Presentiamo un interessante contributo, di natura giuridica-filosofica, sulla giustificazione, in punta di filosofia di diritto, della proposta di un reddito di base incondizionato. Le argomentazioni fanno riferimento a una tradizione giuridica-filosofica che, traendo spunto dal libello del 1795 di Thomas Paine dal titolo “La Giustizia Agraria”, attraversa il pensiero di Jean-Jacques Rousseau sino a Bertrand Russell e, ai giorni nostri, a Philippe Van Parijs. Anche Corrado Del Bò, in un bel libro scritto con Emanuele Murra, “Per un reddito di cittadinanza. Perché dare soldi a Homer Simpson e ad altri fannulloni” (GOWare Edizioni) ripercorre con convinzione le solide ragione filosofiche e giuridiche che giustificano un reddito di base incondizionato e universale.
Si tratta, molto semplicemente, del risarcimento dell’espropriazione di terra a seguito all’instaurazione della proprietà privata, una proprietà che, per l’appunto, priva una parte dell’umanità (a vantaggio dell’altra) di poter godere i frutti della propria appartenenza alla madre comune terra.
Fabio Massimo Nicosia, partendo da posizioni “libertarian”, non molto diffuse alle nostre latitudini ma ampiamenti presenti nel dibattito statunitense, discute del diritto al reddito come diritto di base, in grado di consentire la riappropriazione di quella quota di beni comuni che i processi di accumulazione originaria, tramite le “enclosures”, hanno permesso di requisire a vantaggio di pochi. Il riferimento immediato è ai beni comuni naturali, a partire dalla terra.
Tuttavia, i cambiamenti del processo di valorizzazione indotti dal diffondersi del capitalismo bio-cognitivo hanno evidenziato come le facoltà vitali e cognitive degli individui siano sempre più inserite nell’attività lavorativa e nella produzione di (plus)valore ma sempre meno questo coinvolgimento del “bios” viene riconosciuto e, quindi, remunerato.
Nasce così una nuova giustificazione del reddito di base incondizionato, di natura economica. Esso infatti, da questo punto di vista, si presenterebbe come “reddito primario” (quindi non reddito assistenziale, come viene comunemente inteso), che deve pagare quel lavoro produttivo che, dalle vigenti norme giuridiche e contrattuali, non viene considerato tale e quindi viene erogato in modo gratuito (come lo era il lavoro delle casalinghe nel periodo fordista).
L’incondizionatezza e l’universalità del reddito di base hanno così una doppia ragione e giustificazione: da un lato, riappropriazione del furto perpetratato dalla proprietà privata (proudhoniamente parlando), dall’altro, remunerazione del tempo di vita messo a lavoro e a valore in modo forzoso e gratuito (marxianamente parlando).

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Occorre muovere da un apparente assioma: la Terra è originariamente di tutti e non di nessuno, è res communis e non res nullius. Perché si tratta di un assioma solo apparente? Perché in realtà si tratta del corollario di un ragionamento articolato.

Il punto di partenza, elementare, è che le parole di A, i suoi comportamenti, non sono in grado da soli di costituire obblighi giuridici in capo a B. Ne deriva che le apprensioni unilaterali di porzioni di territorio non sono in grado di costituire, in assenza di consenso, idonea proprietà. Ne deriva ancora che, in assenza di consenso, dette appropriazioni comportino un compenso in favore dei non proprietari. Ovvero, che un consenso debba comportare una qualche compensazione, in assenza di che il non proprietario non può ritenersi vincolato a rispettare la proprietà altrui.

In conclusione di tale ragionamento si ricava appunto che la Terra è comunione di tutti, almeno originariamente. E, come si vede, il fondamento di tale conclusione è, a dispetto di quello che si potrebbe pensare, libertario e individualista.

La rendita di esistenza

Questa è la base logica-teorica della rendita di esistenza. La rendita di esistenza è quell’istituto per il quale un essere umano, per il solo fatto di esistere, essendo comunque comunista in senso civilistico dei beni della Terra, ha diritto a una rendita ricardiana sulla propria quota di mondo.

Per Ricardo, infatti, “Rendita è la parte del prodotto della terra corrisposta al proprietario quale compenso dell’uso dei poteri originari e indistruttibili del suolo” ; e poiché, nel geo-comunismo originario, tutti sono comproprietari pro quotadel suolo, quella rendita spetta a tutti in egual misura, quale compenso per le attività di chi su quel suolo le pratica.

