Parto da alcune considerazioni di base in relazione al tema dell’Antropocene e dell’ ecologia nelle sue molte articolazioni. Da diversi anni numerosi sociologi, storici, geografi, ma anche architetti dibattono intorno alla questione dell’esistenza di un ecosistema terra che sarebbe giunto a un punto di collasso soprattutto a causa dell’ “impronta” umana e della decisiva accelerazione da questa imposta nei vari ambiti della realtà attuale.

A Parigi di recente, il 12 dicembre oltre alla Conferenza sul clima, si è tenuto un seminario che su questi temi si interrogava, ponendosi come questione di grande urgenza il problema del vegetale, delle piante, dell’animale e quindi di un’etica in grado di spostarsi da un’ottica antropocentrica ad un’ottica più dichiaratamente ambientale. Tale spostamento apre a un’infinità di riflessioni che chiamano in causa i problemi del consumo delle risorse, dei beni essenziali, ma anche dello spazio e dunque della “natura”. Si opera in tal modo un recupero del dualismo natura-cultura sul quale sarà opportuno tornare.

Infatti, all’interno del tema dell’Antropocene hanno finito con il convergere tutta una serie di filoni di pensiero e anche di discipline che, a partire dall’ambito delle molte declinazioni dell’ecologia, hanno poi sviluppato approcci diversi che cercano tuttavia di raccogliersi attorno a questa definizione.

Molti di questi approcci sono utilmente indicati nel testo di Mariaenrica Giannuzzi pubblicato su Effimera.

Proprio questa sintesi più linguistica che sostanziale appare ben iscritta nel sistema della comunicazione dominante, che semplificando non solo riduce, ma soprattutto depotenzia riflessioni critiche, in questo senso le mots d’ordre antropocene come sintesi “prescrittiva” mi lascia perplessa. Restano in tal modo marginalizzate, e non casualmente, le teorie di Stengers-Prigogine (La nuova alleanza. Metamorfosi della scienza, 1981), le analisi queer, (ad es. M. Gandy, Écologie Queer, 2015), e a mio parere anche il versante femminista (Haraway, Braidotti, Butler, etc) e con esso tutti i temi dei percorsi di soggettivazione, delle tecnologie, del gender, e l’intero asse dell’Ecosofia di Guattari (Le tre ecologie, 1989; Cartographies schizoanalitiques, 1989), Gorz (Ecologica, 2008) e altri. A ben guardare un ambito rilevante di pensiero critico viene recuperato più in termini di slogan che di proposta politica, come mai?

Il diffondersi di pratiche “sostenibili” accanto a una nuova attenzione/cura per l’ambiente è sicuramente un segnale di assunzione di responsabilità rispetto ai gravi problemi sopraindicati, ma è al contempo una modalità consolatoria che sembra ripiegare di fronte alla critica dei modelli di sfruttamento, che tale stato delle cose hanno prodotto; la green economy, le smart cities, le catene di produzioni bio, il ruolo delle multinazionali ad esempio del settore agro alimentare (vedi Vandana Shiva, Ritorno alla Terra. La fine dell’Ecoimperialismo, 2009) non hanno tardato ad accaparrarsi queste nuove inclinazioni sociali.

È in questo contesto che il problema dell’ecosistema (A. Berque, Écumene, 2000), meglio, della terra come “corpo vivente”, si pone in relazione ai diversi percorsi politici possibili dell’ecologia politica e dell’ecosofia. Il problema centrale è non dare per acquisito un “universale vuoto” quale un’astratta umanità; piuttosto è nella frammentazione sottostante il sistema attuale forgiato dal capitalismo odierno che bisogna guardare, in modo da favorire il dispiegarsi di quelle “micropolitiche” di cui parlava Guattari. Le micropolitiche non sono politiche della marginalità, piuttosto sono la messa in opera di consapevolezze che considerano le condizioni di vita dei corpi, dei territori, i desideri, i bisogni, le difficoltà economiche, le forme di assoggettamento, e quindi i percorsi di liberazione, felicità etc. A questa considerazione attiva dello stato delle cose si oppone fattivamente tutto un pensiero “teologico” cui concorrono, seppur con accenti diversi, filosofi come Arne Naess (Ecosofia, 1968), P. Sloterdijk (Domestikation des Seins, 2000; Sphären I, 1998), nonché teorici della catastrofe che in definitiva indicano un necessario ripensamento dell’umano in ragione di una sua insufficienza, quando non di una sua costitutiva colpevolezza.

Considerare la difficoltà di questo passaggio d’epoca, nel quale siamo ancora pienamente immersi, richiede una materiale capacità immaginativa, questa sì spinozista, e ben lontana da ogni tendenza irrazionalista o poetante.

 

Immagine in apertura: Saudi Arabia, southern desert, Mar 31, 2011 (fotografia dell’astronauta italiano Paolo Nespoli).

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