Qualche settimana fa, Franco Berardi ha lanciato attraverso Effimera (e attraverso suoi canali) alcune domande per provare a sondare (senza alcuna pretesa di “supposta scientificità”) gli effetti della pandemia sullo stato di salute mentale e fisico delle persone, su paure, sogni o incubi, sull’amore, il sesso, il rapporto con gli altri, sulla visione della politica anche oltre i confini nazionali. Qui le risposte che sono a lui arrivate e che Bifo ha elaborato e cucito insieme. Ne è uscita una narrazione collettiva, sotto alcune parole-chiave. Sentimenti e concetti ricorrenti. Un sondaggio dell’anima, lo ha chiamato, in modo molto efficace.

Seguiranno altri tentativi di lettura delle risposte che avete mandato al sito o che sono state raccolte da altri componenti della lista e della redazione di Effimera. State connessi

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Terrestri timidi

L’idea di mandare in giro un questionario mi è venuta in mente negli ultimi giorni dell’anno in un momento di solitaria euforia. Non un’inchiesta sociologica: il “campione” è minuscolo e soprattutto è troppo omogeneo sul piano culturale e sociale (studenti, artisti, giovani ricercatori, vecchi compagni). Non mi interessava un’indagine quantitativamente significativa, ma volevo tentar di capire quale sia l’orizzonte condiviso da una comunità culturale omogenea, e (credo) particolarmente sensibile al mutare dello psichismo collettivo. Sondare le trasformazioni affettive, percettive, e soprattutto immaginative.

Cosa si immagina nel doppio senso di: come si prevede che sarà il futuro, e cosa si progetta, cosa si inventa di alternativo al futuro prevedibile.

Un sondaggio dell’anima.

Ho spedito una trentina di questionari e nell’arco di due settimane mi sono arrivate più di venti risposte. Altre continuano ad arrivarmi.

La prima risposta mi è arrivata da Francesca:

“È una emozione ricevere questo tuo appello. La vita pare donarci momenti di grazia se solo osiamo immaginare insieme Mi viene in mente una poesia di sambati:

Le parole come scie

Di spose passano sul cuore

Nient’altro è apparire.

Grazie per apparire

Così

In tale momento

Con tale luminosa mossa

Verso nuove spinte

Nella ricerca del gesto

Che strapperà il destino

All’orrenda bestia

Per ridarlo ancora

 a noi terrestri timidi”

L’ultimo verso “a noi terrestri timidi” mi ha fatto una certa impressione perché mi pare che esprima abbastanza bene lo spirito del tempo. Lo so che lo spirito del tempo non esiste, ce ne sono diversi, e divergono. Ma possiamo raccontarcela così: per qualche secolo, in passato, i terrestri sono stati tutt’altro che timidi. Spavaldi, direi, avventurosi, aggressivi e intraprendenti. Ora pare che una specie di timidezza prevalga, almeno tra quei terrestri che conosco meglio, quelli più sensibili e credo consapevoli.

Poi ci sono quelli che per vincere la timidezza si travestono da patrioti. Ma questi non mi interessano.

È significativa la fortuna del pensiero di Mark Fisher tra i lettori colti dell’ultima generazione: Mark Fisher è un pensatore timido.

Ho letto i questionari, tutte quelle parole, una due tre volte, e poi ne ho tirate fuori dei brani,  li ho un po’ messo in connessione, ho trovato alcuni fili dell’elaborazione psichica e politica. Ora provo a srotolare alcuni di questi fili.

Limmaginazione sospesa

L’atto di immaginazione contiene due movimenti: è previsione del probabile, ma può anche essere escogitazione di linee di fuga singolari, e di processi di trasformazione collettiva.

Nel duplice senso della parola “immaginazione” mi pare che le risposte dichiarino una sorta di paralisi.

Non immaginiamo cosa accadrà né cosa vorremmo che accadesse.

Dal punto di vista psicoanalitico si può considerare la difficoltà di immaginare (o il vero e proprio blocco dell’immaginazione di futuro) come un sintomo di depressione.

Ma una interpretazione patologizzante rischia di perdere di vista la specificità di questa condizione: la disposizione che prevale nelle risposte che ho letto è quella di una sospensione, non di un blocco.

