Leo Lucchi è uno pseudonimo che racchiude il lavoro comune di Federico Chicchi, Emanuele Leonardi e Stefano Lucarelli. 

Ragionare sul lavoro gratuito non è semplice, ed è senza dubbio fondamentale tentare di entrare nel vivo delle diverse esperienze di gratuità che emergono nel mondo del lavoro per comprendere a fondo quale ruolo esse giocano nel processo di valorizzazione del capitalismo contemporaneo. Si tratta in gran parte di un compito politico che è di là da venire e che presuppone una ri-attualizzazione del metodo operaista dell’inchiesta. È su questo difficile terreno di ricerca che si collocano anche i contributi raccolti da Francesca Coin[1], che spaziano dalle analisi del nuovo ruolo giocato dalla riproduzione sociale nei processi di valorizzazione (Curcio, Federici, Morini) all’individuazione dei nodi irrisolti della gratuità capitalistica (Bascetta, Bifo, Fumagalli) fino all’efficacissima “auto-inchiesta frocia” di Alessia Acquistapace.

Va subito riconosciuto alla curatrice di Salari rubati il grande merito di aver articolato un discorso collettivo solido e plurale, caratterizzato, come cercheremo di dar conto in queste riflessioni, da piste di ricerca stimolanti.

Prendiamo le mosse dal saggio introduttivo di Francesca Coin, il cui obiettivo è proporre una tassonomia del lavoro gratuito contemporaneo. Con grande pervicacia l’autrice indaga  una realtà complessa: dove si nasconde e quanto vale il lavoro gratuito?  Il lavoro gratuito può essere definito come “la sostanza dello sfruttamento nella sua forma pura” (p. 8) – in quanto rappresenta quella quota del valore non riconosciuta dal salario e tuttavia prodotta da operaie e operai. In particolare, nella congiuntura attuale, a metà strada tra l’esaurirsi della terza rivoluzione industriale e l’emergere della quarta, il dato cruciale è la “fine del lavoro pagato”, imputabile ai “rapporti di forza dell’epoca neo-liberale per la quale la priorità è ridurre le retribuzioni piuttosto che liberare la vita dal lavoro salariato” (p. 19). Su questo sfondo Coin passa criticamente in rassegna le forme del lavoro gratuito che ci circondano: sharing e gig economy, disoccupazione indotta da processi di automazione (il cui progetto classista è colto con grande efficacia dal concetto di dis-retribuzione tecnologica), volontariato coatto ammantato di promesse, platform capitalism, produzione di dati online, prosumerismo come “lavorizzazione del consumo” (l’espressione è di Anna Curcio), estorsione vitale (cioè “la somma del lavoro supplementare erogato per compensare la svalorizzazione del lavoro e del lavoro aggiuntivo richiesto per accedere allo scambio di beni a basso costo nel mercato” [p. 24]). Riprendendo le premesse esposte sopra, si comprende agevolmente la ragione per cui tutte queste fattispecie rappresentano diverse forme di furto salariale.

Il ragionamento che abbiamo sintetizzato conduce ad un’utile tassonomia del lavoro gratuito. Salari rubati ci dà inoltre la grande opportunità di rimettere in gioco le tesi che abbiamo presentato in Logiche dello sfruttamento.  Lo faremo innanzitutto ripensando la definizione di lavoro gratuito come sostanza dello sfruttamento nella sua forma pura. In che senso l’epoca in cui viviamo si fonda ampiamente sul lavoro non pagato? È senza dubbio vero che il lavoro non pagato ha innanzitutto delle conseguenze sul piano della distribuzione dei redditi, conducendo a un sostegno della quota del sovrappiù che va a remunerare i profitti e le rendite a scapito dei salari. Si può inoltre individuare un nesso fra il crollo della quota salari – cui contribuisce l’esercito industriale di riserva dei nuovi lavoratori non pagati – e la lunga recessione in cui si trovano una parte significativa dei sistemi economici occidentali. Questo è quanto ribadisce con grande chiarezza Francesca Coin nel suo saggio. La deflazione salariale è d’altro canto l’altra faccia della medaglia del neomercantilismo che affligge soprattutto l’Europa e che si concretizza in un preciso modello di crescita trainato dalle esportazioni di cui beneficiano alcuni Paesi. È altrettanto legittimo sottolineare che questo stato di cose ha contribuito a sostenere le borse mondiali.

