Pubblichiamo in anteprima, in occasione dell’uscita di un volume di scritti di Mario Tronti edito da Il Mulino, la traduzione italiana della voce, dedicata a Tronti, che uscirà prossimamente per i tipi di Routledge all’interno dell’Handbook of Marxism. Si ringrazia l’autore, Davide Gallo Lassere. Il testo è ripreso da Commonware.

Il comunismo del Novecento – la nostra Heimat

Scrutare il mondo con sguardo politico. Confrontarsi con la storia innanzitutto, e solo in seguito con la teoria. Perseguire non tanto l’inserzione in una tradizione di pensiero, ma degli strumenti per organizzare la lotta. Ecco, a grandi linee, l’approccio sviluppato da Mario Tronti lungo l’arco della sua vita. Politico pensante piuttosto che pensatore politico, l’autore dell’opera fondatrice dell’operaismo fa sistematicamente implodere la separazione tra teoria e pratica. Secondo Tronti, la teoria è sempre politica, e la politica è sempre teorica; è a partire dalla pratica che si produce della teoria e la teoria può e deve esprimere una produttività politica. Come egli scrive in un articolo giovanile, “se il Capitale è nello stesso tempo un’opera scientifica e un momento d’azione politica che sposta la realtà oggettiva delle cose, si potrebbe sostenere inversamente che la stessa rivoluzione d’Ottobre o la Comune di Parigi sono nello stesso tempo un grande movimento pratico e una potente scoperta teorica”[1].

Malgrado le svolte significative conosciute nel corso del tempo – dal conflitto ancorato nella materialità della classe a una visione metafisica della conflittualità -, questo stile di militanza che fonde ricerca teorica e azione politica è diventato uno dei marchi di fabbrica di Tronti, determinato dal sentimento di appartenenza destinale a una parte del mondo sociale che – una volta sconfitta dalle forze della storia – assume dei tratti tragici[2]. Se, in effetti, lo scorso secolo ha visto all’opera lo scontro titanico sullo scacchiere globale tra operai e capitale, la catastrofe antropologica seguita alla débâcle del comunismo impone una rifondazione radicale del pensiero e dell’azione. È la sequenza di questi passaggi storici che ha nutrito l’elaborazione trontiana: dall’operaismo degli anni ’60 al confronto con la tradizione teologica, passando per la scoperta dell’autonomia del politico, la lettura dei classici della storia del pensiero, lo studio delle rivoluzioni borghesi, operaie e conservatrici, le riflessioni sul Grande e Piccolo Novecento, la critica della democrazia politica realmente esistente e la ricerca di un realismo antagonista[3].

Dentro e contro

Operai e capitale è la pietra miliare del marxismo autonomo. Scritto in un stile assertivo e paratattico, senza subordinate né concessive, la pregnanza categoriale di tale libro di formazione ha dato luogo a un metodo pratico di pensiero così rigoroso e devoto al reale da dispensare un insegnamento etico-politico prezioso per i militanti intellettuali del gruppo degli operaisti. Procedere per tesi, affermare aggirando le dimostrazioni, esprimere la densità dei rapporti sociali e politici in un linguaggio incisivo e mordente – è così che Tronti disegna brechtianamente “la linea di condotta” contro “il piano del capitale” nel momento in cui la fabbrica ha invaso la società intera[4].

Per rendere conto in modo sintetico della pluralità di contenuti di quest’opera complessa – che ha giocato un ruolo teorico e politico cruciale, non solo in Italia – bisogna allora leggere il concatenamento dei diversi capitoli attraverso i quali si articola il volume in parallelo all’evoluzione della situazione sociale e politica del paese, e delle divisioni che hanno segnato il gruppo degli operaisti. Lungi dall’essere un libro omogeneo, Operai e capitale si compone infatti di:

– 1. una introduzione scritta alla fine del 1966, quando l’esperienza di classe operaia si sta ormai  esaurendo;

– 2. tre capitoli analitici, le “prime ipotesi”, apparsi sulle riviste Il mondo nuovo e Quaderni rossi, tra il 1962-63;

– 3. quattro capitoli politici, “un esperimento politico di tipo nuovo”, gli editoriali del giornale classe operaia, tutti del 1964;

– 4. le “prime tesi”, del 1965;

– 5. il poscritto alla seconda edizione del 1970, che annuncia l’investimento del campo di battaglia dell’autonomia del politico.

