Negli ultimi mesi, una bolla seculativa ha interessato il Bitcoin, la moneta digitale lanciata dalla galassia hacker alternativa nel 2009 come possibile nuovo strumento monetario per realizzare scambi privati, al di fuori del controllo dei potentati creditizi-finanziari. E’ stato scritto che il Bitcoin potrebbe rappresentare una minaccia al sistema della moneta “fiat”, quella emessa dalle Banche Centrali. Ma è proprio così? E’ possibile pensare a circuiti finanziari alternativi?

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Arricchimento, clamore, volatilità. Queste le parole associate, di recente, al fenomeno “Bitcoin” (BTC) e, in generale, delle monete virtuali o criptomonete, come vengono definite.

Molti, anche in Italia, soprattutto nell’ultimo mese, ne hanno sentito parlare. Pochi ancora sanno cosa sono. Tutti però le associano a possibilità di ricchezza improvvisa.

Il BTC e le altre circa 40 monete nate in sua emulazione, sono semplicemente file criptati ovvero sequenze alfanumeriche (numeri e lettere) generate da computer – a seguito della esecuzione e risoluzione di un determinato algoritmo –  collocati all’interno di una rete “peer to peer”.

L’algoritmo è specifico per ogni “moneta”.

Esistono anche “suite” per la creazione di monete “fai da te”: algoritimi che generano algoritmi, che generano stringhe.

L’idea di per se non è nuova; già le istituzioni governative e bancarie nazionali, da diverso tempo, hanno intrapreso la strada di attribuire valore monetario a sequenze di numeri create artificialmente sulla base delle dinamiche del debito/credito statale, aziendale e personale. L’algoritmo è ovviamente diverso; in questo contesto la sua funzione è assolta dalle percentuali di riserva delle banche, dai tassi di interesse e dalla semplice decisione (il… “fiat” non “lux” ma “currency”) di generare moneta. Il “quantitative easing” della Fed, (Banca Centrale USA) ad esempio, genera 85 miliardi di dollari al mese. L’Ltro della BCE, ne è un altro esempio, se pure con leggere differenze rispetto al primo.

Oggi, dopo la fine di Bretton Woods, assistiamo alla completa smaterializzazione della moneta. Il suo valore, convenzionalmente fissato nel 1944 a Bretton Woods dalla parità fissa con l’oro nel rapporto di 35 dollari US per oncia d’oro, è decaduto. Da moneta “merce” e moneta “oro” si passa alla moneta come “puro segno” (Marx), passaggio che, grazie al processo di finanziarizzazione, ha di fatto ridotto il peso dei diritti di signoraggio e anche la possibilità da parte delle Banche Centrali di controllare in toto la massa monetaria in circolazione e il moltiplicatore creditizio e finanziario che ne consegue.

La moneta, in questo modo, si smaterializza del tutto. Oggi la moneta non è più una merce o un bene. Non esiste più un’unità di misura del valore della moneta, come il metro per la lunghezza o il chilogrammo per il peso. A prescindere dal fatto che esistono ancora i monopoli di emissione e i diritti di signoraggio, a prescindere dalla struttura proprietaria, in quanto non più un bene, la moneta non può neanche essere definita bene comune. Con la fine degli accordi di Bretton Woods, il valore della moneta non è più determinato esclusivamente da chi la emette. La sovranità monetaria (nazionale o sovranazionale, che sia), la cui governance è il compito della Banca Centrale, tende a perdere sempre più significato.

Sino alla crisi del fordismo, l’istituto della Banca Centrale ha avuto il compito di esercitare un controllo puntuale e diretto sulla quantità di banconote e monete coniate dalla Zecca nazionale. Ma il 95% della moneta circolante è oggi erogato da banche private nella forma di prestiti o attività speculative; su questa quota della moneta circolante la Banca Centrale ha solo un controllo molto indiretto tramite l’imposizione della riserva obbligatoria sull’ammontare dei depositi. Ciò significa che, nonostante la Banca Centrale possa unilateralmente e autonomamente fissare i tassi d’interesse e imporre una riserva obbligatoria alle banche, la quantità di moneta in circolazione è sempre meno controllabile dalla stessa Banca Centrale. In un sistema capitalistico che si basa su un’economia finanziaria di produzione, la quantità di moneta esistente viene endogeneamente determinata dal livello di attività economica che si registra e dall’evoluzione delle convenzioni finanziarie che regolano il mercato internazionale della finanza e delle valute. La Banca Centrale può solo cercare di aumentare o di ridurre la massa monetaria circolante, ma nulla più. Tale possibilità viene oggi ulteriormente ridotta dal nuovo ruolo che hanno assunto i mercati finanziari, sia nel finanziare l’attività di investimento (tramite le plusvalenze generate), sia come creatori di titoli altamente liquidi (definita “near money”, “quasi moneta”).

