A partire dal dibattito sul divieto di indossare in alcune spiagge francesi il burkini e più in generale sulla questione degli obblighi di comportamento e di costume imposti dalla religione o dallo Stato (discussione che ha animato, in questi giorni, anche la comunità di Effimera), pubblichiamo un intervento di Etienne Balibar, uscito il 29 agosto scorso su Libération, sulla trasformazione del concetto di laicità che trasla verso forme di “laicismo identitario”. La traduzione è di Davide Gallo Lassere, che ringraziamo

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Grazie all’ordinanza del Conseil d’État, si eviterà di vedere in Francia una polizia dei costumi, incaricata non di forzare le donne a portare il velo, ma di forzarle a toglierselo. L’esercizio delle libertà deve primeggiare nella misura del possibile sulle esigenze dell’ordine pubblico, che per definizione le restringe. In democrazia i diritti delle donne appartengono alla loro decisione, e non a una griglia interpretativa apposta sul loro comportamento per “forzarle di essere libere”. La laicità è un obbligo di neutralità dello Stato nei confronti dei cittadini e non un obbligo ideologico dei cittadini nei confronti dello Stato.

Assieme ad altri, considero questi semplici ragionamenti come fondamentali. In quanto arrestano il tentativo di sfruttare i sentimenti suscitati dalla serie di attentati perpetrati in nome dell’islam per combinare un laicismo integralista con una strategia di esacerbazione del nazionalismo, essi susciteranno una contro-offensiva. Più importante della guerriglia di alcuni eletti contro l’ordine giudiziario sarà tuttavia la proposta di legiferare, superando un’ennesima soglia, sul divieto nello spazio pubblico dei segni di appartenenza ad una certa religione. La posta in palio sarà elevata, in quanto è ormai chiaro che una tale legislazione non richiede una semplice revisione costituzionale, ma comporta una deriva dallo Stato di diritto verso lo Stato d’eccezione.

Altrettanto importanti le implicazioni in materia di concezione e di istituzione della laicità, dove sorge una difficoltà che richiede una delucidazione filosofica. È infatti necessario un’analisi “genealogica” su ciò che è stata la laicità in Francia e su ciò che sta divenendo al momento attuale. E, su questa base, bisogna dibattere a proposito di ciò che va conservato, prolungato o abbandonato, ma anche rivisto affinché il significato del principio non si trovi tradotto nel suo contrario.

Storicamente, l’idea di laicità in Francia si divide tra due concezioni, entrambe derivate dallo scontro secolare tra cattolicesimo e repubblicanesimo. Régis Debray le aveva battezzate “repubblicane” e “democratiche”, ma quest’alternativa non è soddisfacente in quanto vi sono degli elementi democratici in entrambe, come entrambe appartengono alla tradizione repubblicana. Direi che la prima, lontanamente ispirata da Hobbes, è statalista e “autoritaria”, mentre la seconda, in parte derivata dalle concezioni di Locke, è liberale e anche tendenzialmente “libertaria”. La prima include la laicità come un pezzo essenziale del primato “normativo” dell’ordine pubblico sulle attività e le opinioni private, la seconda pone l’autonomia della società civile, e delle libertà di coscienza e d’espressione, come norma di cui lo Stato deve farsi servitore e garante. La legge di separazione [tra Stato e chiesa] del 1905 non ha tanto segnato il trionfo della seconda concezione sulla prima, quanto una correzione dei progetti anticlericali di “laicizzazione della società” a mezzo di garanzie delle libertà individuali e collettive – ciò che permette evidentemente di richiamarsi ad essa ogni volta che la laicità dello Stato è minacciata nella sua esistenza o nel suo carattere democratico.

A differenza di interpreti eccellenti, non penso che la laicità identitaria di cui vediamo oggi svilupparsi il programma sia a destra che a sinistra dello scacchiere politico, rappresenti una semplice accentuazione dell’eredità hobbesiana o la sua rivincita sull’interpretazione liberale, anche se vedo bene quali argomenti abbiano favorito la strumentalizzazione di una concezione giuridica, morale e pedagogica dell’autorità pubblica, il suo scivolamento verso l’idea di un “ordine dei valori” battezzati come repubblicani o laici, ma in realtà nazionalisti e islamofobi. Credo che si sia piuttosto prodotta una mutazione.

L’equazione simbolica che sottende la laicità identitaria deve infatti essere restituita in tutta la sua estensione: ciò che pone, è che l’identità della République risiede nella laicità, e, correlativamente, che la laicità deve servire all’assimilazione delle popolazioni di origine straniera (ossia: coloniale e postcoloniale), sempre ancora suscettibili, a causa delle loro credenze religiose, di costituire dei “corpi estranei” in seno alla nazione. Ossessionata dalla necessità di arrestare il comunitarismo, questa dinamica costruisce dunque (attraverso dei “valori”, ma anche delle norme e dei divieti culturali) un comunitarismo di Stato. Ma vi è ancora di peggio, soprattutto nella congiuntura attuale: il simmetrico, o il sinonimo contrario, dell’assimilazione è l’acculturazione. Ora, questa nozione è la punta di diamante dell’offensiva ideologica del fondamentalismo islamico che denuncia il dominio della civiltà “cristiana” e “secolare” sulle comunità mussulmane in Europa (e sulle società arabo-mussulmane “modernizzate”), mettendola persino a frutto, in certe occasioni, per legittimare la jihad, com’è possibile leggere su molteplici siti internet. La costruzione della laicità come identità collettiva, nazionale, sottende l’idea che la République implichi l’assimilazione (e non solamente l’integrazione alla vita sociale e all’espletamento degli obblighi civili), venendo così attirata nello scenario della rivalità mimetica assieme al discorso totalitario, da cui, al contempo, la politica francese pretende premunirsi. Il meno che si possa dire è che una tale costruzione non servirà né a comprendere la natura dei pericoli né, siccome “siamo in guerra”, a forgiare la solidarietà dei cittadini.

Con ogni evidenza, il sorgere di questo “mostro” che è la laicità identitaria non è un fenomeno isolabile dalle molteplici tendenze all’esacerbazione dei nazionalismi e allo “scontro di civiltà” che, in linea con violenze estreme, si producono nel mondo attuale. Ciononostante, la forma “francese” mantiene delle proprie specificità. Essa ci turba profondamente in quanto tende a rovesciare la funzione politica di un principio che ha giocato un ruolo essenziale nella nostra storia politica: potremmo persino dire che un certo laicismo ha ora preso il posto una volta occupato da un certo clericalismo. Reagire è vitale. Ma bisogna comprendere ciò che sta succedendo, ritracciare i “fronti”, e non rigiocare le vecchie battaglie dell’identità.

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