Tuttavia, laddove l’erogazione di lavoro non pagato fosse sempre e ovunque sostenuta dalla paura di restare al di fuori del mercato del lavoro, laddove essa fosse sempre e ovunque connessa a uno stato di crisi economica globale, non si riuscirebbe a spiegare il consolidarsi di un regime di accumulazione in grado di sostenere l’estrazione di plusvalore e la realizzazione dei profitti. Si tratterebbe piuttosto di una situazione assimilabile a una prospettiva stagnazionista: da un lato vi sarebbero lavoratori il cui potere d’acquisto è sempre minore e le cui aspettative di mobilità professionale e sociale sono riviste al ribasso; dall’altro, capitalisti incapaci di sostenere in modo adeguato investimenti e consumi necessari a giustificare la produzione di beni e servizi. Sebbene questa descrizione possa sembrare adeguata alla realtà italiana, la situazione macroeconomica globale appare invece caratterizzata da profonde asimmetrie fra sistemi economici nazionali che tuttavia, quanto meno nell’ultimo quinquennio, non sembrano avere un impatto negativo sugli andamenti dei principali indici finanziari: il Nasdaq è passato da 21 nel Giugno 2012 a 77 nel Settembre 2017, nello stesso periodo il Dow Jones è passato da 12640 a 22296, l’Euro Stoxx 50 da 2068 a 3535, il Nikkei da 8459 a 20330. Questi andamenti sono decisamente stabili nel caso del Nasdaq e del Dow Jones, e comunque caratterizzati da una volatilità contenuta per lo più influenzata dal calo limitato alla prima metà del 2016 ravvisabile sulle Borse asiatiche e, soprattutto, sulle Borse europee.

Siamo in presenza di un modello di crescita che è l’esito dell’esplosione che ha travolto le regole di riferimento sul mercato del lavoro, ma che, per l’appunto, funziona garantendo una crescita della redditività che include tutte le figure sociali sebbene sotto forme differenti: in tal senso accanto alla sussunzione – a nostro avviso – assume rilevanza l’imprinting[2]. Con questo termine intendiamo una logica dello sfruttamento che agisce al di là dell’ambito del lavoro salariato (marcato dalla logica sussuntoria) per darsi direttamente all’interno dei processi di produzione della soggettività. Nessuna emancipazione in questo: si tratta piuttosto di un’inclusione differenziale basata sull’apparente paradosso di un controllo sociale che si esprime attraverso la produzione di libertà, di un dispositivo di governo che organizza la produzione sociale incitando all’autonomia soggettiva. Inoltre, l’imprinting designa quella quota di riproduzione sociale che a seguito della crisi del fordismo diviene produttiva senza passare per la regolazione salariale. Tuttavia, è bene sottolineare che l’emergere dell’imprinting non implica in nessun modo il tramonto della sussunzione: il rapporto tra le due logiche si dà nella forma dell’articolazione e della complementarità (asimmetrica).

Parlare di imprinting significa porsi una domanda per certi versi sorprendente: e se la gratuità non fosse figlia unicamente della paura di trovarsi espulsi sul mercato del lavoro? Se il lavoro gratuito assume una forma strutturale che procede oltre la crisi dell’economia globale verso un lungo presente in cui sembra riproporsi un modello di crescita diseguale trainato dalla finanza, allora potrebbe essere importante rilevare la presenza di una particolare logica dello sfruttamento. Una logica dello sfruttamento che non assume il lavoro salariato come suo spazio privilegiato di funzionamento, e che ricorre alle componenti riproduttive della vita trattandole come risorse da cui estrarre valore.