Di fatto, in modo paradossale, i poteri discrezionali delle Banche Centrali sono tanto più diminuiti quanto più esse stesse sono diventate istituzioni politicamente indipendenti. Di conseguenza, i poteri gestionali del settore bancario e, tramite la regolazione dei tassi d’interesse, dell’intero sistema economico della Banca Centrale sono sempre più ancillari alle dinamiche che si svolgono sui mercati finanziari e quindi sempre più dipendenti dalle oligarchie che li dominano.

Ciò significa che nel bio-capitalismo cognitivo, la moneta e la determinazione del suo valore non è più sotto il controllo della Banca Centrale, cioè dell’istituto che, formalmente, la emette. Nel momento stesso in cui la moneta è pura moneta segno, essa sfugge a ogni controllo pubblico. La moneta perde lo stato di “bene di proprietà pubblica”. Il suo valore viene determinato, di volta in volta, dall’operare dell’attività speculativa dei mercati finanziari. Le sue funzioni di mezzo di pagamento e unità di conto (misura del valore), nonché di riserva di valore e di strumento di finanziamento dell’attività di accumulazione /valorizzazione, sfuggono a qualsiasi controllo. Nel momento in cui la sua quantità e le modalità di circolazione vengono determinate dalle convenzioni che si determinano sui mercati finanziari,sempre più concentrati, la moneta è ostaggio delle aspettative che le oligarchie (o meglio, la dittatura delle oligarchie) dei mercati finanziari di volta in volta è in grado di esercitare. Oggi, possiamo affermare che la creazione di moneta-finanza è esatta espressione del comunismo del capitale. Ne è riprova il fatto che le scelte statuali di politica monetaria sono in funzioni della dinamica finanziaria. Gli stessi tassi d’interessi non sono più controllabili in toto dalla politica monetaria.

La moneta contemporanea è, dunque, espressione del biopotere finanziario, in quanto il suo valore è determinato dalle convenzioni finanziarie che la governance dell’espropriazione del  comune è, di volta in volta, a secondo delle condizioni, in grado di imporre.

Nel caso delle cripotmonete, la novità principale risiede nella sostituzione nel soggetto decisionale: non più istituzioni deputate, (assai poco) democraticamente, alla gestione della politica monetaria e finanziaria, bensì la moltitudine dei singoli individui che decidono di produrre o “estrarre” le “stringhe” con i loro computer in rete e quella di singoli individui che decidono (fidandosi) di riconoscere valore monetario a quelle stringhe generate.

In un’epoca macchinico-algoritmica come quella in cui viviamo, non deve stupire che la moneta non si stampi più ma si generi e che la fiducia non sia più riposta nell’agire umano ma nella correttezza formale di un algoritmo eseguito da macchine e/o da decisioni di elite tecno-finanziarie.

Proprio la sfiducia nell’agire etico e politico è alla base della nascita delle criptomonete. Il dipendere delle monete tradizionali da soggetti istituzionali le cui decisioni non sono più ritenute tutelanti l’individuo e la sua libertà, ha spinto i creatori delle criptomonete e i loro principali fautori a cercare detta tutela nella azione imparziale delle macchine.

Per molti di essi anche il processo democratico potrebbe – anzi, dovrebbe – essere sostituito da decisioni algoritmizzate eseguite con imparzialità da computer.

La giustizia è imparzialità, e la politica, che non appare più in grado di attuarla, deve essere sostituita da macchine il cui comportamento non è condizionato da particolarismi di alcun genere.

Anche le esperienze politiche della cosiddetta “democrazia elettronica” vanno in questa direzione, pur non prevedendo la completa sostituzione – per ora – del “data processing” alla decisione collettiva.