Una volta elaborata la diagnosi dell’allora nuovo capitalismo nei capitoli iniziali – in particolare La fabbrica e la società e Il piano del capitale – l’insieme dell’opera è infatti attraversato da degli spostamenti teorici e politici in presa diretta con la dinamica delle lotte sociali in Italia. Tali spostamenti consentono di decifrare, al contempo, il doppio movimento di allontanamento e di riavvicinamento di Tronti rispetto al PCI e le sue rotture con Panzieri prima (l’uscita dai Quaderni rossi), e Alquati, Bologna e Negri poi (la chiusura di classe operaia).

Quest’opera di gioventù, che mette a fuoco gli studi anteriori su Gramsci e la logica del capitale nei quali emerge già il primato del soggetto sull’oggetto[5], presuppone una lettura di Marx ieri e oggi. Come abbiamo detto, per Tronti “il primo corpo a corpo della teoria non è con l’altra teoria ma con la storia”[6]. È l’urgenza di trasformare il mondo che obbliga alla fatica del concetto[7]. La “depurazione marxiana del marxismo” alla quale aspirano gli operaisti non passa allora attraverso un confronto tra Marx e altri autori o la sua epoca, ma tra Marx e il capitalismo fordista, keynesiano e taylorista: “Il capitale deve essere giudicato sulla base del capitalismo di oggi[8]. Le “prime ipotesi” di questo uso audace di Marx oltre di Marx, come si dirà in seguito, s’impegnano ad aggredire la congiuntura di inizio anni ’60. Mosse da una rinascita delle lotto operaie – in particolare gli scioperi e i blocchi per il rinnovo contrattuale del 1962 alla Fiat, immediatamente sconfinati nelle sommosse di Piazza Statuto – queste ipotesi analitiche gettano uno sguardo critico sul paesaggio politico-industriale dell’epoca, insistendo sulla triade lotte-sviluppo-crisi.

Secondo gli scritti apparsi sui Quaderni rossi, è la potenza delle lotte salariali che spinge il capitale a innovarsi dal punto di vista organizzativo e tecnologico e a socializzare le forze produttive, favorendo così la preparazione delle condizioni più propizie per la sua rimessa in causa. In effetti, più il capitale si valorizza e più è costretto a incorporare la classe operaia in seno al processo di accumulazione, strutturandola in quanto potenziale forza d’opposizione: “dentro la società e contro di essa […] la condizione appunto degli operai come classe di fronte al capitale come rapporto sociale”[9]. Le lotte per gli aumenti salariali e per delle migliori condizioni di lavoro – esattamente come le lotte per la giornata di lavoro descritte da Marx nell’ottavo capitolo del suo capolavoro – determinano una modificazione sostanziale della composizione del capitale e provocano un’estensione e un’intensificazione del processo di sussunzione del sociale e della sua messa a valore in termini capitalistici, facendo degli operai irreggimentati nelle fabbriche la vera chiave di volta del sistema. “Al livello più alto dello sviluppo capitalistico, il rapporto sociale diventa un momento del rapporto di produzione, la società intera diventa un’articolazione della produzione, cioè tutta la società vive in funzione della fabbrica e la fabbrica estende il suo dominio esclusivo su tutta la società”[10].

