Le parole di Ocalan, la fine di Assad in Siria, l’incontro internazionale di Roma e ora il 12° congresso del PKK hanno impresso un’accelerazione ad una lunga storia.
Il PKK si è sciolto e ha abbandonato la lotta armata, lo ha fatto in un processo che è iniziato negli anni ’90 con i colloqui di pace con il presidente turco Turgut Özal, passando per il cambio di paradigma tra il 2004 e il 2005 con il confederalismo democratico e il superamento della logica dell’indipendenza. Il PKK non rinuncia alla lotta, tanto che nello stesso comunicato si legge: “è di vitale importanza che il nostro popolo, guidato dalle donne e dai giovani, costruisca le proprie auto-organizzazioni in tutti i campi della vita, si organizzi sulla base dell’autosufficienza attraverso la propria lingua, identità e cultura, si difenda dagli attacchi e costruisca una società comunitaria democratica con uno spirito di movimento. Su questa base, crediamo che i partiti politici curdi, le organizzazioni democratiche e gli opinionisti adempiranno alle loro responsabilità per far progredire la democrazia curda e la nazione democratica dei curdi”. Insomma, cambia la strategia, ma non l’obiettivo perseguito per anni, ovvero la costruzione di una Turchia pluri-nazionale.
Se il percorso è stato chiaro per anni, la rapida scelta di dire no alla lotta armata genera sgomento e dubbi. Ma una cosa è osservare, discutere e riflettere. Un’altra cosa è giudicare. I giudizi sarebbe meglio lasciarli ai giudici, che tendono a rispondere alla logica della difesa dello status quo. Il PKK è nato nel 1978, resiste da 47 anni in uno stato di guerra genocida, è difficile pensare che non siano stati fatti conti e calcoli. Il primo e probabilmente il più importante ragionamento che è stato fatto è la necessità di cambiare la routine quotidiana della lotta per darle un nuovo impulso. Per anni, il PKK è rimasto ancorato alla resistenza, ma non è stato in grado di generare progressi. La seconda, che non è viva solo all’interno del movimento curdo, è la ricerca della pace. Solo chi vive in guerra sa quanto sia dannoso lo stato di guerra e quanto sia necessaria la pace per costruire e avere una prospettiva più ampia.
Nel comunicato scrivono: “La guerriglia si è diffusa in tutto il Kurdistan e in Turchia. L’impatto della guerriglia ha portato il popolo curdo a sollevarsi in insurrezioni di massa (serhildan), rendendo la guerra l’opzione principale per entrambe le parti. L’escalation reciproca della guerra non poté essere invertita e gli sforzi del leader Apo per risolvere la questione curda con mezzi democratici e pacifici alla fine fallirono”.
Ora, se la scelta del PKK sia quella giusta, solo la storia potrà dircelo. Di certo, i precedenti storiografici non sono a favore del dialogo: oltre agli anni ’90 conclusi con l’assassinio di Turgut Özal, seguiti dagli “anni perduti” del 1994-1998 (come li chiamava Ocalan), c’è l’era Erdogan (2013-2015) che ha portato a una recrudescenza della repressione, ma anche alla crescita di esperienze di autogoverno nei quartieri liberati delle principali città del Kurdistan turco.
Il PKK è nato nel vortice del sogno comunista, guardava a Mosca e la sua matrice marxista-leninista univa il sogno della rivoluzione a quello dell’indipendenza. Quel mondo, quel sogno, si è sgretolato e in questo 2025 il PKK ha fatto i conti con la sua storia e con la fase politica che il mondo sta attraversando. Leggere il pianeta con schemi classici non sempre aiuta a interpretarlo. Forse anche rompere gli schemi non porta al risultato. Ma se Lenin si chiedeva cosa fare, forse oggi è legittimo chiedersi se sia più comodo non rischiare, rimanere su strade “sicure” che non aprono alla discussione e alla critica, o se sia meglio provare a fare qualcosa di diverso per essere efficaci.
Le risposte non esistono, sono date dal tempo, dalla pratica e dagli effetti. Quello che possiamo vedere oggi è che in Siria il nuovo governo si sta impegnando nel dialogo e sembra disposto a riconoscere ciò che le forze del nord e dell’est della Siria hanno costruito in nome del confederalismo democratico. La scelta del PKK ha scosso il dibattito politico in Turchia, al punto che tutti, da Erdogan ai micro-partiti della sinistra, si sono espressi. È facile pensare che questo non sarà sufficiente.
Per questo credo che il PKK e coloro che per anni ne hanno portato l’uniforme si dedicheranno, in altro modo, alla costruzione comune, con tutti i pezzi di società disponibili, di meccanismi democratici e di autodifesa. Questo sembra aleggiare, senza essere espresso, dietro alla fine all’esperienza del partito. È difficile credere che 47 anni di storia, dignità e resistenza vengano buttati via. Perdere il nome e dedicarsi a una nuova tattica significa vendersi?
Articolo pubblicato il 13 maggio sul quotidiano La Jurnada e tradotto dall’autore stesso in italiano
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