“Dalla digitalizzazione ai Big Data”: intervista con Anna Roth (del collettivo …ums Ganze!) sul senso e lo scopo del IV congresso della federazione antiautoritaria e comunista. L’incontro di quest’anno, dedicato al capitalismo digitale, si intitola “Reproduce(future)” e si terrà dal 24 al 26 novembre 2016 ad Amburgo. Qui la call. Qui i partecipanti. Intervista ripresa da Lower Class Magazine. Traduzione a cura di Berlin Migrant Strikers

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Il gruppo …ums Ganze! organizza dal 24 al 26 novembre il suo quarto congresso ad Amburgo, intitolato “Reproduce(future). Capitalismo digitale e scommessa comunista”. Il congresso si occuperà del ruolo della tecnologia nel capitalismo, ma anche della sua funzione verso la liberazione della società. Abbiamo fatto ad Anna Roth del team organizzativo un paio di domande sul perché …ums Ganze! dedica l’incontro proprio a questo tema, in un momento in cui i movimenti reazionari si stanno rafforzando e l’Europa si sta isolando sempre di più, con conseguenze drammatiche.

Negli scorsi anni vi siete molto occupati da una parte delle migrazioni forzate e non, dall’altra della nascita di gruppi autoritari e del populismo di destra. Da dove viene ora questo interesse per la tecnologia?

A prima vista si direbbe che migrazioni forzate, populismo di destra e sviluppo tecnologico non abbiamo molto in comune. Invece noi pensiamo che queste questioni siano profondamente connesse. Riassumo schematicamente: poiché il salario è un costo per la produzione, il capitale cerca di diventare pià competitivo riducendo la quota di lavoro salariato. Questo avviene tra le altre cose attraverso innovazioni tecnologiche, come l’automazione del processo produttivo che si sta affermando progressivamente in diversi rami produttivi. Tale evoluzione però va a minare le condizioni basilari per l’accumulazione di capitale, ovvero lo sfruttamento del lavoro salariato. Da ciò scaturisce la spinta all’espansione, caratteristica insita nel capitalismo. Tale processo si ripete, ma ogni volta ad un livello superiore.

All’interno del modo di produzione capitalista, che progressivamente si estende a tutto il mondo, tale meccanismo produce lavoratori*trici superflui*e. Quest* ultim* però,  nel sistema capitalista, continuano a dipendere dalla vendita della loro forza-lavoro. Vengono chiamati perciò “proletariato in eccedenza”. Come meravigliarsi se tale proletariato in surplus decide di spostarsi là dove pensa di poter ancora essere in grado di vendere la propria forza-lavoro?

Sia il cosiddetto “imperialismo della crisi” – termine coniato dal giornalista Tomasy Konicz – sia il rafforzamento di ideologie reazionarie, che propongono un nuovo tipo di sicurezza, che in realtà non potrà mai esistere nel capitalismo, sono parte integrante di questo contesto – sia nella forma del fondamentalismo cristiano o islamico, che nella forma del nazionalismo.

Nella call del congresso parlate di capitalismo digitale. Perché? Si tratta di un altro capitalismo, diverso da quello che c’è stato finora?

È e rimane il modo di produzione capitalista, ma quest’ultimo va sempre analizzato nel suo contesto storico. Le rivoluzioni tecnologiche costituiscono gli spartiacque più importanti nello sviluppo del capitalismo. Così come sia il capitalismo stesso che i diversi campi sociali – lavoro e capitale, stato e politica, soggetti e relazioni di genere, diritto e legge – si trasformano sempre di più attraverso le nuove tecnologie del digitale, così anche noi siamo costretti a rinnovare la nostra critica. E così come il capitalismo continua a riprodurre le sue contraddizioni e a persistere, così le critiche che gli vengono mosse propongono argomenti che conosciamo da lungo tempo, anche se a volte oggi hanno nomi nuovi, a volte stravaganti. Il congresso mira a rendere esplicite tali contraddizioni, a creare informazione e comprensione e rafforzare posizioni.

Cosa c’è di nuovo nella digitalizzazione?