Da un punto di vista analitico, bisogna dunque considerare 1. l’integrazione crescente, attuata dagli agenti statali e capitalistici, del ciclo produzione-distribuzione-scambio-consumo e 2. la subordinazione progressiva di “ogni rapporto politico al rapporto sociale, ogni rapporto sociale al rapporto di produzione, e ogni rapporto di produzione al rapporto di fabbrica”[11]. Mentre dal punto di vista politico, bisogna rovesciare l’approccio e considerare “lo Stato dal punto di vista della società, la società dal punto di vista della fabbrica, la fabbrica dal punto di vista dell’operaio”[12]. La famosa “rivoluzione copernicana”[13] dell’operaismo, che consiste nell’esaminare le lotte sociali come il motore delle sviluppo capitalista, ossia a fare dell’ultimo una variabile dipendente dalle prime[14], conduce i militanti-intellettuali del gruppo a riformulare il rapporto tra “classe e partito”. “L’esperimento politico di tipo nuovo” condensato nella parola d’ordine “Lenin in Inghilterra” mira giustamente a riportare “il partito dentro alla fabbrica”[15] – cuore pulsante delle società dell’epoca – e, a partire da tale centro nevralgico del comando neocapitalista, a lanciarsi all’abbordaggio dell’apparato statale, facendo saltare la dicotomia tra lotte economiche e lotte politiche. Poiché il movimento operaio tradizionale è subordinato alla pianificazione capitalista – con il sindacato che funge da cinghia di trasmissione tra operai e padronato, e il partito che fornisce un appoggio esterno al governo del sociale -, il gruppo degli operaisti riunito attorno a Tronti ambisce all’organizzazione autonome delle lotte in seno alla fabbrica, ciò che determina l’uscita dalla redazione dei Quaderni rossi[16].

Per contrastare le manovre riformiste, Tronti e i compagni confluiti in classe operaia immaginano allora di mettere in atto una “vecchia tattica per una nuova strategia”. L’ascesa della combattività operaia – “1905 in Italia” – li incita a fomentare le prese di distanza rispetto alle istituzioni del movimento operaio classico. Lo slogan Lenin in Inghilterra rappresenta infatti “la ricerca di una nuova pratica marxista del partito operaio: […] l’organizzazione al più alto livello di sviluppo politico della classe operaia”[17]. Questa originale linea di condotta necessita di una forma d’organizzazione inedita, che sia capace di rinforzare e radicalizzare, d’intensificare e accelerare, le pratiche di rivolta degli operai. Per impedire la stabilizzazione e provocare una crisi politica reale – una crisi di potere e non una semplice crisi di governo – bisogna “esasperare la dinamica salariale”, “bisogna colpire la produttività del lavoro”, “bisogna far corrispondere il momento più acuto delle lotte operaie […] al punto più difficile della evoluzione congiunturale”; solo in questo modo si può sperare di ottenere la vittoria, in quanto “l’anello in cui la catena si spezzerà non sarà quello dove il capitale è più debole, ma quello dove la classe operaia è più forte”[18]. I comportamenti d’insubordinazione spontanea degli operai costituiscono dunque la strategia, mentre il partito rivoluzionario deve riconquistare il momento della tattica, ossia raccogliere, esprimere e organizzare il rifiuto diffuso del lavoro, fino a stabilire un’autentica crisi della macchina dello Stato. Secondo la scommessa degli operaisti, la situazione specifica del laboratorio italiano – “dove è presente nello stesso tempo un sufficiente grado di sviluppo economico capitalistico e un alto grado di sviluppo politico della classe operaia”[19] – si configura come l’epicentro della rivoluzione in Occidente, poiché le lotte economiche, pesando sulla ripartizione del valore aggiunto, impattano direttamente sulla stabilità politica: hanno acquisito una dimensione genuinamente sovversiva; sono divenute politicamente insostenibili.

I capitoli centrali di Operai e capitale, redatti nel 1964 (ossia in concomitanza della morte di Togliatti, della ristrutturazione interna al PCI e della ripresa dell’agitazione), segnano il passaggio da una riflessione che orbita attorno al legame fabbrica/società a una riflessione che si focalizza attorno al plesso fabbrica/politica, ossia: la transizione dell’analisi del capitalismo alla teoria della rivoluzione. Le “prime tesi” del 1965 (in particolare il saggio d’apertura Marx, forza lavoro, classe operaia), vero cuore del volume, consolidano da un punto di vista storico-filosofico tale posizione. Riprendono in retrospettiva gli elementi articolati finora, per spingerli oltre argomentandoli in modo più efficace. È così che 1. il ritorno alle fonti e ai testi marxiani si fa più consistente; 2. la loro importanza per la comprensione del presente si ancora in un’archeologia delle lotte nel XIX° secolo; 3. si manifesta più chiaramente l’apertura su una nuova fase politica, che vede al centro della scena lo scontro tra, da un lato, la “strategia del rifiuto”, che implica l’auto-negazione degli operai in quanto operai, e, dall’altro, “i due riformismi, del capitale e del movimento operaio”[20].