Peccato, però, che la politica – nella sua accezione orientata all’equità sociale – sia, al contrario, proprio scelta di “parzialità” e che la giustizia sociale possa determinarsi solo dell’assunzione di decisioni di “parte” che privilegino cioè la riduzione delle condizioni di sfavore in cui i molti versano rispetto ai pochi (sempre più ricchi).

Invece di mutare la politica, la si elimina e ci si affida ad un “regolatore elettronico” nella soluzione dei problemi di convivenza collettiva, che vengono ricondotti alla sola maggiore o minore libertà dell’individuo.

In quest’ottica, la moneta creata da algoritmi rischia di essere concepita di fatto come neutrale al sistema di produzione e distribuzione della ricchezza.

La società del “problem solving”, dell’esistenza individuale, sta lentamente soppiantando la società del benessere collettivo di matrice otto-novecentesca. Dall’assunto che solo in un società giusta l’individuo può star bene, si passa all’assunto che solo se l’individuo sta bene si potrà avere una società migliore.

E’ chiaro che la tecnologia – in particolare quella sviluppatasi dagli anni ‘70 con il passaggio dall’era del transistor a quella del chip e, di lì a poco, della rete – ha effettivamente donato il fuoco prometeico all’individuo necessario per la sua liberazione dalle vecchie soggettivazioni e il suo assorgere ad assoluto ontologico, connotato dall’imperativo esistenziale della massimizzazione del piacere e del profitto, e che trova la propria traduzione nel dispositivo ideologico dell’individualismo proprietario.

La logica del linguaggio macchina con il suo procedere per soluzioni di algoritmi, finisce per influenzare anche la relazione dell’individuo con la realtà rappresentata, per l’appunto, come “problematica” e alla quale relazionarsi, quindi, in termini di ricerca di soluzioni piuttosto che come esperienza da vivere.

Anche l’ “altro”, gli “altri”, assumono connotato problematico in luogo di quello di incontro e opportunità di condivisione politica ed etica di relazioni umane volte alla liberazione del desiderio e la soddisfazione dei bisogni.

La promessa della tecnologia non si esaurisce in un fuoco istantaneo: quella donata da Prometeo è di origine divina, quindi inesauribile. Promette un futuro oltre ciò che mantiene nel presente, spingendo il desiderio dell’individuo oltre i limiti dell’uomo, oltre i suoi confini biologici verso l’ibridizzazione di una nuova specie. L’uomo “incorpora” (in senso letterale) la tecnologia, quanto la tecnologia stessa innesta l’uomo nelle sue meccaniche sistemiche.

Forse le biotecnologie, la bionica e, in generale, le interfacce neurali uomo/macchina rappresentano il confine attuale di questa mutazione. Forse sarà l’alba di una nuova fase dell’evoluzione dell’uomo al quale la tecnologia promette, in cambio, la soluzione del grande mistero della morte.

Ma, quando si guarda l’abisso anche l’abisso guarda dentro di noi …

Nel frattempo, nel presente, già profonde sono le mutazioni avvenute.

Non stupisce che, dagli anni ’90, finanza e tecnologia abbiano stretto un sodalizio nel reciproco sviluppo, al quale il diritto, in tutte le sue articolazioni, non ha fatto altro che fornire legittimazione alle nuove libertà dell’individuo tecnocratico votato al profitto e, dietro il cui imperativo e dispositivo libertario, vecchie e nuove elite di potere hanno riproposto, in chiave neoliberista, modalità di controllo e segregazione sociale.

Non stupisce neanche come, nel caso delle criptomonete, sia proprio la tanto agognata libertà dell’individuo a determinare l’attuale fase della loro evoluzione in una direzione alquanto diversa, forse, da quella inizialmente ipotizzata.

Il Bitcoin nasce come moneta – prodotta da reti “peer to peer” in modo decentrato e anonimo – da utilizzare per la funzione principale della moneta ovvero come mezzo di scambio. Sin dalla sua origine – circa 4 anni fa – tuttavia, il suo valore è stato definito dalla rapporto di conversione con il dollaro USA, al quale si sono poi aggiunte nel tempo altre valute quali Euro, Sterlina inglese, Rublo russo e Yuan cinese. Il BTC quindi rientra anch’esso nel sistema del dollar index anche se, non avendo valore legale, non è riconosciuto e attuato alcun cambio con le citate valute.