Nel suo contributo a Salari rubati, Christian Marazzi ha ricordato che, nella stessa opera marxiana, viene a emergere una quantità di lavoro produttivo non riconosciuto rappresentata da quella parte di lavoro vivo necessario per l’ammortamento del capitale fisso[3]. Non solo, egli ha anche ricordato un problema di coerenza interna al circuito monetario marxiano su cui già aveva ragionato il gruppo sulla moneta interno alla rivista operaista Primo Maggio (1973-1978)[4]: i redditi distribuiti nel corso della produzione non bastano a convertire il prodotto totale in denaro.

Ciò che Marx non poteva analizzare sono proprio le soluzioni storicamente determinate attraverso le quali le due aporie sono superate dall’interazione fra i modelli di crescita e i sistemi di regole che caratterizzano l’evoluzione del capitalismo. Oggi la quantità di lavoro vivo non riconosciuto individuabile nella sfera della riproduzione viene in realtà riconosciuta come lavoro produttivo gratuito: un lavoro al quale non viene corrisposto un salario monetario. Ciò avviene nel vivo di una profonda trasformazione che riguarda il capitale fisso, cosicché l’insieme delle infrastrutture che lo compongono è sempre più costituito da intangible assets.

Il denaro necessario a monetizzare la produzione viene pertanto a essere composto dai tradizionali finanziamenti monetari erogati attraverso il credito, cui vanno ad aggiungersi i rendimenti finanziari attesi riferiti al valore degli assets che compongono il capitale proprio degli imprenditori[5]. Questa seconda forma di autofinanziamento comporta già una partecipazione ai guadagni attesi di natura finanziaria da parte di prestatori d’opera che non si percepiscono come lavoratori gratuiti, ma come soci in affari: è qui che le retoriche del capitale umano e dell’imprenditore di se stesso cominciano a far presa. A ciò va ad aggiungersi una forma di remunerazione non monetaria che sembra comunque in grado di soddisfare una parte della domanda necessaria ad assorbire quanto il sistema capitalistico produce. È ciò che in Logiche dello sfruttamento abbiamo rappresentato come un valore simbolico non monetizzabile nell’immediato, ma immaginabile come un’opportunità di guadagno futuro.  Ci pare che l’espressione “economia della promessa”, utilizzata da Marco Bascetta in Salari rubati, vada in questa direzione. Qui sta la rilevanza dell’imprinting che trova il suo rapporto sociale di produzione nella soggettività investita da un’ingiunzione alla libera iniziativa, all’investimento sulle proprie qualità e alla concezione di se stessi come intangible asset.

Lo sfruttamento è ancora oggi certamente interpretabile come determinazione di quote crescenti di lavoro vivo non pagato – come l’espressione salari rubati nel titolo del volume curato da Francesca Coin mette bene in evidenza – eppure la sempre più ampia base finanziaria dell’economia globale del capitalismo contemporaneo[6] mostra come una sempre maggiore quota di valore proprietario non venga oggi a determinarsi meramente come salario negativo. In altre parole esso non si presenta come quota di valore non corrisposta al lavoratore. Pertanto lo sfruttamento si basa anche su una dinamica qualitativa che si realizza genericamente nella definizione di un mutato rapporto sociale di produzione, che comporta una chiamata in causa (una interpellazione) del soggetto produttivo anche al di là della convenzione salariale fordista. La soggettività è dunque oggi suggestionata a prodursi e riprodursi come se fosse una specie di impresa che deve continuamente agire – pena il suo fallimento – sulla società-mercato in modo competitivo e prestazionale.