Dall’eresia alla profezia

La lettura politica della teoria del valore-lavoro articolata in Operai e capitale[21], che fa della classe operaia l’elemento vitale, e dunque potenzialmente mortale, per il capitale, è convalidata dall’“autunno caldo” del 1969. Tuttavia, il bilancio di questa esperienza formidabile – che ha visto gli aumenti salariali combinati agli scioperi, ai blocchi e ai sabotaggi condurre la società italiana sull’abisso di una crisi di sistema – conferma l’idea che aveva spinto Tronti a decretare la fine dell’esperienza di classe operaia. Secondo Tronti e il gruppo di operaisti confluiti nel PCI, l’antagonismo selvaggio del rifiuto del lavoro non è sufficiente. Si deve perciò organizzare una forza politica organizzata che sia capace di elevarsi fino alle più alte sfere dello Stato, al fine di occupare le istituzioni, prendere il potere e governare la società, affermando positivamente la propria prospettiva e i propri bisogni[22]. Verfassung più che Konstitution; forma-Stato e non semplice carta costituzionale. Il “Poscritto di problemi” alla seconda edizione di Operai e capitale, sulla scorta di un’analisi dell’economia neoclassica inglese, del ruolo storico della socialdemocrazia tedesca e delle riforme statunitensi del New Deal, allarga lo spettro di tematiche trattate, preparando il terreno all’autonomia del politico, che cattura l’attenzione di Tronti durante tutto il decennio. La costellazione di motivi storico-teorici che alimenta tale problematica si concentra sui momenti di crisi e di transizione nei quali la dinamica economica è assoggettata al dominio della politica[23]. La replica capitalista dell’inizio degli anni ’70 alle lotte sociali, la risposta autoritaria (Italia, Germania) o riformista (Usa, Gran Bretagna) degli anni 1920-30 alle minacce operaia e sovietica, il colpo di genio tattico di Lenin della presa del Palazzo d’Inverno e la successiva Nep, ma anche il processo di accumulazione originaria e le rivoluzioni borghesi moderne: tanti episodi di padronanza politica delle leggi economiche che devono essere approfonditi debitamente al fine di affilare le armi della critica e la critica delle armi.

Leva di stabilizzazione, come durante la lunga pace dei cent’anni del XIX° secolo[24], o catalizzatore di mutazione sociale[25], come nelle esperienze summenzionate, il politico – intreccio di ceti dirigenti, partiti, cultura, popolo – insiste sulle contraddizioni che lavorano una formazione sociale data per fornir loro una soluzione parziale. Machiavelli, Hobbes, Hegel e Schmitt; Weber, Lenin e Keynes; Grande Guerra, 1917 e Grande Crisi, diventano così i banchi di prova sui quali testare la validità di tale tesi. Se la classe operaia vuole battere il capitale, deve dunque impegnarsi in una duplice arena, la fabbrica e lo Stato: operai contro capitale, da un lato, movimento operaio organizzato contro classi dirigenti borghesi, dall’altro. L’intelligenza del capitale non si manifesta infatti solo sul piano dell’innovazione tecnologica e organizzativa, ma anche a livello delle istituzioni; non si limita a regolamentare e pianificare l’accumulazione, ma possiede anche un carattere eminentemente tattico-strategico. Nei momenti di crisi, l’iniziativa del capitale è suscettibile di operare un “avanzamento del terreno politico rispetto alla società”[26]. Secondo Tronti, per concretizzare una radicalizzazione ulteriore della prospettiva rivoluzionaria, bisogna allora immaginare la messa in atto di un uso operaio della macchina dello Stato. Da questo punto di vista, la parola d’ordine “dal salario, al partito, al governo” non dovrebbe tracciare – quanto meno nelle intenzioni dichiarate da Tronti stesso – i contorni di un ripiego mediatore sotto l’egida del capitale, ma dovrebbe puntare direttamente al rovesciamento degli assetti e dei rapporti sociali dominanti; dovrebbe mirare a rilanciare l’azione politica all’apice stesso dello scontro socioeconomico al fine di evitare la metabolizzazione capitalista delle rivendicazioni operaie, o ogni sorta d’eterogenesi dei fini[27]. Per Tronti, vincente può risultare soltanto la forza che dirige politicamente i processi di trasformazione sociale. Mentre ogni abbandono del politico (istituzioni, governo, Stato) nelle mani dell’avversario condannerebbe il movimento operaio a limitarsi a dei cambiamenti settoriali, sempre suscettibili di essere recuperati e assimilati dalla ripresa della dinamica del capitale[28].

