Il caso Bartleby e la dimensione del dolore

Avevo voglia di scrivere qualcosa. Parole che potessero spezzare questo meccanismo di morte normale che rende tutto opaco ed uguale.

Avevo voglia di scrivere qualcosa che potesse descrivere anche questo pezzo di storia attuale, qualcosa a cavallo tra l’essere umano e il suo essere lavoro.

Avevo voglia di scrivere ma qualcuno mi ha preceduto.

Ritengo che l’assenza sia un dono molto bello. Donare la propria assenza è un gesto profondo, migliore di quanto si pensi, se in esso c’è un senso politico. Non è un testamento. Non è un lascito. Non è una eredità.

Donare la propria assenza può avere il senso della perdita, della incompiutezza e, più spesso, della incomprensione. Non essere compresi, specie se ci si rappresenta in Bellezza, ha una forza politica molto forte. Non coglierne il senso, il gesto, il potente significato, secondo me, è un errore.

Mi ha preceduto questo ragazzo di trentatré anni, Michele, che si è tolto la vita perché stanco, deluso, “non adatto” alle richieste di in-esistenza che la realtà impone. Sarà che la velocità alla quale stiamo andando costringe anche a diventare aggressivi e, di conseguenza, a non avere più il tempo per “sentire” e “ascoltare”, sarà che è in corso una opprimente quanto nefanda omologazione dell’esistito e dell’esistente, sarà che dopo aver corso tanto ci si può sentire effettivamente stanchi… tant’è che si sta perdendo la bussola, la direzione e il divenire inesorabilmente allontana, delimita, crea conflitti e origina odio.

Nessuno sa perché siamo al mondo. Se ci siamo, però, dovremmo anche esserci nel miglior modo possibile per tutti, pensando di non essere soli, che esistono, cioè, anche altre realtà, oltre alla nostra, piccola o microscopica esistenza umana. Ecco, partirei da questo punto di riflessione per poter guardare alla condizione dei molti lavoratori dello spettacolo che vivono e sopravvivono al di fuori delle mura dei “castelli felici” programmati scientificamente dagli “alti poteri”. Questi ultimi sono ben lontani dal rappresentare l’utopica “Città Mondiale” di Andersen e Hébrard, il nucleo che dovrebbe sfornare Arte per le società del mondo assetate di bellezza e perfezione. Tutt’altro, rappresenta, questo “potere alto”, l’idea del tutto come merce di scambio, come possibilità di commercio, di lucro, di oggetto da usare e gettare via e questo oggetto, nel tempo, comprende anche il teatro. Lo spettacolo stesso diviene un oggetto e si continua a dar voce a quel popolo che affolla, esso stesso manipolato dal medesimo potere, ciò che ritiene di facile accessibilità per sé e coerente con la velocità che non induce alla riflessione e all’ascolto del proprio vivere.

Si prospetta un “incartamento” generale peggiorativo e i suicidi e l’emarginazione di quelli che amo definire talenti sensibili, ne sono l’evidente conseguenza.

In questo contorto panorama, a me, pare evidente che nella società in cui sopravviviamo, le emozioni – non i sentimenti – muovono e discostano per nostro conto, tutto ciò che ha spazio e tempo differenti, quindi diversi, dalla moda del momento, continuando a generare muri e distanze e ad evitare con determinazione il dialogo. Questo “alto potere”, dedito alla crapula, non risparmia l’atrabiliare enclave degli “under 35”, un popolo ormai indistinto che è schiuma aggressiva e intollerante alla quale manca totalmente la capacità di confrontarsi realmente sui temi che interesserebbero anche loro, se non sul piano emotivo, unica intelligenza possibile e filtro inesorabilmente soggetto alle istanze umorali di un ego ipertrofico.