Chiara scrive:

“In questo periodo l’immaginazione sul futuro per me è cambiata .. ma non saprei dire se si è ribaltata o se forse si è semplicemente purificata da tutta una serie di elementi non necessari di cui facevo fatica a staccarmi.”

L’attraversamento della soglia pandemica prende tempo, e i tempi dell’elaborazione del trauma saranno più lunghi ancora.
Durante la lunga fase di soglia, a causa dell’isolamento il cervello non riesce a funzionare collettivamente. E’ la ragione principale per cui ho intrapreso questa sorta di inchiesta: per alimentare il mio cervello con l’attività del cervello altrui.

Nella condizione pandemica la capacità di immaginare sembra rallentata, con esiti che possono essere depressivi, ma possono anche avere evoluzioni non depressive, ma piuttosto nirvaniche, o contemplative, o in alcuni casi di iper-attivismo fisico (yoga, cyclette, mio fratello ha ristrutturato la casa si è costruito una palestra in garage…).

Non mi è giunta voce di nessuno che abbia occupato il suo tempo di quarantena in frenetiche attività erotiche, anche se alcuni hanno usato quel tempo per fare l’amore più spesso di prima.

Così scrive Alice:

“Sinceramente la vita sessuale di coppia ne ha beneficiato un sacco perché tra lockdown e quarantena abbiamo avuto molto più tempo per fare l’amore e siamo passati da una media di una-due volte la settimana (soprattutto nel weekend quando eravamo più riposati) a una media di una volta o anche due al giorno! Da quel punto di vista è stato un periodo bellissimo.”

In generale però l’erotismo sembra appannato, nell’area culturale cui fa riferimento questa inchiesta. L’identificazione subconscia della libera sessualità con l’irresponsabilità proclamata dalle culture di destra è uno degli aspetti più tristi di questo passaggio.

La sinistra si è identificata con coloro che rispettano le regole, che mantengono il distanziamento, che si comportano bene. C’è uno scambio di ruoli in commedia, per cui i fascisti sono i “difensori della libertà” e i progressisti sono i difensori della legge.

Anche questo segnala la dissoluzione del panorama politico novecentesco.

Dal quadro che si viene disegnando nelle risposte emerge un rimescolamento dell’energia libidica: la consapevolezza tende a manifestarsi come sublimazione, mentre l’espressione del desiderio appare come irresponsabilità o anche come aggressività.

Non emergono contenuti immaginativi di possibile alternativa: un altissimo grado di coscienza etica che si manifesta solo come indignazione, rabbia contenuta, impotente. Non possibilità di azione collettiva, non proposta di alternativa.

Lorenzo, studente, 25 anni, lo dice in modo molto diretto:

“Fare esercizi di immaginazione in questo momento mi riesce molto difficile.”

E aggiunge, con sincerità lancinante: “il Covid mi fa stare più tranquillo perché leva agli altri una vita che io non ho e non ho mai avuto. Tutto ciò è terribile, me ne rendo conto. Però lo sento e forse ignorare questo sentire sarebbe ancora più deleterio.”

E Bruno, giovane insegnante precario, scrive:

“Al momento la prospettiva del mio futuro si è come rattrappita; durante questi mesi ho spesso pensato che il domani fosse solo un buco nero, o che non sarebbe dovuto arrivare affatto.”

Ludovica, studentessa intorno ai 25 anni, scrive:

“Quando ho aperto questo file per la prima volta, ero a casa di amiche. Ho letto le domande ad alta voce, per commentarle collettivamente. Alla prima ci siamo messe a ridere, punte sul vivo da una domanda che ci poniamo quotidianamente ma che ci coglie inevitabilmente impreparate. Un’amica si è messa una mano al petto, mimando un colpo al cuore: “questa fa male”. Penso che la parola-trigger sia proprio “immaginare”. Non immagino niente, ho smesso di immaginare, perché il concetto di futuro è legato ad un’angoscia performativa che mi immobilizza. Sono cresciuta in un mondo che mi ha sempre detto: puoi fare tutto, puoi essere tutto. Dipende solo da te. Poi, quello stesso mondo si è tolto la maschera feroce e mi ha riso in faccia.”