È così che lo scacco relativo delle lotte sociali degli anni 1960-70, causato dall’incapacità di condurre l’assalto al cuore stesso del potere, ratifica il tramonto della politica; sancisce il passaggio definitivo dal Grande al Piccolo Novecento: “dalle lotte operaie ai movimenti di contestazione, come un sipario rosso calava e chiudeva il teatro di un’epoca. A noi, a molti, sembrò invece che un’epoca si aprisse. Felice abbaglio […]. Il rosso all’orizzonte c’era: solo che non erano i bagliori dell’aurora, ma del crepuscolo”[29]. Secondo Tronti, ciò che è mancato agli “studenti e lavoratori uniti nella lotta” è un realismo politico all’altezza delle sfide poste dallo Stato e dal capitale. Questa carenza di esperienza pratica e di teorizzazione da parte del movimento rivoluzionario e del marxismo può e deve essere colmata dalla frequentazione con la tradizione conservatrice dei pensatori della Restaurazione. Per completare il “monoteismo marxista” [30] della critica dell’economia politica, Tronti comincia allora un lungo lavoro di traslazione delle categorie e del lessico marxiano sul livello del politico: ciclo politico, accumulazione originaria del politico, teoria del crollo politico, homo democraticus, critica della democrazia politica, ecc.

Questa traduzione concettuale, i cui padri spirituali rispondono ai nomi di Karl Marx e Carl Schmitt[31], sfocia su una riconfigurazione della dialettica riforma/rivoluzione. Aldilà del ritorno sulla storia eroica del movimento operaio – vero e proprio giacimento di memoria rivoluzionaria a uso delle giovani generazioni – e aldilà del confronto con il pensiero religioso e teologico, la zur Kritik marxiana del marxismo articolata dall’ultimo Tronti prolunga un adagio che appare già in Operai e capitale: “sulla curva della pratica rallentare, sul rettilineo della teoria accelerare”[32]. Ogni pensiero e pratica rivoluzionari che si vogliano risolutamente realisti non possono prescindere dalla mutazione della congiuntura – sociale, economica, politica, culturale e antropologica – e del rapporto di forze radicalmente avverso alle istanze di liberazione. A partire da questo quadro, la politica che vuole contrastare il corso della storia, lungi dall’accelerare il suo andamento, deve riuscire a trattenere i demoni che la agitano, rallentare il suo ritmo, ricostituire le forze d’opposizione e organizzarle in vista di una lunga transizione. Come messo in evidenza dalla penultima delle “Tesi su Benjamin”: vedo più katechon che eschaton nel che fare? dopo la fine della politica moderna” [33]. Se, malgrado tutto il negativo prodotto dai tentativi pratici del Grande Novecento, “indietro dalla XI tesi di Marx su Feuerbach non si può andare per la teoria” [34], la rivoluzione, piuttosto che essere l’atto attraverso il quale si prende il potere, assume oramai i tratti del processo attraverso il quale il potere va gestito: “riformisti prima, rivoluzionari solo dopo”. Ecco il lascito teorico e politico della traiettoria di Mario Tronti, “questo lampo senza tuono”[35]!