Circa la sua diffusione quale mezzo di pagamento, dalla sua nascita un numero sempre maggiore di esercizi commerciali – in gran parte del commercio elettronico ma non solo – lo ha accettato nelle transazioni, sempre ancorando il prezzo dei beni e servizi al loro valore in dollari, ancora oggi valuta internazionale di riferimento. Come noto il BTC è anche il mezzo di pagamento più diffuso in rete per le transazioni illegali che avvengono nel cosiddetto “deep web” ove sono considerate valore aggiunto l’anonimato e la (apparente) irrintracciabilità degli attori delle transazioni.

Fino a circa 3 anni fa, il valore del BTC era di 9 dollari USA, a mala pena sufficiente a coprire i costi necessari alla sua generazione da parte di coloro che con i loro computer decidevano di entrare nella rete “peer to peer” necessaria alla produzione o, come si dice, “estrazione” della stringa/moneta.

I costi erano relativi all’allestimento di un computer in grado di elevata capacità di calcolo e a quelli (non irrilevanti) della corrente elettrica.

Due caratteristiche insite nell’algoritmo del BTC (e comune a tutte le criptomonete) ne rendevano rischioso ulteriormente l’investimento: il numero finito di stringhe estraibili – massimo 21 milioni per il BTC – e l’incremento progressivo della difficoltà di estrazione delle “stringhe”, relazionato al numero totali estratto e alla quantità e capacità di elaborazione complessiva progressivamente espressa dalla rete. Questo, al contempo, lasciava intendere che, all’avvicinarsi del raggiungimento dei 21 milioni di stringhe estratte, il valore del Btc dovesse necessariamente aumentare a condizione, ovviamente, della sua reale ed effettiva diffusione come mezzo di pagamento. In caso contrario, al termine, sarebbero rimaste solo… stringhe alfanumeriche.

Alcuni articoli della stampa specializzata avevano attirato l’attenzione di un pubblico sempre maggiore determinando da un lato un aumento di addetti all’estrazione e dall’altro un aumento degli esercizi che lo accettavano come mezzo di pagamento. Il valore, di conseguenza, registrava incrementi giungendo, nell’ottobre del 2013, a valere circa 200 dollari.

È nel corso del 2013, per l’appunto, che il Bitcoin esce dalla nicchia di “nuance tecnologica di geek e nerd tecnolibertari o di coloro che quando vedono qualcosa Apple hanno un’eccitazione superiore alla media degli individui”, per divenire strumento di investimento speculativo.

Il mercato si arricchisce di soggetti e funzioni che ne aumentano l’articolazione, strutturandola.

In tutti i casi – e per tutte le funzioni assolte – l’obiettivo degli individui è trarre probabile futuro profitto dall’investimento di denaro nel presente.

Con l’aumento della difficoltà di generazione delle “stringhe” – insita, come detto, nell’architettura stessa dell’algoritmo – il processo era divenuto più oneroso per i singoli utenti a patto di non “upgradare” di continuo l’hardware. Erano, così, sorte società con siti specializzati nel “segmentare” la rete in unità più piccole chiamate “pool” ove gruppi specifici di utenti potessero cooperare e divedersi le monete generate. I “pool” attuavano una cooperazione ristretta all’interno della più generale cooperazione della rete complessiva, consentendo anche a utenti con hardware non eccessivamente dimensionati di poter ricevere, in un tempo minore, la moneta estratta grazie alla potenza computazionale dell’intero pool al quale avevano aderito.

Questo, in cambio di un piccola commissione – “fee” – da conferire all’atto del trasferimento della moneta dal “pool” al portafoglio elettronico residente sul proprio computer. Ma, con il passare del tempo e l’aumento della difficoltà, anche questo non risultava più sufficiente in questa “corsa all’oro” del terzo millennio.

Aziende fornitrici di hardware iniziano, così, la progettazione e produzione di periferiche specifiche per l’estrazione di BTC.

Parallelamente sul versante finanziario proliferano siti di società “cambia valute” specializzate nel cambio del BTC con le valute ufficiali e con altre criptomonete. Ognuna con le proprie quotazione della moneta che possono registrare, tra esse, anche differenziali del 10%. Il guadagno consiste nel ricavato pagamento del “fee” (analogo a quello visto in precedenza) e dalla possibilità di investire nel mercato stesso le riserve valutarie – valute “fiat” e digitali – depositate dagli utenti presso i siti “cambia valute” per effettuare le transazioni. Un pò come operano le banche con i “giorni di valuta” nei movimenti dei conti correnti della clientela.