Cerchiamo di spiegarci meglio: il saggio di sfruttamento nella teoria marxiana è, come noto, determinato dal rapporto tra lavoro non pagato e lavoro pagato. Tuttavia, come Claudio Napoleoni ha argomentato in modo esemplare[7], lo sfruttamento capitalistico, contrariamente a quanto accadeva nelle società precedenti, ha assunto una forma opaca e non immediatamente riconoscibile. Il rapporto di scambio – il mercato – ne copre, infatti, la concreta determinazione. Più specificamente, nel capitalismo lo sfruttamento si realizza attraverso l’iscrizione sociale di una particolare finalità (di classe) cui la soggettività deve adeguarsi, per ottenere riconoscimento sociale e salario, attraverso il suo divenire funzionale ai processi di accumulazione del valore. Tale immaginario sociale, mediando il rapporto di forza tra le classi, presiede e sostiene la trasformazione della ricchezza sociale prodotta in valore di scambio. Nella teoria marxiana, quando si chiama in causa il valore di scambio, si chiama ovviamente in causa la produzione di una quantità misurabile del valore, e quindi commensurabile di lavoro astratto, che ha come finalità precipua non l’uso sociale della ricchezza ma al contrario la sua finalizzazione alla crescita accumulativa. Se si condivide tale lettura dello sfruttamento capitalistico ne deriva che esso sia fin dall’inizio – e non in senso sovrastrutturale e ideologico – oltre che lavoro non pagato, anche traduzione della vita in una cieca circolazione ricorsiva, in “debito infinito”, direbbero Deleuze e Guattari[8].

Lo sfruttamento allora “funziona” quando organizza l’estrazione del valore secondo un piano di consistenza di logiche complementari che devono continuamente ricostruire i loro rapporti di co-esistenza. Inoltre, e ovviamente, a seconda delle congiunture storiche i rapporti interni di rilevanza tra i diversi dispositivi di sfruttamento variano e si modificano. Se nella società industriale del diciannovesimo e ventesimo secolo la sussunzione (formale e reale) è stata certamente la logica di sfruttamento dominante, nel capitalismo contemporaneo tale egemonia è messa in discussione dall’imprinting. Questa logica risponde all’esigenza finanziaria del capitale di governare lo squilibrio strutturale del sistema capitalistico[9] e organizzare l’estrazione del valore direttamente dalla soggettività, ovvero dalle sue qualità riproduttive e biopolitiche, non necessariamente “vincolate” e organizzate secondo un contratto di compravendita di forza-lavoro, e “messe in scena” attraverso un’identificazione soggettiva alla retorica neoliberale dell’impresa e al fantasma della libertà egocratica.

Nello sfruttamento – nella necessità di pensare a una politica di superamento dello sfruttamento – risulta immediatamente in gioco, allora, una dimensione qualitativa che ha a che fare con la possibilità sociale di determinare politicamente la qualità e la finalità della produzione. Ridurre la lotta contro lo sfruttamento alla mera redistribuzione della quantità di valore prodotto tra i segmenti del lavoro necessario e del pluslavoro, non coglierebbe che la cosiddetta punta dell’iceberg del problema. L’imprinting, potremmo dire con un gioco di parole, funziona estraendo valore assiologicamente. Non basta infatti introdurre nella prospettiva di chi lavora oggi in modo precario una economia della promessa, convincerlo che sta lavorando per un avvenire personale, per una temporalità a-venire. Questo coglierebbe solo il lato reale (in senso marxiano) dell’imprinting. Se la questione si esaurisse su questa seppur oggi estremamente rilevante fenomenologia del ricatto sociale, ci troveremmo ancora nello spazio di una distinzione, sì tensiva e dialettica, ma anche al contempo precisa, tra un momento di esercizio dell’autonomia sociale e un momento dell’alienazione, o in altri termini, dell’accettazione del comando sul proprio lavoro. L’imprinting della soggettività-impresa mostra e tiene conto, invece, del progressivo venire meno di questa netta distinzione in seno alla temporalità capitalistica contemporanea, della coalescenza crescente tra momenti riproduttivi e produttivi, di una nuova razionalità[10] che anzi promuove quest’amalgama per produrre e quindi assorbire valore proprietario in modo meno conflittuale e diretto.