In senso stretto, la digitalizzazione  è la trasformazione di informazioni di qualsiasi tipo in unità discrete, categorizzate e formalizzate. Questo permette l’elaborazione elettronica delle informazioni, così come la loro memorizzazione e riproduzione attraverso metodi meno soggetti a errori. La cosiddetta rivoluzione micro-elettronica, e questo è quel che più ci interessa, è la base per la ristrutturazione del regime di accumulazione finora dominante.

Questo regime era fondato, almeno nei centri del capitalismo, sull’organizzazione fordista del lavoro. Il suo simbolo era la fabbrica. La digitalizzazione ha permesso lo sviluppo di nuove fasi di automazione. Inoltre, in quanto tecnologia dell’informazione e quindi meta-tecnologia, rende possibile la ricomposizione delle tecnologie esistenti in nuovi sistemi tecnologici. In questo modo, sia standardizzazione taylorista che automazione fordista possono essere rimessi in connessione e flessibilizzati all’interno del nuovo regime post-fordista. Processi produttivi che finora avevano resistito all’automazione, possono così finalmente essere automatizzati, con l’aiuto della robotizzazione e di sistemi di controllo cibernetici auto-ottimizzanti.

Dunque, la digitalizzazione non è una semplice trasformazione dell’analogo in digitale, bensì rappresenta il compimento di un meccanismo di sviluppo insito nel capitalismo. Con tale sviluppo il capitalismo si riavvicina in qualche modo a se stesso, si avvicina alla propria realizzazione. Tutto ciò perà ha un enorme impatto sulla società, e soprattutto comporta drammatiche conseguenze nel sociale.

Che ruolo svolge il computer in questo contesto?

La diffusione del computer, così come la computerizzazione di tutti gli ambiti non solo economici, ma anche propri di qualsiasi sfera della vita umana, costituiscono il prerequisito per il nuovo regime di accumulazione. La computerizzazione svolge un ruolo fondamentale nel dare forma concreta alla digitalizzazione. Essa è anche la base del modus operandi del nuovo regime. Il computer è una macchina elaboratrice che invece di convertire energia in operazioni meccaniche, la utilizza in operazioni di calcolo. Il risultato di tali calcoli viene infine elaborato attraverso una sorta di operazione inversa: produce un output su uno schermo, su un pezzo di carta, oppure innesca il movimento del motore di un robot. Allo stesso tempo, il computer si colloca all’interno di una logica (culturale) del digitale che cerca di affermarsi universalmente di pari passo con l’affermarsi del capitalismo. La digitalizzazione va dunque compresa non come semplice discretizzazione di informazioni per mezzo della tecnologia microelettronica, ma piuttosto come parte di tale logica universalizzante.

Marx considera l’astrazione come elemento costitutivo della forma merce. In maniera analoga, la digitalizzazione, nel momento in cui quantifica informazioni in tutto il mondo, rimane completamente indifferente alla qualità delle informazioni digitalizzate. Detto con altre parole: attraverso processi di formalizzazione e di quantificazione, il capitalismo trasforma le relazioni sociali in relazioni economicamente determinabili. Solo e soltanto attraverso questa trasformazione diventa possibile metterle a profitto.

Durante il periodo industriale, le scienze naturali hanno fatto lo stesso con le relazioni naturali: quantificando i fenomeni sociali, esse non solo li analizzano, bensì li convertono in processi prevedibili e riproducibili. Tale reproducibilità rende la natura qualcosa di controllabile, che può venire impresso in una macchina e messo in moto – sebbene tale evoluzione non vada intesa come operazione cronologica – , provocando così un enorme aumento di produttività.

Nella digitalizzazione, tale meccanismo fa lo stesso con qualsiasi tipo di sapere, qualsiasi tipo di informazione. L’informazione può così venire prodotta, riprodotta e moltiplicata digitalmente, riducendo straordinariamente i tempi di produzione e circolazione. Il ritmo di realizzazione del capitale viene dunque accelerato, permettendo l’ampliamento della riproduzione stessa di capitale. Più precisamente: il digitale è l’essenza stessa dell’automazione.

Ora, senza dover entrare in discussioni interminabili sulla crisi del capitalismo, tutto ciò ovviamente non risolve la contraddizione di cui ho parlato prima – l’evoluzione verso l’automazione da una parte, e la subordinazione del profitto allo sfruttamento della forza-lavoro umana dall’altra. Piuttosto, tale contraddizione diventa ancora più esplosiva.