Alcune società di brokeraggio si specializzano anche nel trading finanziario, consentendo di “tradare” il BTC al pari di qualunque valuta del mercato Forex, con annessa possibilità di utilizzo della leva finanziaria. Il Forex è noto per essere il mercato più “liquido”, di grandi volumi e speculativo esistente (il volume giornaliero delle contrattazioni è superiore a 1,5 trilioni di dollari US. Esso è, in ordine di grandezza, maggiore dei mercati azionari e obbligazionari mondiali messi insieme. La Borsa Valori di New York, per esempio, ha un volume di contrattazioni giornaliere di circa 30 bilioni di dollari. Si calcola che, oggi, il 90% delle transazioni su questo mercato sono di natura speculativa).

Non mancano, inoltre, società di investimento pronte a lanciare derivati specifici sul BTC in grado di assicurare i detentori o produttori/estrattori dalle fluttuazioni future del suo valore, analogamente a quanto accade per le materie prime o per i prodotti agricoli e o alimentari.

Così come, altri broker inaugurano specifici “CFD/BTC” (“contract for difference” sui BTC), strumenti finanziari con leva finanziaria, commerciabili nel circuito finanziario telematico “OTC” (“over the counter”).

Il bitcoin entra nella sua dimensione di asset di investimento speculativo, passando così dal “bit” informatico, che ne aveva caratterizzato il passato, al “tick” finanziario che ne rappresenta il presente (il “tick” di negoziazione è la variazione minima tra due prezzi che possono essere immessi sul mercato e rappresenta la frazione di un’unità predefinita della valuta in cui il titolo è negoziato. Es.: cambio EU/USD 1,38001 – il “tick” è la quinta cifra dopo la virgola).

Nella metà dello scorso mese di novembre, il BTC raggiunge la quotazione massima di 1.240 dollari US mentre un specifico fondo di una società di investimento – nato nei dodici mesi precedenti – faceva, nel contempo, registrare un “ritorno” di ben il 4847% dell’investimento.

Un ruolo decisivo nell’impennata del valore del BTC registrata tra ottobre e novembre è attribuita all’entrata nel mercato di operatori finanziari cinesi, per quanto la sua diffusione in Cina era già datata ma limitata alla sola produzione/estrazione. In questo caso, non si sarebbe trattato solo di investimento speculativo ma anche un modo di acquisire capitali dall’estero, in aggiramento delle rigide norme valutare del Governo cinese, e per poter effettuare operazioni di mercato “non visibili” in yuan e dollari. Il tutto utilizzando come “cortina fumogena” il grande interesse dei teen-ager cinesi per il BTC quale mezzo di pagamento per siti “vari” di intrattenimento digitale.

Tanto clamore e arricchimento hanno alla fine destato l’interesse delle singole autorità monetarie nazionali.

Le reazioni sono raggruppabili in due tipologie generali: da un laico “no problem basta che si paghino le tasse sulle plusvalenze” da parte degli occidentali, ad un assoluto divieto emesso della Banca Centrale Cinese a tutti i soggetti istituzionali di utilizzare le monete elettroniche come valuta nelle transazioni o come forma di investimento finanziario da consigliare alla propria clientela.

Ma chissà che, con il vento riformista annunciato dal governo Cinese in queste settimane – e che dovrebbe prevedere anche una certa deregolamentazione e decentralizzazione del mercato finanziario interno, detto divieto non si sterilizzi, di fatto, in futuro.

Tuttavia, la conseguenza immediata del divieto è stata la decisione di Baidu (l’equivalente cinese di Google) di non accettare più i bitcoin come mezzo di pagamento.

Il crollo del BTC dei giorni successivi passando dai 1240 dollari US agli 800 potrebbe aver rappresentato l’uscita dal mercato di “spaventati” operatori o l’avvio di una fase speculativa al ribasso o… un mix di entrambe .

In questi giorni è in “rally” tra gli 950/850 dollari US mostrando segni di ripresa ma sempre di estrema volatilità.

Scenario futuro? Impossibile a dirsi oggi.

