In occasione di anniversari si può parlare di personalità o eventi in due modi: celebrando con formule piatte, rituali e retoriche, oppure problematizzando le questioni in modo da ricavarne un’utilità per l’oggi, a costo di rischiare accuse di “lesa maestà”. Credo che Eric J. Hobsbawm (nella ricorrenza del centenario della nascita, 9 giugno 1917) avrebbe certamente preferito il secondo, non fosse altro perché questa è stata sempre l’attitudine che ha raccomandato agli storici[1].

Considerato uno dei massimi studiosi nel ‘900 (e del ‘900), Hobsbawm ha al suo attivo più di 150 pubblicazioni fra libri, articoli, saggi, ecc., che abbracciano un periodo che va dal XVIII al XX secolo (e anche oltre). Ricordato come uno dei maggiori esponenti della World History grazie alla sua tetralogia[2], è stato storico economico, sociale, politico e culturale del movimento operaio (soprattutto britannico)[3], studioso del banditismo e della conflittualità nelle società contadine europee e latinoamericane[4]; inoltre si occupò, con non poche preoccupazioni, anche dei nazionalismi attraverso una serie di saggi fra cui spicca quello, dal titolo emblematico, scritto con Terence Ranger, L’invenzione della tradizione[5]. Scrisse addirittura una storia sociale del Jazz, la sua grande passione[6].

In Hobsbawm, però, la produzione storiografica e l’attività di ricerca hanno sempre convissuto con l’impegno marxista e la militanza comunista, e ciò è universalmente noto. Non a caso, al tema della cosiddetta “partigianeria” accademica, cioè della possibilità di conciliare la militanza politica con l’attività scientifica, egli ha dedicato una raccolta di saggi[7].  D’altronde, Hobsbawm apprese il “mestiere di storico” non tanto dai suoi docenti universitari, quanto dall’esperienza del Communist Party Historians’ Group, il gruppo degli storici del Partito Comunista della Gran Bretagna costituitosi nel 1946, al quale appartennero anche Maurice Dobb, Christopher Hill, Rodney Hilton, Victor Kiernan, Edward P. Thompson.

Hobsbawm ebbe come riferimento il concetto di «partigianeria legittima», basato sul «principio che la causa stessa trarrà beneficio dal fatto che lo studioso si comporti da studioso, seppur impegnato»[8]. Ciò, secondo lui, è particolarmente vero per le scienze sociali (delle quali la storia fa parte), vere e proprie «“scienze applicate”, mirate, per dirla con Marx, a cambiare il mondo e non meramente a interpretarlo»[9]. La partigianeria può quindi nutrire e stimolare il dibattito scientifico, attraverso le idee e le attività che lo studioso porta avanti «come persona, come cittadino e come figlio del suo tempo»[10], rivendicando il diritto-dovere di porsi i quesiti più delicati, anche di fronte a eventi storici che tuttora turbano le nostre coscienze e stanno alla base dei nostri orientamenti politici.

L’impegno “partigiano” di Hobsbawm non fu mai totalmente rigido o prestabilito: nella prefazione alla sua autobiografia egli scrive, infatti, che «la capacità di vedere le cose sia dal proprio punto di vista sia da quello altrui […] è una virtù necessaria a chiunque si occupi di storia e di scienze sociali»[11].  Per questo è importante che gli storici non si rinchiudano in ambiti limitati, ultraspecialistici, quasi autoreferenziali (Hobsbawm ironizza sul tipo di storico che trascorre la propria vita «sempre più all’interno della struttura ampia e variata del suo albergo»[12]), ma si avventurino nei territori inesplorati della ricerca, mossi da quella stessa fame di conoscenza che ha caratterizzato la vita del grande storico britannico.

Fu questa partigianeria legittima che lo portò, insieme ad alcuni suoi sodali di partito, ad avviare quell’importante esperienza che ancora oggi ruota intorno alla rivista “Past & Present” (1952), ma soprattutto lo condusse inevitabilmente allo scontro col partito, a seguito dei fatti d’Ungheria e del rapporto Khruschev nel 1956, anche se inizialmente con toni più concilianti degli altri suoi colleghi e compagni: mentre, ad esempio Thompson e Saville diedero vita al giornale dissidente “The New Reasoner” ed uscirono dal partito (1956-’59), Hobsbawm, come ho già scritto, non si unì alla diaspora, anche se ciò non gli impedì di collaborare negli anni successivi con quello che divenne l’erede del Reasoner, la  “New Left Review”, e di partecipare attivamente al movimento pacifista e alla “Campaign for Nuclear Disarmament” (CND), l’organizzazione che si batté per decenni per il disarmo nucleare del Regno Unito.

Guardò con simpatia ai partiti comunisti d’Oltremanica, quello francese, ma soprattutto quello italiano, tanto che non sarebbe peregrina l’idea, prima o poi, di studiare a fondo tanto gli studi di Hobsbawm sull’Italia, quanto i suoi rapporti col nostro Paese e soprattutto con gli intellettuali e i dirigenti del Pci. Figlio intellettuale della politica frontista della Terza Internazionale (1935) e della Guerra Civile in Spagna, deluso da un partito comunista britannico che non riusciva a trovare una propria strada nazionale e rimaneva forza politica sostanzialmente minoritaria, lo portò a guardare con estremo, eccessivo e mal riposto, entusiasmo alla politica del compromesso storico del Pci, vista, erroneamente, come una modernizzazione dei Fronti Popolari di fronte ai rischi di involuzioni autoritarie. Non capì (come riconobbe molti anni dopo) l’ondata contestatrice scaturita dal ’68, ma ne colse alcuni aspetti e fu, forse, fra i pochi (all’interno della storiografia marxista) a riconoscere i meriti del movimento anarchico nel cogliere alcune tendenze di sviluppo del conflitto sociale, tanto nella Spagna del 1936, quanto nella Francia del Maggio.