Dov’è che la svolta che descrivi diventa maggiormente visibile? Potresti farci un paio di esempi?

La digitalizzazione costituisce una rivoluzione tecnologica proprio perché ristruttura tutti gli ambiti della società. Questa si riconfigura non più a immagine della macchina a vapore, bensì della macchina calcolatrice universale, basata sull’elaborazione di dati e informazioni e sulla creazione di reti. Perciò, adesso si tratta di definire in quale modo avverrà tale ristrutturazione nei diversi campi del sociale. Nel campo economico assistiamo, tagliando con l’accetta, da una parte all’aumento di produttività  dovuto allo sviluppo delle tecnologie digitali, dall’altra alla progressiva precarizzazione dei rapporti di lavoro e alla produzione del proletariato in eccedenza di cui si parlava prima.

Nella politica si affermano nuove tecniche di controllo e sorveglianza, ma allo stesso tempo c’è anche del potenziale per nuove forme del collettivo, per forme della politica alternative a quelle basate su rappresentanza, per forme della pianificazione e dell’ (auto)gestione al di fuori di stato e mercato. Nel campo del lavoro assistiamo da una parte alla liberazione dal lavoro ripetitivo, allo sviluppo di nuove capacità, dall’altro all’affermarsi della creatività forzata e dell’auto-ottimizzazione  24/7, la continua svalutazione delle qualificazioni attuali, e addirittura la rinnovata diffusione del lavoro a cottimo, anche nei decaduti poli industriali.

La caratteristica dell’attuale configurazione tra uomo e macchina è il persistere di un groviglio, che può essere descritto come un circuito chiuso cibernetico: la macchina viene controllata dall’essere umano, che viene controllato da una macchina, che viene controllata da un essere umano, ad infinitum. Questo produce effetti diretti sul rapporto degli esseri umani con essi stessi, sulla loro percezione della sicurezza, sui loro progetti di vita. E da ciò risultano anche nuovi tipi di lotte sul lavoro e di lotte sociali. Il recente sciopero dei lavoratori e delle lavoratrici di Deliveroo a Londra costituisce un esempio straordinario nel campo della cosiddetta Gig-economy.

La computerizzazione accelera le transazioni sui mercati finanziari in una misura tale che va ben al di là della capacità di comprensione umana. Questi spostamenti di capitale rappresentano un passaggio intermedio verso un’ulteriore messa a profitto del capitale. Allo stesso tempo, il capitale che circola nei mercati finanziari sembra staccarsi dagli ambiti di produzione. Ciò avviene di pari passo con nuove forme di appropriazione e ridistribuzione, di sfruttamento e di dipendenza, ad esempio attraverso l’indebitamento e le politiche di austerity, a seconda dei quali vengono ristrutturati intere economie nazionali e welfare states.

Noi non crediamo che tutti questi fenomeni siano conseguenza diretta della digitalizzazione, piuttosto siamo convint* che essi vengano messi in connessione l’uno con l’altro attraverso le tecnologie del digitale. Oppure, formulando in maniera più esplicita: la digitalizzazione è la base tecnologica che trasforma tutti questi campi, anche quelli con cui a prima vista si direbbe che non abbia niente a che fare. Essa costituisce pertanto la condizione e la base della critica al capitalismo contemporaneo. Riscontriamo simili tendenze anche nelle relazioni di genere, nel campo dell’arte e nel rapporto con la natura.

Ad esempio?

Ti faccio l’esempio di due aspetti che hanno a che fare con le relazioni di genere. Da una parte, modificare il (proprio) corpo attraverso la medicina e la tecnologia, farmaci e droghe, operazioni, ecc. è una pratica più che mai diffusa. Dall’altra, assistiamo anche a processi di ri-tradizionalizzazione: padre, madre e figlio, punto. Dirò di più, all’interno del contesto sociale attuale, la possibilità di modificare il corpo, lungi dall’arrestarle, va a rafforzare e garantire tali derive conservatrici. Questo avviene ad esempio quando donne che intendono fare carriera postpongono l’idea di diventare madri, poiché è ora possibile avere un figlio ad un’età “biologica” più avanzata. Da una prospettiva astorica, ciò rappresenta un allargamento dell’orizzonte del possibile per l’essere umano. Includendo però la dimensione della classe sociale nel quadro, sorge subito la  questione del chi può permettersi tutto ciò e di chi è il lavoro che ciò comporta, quali corpi vengono sfruttati per quest’ultimo.