In sostanza, si tratterebbe di individuare il valore di mercato del complesso degli usi attuali del mondo e, su tale base, calcolare quotidianamente (attraverso una vera e propria borsa) il valore della nuda proprietà, dividendo il valore complessivo per il numero degli abitanti della Terra.

Ognuno sarebbe proprietario di una quota di mondo, e tale quota, uguale per tutti, avrebbe un valore costantemente aggiornato. I possessori di terra sarebbero tenuti a versare la propria quota in proporzione al valore di mercato del bene particolare posseduto, alle sue potenzialità ed effettività produttive, che del resto è retrostante di provvista monetaria appartenente alla comunità.

Ulteriore fondamento della rendita di esistenza è costituito dal fatto che, mentre oggi, come rileva David Graeber, ognuno di noi nasce già gravato da un “debito” nei confronti dei potenti, e per sovrammercato paghiamo imposte in favore di chi ci comanda, all’opposto dovremmo essere noi compensati per il fatto che prestiamo consenso a un élite di potere, la quale evidentemente se ne giova, e invece appunto siamo noi a pagare loro, e non loro a indennizzare noi per il danno che subiamo in conseguenza della privazione delle nostre libertà e autonomia.
Chi ritenesse che, prevedendo il diritto alla rendita fondiaria riferita ai beni della terra del mondo, gli individui sarebbero disincentivati ad agire, realizzando produzione autonomamente, non conoscerebbe la psicologia degli individui. O almeno della loro componente creativa, che non verrebbe certo annientata dalla consapevolezza di poter contare su di un paracadute per il caso di difficoltà o di indigenza.

Esistono oggi fondamenti di diritto positivo e di moderna dottrina economica all’idea che il mondo sia di proprietà comune, nel senso indivisibilmente di ciascuno, originariamente: sul piano del diritto positivo, occorre far riferimento al diritto spaziale: secondo questa branca del diritto internazionale, lo spazio è patrimonio comune dell’umanità.

E’ in effetti piuttosto stravagante che l’umanità sia comproprietaria della Luna, di Marte, di Giove e di Saturno, ma non della… Terra, ossia del pianeta sul quale vive. Costituiscono, del resto, patrimonio comune dell’umanità (common heritage of mankind) i fondali degli oceani, e rappresenta nozione che va al di là della stessa res communis omnium, che viene riconosciuta all’alto mare.

La nozione moderna di dottrina economica, alla quale si faceva riferimento è quella di capitale naturale. Il capitale naturale ha una sua attitudine alla valutazione, ed è valore necessariamente di tutti, almeno come base, quindi a rigore consente di ipotizzare una rendita (fondiaria, per dire così) a vantaggio di ognuno in quanto “comunista” (in senso civilistico) del suolo, per le ragioni di matrice “libertaria” sopra descritte.

La rendita di esistenza, così concepita, non è un istituto intrinsecamente statalistico (come lo è il reddito di cittadinanza previsto in molti Paesi d’Europa), tuttavia non v’è dubbio che, in una fase di transizione, dello stesso debba farsi carico lo Stato. Si oppone di solito a tale genere di proposte che lo Stato non avrebbe fondi sufficienti per far fronte a un simile dispendio di costi. Ma si tratta di una mistificazione, come illustrerò.

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Ma vediamo prima la ragione storico-politico dell’istituto che si viene proponendo. Si dice che, in conseguenza dei processi di automazione in corso, ad esempio negli Stati Uniti, nei prossimi anni, il 47% dei posti di lavoro verrà sostituito dalle macchine; si pensi che sono già in fase avanzata di studi gli aerei senza pilota. Infatti ciò non vale solo per i lavori manuali o di basso livello, ma anche per le professioni intellettuali, che trovano in Internet un grande strumento di concorrenza.

Possiamo cioè immaginare un futuro senza giudici e senza avvocati, senza commercialisti e senza consulenti del lavoro, e ben pochi ne sentirebbero la mancanza. E magari la guerra la farebbero i robot tra di loro, se ai droni di attacco si affiancheranno i droni di difesa.

Sicché tutte le invocazioni a difesa del posto del lavoro, alla lotta contro la disoccupazione, appaiono ormai fuori tempo e reazionarie, come reazionarie da moltissimo tempo appaiono le politiche sindacali, tutte tese a difendere un’etica del lavoro, perniciosa e oramai senza ragion d’essere, come argomentarono, in tempi assai lontani Paul Lafargue e Bertrand Russel, con le loro apologie dell’ozio.