Quel che è certo è che il futuro sarà esito complessivo dell’azione, spesso contrastante, di tutte le forze che agiscono sul mercato. Sicuramente tali esiti saranno fuori dal controllo degli ideatori e dei primi fanatici sostenitori del BTC, riaffermandosi in questo la considerazione che non basta assicurare le libertà all’individuo per avere una società necessariamente libera.

Alcune considerazioni.

Per quanto non prevedibili gli sviluppi futuri, il bitcoin non sembra essere un fenomeno transitorio; potrà, certamente, mutare in altro e/o dar luogo ad altro,  ma ha introdotto un precedente indietro al quale non sarà possibile tornare.

Sono oltre 40 le criptomonete nate a seguito del BTC che cercano di emularne il percorso – ivi cmpresi gli aspetti speculativi altamente remunerativi – riuscendo ad attrarre investimenti di coloro per i quali entrare nel mercato di estrazione del BTC è ormai troppo tardi ma che cercano ugualmente di far fortuna. Il Litecoin –LTC – è la seconda moneta per dimensione anche se molto lontana dai valori del BTC. Se quest’ultimo viene paragonato all’oro, sicuramente LTC può essere considerato l’argento. Comincia anch’esso a entrare nella fase della finanziarizzazione anche se a livello embrionale (si può commerciare solo su un numero limitato di siti) e con andamenti correlati a quelli del BTC. Esistono già anche cambi reciproci BTC/LTC. Il principale ostacolo alla diffusione delle altre monete è determinato attualmente proprio dal BTC, interessato a disinnescare sul nascere qualunque ipotesi concorrenziale.

Tuttavia, nel contempo, sono sorte “suite” per la creazione di criptomenete “fai da te”, per cui le possibilità di proliferazione aumentano esponenzialmente. Si andrà da quella creata come business puro a ipotesi più “socially o mutually” di criptomonete per comunità specifiche (versione hi-tech del braccialetto con le palline dei villaggi vacanze ma “politically correct” o “antagonist” o “green” o quel che vi pare…). L’importante che sia “cool” e “in” nell’ambiente di riferimento, ovvero che si trovino persone disposte a condividerne ed accettarne il valore.

È facile ipotizzare un andamento non dissimile a quanto accaduto in passato con le distribuzioni del sistema operativo open source linux. Del resto, l’ambiente di riferimento per entrambi  – criptomonete e opensource – è il medesimo. Oggi, si contano centinaia di versioni di Linux così come, domani, potrebbero contarsi centinaia di cripotomonete. Quale di esse, però, sarà la futura Ubuntu delle monete? E il mondo “legacy” starà a guardare? Nasceranno i Microsoft e Apple delle cripomonete? E si formeranno “utenti” e “u-tonti” di monete come, oggi, ci sono dei software?

È di pochi giorni fa la notizia che JPMorgan ha registrato un proprio brevetto di moneta digitale da utilizzare nel mercato dell’e-commerce; un mercato che solo negli USA, nel 2012, ha registrato vendite per 224 miliardi di dollari.

Mentre “Bofaml” (Bank of America Merrill Lynch), sempre di recente, ha individuato la soglia di 1.300 dollari quale target price futuro del BTC, pur se stimato sulla base di premesse e assunti metodologici non propriamente rigorosi connessi al dimensionamento e penetrazione del mercato del e-commerce su scala mondiale, al valore dell’oro e al volume delle transazioni registrate dalle società di trasferimento internazionale di valuta.

Il valore del BTC sarà determinato, con molta probabilità, dall’allinearsi o meno della doppia natura della moneta quale mezzo di scambio e riserva di valore, funzioni che attualmente sembrano, invece, agire in modo contrapposto. I possessori di BTC, così come coloro che ancora li estraggono (al pari di altre criptomonete), non li usano per comprare beni e servizi ma li trattengono nella prospettiva di un aumento del loro valore rispetto al dollaro attribuendo, quindi, alle critpomonete anche la funzione di riserva di valore.