In questo discorso non dobbiamo dunque distogliere l’attenzione dalla ricerca di un’organizzazione alternativa della società e del lavoro, una distribuzione alternativa del lavoro educativo tra compagn* e compagn*. Altrimenti, la struttura patriarcale della società rimarrà tale e quale.  Queste dimensioni vengono oscurate dai discorsi sul desiderio da parte della donna, apparentemente “naturale”, di avere figli, sebbene o anzi proprio perché questo può venire esaudito solo in maniera “innaturale”. La simultaneità di questi fenomeni ci ricorda inoltre che genere, qualità di genere, e desiderio di genere sono fondamentalmente costruiti socialmente e realizzati attraverso la tecnologia.

E cosa ha a che fare questo con internet, ovvero con la digitalizzazione?

Innanzitutto, all’inizio internet era un luogo in cui riponevamo la speranza di poterci liberare del corpo e delle identità di genere. E’ accaduto invece esattamente il contrario. Internet agisce in modo molteplice come rafforzamento di sessismi, riproduce e espande le norme e le gerarchizzazioni che dominano il mondo. Questo non stupisce, si pensi ad esempio che uno dei battistrada per l’imposizione commerciale di internet è stata l’industria del porno, indirizzata al desiderio sessuale cis-etero mascolino, e attiva nel formarlo. Nel soddisfare questo desiderio la parte del leone tocca oggi all’uso di internet.

Inoltre, internet mette a disposizione i canali informativi e comunicativi che rendono possibile, o quanto meno facilitano il commercio internazionale di ovuli, nonché l’intermediazione di madri in affitto. Qui si mostra nuovamente l’ambivalenza. In tale scambio transnazionale sono contenute possibilità di autorganizzazione solidale. Tuttavia, nella realtà si rende soprattutto possibile lo sfruttamento diretto dei corpi nel contesto della divisione globale del lavoro e delle diverse situazioni giuridiche.

Te lo chiedo in modo diretto: perché come persona di sinistra dovrei occuparmi di digitalizzazione?

Molto semplicemente, perchè le tecnologie del digitale continuano a riprodurre lo stesso modo di produzione capitalistico, e però ora anche tutti gli ambiti sociali si costruiscono in modalità innovative sulle loro basi. In qualsiasi ambito io mi attivi come persona di sinistra, per qualsiasi cosa io mi interessi – immancabilmente ho a che fare con le nuove tecnologie. Non importa che io ne sia consapevole o no.

Allo stesso tempo, però, la tecnologia è per la critica una questione fondamentale. Tutti e due gli aspetti sono a nostro avviso inscindibili. Per la critica al capitalismo, la propria posizione riguardo alla tecnica è centrale in quanto in essa si riuniscono entrambi gli elementi di questo modo di produzione, il lavoro e il capitale. Lavoro e capitale si relazionano attraverso la tecnica. O detto altrimenti, il capitalismo è già esso stesso una tecnica sia di divisione che di messa in relazione – e con ciò di riproduzione – di lavoro e capitale. Le singole tecnologie, non importa quale sia la loro forma concreta, riproducono questa tecnica del modo di produzione capitalistico.

Del resto, parti del capitale tedesco hanno capito ormai da tempo che una mutazione è in atto, e si preparano al nuovo. Nel quadro dell’Industria 4.0 vengono lanciate grandi campagne d’immagine a colpi di video su Youtube e siti internet chic. Le frazioni di capitale orientate all’esportazione, alle quali appartengono imprese come ad esempio la Siemens, provano a mantenere la loro posizione predominante sul mercato mondiale attraverso la produzione e l’acquisto di impianti produttivi automatizzati e robot. Anche il governo federale, il Ministero per l’istruzione e la ricerca, il Ministero dell’economia etc. collaborano con zelo. Si tratta, a tale proposito, di conflitti fra differenti frazioni di capitale in Germania e in Europa. Questi conflitti però riguardano anche lotte per imporre egemonie, riempire significanti vuoti, determinare discorsi sulla società. Questo mostra che critica e informazione devono essere attuate anche sul piano dell’ideologia.