Del tutto illusorie appaiono perciò le affermazioni di alcuni, secondo le quali il mercato, una volta persi i posti di lavoro, ne creerebbe di nuovi. A parte il fatto che non necessariamente ne creerebbe per chi il lavoro l’ha perso, ciò poteva forse valere una volta, ma non oggi, dato che oggi, e sempre di più in futuro, assistiamo a una rivoluzione strutturale nella direzione del sempre meno lavoro, e questo francamente non mi sembra un male, se entriamo nell’ordine di idee di scindere concettualmente “reddito” (rectius:rendita) da “lavoro”.

Quello che conta è che le persone abbiano di che vivere, non che abbiano di che lavorare, magari in aziende decotte, intasando strade, facendo i pendolari, inquinando, intristendosi, e chi più ne ha più ne metta. Ovvero realizzando opere pubbliche keynesiane dannose, come, solo per stare a un piccolo ma indicativo esempio, le inutilissime ma costosissime rotonde che, negli anni scorsi, hanno invaso le nostre città.

Ma, si diceva, non ci sarebbero le risorse per raggiungere un simile risultato. A parte il fatto che lo Stato sociale burocratico che oggi conosciamo è estremamente costoso, ma ha anche il difetto di essere selettivo e autoritario, ed è tutto da vedere che sia meno costoso dell’ipotesi di una rendita di esistenza universale ed eguale per tutti, l’idea che lo Stato sia “povero” costituisce un inganno storico. Si tratta di un esempio di quelli che, già nel XIX secolo, Amilcare Puviani chiamava “occultamenti di ricchezza”.

Il demanio statale

Già nel 1896, infatti, Antonio Labriola scriveva che, con l’evoluzione storica, lo Stato “è dovuto divenire una potenza economica”, in particolare “nella diretta proprietà del demanio”, oltre che “nella razzia, nella preda, nell’imposizione bellica”.

Si trattava dell’eredità dello Stato patrimoniale, di quelli che già per Adam Smith erano i beni di sua proprietà per il sostentamento del principe, oltre che per gli spostamenti delle truppe.

Oggi questo demanio è sterminato, ma, questo è il punto, non viene contabilizzato, oltretutto in ispregio al principio di “veridicità” del bilancio: strade e autostrade, porti e aeroporti, impianti energetici, beni storici e artistici, coste, acque territoriali, fiumi, laghi, risorse naturali degli enti locali, miniere, cave, armamenti, strade ferrate, l’etere, che viene dato in concessione alle emittenti televisive per scarso corrispettivo, così come le coste vengono “privatizzate” con concessioni novantanovennali per pochi denari. E poi nemmeno le corpose riserve auree (da noi 2.500 tonnellate) vengono contabilizzate dovutamente.

Ai beni materiali devono essere aggiunti poi i beni immateriali, i diritti di proprietà intellettuale. Al giorno d’oggi, brevetti, marchi e copyright rappresentano parte considerevole, anche maggioritaria, nello stato patrimoniale delle grandi aziende: basti pensare che “Dolce & Gabbana” non sarebbe “Dolce & Gabbana” senza il marchio “Dolce & Gabbana”: senza questo marchio, non varrebbe più di OVS, e il marchio, nell’attuale sistema giuridico, è una concessione amministrativa di un monopolio protetto da polizia e magistratura: quindi, contrariamente a quanto si ritiene comunemente, “Dolce & Gabbana” sono ricchi e potenti non per meriti propri, ma per concessione del monopolio di Stato.

E già è strano che il marchio “Dolce & Gabbana” valga miliardi di euro per “Dolce & Gabbana”, e nulla per i cittadini che glielo hanno concesso, dato che il “potere di rilasciare marchi” non viene contabilizzato.

Ma il punto ai nostri fini è forse soprattutto un altro; e cioè che lo Stato è titolare di simili diritti immateriali in massimo grado: “Roma Capitale”, “Monte Bianco”, “Comune di Milano”, “Regione Lombardia”, “Colosseo”, “Valle dei Templi”, “Lago di Garda”, sono altrettanti “marchi”, che non vengono valorizzati in alcun modo (e infatti il logo del Colosseo è stato dato in licenza a un privato per nullo corrispettivo).