Soprattutto, Hobsbawm, di fronte alla “ritirata” del marxismo a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, nei suoi ultimi lavori seppe cogliere la portata del fenomeno della “globalizzazione”, con il ridimensionamento del ruolo economico e sociale degli Stati nazionali e del ruolo politico dei movimenti socialdemocratici (inclusi quelli nominalmente “comunisti”) e dei sindacati, abituati a rivendicare riforme sociali basate su logiche re-distributive della ricchezza proprio sul piano nazionale. «Assicurare alla popolazione cibo adeguato, vestiario, un’abitazione, un lavoro che fornisca un reddito e un sistema di welfare che la tuteli dai rischi della vita, benché necessario, non costituisce più un programma sufficiente per i socialisti», scrisse nei suoi ultimi anni di vita, come è dimostrato dalla evidente contraddizione contemporanea fra un mercato capitalistico alla ricerca perenne di massimi profitti e un ambiente naturale sempre più drammaticamente messo in pericolo dall’economia globale[13]. Di fronte a queste nuove sfide, Hobsbawm credeva ancora nell’attualità del marxismo, ma un marxismo del XXI secolo assai diverso da quello del XX, in grado di mettere in discussione la vecchia centralità della classe operaia “manuale” e aggredendo i punti deboli del mercato capitalistico oggi, come innanzitutto la contraddizione fra la massimizzazione dei profitti da una parte e la crescente disoccupazione e precarietà del lavoro, unita all’esaurimento e alla devastazione delle risorse naturali, dall’altra.

Insomma, per Hobsbawm, il marxismo è un metodo di analisi storica ed economica, e non uno strumento di polemica, tanto meno previsionale di futuri più o meno radiosi. Uno strumento per comprendere il presente in chiave storica, per una storia intesa come strumento di trasformazione del presente.

NOTE

[1] E. J. Hobsbawm, I rivoluzionari, Einaudi, Torino, 1972, p. 12.

[2] Id., The Age of Revolution. Europe 1789-1848, Weidenfeld & Nicolson, London, 1962 (per l’edizione italiana cfr. Id., Le rivoluzioni borghesi: 1789-1848, traduzione di Orazio Nicotra, Il Saggiatore, Milano, 1971); Id., The Age of Capital, 1848-1875, Weidenfeld & Nicolson, London, 1975 (per l’edizione italiana cfr. Id., Il trionfo della borghesia 1848-1875, traduzione di Bruno Maffi, Laterza, Roma-Bari, 1976); Id,, The Age of Empire 1875-1914, Weidenfeld & Nicolson, London, 1987 (per l’edizione italiana cfr. Id., L’età degli imperi 1875-1914, Laterza, Roma-Bari, 2013); Id., Age of Extremes. The Short Twentieth Century 1914-1991, Michael Joseph, London, 1994 (per l’edizione italiana, Id., Il secolo breve 1914-1991, traduzione di Brunello Lotti, Rizzoli, Milano, 2014).

[3] Id., Labouring Men. Studies in the History of Labour, Weidenfeld & Nicolson, London, 1964 (per l’edizione italiana cfr. Id. Studi di storia del movimento operaio, traduzione di Luisella Passerini, Einaudi, Torino, 1972).

[4] Id., Primitive Rebels, Studies in Archaic Forms of Social Movements in the 19th and 20th Centuries, Manchester, University Press, 1959 (per l’edizione italiana cfr. Id., I ribelli. Forme primitive di rivolta sociale, Traduzione di Betty Foà, Torino, Piccola Biblioteca Einaudi, 1966

[5] E. J. Hobsbawm – T. Ranger, The Invention of Tradition, University of Cambridge, Cambridge, 1983 (per l’edizione italiana cfr. Id., L’invenzione della tradizione, Einaudi, Torino, 2002); Id., Nation and Nationalism since 1780. Programme, myth, reality, University of Cambridge, Cambridge, 1990 (per l’edizione italiana cfr. Id., Nazioni e nazionalismi dal 1780. Programma, mito, realtà, Einaudi, Torino, 2002).

[6] E. J. Hobsbawm, Storia sociale del Jazz, Editori Riuniti, Roma, 1982.

[7]Id., On History, Weidenfeld & Nicolson, London, 1997. Per l’edizione italiana cfr. Id., De historia, Rizzoli, Milano, 1997.

[8]Ivi, p. 159.

[9]Ibidem.

[10]Ivi, p. 163.

[11]E. J. Hobsbawm, Anni interessanti, op. cit., pp. 8-9.

[12]Id., De historia, cit., p. 167.

[13] Id., Come cambiare il mondo. Perché riscoprire l’eredità del marxismo, Rizzoli, Milano, 2012, p. 20.

Immagine in apertura: Salvator Dalì, La persistenza della memoria

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