Francesca (una seconda Francesca) operatrice culturale, 45 anni, alla domanda su quali libri o film o musiche accompagnino questa fase risponde:

“La canzone è Space Oddity di Bowie: “Il pianeta terra è blu (che nella lingua inglese significa anche triste), e non c’è nulla che io possa fare.” E poi il ripetere incessante di: Riesci a sentirmi? Riesci a sentirmi? Riesci a sentirmi?“

Niccolò è poeta: quando l’ho conosciuto qualche anno fa era uno slammer, e ora ha pubblicato una raccolta di poesie liriche (Tra ciliegi e Robot). Niccolò, a differenza di altri, immagina; la sua è un’immaginazione bloccata sull’eterno riproporsi di un presente disincarnato.

“I miei prossimi cinque anni li immagino dipinti sullo sfondo di stanze a porte chiuse. Sarà un quieto, spento vivere, senza troppo rumore né ospiti rumorosi giacché l’inquilino semi- sconosciuto con il quale molto probabilmente condividerò l’appartamento starà lavorando per qualche altro semi-sconosciuto in un altro appartamento dall’altra parte del mondo.”

Silvano vive all’estero, lavora nel settore delle costruzioni, e da tempo sta svolgendo una ricerca sull’arte e il pensiero critico negli anni Novanta. Scrive:

“Sì la sospensione della socialità è un effetto irreversibile, ma è un processo iniziato negli anni ’90, che l’avvento di internet e ora il virus ha solo accelerato.”

Margherita, 27 anni, è danzatrice. La danza è simbolo della precarietà felice: penso al simbolo di Occupy Wall Street, quella danzatrice che si libra leggera sul dorso dell’orrendo toro di bronzo che scalcia e muggisce preparandosi a rompere il mondo.

A proposito dei prossimi cinque anni Margherita scrive:

“teatri che non riaprono, pochi fondi, produzioni che calano quindi non si lavora più, condizioni di lavoro, creatività e relazioni così compromesse e sacrificate che mi tiro via io prima. Mollo tutto e faccio altro. Cosa potrebbe essere “altro”? Non so, forse tra un anno insegno Yoga online in modalità full time. Nel caso, so già che fare marketing non mi interessa e potrei soffrire le tassazioni dell’apertura di una partita iva, quindi dubito che le mie possibilità di reddito aumentino.”

Che la precarietà sia una condizione complessa in cui è possibile trovare insieme libertà e asservimento, miseria e ricchezza, lo dice anche Bruno, giovane insegnante precario:

“Per quanto riguarda il lavoro, molto probabilmente farò quello che sto già facendo da un annetto, e cioè insegnare nelle scuole superiori; ora sono precario, e la cosa mi sta bene: l’idea di mettere radici in un posto, o in una scuola, mi spaventa, o meglio mi atterrisce.”

Francesca scrive:

“Credo che questa sospensione della socialità sia atroce e che subiremo tutte e tutti degli effetti nel lungo periodo. Effetti che non svaniranno più. Specialmente i più piccoli la subiranno. Ho due figlie e questo aggrava ogni mia preoccupazione. All’ennesima potenza. Se fossi più giovane ora, non so se farei figli, non so se ora me la sentirei.”

E Chiara, che è danzatrice come Margherita, scrive: “Questa pandemia mi ha fatto vedere a che velocità viaggiavo in ogni giornata.”

C’era bisogno di correre tanto? In questo senso parlerei di “sospensione” dell’immaginare. Se pur non si immagina cosa faremo nei prossimi cinque anni, intanto la vita precedente è in sospensione. E’ come se l’inimmaginabile si fosse imposto con la forza virale di un imprevisto.

Chiara aggiunge:

“Nulla svanirà. Non credo ci sarà un dopo. Questa è un’illusione. L’idea di aspettare può creare solo depressione e falsità. Credo che ciò che sta accadendo ora avrà fortissime ripercussioni, soprattutto sui giovani di oggi. Ho visto qualche adolescente nelle situazioni di seguire le lezioni online. Inconcepibile. Ma la scuola è emersa per come è, e c’è tanto lavoro da fare nella pedagogia. Ho tanto pensato ai bambini davanti al computer, al parco con una mascherina. Bambini che continuano a nutrirsi di concetti come il distanziamento (che poi perché non avremo potuto dire che è “fisico” piuttosto che “sociale”) e fare esperienze virtuali che inibiscono corpo e la mente.”