Ma non solo. Coloro che dovrebbero poter dare un “insegnamento”, cioè lasciare il segno, sono la vera causa di questo disagio generazionale che, a sua volta, noi leggiamo soprattutto in relazione al “mondo del lavoro”. Il “malessere”, giusto per utilizzare una parola diversa da “patologia”, questa sorta di sfacelo guarnito e farcito di matasse crasse talvolta insondabili e incomprensibili, è stato originato dalle scaltre generazioni che, nel tempo, non hanno saputo creare un vero dialogo tra le diversità artistiche ma, al contrario, si sono chiuse in una torre dorata che ha sempre deliberatamente lasciato fuori dalle proprie mura, perché di mura si tratta, e per decenni, la possibilità non di confrontarsi ma di dialogare. Nessuno chiede il confronto, perché sarebbe come voler entrare in un territorio altro senza avere la benché minima autorità all’orientamento e tantomeno lo stupore che presuppone la facilità alla destrutturazione, ma il dialogo, sì. È importante poter stimolare e determinare le diversità, rispettarle e finanche sostenerle poiché questo atteggiamento crea “cultura”, genera benessere per tutti, felicemente, senza dover forzatamente imprimere l’esistente con la firma del proprio passaggio. Le nuove generazioni hanno sostituito e stanno sostituendo, in tutto e per tutto, quelle precedenti, senza apportare un tangibile, significante, miglioramento delle condizioni di lavoro e di libera espressione nell’arte.

Dunque, è stato facile, per il “potere”, determinare ciò che oggi stiamo vivendo. I tempi erano maturi, il terreno fertile e le ostilità già messe in campo senza ascosi intendimenti, le differenziazioni di classe già attuate e abbondantemente esse stesse cartine al tornasole della politica economica e commerciale del momento, e tutti, grandi e piccini, sono stati manovrati e manipolati dal “potere”. Ma, il “potere” non è un concetto, non è Dio e tantomeno una qualsiasi entità astratta. Il “potere” siamo sempre noi, noi società, noi esseri viventi che determiniamo, in teoria, ciò che siamo anche attraverso le nostre azioni che dovrebbero essere in-segnamento del nostro pensiero, di ciò che effettivamente pensiamo di essere per noi stessi e per gli altri. Questo è il “potere”. Cioè, finzione. Noi non abbiamo potere su nulla se non su noi stessi e anche limitatamente alle circostanze. Ogni cosa che facciamo, ogni parola che diciamo, porta in sé, conseguenze. Ma tutto ciò viene identificato, oggi, con un fragoroso: “che palle”. L’egemonia del “che palle”, per dirla con Emanuele Trevi, ha, di conseguenza, determinato anche il pensiero latente e sempre più invadente del “non prendiamoci troppo sul serio”, una scusa fragorosa per metterla in quel posto a tutti coloro che, invece, credono nella propria vita, hanno fede e fiducia, trovano giusto sondare e sostenere il senso della convivialità e del dialogo e questo è, anche, il talento sensibile, quel talento destinato a soffrire, a restare sempre fuori, perché non riesce proprio a comprendere per quale ragione deve comportarsi secondo dettami che non gli appartengono e che lo costringono al tradimento, di sé e della propria arte, compiendo, spesso, azioni ridicole che restano, comunque, inascoltate e, nel migliore dei casi, incomprese. Talenti che prendono sul serio le cose che accadono e non seriosamente, anche con leggerezza ma, non per questa ragione, essere condannati a sorbirsi l’emarginazione perché il successo, si sa, lo ottieni se sei allineato col sistema, perché è attraverso il successo che il sistema conferma se stesso. Un esempio eclatante è rappresentato da tutti i recenti “matrimoni di convenienza” tra le realtà teatrali commerciali, unitesi per suggere quel poco latte rimasto dalla Madre Patria. Arriveremo, nel tempo, ad avere un unico e solo Teatro Nazionale, magari proprio nella Capitale. Unica, sola, espressione dell’arte teatrale, dove pochi re, principi e monarchia al seguito, potranno stallare, con la schiera imperitura delle cortigiane, dei servi, dei giullari e la plebe di artisti miserevoli e reietti, fuori, al di là della Grande Città Teatrale, governata dal suo unico re.