In quali settori o contesti di produzione è possibile rintracciare una analitica dello sfruttamento via imprinting? Certamente nel lavoro gratuito, come abbiamo visto grazie a Salari rubati e alle recenti inchieste che finalmente circolano sul tema del lavoro non pagato, ma anche e in maniera più formale (in senso marxiano) nelle attività in cui il valore è prodotto totalmente al di là dell’istituzione salariale. Dove non si tratta, cioè, solamente di mettere al lavoro qualità riproduttive e di non riconoscerne la significatività sul piano della remunerazione, ma piuttosto di mettere direttamente a valore attraverso dispositivi finanziari e monetari le diverse espressioni di cura e intrapresa sociale delle varie soggettività produttive. Cristina Morini, nel saggio contenuto in Salari rubati, ha centrato efficacemente la questione: si tratterebbe secondo la sua tesi di considerare in tal senso la centralità di dispositivi che si ispirano e si costituiscono facendo perno sulla “dimensione esistenziale, necessariamente impermanente, del soggetto, dove il tempo è ciò che si pretende di sussumere, insieme alla potenza immaginativa delle esistenze sessuate dei corpi”[11].

Lo spazio all’interno del quale l’imprinting dovrà trovare una conferma empirica e politica rispetto alla sua costruzione teorica è dunque, oltre al tema del lavoro gratuito e/o volontario, quello del capitalismo digitale delle piattaforme, dei social network (data mining), del cosiddetto prosumerismo, del lavoro clinico[12], dello sfruttamento territoriale e ambientale, ecc., in sintesi tutte quelle attività in cui l’estrazione del valore non avviene a partire da una logica sussuntoria basata sul lavoro salariato. È anche qui, a nostro avviso, che devono concentrarsi le pratiche di inchiesta.

 

Note 

[1] Francesca Coin, a cura di, Salari rubati. Economia politica e conflitto ai tempi del lavoro gratuito, ombre corte, 2017.

[2] Federico Chicchi, Emanuele Leonardi, Stefano Lucarelli, Logiche dello sfruttamento. Oltre la dissoluzione del rapporto salariale, ombre corte, 2016.

[3] Christian Marazzi, La dote della gratuità, in Francesca Coin, a cura di, Salari rubati. Economia politica e conflitto ai tempi del lavoro gratuito, ombre corte, 2017, 82-88.

[4] Si vedano sul tema Stefano Lucarelli, Sentieri interrotti. Il lavoro del gruppo sulla moneta di Primo Maggio, in Cesare Bermani, a cura di, La rivista “Primo Maggio” (1973-1989), DeriveApprodi, 2010, 105-131, e Christian Marazzi, Moneta e capitale finanziario, in Gigi Roggero e Adelino Zanini, a cura di, Genealogie del futuro. Sette lezioni per sovvertire il presente, ombre corte, 2013.

[5] Un meccanismo ben descritto da Andrea Fumagalli e Stefano Lucarelli, A financialized moentary economy of production, International Journal of Political Economy, 40(1), 2011, 46-68.

[6] Si veda Andrea Fumagalli e Sandro Mezzadra, Crisi dell’economia globale. Mercati finanziari, lotte sociali e nuovi scenari politici, ombre corte, 2009.

[7] Si veda Claudio Napoleoni, Lezioni sul Capitolo sesto inedito di Marx, Boringhieri, 1972.

[8] Gilles Deleuze e Félix Guattari, L’anti-Edipo. Capitalismo e schizofrenia, Einaudi, p. 222.

[9] Si veda Christian Marazzi, Che cosa è il plusvalore?, Casagrande, 2016.

[10] Si veda Pierre Dardot e Christian Laval, La nuova ragione del mondo, DeriveApprodi, 2013.

[11] Cristina Morini, Divenire donna del lavoro e maschilizzazione dell’esclusione. Gratuità, crisi del modello salariale e della divisione sessuale del lavoro, in Francesca Coin, Salari Rubati, ombre corte, 2017. pp. 54-75.

[12] Si veda Melinda Cooper e Catherine Waldby, Biolavoro globale. Corpi e nuova manodopera, DeriveApprodi, 2015.

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