Questa considerazione è confortata dall’estrema volatilità del valore delle monete elettroniche all’interno di un trend comunque rialzista, nonché dalla condizione, insita nell’algoritmo, di una possibilità di generazione limitata del loro numero complessivo. Non spendere le monete determina una ridotta diffusione del loro uso e dei servizi connessi alla commercializzazione che amplificherebbe, autoalimentadole, le tendenze deflazioniste della moneta stessa. La forte riduzione degli scambi di BTC per acquisto di beni e servizi – registrata dai mesi di luglio e agosto in poi  – è la conferma che la moneta sta assumendo e concentrando in se la sola funzione di asset di investimento speculativo, deprimendo la sua funzione di mezzo di pagamento. Solo l’aumento di tal funzione, e quindi della diffusione nell’uso concreto del BTC, potrà contribuire – al verificarsi di altre condizioni – a conferire stabilità al valore della “stringa” e aumentarne la credibilità come “moneta”.

Tra le condizioni favorevoli vi è senza dubbio quella di un aumento in qualità e quantità della infrastruttura per l’utilizzo del BTC come mezzo di pagamento. Su questo punto, iniziative di “venture capital” hanno già scommesso sui possibili sviluppi collocando investimenti sia in “start-up” specifiche che nel consolidamento e diversificazione delle aree di business di aziende già operanti nel mercato BTC. Le aree di business individuate non comprendono solo implementazioni nell’uso della moneta ma anche le prospettive aperte dall’uso esteso della tecnologia stessa del BTC, grazie alla quale costruire e diffondere nuovi standard e infrastrutture critiche delle comunicazioni telematiche per nuovi scenari di sviluppo delle transazioni on-line.

Questi scenari di ulteriore articolazione e sviluppo del mercato legato alla criptomoneta rischiano, tuttavia, di tradursi in un’occasione di ristrutturazione di un segmento di mercato del capitalismo finanziario con l’apertura di nuove aree di business frutto di quelle medesime logiche che il BTC voleva – almeno nelle sue origini e in parte dei suoi sostenitori – combattere. Certo potrà aver sortito una piccola mobilità sociale data dall’arricchimento improvviso di taluni ma, ben poca cosa rispetto alle promesse di liberazione dei molti che ne avevano salutato la nascita.

Se effettivamente il BTC è il prodotto della rete, lo stesso non può dirsi per il suo valore in dollari. Questo sembra piuttosto, e in prima istanza, l’esito di uno sfruttamento da parte di “alcuni” della risorsa cooperativa messa a disposizione dai “molti”. L’alto valore in dollari finisce, paradossalmente, da un lato per deviare dalla giusta direzione la cooperazione e, dall’altro, per consolidarne la sussunzione. E questo grazie alla (non tanto illusoria) possibilità di arricchimento individuale.

La dinamica finanziaria che sta alla base del valore del BTC sta, attualmente, riproducendo analoga dinamica dei rapporti di forza esistenti nel mondo della produzione e delle monete reali. Quel che si voleva evitare affidando alle macchine la generazione della moneta si è, invece, riproposto nella modalità di attribuzione del suo valore in dollari. Chi o cosa determina il valore? Chi o cosa nel mercato BTC ha preso il posto delle istituzioni governative nella determinazione del valore e delle sue oscillazioni?

Ironia della sorte: la moneta nata per scongiurare l’inflazione rischia di scomparire per deflazione.

Ma è nella natura anch’essa profondamente individualista dei molti che si nasconde la condizione stessa di tale sussunzione. Sussunzione che è rappresentata dal combinato alto valore in dollari del BTC e dal suo contemporaneo accantonamento e non utilizzo. Sussunzione che è resa possibile dalla ricerca della massimizzazione del profitto individuale, oltre la logica e il fine ultimo che aveva la moneta all’atto della sua ideazione e della scelta di partecipare alla sua creazione.

La moneta da strumento è divenuta fine in sé del processo di cooperazione moltitudinario. Anzi, per meglio dire, di una parte della moltitudine; quella, giova ricordarlo, tecnologicamente molto più alfabetizzata della media, parametro questo ormai indispensabile per definire le nuove caratteristiche della povertà relativa e della capacità di sopravvivenza nella società contemporanea e, in ultima analisi, anche parametro dirimente per una concreta attuazione di politiche del “comune”.

La capacità di elaborazione espressa dalla rete “peer to peer” che estrae i BTC è, già da tempo, superiore a qualsiasi rete analoga mai messa in esercizio. Vien da chiedersi se tale potenza di calcolo si sarebbe potuta ottenere per il raggiungimento di un obiettivo collettivo, ad esempio la ricerca della cura di una malattia. In altre parole, gli individui che attualmente stanno cooperando per prodursi BTC da tenere nei computer in vista di un aumento del loro valore in dollari, avrebbero messo a disposizione le loro risorse per un obiettivo non direttamente a loro vantaggio?