Considerazioni finali

Partito dal doppio rovesciamento che assegna alla classe operaia (anziché al capitale e al partito) 1. il ruolo motore nello sviluppo storico e 2. la funzione di stratega nella lotta politica, Tronti giunge a posizioni che possono lasciare perplessi. Se l’idea della sussunzione industriale del sociale implica il fatto che le lotte di fabbrica sono rivoluzionarie in quanto rimettono in causa tutta la società, dopo la Kehre dell’autonomia del politico, questa stessa idea determina la necessità di un passaggio al livello istituzionale al fine di opporsi alla capacità del capitale di “recuperare” o “integrare” le lotte. Nel suo percorso, la diagnosi condivisa dal marxismo eterodosso degli anni ’60 del capitalismo in quanto logica avente inglobato ogni sfera sociale conduce dunque a delle conclusioni politiche distinte, come se Tronti abbia esplorato tutte le articolazioni politiche possibili della tesi del divenir-sociale della fabbrica. Aldilà delle risposte dubbiose fornite da Tronti, ci si può tuttavia chiedere se le questioni che pone siano quelle giuste: una tale separazione tra il sociale e il politico possiede veramente la sua ragion d’essere? La ricerca di una soggettività centrale è ancora oggigiorno inaggirabile? Bisogna continuare a pensare e ad agire a partire da distinzioni binarie, come quelle che connotano l’opposizione amico/nemico (operai e capitale o, su un altro piano, donne e uomini, bianchi e non-bianchi ecc.)? Si potrebbe infatti sostenere che le sfide del presente ci mettano di fronte alla necessità per le lotte di riarticolare l’orizzontalità dei movimenti spontanei con la verticalità delle forme di organizzazione autonoma al fine di coalizzare una pluralità di soggettività aventi ciascuna di esse dei bisogni e delle esperienze specifiche. Ciò detto, rimane nonostante tutto vero che molti dei nodi affrontati da Tronti mantengono intatti la loro attualità. Tra i vari: l’unità della teoria e della prassi sotto la forma di una politicizzazione di tutte le questioni di ordine intellettuale; la rivendicazione di un punto di vista parziale in grado di accedere alla comprensione della totalità dei rapporti sociali capitalisti e di trasformarli radicalmente; la critica di ogni visione progressista della storia; o, ancora, l’elaborazione di un approccio risolutamente “anti-economicistico” e “anti-sociologizzante”.

 

Note

[1] M. Tronti, Marxismo e sociologia, Istituto Gramsci, Roma 1959, in Quattro inediti di Mario Tronti, in «Metropolis», 1978, n. 2, pp. 12-13.

[2] M. Tronti, Politica e destino, Sossella editore, Roma 2006, p. 17: “‘Proprio destino’, per me, è quello della mia parte, quello della parte cui appartengo, la sua determinatezza storica, la sua situazione nel mondo, e quindi il suo tempo-ora, con cui quotidianamente mi misuro, le sue ragioni che sono anche le mie, i suoi bisogni che sono anche i miei. […] Io lì sto, quello io sono. E tuttavia – ecco la cosa difficile da capire – lì, in questa decisione di appartenenza, c’è uno straordinario esercizio di libertà”.

[3] Cfr. la sola monografia consacrata all’opera di Tronti, F. Milanesi, Nel Novecento, Mimesis, Torino 2014. Cfr. anche la monumentale antologia diretta da M. Cavalleri, M. Filippini, J. Mascat, Il demone della politica, Il Mulino, Bologna 2018, in particolare l’introduzione pp. 11-65.

[4] Sull’influenza biografico-politica decisiva di quest’opera per i giovani operaisti, cfr. le interviste contenute in G. Borio, F. Pozzi, G. Roggero (a cura di), Gli operaisti, DeriveApprodi, Roma 2005 e nelle 900 pagine assemblate da G. Trotta, F. Milana (a cura di), L’operaismo degli anni Sessanta, DeriveApprodi, Roma 2008. Questi due volumi rappresentano, assieme a S. Wright, L’assalto al cielo, Alegre, Roma 2008 (seconda edizione ampliata, Pluto Press, Londra 2017), delle eccellenti introduzioni all’operaismo.

Sulla prosa trontiana, invece, cfr. la relazione di Asor Rosa in occasione della riedizione di Operai e capitale, http://www.commonware.org/index.php/gallery/67-relazione-asor-rosa. Aldilà delle considerazioni di Asor Rosa, tale stile restituisce sotto forma scritta due elementi centrali del marxismo: il metodo della tendenza (la cui origine, via Lukács, può essere fatta rimontare a Lenin stesso) e il tema classico della dittatura del proletariato.