Marina (30 anni) parla del trauma pandemico in termini di intossicazione e indebolimento:

“Gli effetti saranno di lungo periodo. Nonostante questo trauma pesante che intossica e indebolisce le reti di relazioni credo ancora nella possibilità di fare dei figli su questo pianeta.”

L’immaginazione esita, ma l’immaginario è denso di stimoli distopici. La distopia (letteraria, cinematografica, filosofica) ha finito per diventare la principale fonte dell’immaginazione collettiva. La produzione di Netflix lo testimonia.

Filippo scrive:

“Negli ultimi anni serie come The Handmaid’s Tale, Black Mirror, La Casa di Carta, Il Trono di Spade,….sono state presenza fissa in casa nostra. Avendo frequentato poco il cinema, alcune delle cose più interessanti che abbiamo visto negli ultimi due anni a livello estetico, sociologico, politico vengono dalle serie tv, ma c’è da fare molta attenzione e ricordarci bene Zizek e Fisher. L’immaginario distopico o di resistenza che alle volte Netflix ci fornisce non è altro che la dose consentita e accuratamente pesata di opposizione al sistema attraverso cui il sistema si perpetua.”

Questa apparente paralisi dell’immaginazione di futuro è da intendersi come sintomo di una depressione?

Troppo semplice.

L’immaginazione esita, e l’esitazione è oscillazione tra evoluzioni divergenti ma non per il momento distinguibili.

Solo Alice sembra avere in mente una prefigurazione che spazia su un tempo di più generazioni:

“Secondo me ci sarà qualcosa di grosso che seguirà alla sindemia, qualcosa di molto simile alla terza guerra mondiale, e poi, se non ci estinguiamo, la terra sarà meno popolata e le cose cominceranno ad andare meglio, ma a quel tempo io sarò già troppo vecchia o morta per vederlo. Su questo sono rassegnata: mi è andata così! Pensa a quelli che sono nati negli anni ‘70 o ‘80 dell’800 e si sono beccati la prima guerra mondiale, la grande depressione, poi pure la seconda e alla fine quando è arrivata la pace e il benessere erano ormai vecchi…”

E ancora Alice fa un’ipotesi di respiro biblico per la redistribuzione della ricchezza:

“Un metodo secondo me molto utile e efficace per redistribuire la ricchezza è quello descritto nel vecchio testamento e usato dagli ebrei per secoli, del “giubileo”. Ogni 50 anni per un anno non si lavorava, la proprietà privata veniva annullata, gli schiavi venivano liberati, i debiti annullati, tutto veniva resettato e redistribuito. Un anno intero di festa per ribaltare tutto e riabituarsi al nuovo assetto. Per un attimo all’inizio della pandemia ho avuto la speranza e la sensazione che questo potesse almeno in minima parte succedere, ma ovviamente le cose non sono andate così. Però secondo me il problema non è che il potere e la ricchezza esistano in sè, ma che non circolano e sono nelle mani degli stessi da ormai troppo tempo. Una guerra o una epidemia possono annullare tutto e ricominciare daccapo ma il giubileo come quello degli ebrei ovvierebbe a questo problema, arrivando ad una nuova normalità e un nuovo mondo senza dover passare da distruzione e devastazione.”

Margherita, che pur avendo 27 anni si mette nella categoria dei vecchi che dovrebbero scomparire, propone di far nostro il punto di vista di coloro che non ci sono ancora, dei figli che a lei non dispiacerebbe mettere al mondo:

“Penso che (il contagio) continuerà ad avere degli effetti ma che saremo in grado di godere della socialità comunque. Saremo forse più in grado di prima di godere e basta. Penso che i piccoli e i giovani sono e saranno resilienti e svegli e si muoveranno nel mondo con amore e curiosità, sempre e comunque. Penso che i vecchi, tipo io adesso, dovrebbero scomparire o come minimo stare attenti a quello che dicono.. Dovremmo stare zitti e osservare, dovremmo evitare almeno verbalmente di passare i nostri traumi, di insegnare come vanno fatte le cose, anzi non dovremmo proprio insegnare quello che sappiamo, quello che è stato insegnato a noi..  Dovremmo evitare gli abusi involontari, dovremmo lasciarli fare. So che la mia generazione pensa collettivamente che non fare figli possa  risolvere le cose, ma io sto iniziando a pensare che siamo noi il problema, e le generazioni che ci hanno preceduto.. Potremmo fare quest* figli*, andarcene noi e finalmente lasciarle libere e liberi di esistere sulla terra. E basta.”