Nel dibattito pubblico, quando internet o la digitalizzazione vengono presi criticamente in considerazione, si parla perlopiù di come questi amplino le possibilità di sorveglianza. Facebook e co. vengono volentieri chiamati “piovre dei dati”, poichè il loro modello aziendale si basa anche sul salvataggio, sull’elaborazione e sulla vendita di un enorme quantità di dati degli utenti. Le scoperte di Edward Snowdens riguardo al NSA 2013 hanno portato al centro dell’attenzione gli attori statali. Al congresso si tratterà anche delle questioni della sorveglianza e della sicurezza dei dati?

Ovviamente Facebook, Google etc. cercano di appropriarsi di dati e di metterli a profitto. Questi dati però sono innanzitutto dati che Facebook e Google stessi producono. Una critica del dominio e del potere in cui si assume che la tecnologia incorpora e valorizza – oppure in questo caso: elabora e amministra – noi esseri umani, la creatività, la soggettività, la comunicazione, il sociale, o semplicemente la vita, cade nel vuoto, perchè trascura il fatto che la tecnologia deve prima di tutto costituire e generare quello che per l’appunto poi incorpora e mette a profitto.

Così, se si vuole per esempio tentare di difendere e preservare i propri dati dall’attacco tecnologico e dagli accessi, si sono di già tacitamente accettate le condizioni della nuova tecnica: generare dati e interpretarli come informazioni. Se però la critica del dominio si indirizza soprattutto contro la tecnologia stessa, lotta automaticamente anche contro le condizioni di ciò che cerca di proteggere e conservare. Il rifiuto di nuove tecnologie si esaurisce quindi spesso nell’attrezzarsi, nel porre limiti, nel produrre nicchie, nel pretendere controllo democratico, nel cercare un utilizzo sovversivo.

Quindi la critica del dominio deve finire nel cestino?

No, assolutamente. Al contrario, qui si tratta proprio di potere. L’influsso delle grandi aziende internet è enorme, proprio dove – e per il fatto che – mettono a disposizione – e con ciò controllano – infrastrutture, accessi, interfacce per/a informazioni e comunicazione. Tentativi come i free basics, attraverso i quali Facebook vuole produrre in centinaia di paesi poveri un accesso mobile a internet, lo mostrano chiaramente: si può accedere solo a servizi selezionati e combinati in precedenza. Perciò quello che arriva come atto di condivisione, e che poi con grande effetto pubblicitario viene anche venduto, si rivela  come campagna di conquista neo-coloniale di portata gigante. La resistenza è stata giustamente enorme. Le connessioni di Google, Facebook, Apple, IBM e co. con gli stati e i loro servizi sono quindi intense. Non bisogna però partire dal presupposto di un unico blocco che, senza discontinuità, controlla tutto e tutti, piuttosto da diversi interessi e anche proprio da massicci conflitti di interessi. Conflitti disputati in contesti ben determinati e che su questi contesti influiscono. Entrambi, conflitti di interessi e contesti, dovrebbero essere tenuti in conto da una critica del dominio che non voglia finire a a pescare nelle acque delle teorie del complotto.

Soprattutto però, la critica del dominio non può arretrare davanti alle condizioni che le sono proprie. Per questo motivo deve anche chiedersi cosa generalmente spinge gli uomini a produrre dati e a condividere. Si tratta di convenienza o di qualcosa di più? Come si rapportano le nostre attività on-line con il mondo, la società, le condizioni in cui viviamo o siamo costretti a vivere? Tutto ciò sarà tema del congresso.