[5] Cfr. in particolare M. Tronti, Alcune questioni attorno al marxismo di Gramsci, in Istituto Antonio Gramsci (a cura di), Studi gramsciani, Editori Riuniti, Roma 1958; id., Tra materialismo dialettico e filosofia della prassi, in A. Caracciolo, G. Scalia (a cura di), La città futura, Feltrinelli, Milano 1976; id., Studi recenti sulla logica del Capitale, in «Società», 1961, n. 6. Questi studi – ispirati da Galvano Della Volpe e Lucio Colletti – articolano una critica alla linea attendista e nazional-popolare del PCI, valorizzando la forza di rottura del punto di vista parziale del soggetto attivo. Malgrado il suo carattere ancora incompiuto, la “rivoluzione copernicana” dell’operaismo trova in questi scritti giovanili un prima tematizzazione.

[6] M. Tronti, Noi operaisti, in G. Trotta, F. Milana (a cura di), L’operaismo degli anni Sessanta, op. cit., pp. 5-60, citazione p. 9 (tale saggio introduttivo è ora disponibile in un agile volumetto edito da DeriveApprodi). Il testo prosegue in modo seguente: “non da libro a libro, non da concetto a concetto, procede il pensiero, ma dalla nuda storia. […] Che vuol dire questo: non voglio conoscere per conoscere, ma per rivolgere ciò che è, possibilmente nel suo contrario”.

[7] La co-appartenenza di teoria e pratica implica che non vi può essere rivoluzione senza teoria della rivoluzione; ma anche che non vi può essere teoria della rivoluzione senza una teoria del capitalismo. Questa postura metodologica riprende il gesto tipicamente leninista che aggancia lo Sviluppo del capitalismo in Russia al Che fare?. Cfr. M. Tronti, Operai e capitale, DeriveApprodi, Roma 2013, in particolare pp. 27-34 e p. 83. Ciò implica anche, al contrario, che la messa a punto di una teoria della rivoluzione è intimamente legata all’esistenza di un soggetto rivoluzionario.

[8] M. Tronti Mario, Operai e capitale, op. cit., p. 32 et p. 27.

[9] M. Tronti, Operai e capitale, op. cit., p. 11. Cfr. anche ivi pp. 58 e 87: “il ‘piano’ del capitale nasce prima di tutto dalla necessità di far funzionare la classe operaia come tale dentro il capitale sociale”; “eppure, là dove più potente è il dominio del capitale, più profonda si insinua la minaccia operaia”. Cfr. anche M. Tronti, La nuova sintesi: dentro e contro, ora in G. Trotta, F. Milana, L’operaismo degli anni Sessanta, op. cit., pp. 567-81.

[10] M. Tronti, Operai e capitale, op. cit., p. 48.

[11] A tal riguardo, cfr. ivi, pp. 48 e 51.

[12] Ivi, p. 51.

[13] Come altri concetti “classici” dell’operaismo (quali “composizione tecnica” o “composizione politica”) quest’espressione, molto presente nello spirito del testo, non appare mai in quanto tale in Operai e capitale. Cfr. tuttavia il testo trontiano (e la successiva discussione collettiva), La rivoluzione copernicana, ora in G. Trotta, F. Milana, L’operaismo degli anni Sessanta, op. cit., pp. 290-300.

[14] M. Tronti, Operai e capitale, op. cit., p. 119: “abbiamo visto anche noi prima lo sviluppo capitalistico, poi le lotte. È un errore. Occorre rovesciare il problema, cambiare il segno, ripartire dal principio: e il principio è la lotta di classe operaia. A livello di capitale socialmente sviluppato, lo sviluppo capitalistico è subordinato alle lotte operaie, viene dopo di esse e ad esse deve far corrispondere il meccanismo politico della propria produzione”.

[15] Cfr. M. Tronti, Il partito in fabbrica, ora in G. Trotta Giuseppe, F. Milana, L’operaismo degli anni Sessanta, op. cit., pp. 461-76.

[16] La frattura irrimediabile in seno alla redazione dei Quaderni rossi interviene su più punti: l’interpretazione dei fatti di Piazza Statuto, la centralità attribuita all’autogestione della produzione o a quella dell’antagonismo, le differenze di statuto tra “inchieste politiche” e “coricerca”, la tensione tra autonomia del conflitto e organizzazione autonoma delle lotte, ecc.

[17] M. Tronti, Operai e capitale, op. cit., p. 93.

[18] Ivi, pp. 99-100.

[19] Ivi, p. 118.