Prossemica dellevitazione

La domanda se, entrando in un bar, baceresti un* sconosciut* ammiccante e attraente riceve risposte dirette e indirette.

Mackda risponde con pragmatismo un po’ ironico:

“Tanto i bar sono chiusi. Ad ogni modo la mia vita sessuale non è cambiata ma anche questo è un segno dei tempi.”

E Bruno:

“La possibilità di incontrare una bellissima sconosciuta in un bar (semichiuso, coi tavoli distanziati) era effettivamente molto bassa. Ma anche con le non sconosciute non bellissime non mi sono buttato, ecco.”

E Dalia:

“mi sento meno incoraggiata a condividere il mio tempo nel costruire alcun tipo di relazione con persone che non appartengono già alla mia cerchia sociale.”

Letizia invece:

“Se dovessi incontrare di nuovo una persona minimamente interessante conoscendomi lo farei. Forse perché avendo già avuto il covid mi sento in qualche modo maggiormente tutelata, anche se non immune.  Sarebbe un gesto irresponsabile ma totalmente istintivo.  Poi sarei colta dall’ansia più assoluta probabilmente. In ogni caso è una risposta la mia che va in base all’immaginazione di me in quella situazione. Trovandomi sul serio davanti all’altra persona forse non mi ci avvicinerei neanche  a meno di un metro.”

Sarebbe un gesto irresponsabile, dice Letizia. La questione della “responsabilità” è diventata centrale nell’opinione, negli stili di vita, nelle prese di posizione. Il contagio ci ha costretti a mettere il desiderio in secondo piano rispetto alla responsabilità, condizione problematica per l’autonomia.

Bruno scrive ad esempio:

“la scoperta e l’intesa sessuale tra due persone sono le spinte che permettono di osare, di gioire, e di essere più di noi stessi. Quando la possibilità del contatto viene intercisa, o a monte dallo Stato, o dalla propria paura per la malattia, l’orizzonte del nostro senso e del nostro agire si fa di molto più stretto, e, proprio oggettivamente, sterile”

Per tornare alla domanda: la risposta è sì, ma poi dovrei farmi dieci giorni lontano dalla persona a me vicina che sta male, perché non può permettersi di entrare a contatto col virus. Quindi dovrei scegliere, delle due l’una: o restarmene da solo, reprimere e frustrare il mio desiderio, o provare un grosso senso di colpa.”

A proposito dei cambiamenti nella vita erotica Ludovica dice:

“Non è cambiata significativamente. Di certo, incontrando meno persone, diminuiscono le possibilità di incontrare potenziali amanti, ma il 2020 è stato un anno di grande mobilità per me, quindi non ne ho risentito troppo. Credo che per la maggior parte delle persone sia stato molto diverso”.

PS Sicuramente ho notato, intorno a me, un’accelerazione nei tempi di stabilizzazione dei rapporti. Se incontri qualcuna/o che ti piace durante una pandemia in cui c’è pochissima vita sociale e poca possibilità di esplorazione, finisci per tenertela stretta, e in un mese ti trovi fidanzata senza neanche accorgertene.”

Ti trovi fidanzata senza accorgertene. La coppia si impone come soluzione rassicurante e per questo privilegiata, e non è detto che questo arricchisca l’esperienza. Forse no.

Pietro, trentenne, scrive:

“ Sicuramente se abbiamo perso intimità con le persone più lontane abbiamo acquistato intimità con quelle più vicine. Non c’era scampo!”

E Bruno scrive, con un tono che sembra denotare più amarezza che speranza:

“Penso che la socialità riprenderà come prima, all’inizio in maniera più euforica. Ci saranno più matrimoni che divorzi, mi immagino. Ci sarà più voglia di vita, per sé e da dare ad altri. Mi ritorna in mente Don Abbondio (ed è tutto dire, ma perdonatemi…) nel lazzaretto, e il suo discorso sui matrimoni necessari dopo un periodo di morte.

Un pensiero in più: noto che in questo periodo le persone che stavano insieme blandamente (mi si passi questo termine orrendo) si sono più strette. Non so se per la paura di rimanere da soli, o per la condivisione di un’esperienza estrema.”