Si pensi al possibile marchio “Teatro della Scala di Milano”, quanto potrebbe valere. Invece la Scala è una voragine in danno del contribuente, perché lo statuto della Scala ne tutela, non si sa come, il “nome”, ma non prevede il marchio, e quindi non lo sfrutta.

E si pensi a tutta la vicenda della Grecia, accusata di avere “truccato” i conti per entrare nell’euro: semmai li ha truccati al contrario, come tutti gli Stati, del resto, visto quanto può valere il Partenone, e quindi il suo marchio, come si è visto proprio in quella vicenda, che ha visto il Partenone e il porto del Pireo oggetto di attenzioni altrui, non certo disinteressate.

Lo Stato e gli altri enti territoriali, disponendo di simili “marchi”, potrebbe distribuire infinite royalties ai cittadini, invece i cittadini vengono chiamati a pagare imposte elevatissime per mantenere individui incapaci di valorizzare l’infinito patrimonio che gestiscono.

Lo Stato povero?

Eppure tutti dicono che lo Stato è “povero”, immerso nel debito, che non ha di che spendere: eppure stranamente, quando la politica vuole, lo fa. I beni demaniali sono null’altro che il famoso “territorio”, di cui parlano i manuali di diritto costituzionale, per indicare l’ambito di sovranità dello Stato, incarnano quel potere sovrano, sono gli strumenti della supremazia, quelli che fanno di uno Stato uno Stato: però lo Stato sarebbe anche “povero”, perché questo bene immane, che è il suo territorio sovrano, non varrebbe assolutamente nulla, in termini economici: incredibile.

Come ciò sia possibile merita una spiegazione, perché avrà anche una spiegazione il fatto che lo Stato rivendica il monopolio monetario, ma anche un’imposizione fiscale elevatissima, pur senza averne come si vede alcun bisogno, alla quale corrispondono servizi a volte modesti, a volte faraonici in favore di qualcuno.

Vige in proposito una prassi, che se vi fosse consapevolezza verrebbe ridotta a “trucchetto contabile”: il valore di quei cespiti non è iscritto nel bilancio dello Stato! Lo Stato è ricchissimo e non lo sa, o finge di non saperlo e non vuole che si sappia. Si comporta come un miliardario che possiede otto ville, il quale vantasse la propria povertà, perché delle ville vedesse solo i… costi di manutenzione.

L’art. 2424 c.c. impone che i cespiti immobiliari siano iscritti in bilancio all’attivo, ma lo Stato non applica a sé il codice civile, è il “diritto reale” attraverso il quale istituzionalmente si pratica lo ius abutendi della sua dominante posizione, e quindi non iscrive quei beni, perché non li tratta da ricchezze quali sono, ma da oneri, da un lato, e da immateriale scettro mistico, dall’altro. Ma la tendenza evolutiva dell’ordinamento giuridico va nel senso di applicare anche allo Stato i principi civilistici, sicché quei pretesti non convincono più.

In base a quale ordine di idee razionale, una società privata iscrive in bilancio il valore di un terreno, e quel valore dovrebbe volatilizzarsi, una volta che il terreno fosse espropriato da una pubblica amministrazione? Il valore d’estimo resta evidentemente lo stesso.

In realtà, infatti, da qualche anno la legge prescrive che lo stato patrimoniale dello Stato proceda alla contabilizzazione del valore dei beni demaniali, ma essa avviene in termini assolutamente risibili, con valori a dir poco lontanissimi da quelli, così importanti, reali. E lo stesso vale per i diritti immateriali, che pure sono richiamati nello stato patrimoniale dello Stato, ma senza alcuna serietà, nemmeno lontanamente scientifica: quindi, niente royalties per i cittadini, e in compenso tasse a non finire.

Se tutti i beni suddetti fossero iscritti a valore di mercato, diciamo con il criterio del fair value, nel bilancio dello Stato, questo andrebbe immediatamente all’attivo (perché in uno stato patrimoniale beni immobili e debito si compensano), e cesserebbe la litania della “voragine dei conti pubblici”, che giustificherebbe l’alta tassazione, oltre al chiacchiericcio televisivo e alle stucchevoli controversie con l’Unione europea.

E quei valori diverrebbero innanzitutto retrostante di provvista monetaria (vale più il contenuto del caveau di una qualunque banca centrale, o quello del Louvre? I monumenti di Roma o le riserve della Banca d’Italia?) Nemmeno le corpose riserve auree, come detto, vengono iscritte adeguatamente nel bilancio della Banca d’Italia, dato che viene attribuito loro solo un valore “psicologico” a sostegno del prestigio della sovranità statale.