[20] M. Tronti, Operai e capitale, op. cit., p. 90. Cfr. anche, M. Tronti, I due riformismi, ora in G. Trotta, F. Milana, L’operaismo degli anni Sessanta, op. cit., pp. 306-09.

[21] Cfr. in particolare ivi, pp. 294-305, 347-52.

[22] Questa nuova prospettiva strategica decreta una frattura insormontabile tra gli operaisti: gli uni reintegrano il PCI, mentre gli altri fondano Potere operaio, il partito dell’insurrezione.

[23] Cfr. M. Tronti, L’autonomia del politico, Feltrinelli, Milano 1977. Più interessante ancora del primo testo emerso da un seminario tenutosi a Torino sotto l’invito di Bobbio, che pone le basi per la svolta dell’autonomia del politico, appare il secondo, nel quale Tronti esplora i legami tra crisi economica e potere politico.

[24] Cfr. M. Tronti, Hegel politico, Istituto della Enciclopedia italiana, Roma 1975.

[25] Da segnalare per il suo rilievo lo studio su Hobbes, Cromwell e la genesi storica del capitalismo apparsa in M. Tronti (a cura di), Stato e rivoluzione in Inghilterra, Saggiatore, Milano 1977. Cfr. in particolare pp. 219-20, nelle quali emerge come la centralizzazione del potere politico sia stata determinante per la transizione al capitalismo. È in effetti nel processo di accumulazione originaria che si vede in funzione la mano visibile dello Stato: l’origine dello Stato borghese anticipa e pilota l’accumulazione del capitale, esattamente come la stagione del pensiero politico classico precede e annuncia l’epoca classica dell’economia politica, la rivoluzione politica quella industriale, Hobbes viene prima di Ricardo, il New Model Army precorre la macchina a vapore, Cromwell Watt, ecc.

[26] M. Tronti, Sull’autonomia del politico, op. cit., p. 60.

[27] Malgrado il fatto che questa data non l’abbia mai entusiasmato, i giudizi più o meno severi di Tronti sugli eventi del 1968 variano in funzione dei periodi della sua traiettoria teorica e politica. Per ciò che ci riguarda, le considerazioni più interessanti sono contenute nell’articolo Sul ’68, tutto è stato detto, in M. Tronti, Cenni di Castella, Cadmo, Firenze 2001, pp. 81-100.

[28] Come sottolineato da Milanesi, per Tronti per evitare la strumentalizzazione ex post, “si deve aggredire l’avversario avendo come progetto non la cogestione riformistica, ma la classe dentro il comando. Idea alta, da grande politica. Piano ambizioso, che punta dritto all’esercizio del potere”, F. Milanesi, Nel novecento, op. cit., p. 139. Secondo Tronti, il compimento di tale linea implica necessariamente l’occupazione dello Stato, “una macchina che può essere smontata e sostituita soltanto dall’interno e dall’alto”, M. Tronti, Hegel politico, op. cit., p. 130. Come negli anni ’60 gli operaisti non avevano esitato a rivendicare un uso operaio dello sviluppo capitalistico, così Tronti critica negli anni ’70 la postura subalterna che consiste nel rifiutare un uso operaio della macchina dello Stato in vista della sua abolizione…

[29] M. Tronti, Il tramonto della politica, Einaudi, Torino 1998, p. 23.

[30] M. Tronti, Sull’autonomia del politico, op. cit., pp. 20, 54-55.

[31] Cfr. Karl und Carl, in M. Tronti, Il tramonto della politica, op. cit., pp. 151-164. Cf. ivi p. 159: “è vero che all’inizio ci fu l’ambizione pratica di carpire a Schmitt il segreto dell’autonomia del politico per consegnarlo, come arma offensiva, al partito della classe operaia”.

[32] M. Tronti, In nuove terre per antiche strade, https://www.centroriformastato.it/wp-content/uploads/tronti_nuove_terre.pdf, p. 6.

[33] M. Tronti, Il tramonto della politica, op. cit., pp. 209.

[34] M. Tronti, Con le spalle al futuro, Editori Riuniti, Roma 1992, p. x.

[35] M. Tronti, Cari compagni, http://www.euronomade.info/?p=7366.

 

Immagine: disegno di Tullio Pericoli.

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