E Margherita:

“Vivo in un appartamento con il mio ragazzo, in una città di circa 132.000 abitanti nella pianura padana dove sto benino. Ma benino non è abbastanza e, durante il lockdown a inizio dell’anno scorso, ho maturato questi pensieri: vorrei spostarmi in Sardegna, vivere vicino al mare, avere uno spazio all’aperto, vivere con amici vicini, avere un orto. Penso che la vita in due sia meglio che in un*, Ma si è comunque pochi. Se succede qualcosa, da due si fa presto a rimanere sol*. Almeno in tre, ancora meglio in un gruppetto. Pochi ma buoni. Ho bisogno di socialità, ho bisogno che il mio ego, la mia persona, cominci a contare molto meno, nella pratica oltre che nella teoria.”

Stefania per parte sua dice:

“…non bacerei uno sconosciuto incontrato per caso anche perché non l’avrei fatto nemmeno prima della pandemia mi dispiace solo perché ci vorrà tempo per togliere quel senso di sospetto nel guardare e avvicinare chiunque anche chi conosci.”

Gadi, 21 anni, studentessa scrive:

“Ammetto di aver sorriso alla domanda, non perché trovi che sia qualcosa di cui ridere, in maniera quasi infantile, il motivo è semplice, la pandemia ha stravolto la vita sessuale quasi di chiunque, perché dico quasi? La mia è rimasta pressoché invariata, ho sempre vissuto l’idea del sesso e l’esperienza sessuale, con estrema angoscia, a prescindere da esperienze pregresse particolarmente negative. Il sesso, così come qualsiasi cosa preveda del contatto fisico o lo scambio di fluidi, è sempre stato, ai miei occhi, sinonimo di malattia, è qualcosa che evito, per quanto possa sembrare strano, con estremo piacere, non posso fare a meno di pensare a quali malattie potrei contrarre. “E se avesse la mononucleosi? Se si chiama malattia del bacio, un motivo c’è, no? Oddio, potrei chiederlo e se mentisse? Se non sapesse di averlo? E se morissi?”

Poco importa quanto sia rara la malattia, se da anni non ci sono più casi, il terrore di poterne contrarre una, che sia la mononucleosi, l’epatite o l’influenza, è il leitmotiv dei miei rapporti sessuali.

Al terrore del contagio e di eventuali malattie che potrebbero essere mortali solo per me, che ha sempre influenzato ogni aspetto della mia vita, non è un caso il fatto che io abbia sempre evitato luoghi affollati e che io viva circondata da flaconcini di disinfettante, si aggiunge l’essere particolarmente timida, non ho mai baciato nessuno per prima, per cui, no, non l’avrei fatto manco prima, adesso ho, semplicemente, un motivo in più per pensarci su, a prescindere da quanto possa essere bella e affascinante la persona che ho davanti a me.”

Una sensibilità mutante va prendendo forma. Non si tratta né di curarla né di giudicarla, si tratta di comprenderla e al tempo stesso di cogliere nel nucleo malinconico di certi racconti vibrazioni felici, sublimazioni euforiche.

Lucia (68 anni) fa un’osservazione interessante sulla mutazione prossemica:

“Cosa succede oggi?

Che la prossemica spontanea diviene oggetto di coartazione consapevole.

Ho paura (del contagio) quindi sto lontano.

Questo fa diminuire drasticamente la spontaneita’ delle umane relazioni.

Posso dire pero’ che non tutti hanno paura allo stesso modo, e che talvolta….

Spesso incontro un mio vicino di casa, un romagnolo tipicamente chiacchierone, attaccabottoni, socievole e sempre in cerca di qualcuno con cui passare il tempo. Lui mi sta alla larga, x un po’, ma se gli do’ corda nella chiacchiera si avvicina. Se passa qualcuno x strada si riallontana. Tutti movementi piu’ o meno inconsapevoli, ma….. mi fa ottimisticamente pensare che l’umanita’ non si abituera’ alle distanze, o, come dicono oggi, I distanziamenti.”

Niccolò osserva che i mutamento psico-erotico in corso non è un portato della pandemia; questa ha solo confermato e concluso un processo che si svolgeva da anni.