Il gold-standard non verrebbe più sostituito dalla mera moneta a corso forzoso, la fiat-money creata dal nulla, ma da una moneta fondata sulgroundstandard, sul valore della terra (di cui l’oro del resto è solo una piccola parte), per celia si potrebbe addirittura, in prospettiva futura, parlare di un universestandard, dato che, come già ricordato, per il diritto aeronautico e spaziale, lo spazio è “patrimonio comune dell’umanità”.

A questo punto si delinea un bivio tra due scenari: uno statalista, l’altro libertario. Se da un lato valorizzare le ricchezze pubbliche può far pensare a uno Stato-monstrum, dall’altro, il valore di una rendita di esistenza così fondato (si pensi ancora alla distribuzione delle royalties), sarebbe talmente elevato che, in prospettiva, lo Stato cadrebbe da sé, dato che ognuno non avrebbe bisogno che di agenzie di intermediazione monetaria e lo Stato non avrebbe più nulla da fare, se non proporre un documento contabile, indicativo delle ricchezze comuni.

Saremmo di fronte a una contraddizione dialettica tra l’esercizio di un potere, distribuire denaro, e il carattere “suicida” di tale esercizio, che consentirebbe a ognuno di ignorare lo Stato per tutti gli altri servizi che lo Stato pretendesse di fornire a cittadini resi ricchi e ampiamente autosufficienti. Il tutto, si badi, senza necessità di marxianamente nazionalizzare alcun bene, dato che quei beni sono già dello Stato, anche se dissimulati.

Lo Stato verrebbe quindi ridotto, come detto, a un documento, il suo bilancio, che sarebbe un simulacro, un semplice rendiconto dell’avvenuto trasferimento di valore, e quindi di potere, alla società.

Pagare per andare in spiaggia è come pagare per vedere le gambe della moglie: si paga per usufruire di beni demaniali, quando dovremmo essere noi a essere pagati per il loro impiego, trattandosi di beni già nostri. Paghiamo il canone radiotelevisivo, quando dovremmo essere pagati noi, per l’uso dell’etere che è nostro.

La vecchia dottrina parlava di un principio di “invalutabilità” dei beni demaniali, “che si spieg(herebbe), come dice la manualistica di Contabilità dello Stato, considerando l’essenza dei beni demaniali e la loro rilevata strumentalità rispetto ai fini dell’ente al quale sono affidati” .

In altre parole, i beni demaniali vengono fatti afferire alla sovranità e vengono perciò sottratti al mercato e al suo giudizio. E infatti, prosegue questa manualistica, “I beni demaniali non vengono valutati, in conformità al principio che essi sono extra commercium e che lo Stato ne può disporre soltanto ricavandone le utilità di cui sono suscettibili ma non può considerarli come elementi attivi del suo patrimonio”.

Dal che si ricava che la sovranità statuale, in tali casi, esprime il proprio dominio anche, e forse soprattutto, attraverso un substrato materiale oltremodo consistente -basti por mente all’art. 822 c.c.- e non solo, come solitamente si ritiene, sull'”opinione” e l’astrazione: il suo carisma è nutrito di carne, non solo di credenze.

Del resto, se una società privata per azioni iscrive in bilancio all’attivo i propri “beni immobili” (art. 2424 c.c.), e lo stesso fanno le società in mano pubblica, non si vede perché solo lo Stato e gli altri enti territoriali debbano ignorare di possedere beni immobili e fondiari oltretutto immensi e immani. Se ne ricava che il bilancio dello Stato sia un bilancio senza cespiti immobiliari, l’unico noto con tale bizzarra caratteristica; e ciò, come detto, in violazione di una specifica normativa oggi vigente.

Potrebbe solo sorgere il dubbio che, in quanto beni demaniali astrattamente incommerciabili, essi siano privi di valore di mercato, e che quindi sia arduo contabilizzarli con un valore assegnato, sia pure alla “Lange” , come del resto già avviene con la liquidazione bonaria dei sinistri da parte dei periti delle società di assicurazione, o nelle perizie contabili; il dubbio però è privo di fondamento, dato che i beni hanno necessariamente un valore: se un terreno ha valore nel momento in cui è in mani private, non può cessare di possederlo a seguito di un esproprio, o della sua conseguente apprensione alla mano pubblica attraverso altra forma.

