sociale[ii].

“Dinanzi alle imponenti modificazioni provocate – o in via di essere determinate – dalla ristrutturazione, il corpo di classe operaia si distende ed articola in corpo di classe sociale, in proletariato. Ma questo distendersi ed articolarsi non è inerme. La negatività della risposta capitalistica alla lotta dell’operaio‑massa è rovesciata nella sintesi della socializzazione del lavoro vivo, come lotta e insubordinazione crescenti. È un’ipotesi sconvolgente quella che comincia a configurarsi, la categoria “classe operaia” va in crisi ma continua a produrre tutti gli effetti che gli sono propri sul terreno sociale intero, come proletariato. […]. Dopo che il proletario si era fatto operaio, ora il processo è inverso: l’operaio si fa operaio terziario, operaio sociale, operaio proletario, proletario[iii].”

Diversamente, Tronti indicò nel profilarsi di una struttura socio-economica basata sulla “fabbrica diffusa” e sulla terziarizzazione immateriale soprattutto i sintomi di una temibile disgregazione sociale e di un attacco al lavoro produttivo, che – secondo lui – richiedevano con urgenza uno sforzo di ricostituzione politica della centralità operaia attraverso la partecipazione diretta del Partito Comunista alla gestione dello Stato.

“È chiaro – affermava Tronti – che ci sono condizioni materiali che provocano il processo della disgregazione sociale, le spinte degli interessi corporativi, l’esasperazione delle contraddizioni secondarie, ma queste non sono solo il prodotto spontaneo dello sviluppo capitalistico, così come non sono l’effetto meccanico di un modello di funzionamento delle lotte operaie; sono, tra l’altro, anche la scelta di una via di contenimento della forza operaia […]. I compagni che teorizzano la nuova figura rivoluzionaria dell’operaio che esce dalla fabbrica per occupare il sociale, seguendo la trama di decentramento del lavoro, contenuta nella fabbrica diffusa, incontrandosi con i processi di proletarizzazione del terziario e del… quaternario, dovrebbero riflettere sul fatto che ci troviamo di fronte a un processo guidato che mira all’isolamento politico della classe operaia di fabbrica. […] È possibile oggi sganciare non la classe operaia, ma la centralità politica della classe operaia dal luogo fisico di erogazione del lavoro produttivo? È possibile sganciare la centralità operaia dal riferimento obbligato a quella figura storica dell’operaio collettivo, che è l’operaio massa? E’ un’operazione pericolosa. Tirar via da sotto i piedi della centralità operaia la terra ferma dei rapporti oggettivi, degli elementi strutturali, rischia di farla volare poi in mezzo ai fumi dei “valori”. Il valore del lavoro […] non fonda la moderna centralità operaia, fonda il suo contrario, l’antica ottocentesca centralità del rapporto singolo di capitale, davanti a cui stava la dispersa massa proletaria delle classi subalterne. Non ci serve. […] È necessario trovare un altro e più funzionale ancoraggio oggettivo al concetto di centralità operaia. L’attracco con la politica è la prova del momento. Il rapporto partito politico‑gestione della macchina statale è il terreno fondamentale oggi in tutte le esperienze di governo della contraddizione sociale, nel capitalismo come nel socialismo[iv].”

L’intenzione teorica, espressa da Negri, di forzare attraverso la nozione di operaio sociale la ricerca di un nesso politico immediato, “come lotta e insubordinazione crescenti”, fra l’emergere di nuove figure e l’evoluzione della presenza operaia, fu in gran parte il frutto di una propensione a leggere sempre in termini di attualità del comunismo le tensioni e le metamorfosi della potenza produttiva e riproduttiva della società. Comunque, effettivamente non era possibile considerare come meramente congiunturali e tattici i cambiamenti in atto senza rischiare di ridurre l’iniziativa politica ad una pratica puramente difensiva dei vecchi assetti socio‑produttivi o ad interventi di tipo repressivo verso le figure sociali che destabilizzavano la “centralità operaia”[v]. Il che, peraltro, si verificò puntualmente da parte del Partito Comunista che, appena entrato nell’area politica di governo, si dimostrò incapace di interpretare positivamente le istanze espresse dal movimento giovanile del 1977, di andare oltre l’aspra condanna del suo “ribellismo” e di scongiurare in modo non meramente poliziesco la sua irriducibilità al riformismo o la deriva terroristica di alcuni suoi settori[vi]. In questo contesto, il tentativo trontiano di aggirare o di condizionare le trasformazioni in atto mediante l'”autonomia del politico”, ovvero con l’esaltazione del ruolo istituzionale del Partito, equivalse di fatto a una liquidazione della matrice originaria dell’operaismo, cioè a considerare il “comando operaio sullo Stato come problema separato dal comando sulla produzione”[vii]. Quel tentativo, perciò, restò inscritto nel pur prevedibile fallimento della breve stagione del “compromesso storico” e della “solidarietà nazionale” tra il movimento operaio istituzionale e le forze politiche più aduse alla gestione dello Sato[viii].