Nel loro Manifesto per una politica accelerazionista, gli scienziati politici Nick Srnicek e Alex Williams affermano che la sinistra, concentrandosi sul livello locale e su processi di democrazia dal basso, sia entrata in un vicolo cieco. I due propongono un approccio alla tecnologia che utilizzi le possibilità offerte dal digitale per portare avanti la liberazione della società. Secondo la loro prospettiva, non solo non dovremmo rallentare lo sviluppo tecnologico, ma dovremmo addirittura accelerarlo. Con posizioni opposte è invece diventato famoso l’essay L’Insurrection qui vient , o L’insurrezione che verrà del collettivo francese “Comité invisible”. Nel trattato si parla di sviluppo tecnologico come mezzo per intensivizzare governo, sorveglianza e controllo. Dove vi posizionate voi in questo dibattito?

A noi interessa proprio utilizzare questa discussione per capire cosa vogliamo. Qual è la posizione della critica nei confronti della tecnologia? Per poter avere una misura della questione, è necessario mettere in campo tutte le posizioni più radicali e opposte. Dovremmo mettere in discussione la logica delle nuove tecnologie, andare a intervenire sui suoi punti nodali, sabotare la tecnologia e tirarcene fuori? Oppure sarebbe meglio fare nostro ciò che è comune a tutte le nuove tecnologie, prenderne possesso ed essere noi i primi a dispiegarlo? Dovremmo accelerare ancora di più lo sviluppo tecnologico, superarlo e così mandare avanti lo sviluppo e liberarlo? O si tratta, al contrario, di rallentarlo e prendere posizioni di post-crescita? La domanda centrale, per noi, è allora se sia possibile sviluppare una posizione terza rispetto a questo aut-aut, e se magari non sia proprio questo aut-aut stesso ad essere formulato male, e perché poi esso debba sempre venire riproposto ogni volta con tale rigidità.

Cosa ci dobbiamo aspettare dal congresso?

In autunno ci saranno tre congressi uno dopo l’altro sul tema delle nuove tecnologie, il primo a Colonia, poi il nostro ad Amburgo, e poi un ultimo a Berlino. Già solo questo indica che il tema è all’ordine del giorno. Il congresso di Colonia, con il titolo “La vita non è un algoritmo”, guarda alla tecnologia come modo di governo dalla prospettiva della critica tradizionale di stampo social-rivoluzionario, e però si occupa anche dell’importante campo dell’autodifesa sul piano della tecnologia. Invece, il congresso di Berlino della fondazione Rosa Luxemburg si concentrerà sul tema dell’appropriazione democratica dello sviluppo tecnologico a scopi sociali. Il nostro congresso, infine, mira come dicevo a porre in relazione e riflettere sul confronto tra posizioni radicali e tra loro opposte.

In questo senso, i tre eventi si completano a vicenda, anche se poi ci saranno delle differenze di fondo. Con il nostro congresso non vogliamo né fare nostra una posizione specifica, né cercare un facile compromesso. Si tratta di esplorare ciò che c’è in comune tra le posizioni, per arrivare insieme a una nuova posizione che escluda tutte le altre. Per fare questo abbiamo invitato activist* e teoric*, artist* e associazioni, anche da altri paesi europei, con cui discutere di una nuova alternativa. La digitalizzazione è, in ogni caso, un fenomeno transnazionale. Perciò, per discutere di questo fenomeno è necessario tentare di superare i confini nazionali. Speriamo quindi che la partecipazione internazionale sarà grande, ad esempio da parte dei gruppi che fanno parte della piattaforma Beyond Europe, e di altri ancora.

E voi, che cosa vi aspettate dal congresso?

Fondamentalmente ci auguriamo, con il congresso, di riuscire ad uscire almeno in parte dal modus politico degli ultimi anni, che può essere definito come una politica da “vigili del fuoco”. Si è cercato di spegnere incendi, uno dopo l’altro, ma si è sempre arrivati troppo tardi e in troppo pochi. Ed ogni volta, accanto a un incendio, ne veniva acceso un altro. Ovviamente non possiamo rinunciare completamente a una politica di questo tipo. Sono in troppi pochi a fare questo tipo di lavoro, all’infuori della sinistra radicale. Ma riponiamo nel congresso la speranza che si riesca quantomeno a rimettere il focus sul fatto che il nostro scopo è quello che non ci siano proprio più fuochi da spegnere.

