Le lancette del tempo nella storia della resistenza, organizzata, del popolo curdo si sono mosse rapidamente, come forse nessuno si aspettava, dal 27 febbraio.

Le parole di Ocalan, la fine di Assad in Siria, l’incontro internazionale di Roma e ora il 12° congresso del PKK hanno impresso un’accelerazione ad una lunga storia.

Il PKK si è sciolto e ha abbandonato la lotta armata, lo ha fatto in un processo che è iniziato negli anni ’90 con i colloqui di pace con il presidente turco Turgut Özal, passando per il cambio di paradigma tra il 2004 e il 2005 con il confederalismo democratico e il superamento della logica dell’indipendenza. Il PKK non rinuncia alla lotta, tanto che nello stesso comunicato si legge: “è di vitale importanza che il nostro popolo, guidato dalle donne e dai giovani, costruisca le proprie auto-organizzazioni in tutti i campi della vita, si organizzi sulla base dell’autosufficienza attraverso la propria lingua, identità e cultura, si difenda dagli attacchi e costruisca una società comunitaria democratica con uno spirito di movimento. Su questa base, crediamo che i partiti politici curdi, le organizzazioni democratiche e gli opinionisti adempiranno alle loro responsabilità per far progredire la democrazia curda e la nazione democratica dei curdi”. Insomma, cambia la strategia, ma non l’obiettivo perseguito per anni, ovvero la costruzione di una Turchia pluri-nazionale.

Se il percorso è stato chiaro per anni, la rapida scelta di dire no alla lotta armata genera sgomento e dubbi. Ma una cosa è osservare, discutere e riflettere. Un’altra cosa è giudicare. I giudizi sarebbe meglio lasciarli ai giudici, che tendono a rispondere alla logica della difesa dello status quo. Il PKK è nato nel 1978, resiste da 47 anni in uno stato di guerra genocida, è difficile pensare che non siano stati fatti conti e calcoli. Il primo e probabilmente il più importante ragionamento che è stato fatto è la necessità di cambiare la routine quotidiana della lotta per darle un nuovo impulso. Per anni, il PKK è rimasto ancorato alla resistenza, ma non è stato in grado di generare progressi. La seconda, che non è viva solo all’interno del movimento curdo, è la ricerca della pace. Solo chi vive in guerra sa quanto sia dannoso lo stato di guerra e quanto sia necessaria la pace per costruire e avere una prospettiva più ampia.

Nel comunicato scrivono: “La guerriglia si è diffusa in tutto il Kurdistan e in Turchia. L’impatto della guerriglia ha portato il popolo curdo a sollevarsi in insurrezioni di massa (serhildan), rendendo la guerra l’opzione principale per entrambe le parti. L’escalation reciproca della guerra non poté essere invertita e gli sforzi del leader Apo per risolvere la questione curda con mezzi democratici e pacifici alla fine fallirono”.

Ora, se la scelta del PKK sia quella giusta, solo la storia potrà dircelo. Di certo, i precedenti storiografici non sono a favore del dialogo: oltre agli anni ’90 conclusi con l’assassinio di Turgut Özal, seguiti dagli “anni perduti” del 1994-1998 (come li chiamava Ocalan), c’è l’era Erdogan (2013-2015) che ha portato a una recrudescenza della repressione, ma anche alla crescita di esperienze di autogoverno nei quartieri liberati delle principali città del Kurdistan turco.

Il PKK è nato nel vortice del sogno comunista, guardava a Mosca e la sua matrice marxista-leninista univa il sogno della rivoluzione a quello dell’indipendenza. Quel mondo, quel sogno, si è sgretolato e in questo 2025 il PKK ha fatto i conti con la sua storia e con la fase politica che il mondo sta attraversando. Leggere il pianeta con schemi classici non sempre aiuta a interpretarlo. Forse anche rompere gli schemi non porta al risultato. Ma se Lenin si chiedeva cosa fare, forse oggi è legittimo chiedersi se sia più comodo non rischiare, rimanere su strade “sicure” che non aprono alla discussione e alla critica, o se sia meglio provare a fare qualcosa di diverso per essere efficaci.

Le risposte non esistono, sono date dal tempo, dalla pratica e dagli effetti. Quello che possiamo vedere oggi è che in Siria il nuovo governo si sta impegnando nel dialogo e sembra disposto a riconoscere ciò che le forze del nord e dell’est della Siria hanno costruito in nome del confederalismo democratico. La scelta del PKK ha scosso il dibattito politico in Turchia, al punto che tutti, da Erdogan ai micro-partiti della sinistra, si sono espressi. È facile pensare che questo non sarà sufficiente.

Per questo credo che il PKK e coloro che per anni ne hanno portato l’uniforme si dedicheranno, in altro modo, alla costruzione comune, con tutti i pezzi di società disponibili, di meccanismi democratici e di autodifesa. Questo sembra aleggiare, senza essere espresso, dietro alla fine all’esperienza del partito. È difficile credere che 47 anni di storia, dignità e resistenza vengano buttati via. Perdere il nome e dedicarsi a una nuova tattica significa vendersi?

 

Articolo pubblicato il 13 maggio sul quotidiano La Jurnada e tradotto dall’autore stesso in italiano