Oggi, tuttavia, è difficile non considerare che neppure la percezione acuta da parte dell'”autonomia operaia” del valore strategico delle tendenze nuove poté impedire che fenomeni come quelli della “fabbrica diffusa”, della “terziarizzazione” e della “mediatizzazione” sociale, negli anni successivi si prestassero ad essere facilmente tradotti in termini di territorializzazione particolaristica ed economicistica della cooperazione sociale (leghismo nordista) e di deterritorializzazione telecratica e neoconsumistica delle nuove forme della comunicazione e della riproduzione (berlusconismo). Se la sconfitta dell'”autonomia operaia” è stata, ovviamente, un fattore intrascurabile a tale riguardo, sarebbe forse meramente consolatorio pensare che, in caso contrario, i protagonisti della nuova produzione microfisica e della nuova riproduzione mediatica della società del capitale avrebbero assunto orientamenti sostanzialmente diversi da quelli che hanno effettivamente assunto. Del resto, la stessa “autonomia operaia”, coltivando la nozione di “operaio sociale” e rinnovando così l’imprescindibilità politica della centralità del lavoro, stringeva inestricabilmente il legame fra la liberazione sociale e le sorti della produzione e dell’economia, sia pure adottando una posizione antagonistica.

Dunque, certamente l’ancoraggio della centralità dell’operaio massa al ruolo istituzionale del Partito e all'”autonomia del politico” fu proposta del tutto incongrua rispetto alla complessità della situazione, cioè rispetto alla diffusione dei processi produttivi, alla dematerializzazione dei sistemi riproduttivi e, ancor più, all’extra-politicità e alla sovra‑statualità degli strumenti di cui l’ordine capitalistico cominciava a dotarsi con il progressivo privilegiamento del “quadro” monetario internazionale e della sfera della comunicazione meta-territoriale. D’altra parte, è vero che l’esplosione del movimento del “proletariato giovanile” del 1977 pose problemi certamente ingestibili nell’ottica statocentrica dell’operaismo entrista e sembrò confortare la tesi della nascita dell’operaio sociale, ma probabilmente offrì anche la facile illusione che una seria riflessione sul carattere eteronomo dei nuovi “fattori” trans-economici e meta-politici del capitalismo postmoderno fosse sostanzialmente inutile, accademica o costituisse solo un diversivo da lasciar perdere di fronte al riacutizzarsi tangibile delle “contraddizioni materiali”[ix].

In realtà le allusioni di quel movimento all’esaurimento non soltanto della centralità della fabbrica classica, ma pure di quella del lavoro in quanto tale, per quanto non venissero ignorate, non furono valorizzate efficacemente anche perché non si colse pienamente la definitiva irreversibilità della smania di autonomia del capitale maturo, della sua prepotente “volontà di indifferenza” nei confronti del lavoro, e la vanificazione di ogni centralità effettiva di quest’ultimo mediante i modi e le sedi disparate della sua dispersione e neutralizzazione.

Si potrebbe dire allora che, in un tempo relativamente breve, l’operaismo, dopo aver fornito schemi efficaci per riconoscere il rapporto di sfruttamento, coglierne le specificità e stimolarne una lettura politica (anche in termini antagonistici di “rifiuto del lavoro”) si è posto ben presto all’inseguimento di dinamiche sociali che eccedono lo schema della centralità della produzione e della figura operaia proprio attraverso la socializzazione e la dematerializzazione, e ha cercato di resistere alle conseguenze profonde che tali dinamiche hanno sulla sostenibilità politica della potenza liberatrice del “lavoro vivo”.

Perciò, la centralità del lavoro, nelle sue forme vecchie e nuove (operaio massa, operaio sociale, lavoro immateriale), è rimasta in definitiva un dogma inviolabile. Non solo la proposta trontiana di “conservazione” forzosa del ruolo dell’operaio massa è significativa in tal senso, ma lo è, evidentemente, anche l’attribuzione alla figura composita e fluida dell’operaio sociale di una soggettività e di una capacità liberatoria basate sulla sua forza produttiva e sulla sua essenza lavorativa. Questa forza e questa essenza, infatti, sono state sempre più esaltate con il trascorrere del tempo, quando, ad esempio, nelle “mille varietà del ‘modello giapponese'” Negri ha intravisto l’oggettivo configurarsi di “un alto grado di consolidamento della soggettività collettiva” e ha sostenuto che “nella società contemporanea il lavoro produttivo tende a proporre dimensioni di senso sociale completamente immanenti, indipendenti da qualsiasi coercizione alla cooperazione che possa essere posta al di fuori del lavoro stesso”[x].