Il valore in dollari del BTC e la sua natura speculativa attuale sembrano, infine, anche essere conseguenza di errati presupposti insiti nella concezione alla sua stessa base.

Il suo ancoraggio di fatto al valore del dollaro, ne aveva da sempre connotano l’esistenza nei termini di affiancamento e non sostituzione delle monete legali. Anche la stessa promessa di immunità al processo inflattivo sarebbe risultata alquanto compromessa dall’essere il valore dei beni e servizi – eventualmente pagati in BTC – determinato prioritariamente dal loro valore espresso in dollari che, come tali, non ne sono immuni. Quindi, se da un lato il BTC è sottoposto a dinamiche deflattive endogene, esso è – nel contempo – soggetto a dinamiche inflattive esogene o da contagio. Questo in quanto il BTC non si mostra come moneta esito di una specifica e propria modalità di organizzazione della produzione e della società, quanto piuttosto si mostra anche’esso quale esito del modo di produzione capitalistico nella sua odierna configurazione tecno-finanziaria e biocognitiva.

Quattro anni fa, ad esempio, una pizza costava 9 dollari e, poichè un BTC era pari a 9 dollari, con un BTC si poteva comprare una pizza. Oggi la stessa pizza costa 9,50 dollari e, ipotizzando immutato il rapporto dollaro/BTC (ovvero ipotizzando di neutralizzare la spinta deflattiva endogena del BTC, cosa che sappiamo non sta accadendo nella realtà speculativa attuale essendo il rapporto BTC/dollaro pari a 900 a 1), occorrerebbero pertanto più BTC per acquistare quella stessa pizza.

Detta in altri termini, l’essere la relazione BTC/merce mediata dalla relazione dollaro (o valute “fiat”/merce) implica che anche il BTC si caratterizzi, in ultima analisi, come una variante delle monete del capitale.

Questa considerazioni assumono rilevanza per le riflessioni sulla possibilità di creazione di una “moneta del e per il comune” e sulla possibilità o meno di assumere a tale scopo il BTC o altre cripomonete.

La moneta è effetto, prima che causa, di una determinata configurazione della società, delle dinamiche di soggettivazione in essa agenti e dei rapporti di forza e di potere operanti.

Un ipotetico valore della moneta del comune dovrebbe rappresentare e contenere il valore della cooperazione sociale quale modo di produzione e distribuzione della ricchezza nella sua accezione più ampia, e non meramente economica nè monetaria, e la cui forza dovrebbe muovere verso la distribuzione piuttosto che nella concentrazione o accumulazione.

Così,  la potenza del denaro, attraverso la moneta, andrebbe “liberata” piuttosto che moltiplicata.

Così come, del resto, liberati andrebbero i desideri di vita delle singolarità verso modalità di soddisfacimento dei bisogni situati e qualificati da una “etica del comune”.

Ma proprio per questo il “comune”, inteso come non proprietà, potrà, in futuro, rappresentare un contropotere monetario. A tal fine, diventa sempre più imprescindibile attivarsi nella costruzione di circuiti finanziari alternativi non riconducibili alla legge dei poteri forti finanziari, oggi egemoni. Pensare di poter regolamentare i mercati finanziari per ricondurli sotto un controllo pubblico è pura illusione. La sfida va portata al massimo livello della governance finanziaria attuale. E questa sfida genera la necessità di  riappropriarsi della moneta non come “bene comune” ma, appunto, come “common”, ovvero come espressione e misura del valore di quella cooperazione sociale o general intellect che, oggi, viene espropriata dal divenire rendita dei profitti e soggetta alla misura (variabile) dettata dai rapporti di forza imposti dal ricatto dei mercati finanziari.

Come il reddito di base è la forma di remunerazione del comune, esito dell’agire rivendicativo-conflittuale del lavoro vivo precario, così, oggi più che mai, la moneta può essere espressione e misura di questo stesso comune (cooperazione sociale e general intellect), contropotere al comunismo,  selettivo, iniquo, gerarchico del capitalismo finanziario.

È ora che i precari comincino a immaginare anche forme di autogestione finanziaria.

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