Del resto, attribuire un valore a un bene demaniale e iscrivere quel valore nel conto patrimoniale, ad esempio con il criterio del fair value, con conseguenze imprevedibili (si pensi all’etere) già di per sé attribuisce un valore “di mercato” a quei beni: comunica infatti un’informazione nuova, che viene fatta veicolare nel sistema, e i mercati in generale sono indotti a prestare attenzione al nuovo evento, influenzandone la condotta sotto il profilo psicologico, e si sa che in economia il fattore psicologico è importante. Per quanto i beni di quella natura, anche una volta iscritti in bilancio, rimangano “extra commercium”, se ne “grida” pubblicamente il prezzo, incidendo su azione e opinione collettiva.
Ma se a quei beni viene finalmente riconosciuto valore, ciò significa anche che essi possono costituire fondamento dell’emissione, se non di obbligazioni (ed è meglio perché l’obbligazione comporta interesse, perciò di norma induce a non disfarsene), di certificazioni di quel valore viceversa destinate a circolare, e quindi, in ultima analisi, di “moneta”.
La cui emissione, una volta tanto, non potrebbe essere incolpata di inflazionismo, perché non si tratterebbe di moneta creata dal nulla, ma fondata su solide basi immobiliari (e immateriali, come nel caso dell’etere, oltre che dei beni di proprietà intellettuali correlati al bene fisico), che ne costituirebbero fondamento di garanzia indiscutibile nella sua consistenza.

Si dirà che una garanzia, per essere tale, deve poter essere escussa, come nel caso degli immobili iscritti nei bilanci privati. Ma forse che l’oro dei forzieri statali può essere escusso o lo è mai stato? Eppure è sul suo fondamento e in suo nome che nella storia, non solo i privati, ma anche e soprattutto gli Stati hanno emesso moneta.

Come che sia, per fugare ogni ombra, basterebbe assegnare detti beni a una public company, o a un Trust, nelle mani di tutti i cittadini, formalmente operante sul mercato, e quindi soggetta al citato art. 2424 c.c., di tal che i beni acquisterebbero, anche formalmente, commerciabilità, anche se ben difficilmente potrebbero darsi privati in grado di acquistarli in toto, in grande, o in buona parte. Sicché si avrebbe il duplice pregio della commerciabilità formale, che rende il bene almeno formalmente escutibile, e della stabilità sostanziale, rendendo possibili senza dubbio alcuno tanto la determinazione di un valore di mercato, da iscriversi nel bilancio della public company o del Trust, quanto tutti i vantaggi connessi alla demanialità materiale.

In ogni caso, occorre ribadire che la circostanza che quei beni, iscritti direttamente nel bilancio statuale o nel bilancio di una società pubblica allegata al bilancio dello Stato, e quindi parte della finanza pubblica allargata e del bilancio consolidato, non siano in concreto destinati alla vendita, non comporta in sé la loro sottrazione teorica al mercato, e quindi la loro invalutabilità, allo stesso modo in cui il bene immobile di una società privata, il cui valore sia iscritto in bilancio, non cessa di esprimere questo valore, pur quando esso sia di fatto volutamente immobilizzato e non vi sia alcuna intenzione di cederlo, e quindi esso sia, in concreto, sottratto al “mercato” solo da questo punto di vista.

In altri termini, l’essere dotato di un valore di mercato costituisce, per un bene, una nozione distinta dalla sua destinazione all’effettiva circolazione nel mercato stesso in senso materiale. Con l’ulteriore vantaggio che, iscrivendo il bene, senza cederlo, in bilancio, pubblico o privato, esso esplica la propria capacità di esprimere il proprio valoreesercizio dopo esercizio, e non un’unica volta, all’atto della vendita.

Prendiamo il caso dell’Autostrada del Sole: non si tratterebbe solo di contabilizzare il colossale valore economico del bene “stradale”, ma anche e soprattutto della sua capacità di produrre e fornire un servizio economico autonomamente valutabile, che è quello di consentire il trasporto privato, un intensissimo via vai che ha un valore di proporzioni “incommensurabili”; si tratta in concreto di dotarsi di strumenti aggiornati di stima (vi sono vari istituti che fungono da precedenti ispiratori, di utilizzo di quello che chiamiamo “metodo Lange” di valutazione del bene, alla luce degl