Se, in generale, la storica fecondità della rilettura della critica dell’economia politica compiuta dall’operaismo consente di concepire (deleuzianamente e foucaultianamente) il pensiero di Marx come una formidabile “cassetta di attrezzi” analitici, teorici e pratici, la mancata problematizzazione della centralità del lavoro, viceversa, lascia aperta la possibilità di ridurre tale pensiero a presupposto teorico‑filosofico di una ontologia dell’uomo come produttore. Diviene perciò difficile sfuggire all’idea di una potenza costituente del “lavoro vivo”, che si lascerebbe avvertire sempre e comunque, nello sfruttamento, nella lotta o nella ristrutturazione, come riscatto virtuale o attuale, ma di fatto innegabile.

NOTE

[i]           A. NEGRI, Fine secolo. Un manifesto per l’operaio sociale, Sugarco, Milano 1988, pp. 53-54.

[ii]           In proposito, di questo autore si vedano soprattutto: Proletari e stato, Feltrinelli, Milano 1976; Dall’operaio massa all’operaio sociale, Multhipla, Milano 1979; Marx oltre Marx, Feltrinelli, Milano 1979, oltre che Fine secolo, cit.

[iii]          A. NEGRI, Proletari e Stato, cit., p. 15.

[iv]          M. TRONTI, relazione letta al Convegno su “Operaismo e centralità operaia”, organizzato dall’Istituto Gramsci e tenutosi a Padova nei giorni 26 e 27 novembre 1977, in AA. VV., Operaismo e centralità operaia, Editori Riuniti, Roma 1978, pp. 18-21. Si vedano inoltre, dello stesso autore, Sull’autonomia del politico, Feltrinelli, Milano 1977; ID., Soggetti Crisi Potere, Cappelli, Bologna 1980, e ID., Il tempo della politica, Editori Riuniti, Roma 1980. Esemplare rispetto alla posizione richiamata nel testo è pure il volume di A. ASOR ROSA, Le due società, Einaudi, Torino 1977.

[v]           In tal senso si veda A. MAGNAGHI, intervento al Convegno già citato, in AA.VV., Operaismo e centralità operaia, cit., pp. 167-177.

[vi]          Molto utile è la lettura di alcuni fra i numerosi volumi riguardanti il movimento del 1977, fra i quali segnaliamo: AA.VV., Millenovecentosettantasette, Manifestolibri, Roma 1997; AA.VV., Settantasette. La rivoluzione che viene, Castelvecchi, Roma 1997; F. BERARDI (BIFO), Dell’innocenza, ombre corte, Verona 1997.

[vii]          A. MAGNAGHI, intervento cit., p. 172.

[viii]         Sull'”autonomia del politico” e sul confronto fra le posizioni trontiane e quelle dell'”autonomia operaia” si vedano, tra i numerosi materiali prodotti all’epoca, gli scritti di L. BERTI, L’idea del potere e F. FISTETTI, Forma-stato e forma-partito, entrambi in “aut aut”, n. 169, 1979, pp. 51-68 e 69-82; A. ILLUMINATI, Da Hobbes a Tronti e R. TOMMASINI, Fabbrica-Stato e centralità operaia, entrambi in “aut aut”, n. 165‑166, 1978, pp. 152‑157 e 158‑181. Sul “compromesso storico” cfr. E. BERLINGUER, Alleanze sociali e schieramenti politici, in “Rinascita”, n. 40, 1973, e A. NEGRI, Stato, spesa pubblica e fatiscenza del compromesso storico, in ID., La forma stato, Feltrinelli, Milano 1977, pp. 233-269. Si consideri inoltre il ritardo ventennale e l’ormai vana vivacità delle posizioni critiche su quel tentativo politico-istituzionale, espresse da alcuni degli analisti più organici all’organizzazione partitica che se ne era fatta promotrice: M. MAFAI, Dimenticare Berlinguer, Donzelli, Roma 1996, e G. CHIARANTE, Da Togliatti a D’Alema, Laterza, Bari 1996.

[ix]          Cfr. in proposito la nota introduttiva ai Saggi sulla moneta, in “Quaderni di Primo Maggio”, n. 2, 1978, cit., p. 2.

[x]           M. HARDT, A. NEGRI, Il lavoro di Dioniso, Manifestolibri, Roma 1995, pp. 102‑103 e 134.

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