“La mia vita sessuale non è cambiata troppo, se non altro si sono ampliati quei connotati che la rendevano già sufficientemente complessa e al contempo piuttosto comune: pornografia, pigrizia e scarsissima immaginazione. Non troverei tuttavia ostacoli nel riabbracciare l’incontro e l’ambiguità della seduzione, ma trovo che anche da questo punto di vista una rivoluzione sessuale 2.0 abbia stravolto i codici e i linguaggi dell’attrazione ben prima della pandemia. Qualche mese fa sono uscito da una storia di diversi anni e riabbracciando una certa vita erotica ho dovuto fare i conti con una metamorfosi culturale che ingenuamente, in questi anni, mi aveva solamente sfiorato. Se da un lato fenomeni come il movimento MeToo e la nuova onda femminista abbiano parecchio percosso – ma non smosso – i vecchi canoni di genere, dall’altro l’astrazione totale, connettiva e deliberatamente consumista dell’epidemia di Tinder ha pervaso strade, letti e toilette occupate. L’estetica e la semantica dell’atto d’amore non sono più le stesse e se il terrore mediatico dilagante genera terrore del corpo altrui, questo fenomeno trova un terreno fertile in un mondo sessuale caratterizzato da app di incontri fatte a misura per i propri gusti atrofizzati. All’ambiguità si viene a sostituire la fredda certezza, al gioco del corteggiamento l’abbonamento Premium, al bacio al chiaro di luna la dick pic.”

Credo che stiamo attraversando una ridefinizione inconscia della prossemica, disposizione dei corpi nello spazio, percezione di sé in rapporto agli altri.

E’ significativo il fatto che tre intervistati hanno riferito di un automatismo cognitivo che posso testimoniare di avere verificato anche in me stesso: quando vedi un film in cui la gente si affolla senza protezioni provi imbarazzo per un istante, e c’è qualcosa in te che si chiede: ma com’è possibile, che stanno facendo?

Filippo scrive:

“l’estetica da pandemia fatta di distanziamento, mascherina e sensibilizzazione fobica dell’altro si è sedimentata anche nel mio immaginario e spesso, quando guardo ad esempio un film, mi sorprendo irrigidito a chiedermi: “E le mascherine? Non hanno paura di essere contagiati?”

E Alessio:

“Non posso negare di essere molto più attento a trovare un distanziamento piuttosto che un avvicinamento sociale. Ho trovato particolarmente interessante una mia reazione istintiva (che condivido con altri), ad esempio guardando film. Quando vedo persone troppo vicine o che si abbracciano o senza mascherina, mi viene sempre pensato che è qualcosa di strano, percepisco qualcosa di sbagliato. Devo comunque aggiungere che sono costantemente in contatto con un familiare ad altissimo rischio, per questo motivo ho ridotto al minimo le mie interazioni umane.”

E Ludovica:

“A volte, guardando un film, se i personaggi si ritrovano in una stanza in gruppo senza mascherine, o se si baciano, toccano, o avvicinano troppo, mi sale un momento di angoscia-covid. Mi rendo conto che la pandemia è stato un trauma collettivo: ne siamo ancora dentro, i traumi si metabolizzano quando sono finiti. Ho vissuto in Inghilterra e ricordo la tristezza di un luogo in cui le persone non si toccano, non si prendono confidenze, non si abbracciano. Ho paura di un futuro del genere: come possiamo metabolizzare il trauma in modo positivo?
Dall’altro lato, però, ricordo l’estate del 2020: finita la prima ondata, la gente si è riversata nelle spiagge alla ricerca di un po’ di felicità collettiva. L’Italia è un paese con una forte tendenza all’everyday resistance, nel senso in cui lo intendeva James Scott: questo mi dà fiducia.”

Questa ridefinizione inibitoria della prossemica, per cui il distanziamento si trasforma da regola sanitaria esterna in automatismo cognitivo, non passa inosservata, non è inconsapevole. E’ oggetto di un’elaborazione i cui esiti restano indeterminati. E’ qui che emerge il ruolo di un’azione culturale, poetica, visuale, musicale e naturalmente psicoanalitica, o forse meglio schizoanalitica.

Nel passaggio della soglia si svolge l’elaborazione del trauma. E cosa ne verrà fuori non lo  sappiamo, ma stiamo cercando. Lo dice bene Costanza:

“Non ho avuto vita sessuale nell’ultimo anno