Per arrivare a questo, crediamo che sia necessario formulare delle proposte. Ed è proprio per questo che ci sembra opportuno concentrarci su un tema fondamentale come quello della tecnologia. Tematizzare la tecnologia comporta necessariamente chiedersi anche come funziona questa società. E naturalmente chiedersi anche come potrebbe funzionare una società alternativa. C’è da dire anche che non siamo ovviamente i primi ad essere arrivati a questa idea.

Al congresso si parlerà soltanto o ci si occuperà del tema anche con delle azioni?

Oltre ai panel di discussione ci saranno anche workshop, per organizzare i quali siamo in contatto con vari gruppi. I partecipanti, ad esempio, avranno la possibilità di ricervere supporto per criptare i propri hard-disk, e venire quindi aiutati a fare i primi passi verso l’empowerment digitale. Anche questo, per noi, è un importante passo per uscire dal proprio milieu.

Inoltre vogliamo andare a fare un giro insieme al porto di Amburgo, che comunque rimane il secondo scalo container in Europa, per guardarlo più da vicino. Lì potremo capire meglio come digitalizzazione e mercato globale sono connessi anche nel campo della logistica. E osservare i conflitti e le tensioni che da lì si sviluppano, sono infatti questi ultimi ad essere decisamente interessanti per la sinistra radicale.

In questo senso, siamo particolarmente contenti di organizzare il quarto congresso di …ums Ganze! insieme ai e alle fantastic* compagn* amburghesi del “Gruppe für den organisierten Widerspruch” (“Gruppo per la contraddizione organizzata”). Certo però, centrali rimangono l’analisi e la discussione delle conseguenze politiche e strategiche di tale analisi, proprio perché pensiamo che ci sia una mancanza di discussione di questo – anche nel nostro gruppo. E, questo ti farà felice, ci sarà anche qualche sorpresa.

La tecnologia avrà un ruolo nella politica di …ums Ganze anche al di là del congresso? Avete già piani a riguardo?

È proprio così, il tema o è già entrato, o entrerà presto nei diversi ambiti in cui siamo attivi. Sicuramente però c’è una nuova riorganizzazione a riguardo, o almeno tendiamo a questo. Con il congresso vogliamo portare avanti una discussione sugli ambiti, le forme e le strategie politiche, e dare anche un luogo fisico a tale discussione.

La critica anti-nazionalista al capitalismo deve muoversi sullo stesso piano dell’oggetto della critica stessa e orientarsi anche alla forza di questo oggetto – e il capitalismo si relaziona anche alle tecnologie del digitale per tirare fuori la propria forza produttiva, la messa a profitto del lavoro e del capitale, i modi di sorveglianza e controllo, il governo dell’immigrazione e dei flussi di capitale e di merci, ecc.

Per concludere: cosa c’è dietro la “scommessa comunista”,  espressione misteriosa che avete scelto come sottotitolo del vostro congresso? Da quando in qua la sinistra radicale fa politica nei casinò?

L’idea della scommessa è antica. Consisteva, originariamente, nella scommessa che Dio esistesse –  esisteva nel momento in cui non c’era prova convincente del contrario. A seguito dell’illuminismo questa scommessa è stata riformulata e secolarizzata, ovvero attraverso il fatto che l’essere umano è soggetto a nient’altro che alla propria esistenza, e non può contare su nient’altro che su se stesso.

Finché la scommessa non è realizzata, possiamo puntare solo sull’azione politica per vincere. E noi crediamo che la scommessa su una società comunista non sia un gioco d’azzardo, bensì risieda nelle possibilità dell’esistente. Naturalmente sta a noi definire e realizzare tali possibilità, che non si fanno anticipare nella completezza della teoria, né danno certezze. Quello che possiamo dire però, è che, senza la tecnologia, non abbiamo accesso a queste possibilità.

Qualunque sia il modo in cui ci posizioniamo rispetto alla tecnologia – concentrandoci innanzitutto sulla nostra società, sul modo di produzione e sui suoi mezzi, sulla nostra forza-lavoro,  sulle sue qualità e la sua vendita, sul nostro genere, e su come mettiamo in discussione queste cose. Non è forse tutto questo “tecnologia”?

 

Immagine in apertura: Olivetti, Elea 9003, 1960

 

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