E questo è sbagliato? È negativo, ci si potrebbe domandare? Personalmente credo che ci sia posto per tutti e che l’esistenza di una realtà non limiti l’esistenza di un’altra realtà. In teoria. Oggi, questo pensiero, è totalmente peregrino e anche frustrante: la realtà è agghiacciante, ti denigra e ti rende misero anche se non lo sei, ti priva della possibilità di esistere, di esprimerti ed è questa la conseguenza vera e orripilante della crisi che stiamo vivendo. Non a caso si parla di “crisi economica”, perché riguarda ciò per cui, nel tempo, l’oggetto per eccellenza è divenuto Dio e Totem per tutti noi, e cioè il danaro, vile carta manco buona alla raccolta differenziata che porta in sé, dentro di sé, il tessuto del passaggio di mano in mano, da umano a umano, fino al deterioramento e alla dimenticanza delle sue origini: l’albero, l’essere vivente sacrificato ancora una volta ai nostri bisogni emotivi. Questa “crisi economica” ha generato, di conseguenza, una crisi dei valori e non il contrario, perché la crisi dei valori è a monte, è in partenza ed è lontana dai nostri giorni. Ecco il terreno fertile dove il “potere” ha sviluppato le proprie radici, dove ha potuto inquinare e distruggere per l’egoismo di pochi creando una pericolosissima realtà umana alternativa a quella propria naturale, una realtà intrisa di illusioni dove anche il lavoro è una illusione.

Ritengo che il lavoro non sia in crisi. Ciò che è davvero in crisi è la motivazione che ci spinge a lavorare e forse è arrivato il momento di affrontare questo aspetto della nostra esistenza. Ciò che genera dolore, tra le altre cose, è anche il non riconoscersi, il non comprendere se stessi e, poi, gli altri. Una specie di analfabetismo sentimentale, prima ancora che culturale e spirituale, ha invaso brutalmente le proprie capacità percettive. Tutto sembra essere sfasato, irriconoscibile, forse perché questo “tutto” sta proprio andando in un’altra dimensione, seguendo altre direzioni. Forse, l’esistere, è già cambiato, ha terminato il periodo di metamorfosi e noi non siamo pronti ad abbandonare, lasciarci andare al cambiamento. Perché lavoriamo? Questa è la domanda da porsi. Per mangiare? Per dare da mangiare alla nostra famiglia? Per pagare tasse che mai soddisfano le nostre esigenze e le nostre domande rivolte ad un “potere” sempre più sordo?

Per gli artisti, in teoria, forse il lavoro è maggiormente una condizione insita nella propria poetica, nel proprio processo artistico. Difficile da far capire. E non si può quantificare con esattezza. Ci si può solo accontentare. E sempre più, perché quel “popolo” che sarebbe poi porzione di pubblico e pubblico sono anche la maggior parte degli “addetti ai lavori”, sempre meno comprende ciò che sta accadendo dentro di sé, quando assiste ad un atto poetico (in diretta), non riesce a decodificare, non riesce a leggere. E si inquieta. E giudica. E crea altri muri. E quindi, fuori dalla torre tutti quelli che non riescono a rispondere a canoni puramente commerciali e puramente assurdi se applicati all’arte, negando, di fatto, la loro esistenza. Eppure sono, anche se il “potere” decide che non esisti e non ti ascolta. L’unica chance che il “potere” dà oggi ai suoi lavoratori per esistere, è la marcia verso il successo, la competizione, leale o sleale, non ha importanza, purché tu artista sia in grado di competere utilizzando tutte le armi possibili, affliggendo gli altri e soprattutto te stesso e la tua arte, attraverso modalità perverse che creano legami morbosi e falsi, generando continue copie d’arte, anche d’autore, d’un passato recente che è già memoria storica ma fragile, che la gente può deliberatamente usare e gettare via senza alcun pensiero su cosa questi passaggi hanno significato e determinato in sé e nella società in cui sono calati. L’atteggiamento aggressivo, ad esempio, oggi considerato vincente e da molti adoperato, pensando anche che non ci sia nulla di male in ciò e dimenticandosi, però, che tale atteggiamento è il risultato di una manipolazione ed è esempio per le generazioni coeve e future che identificano il “vincente” con pensieri, parole e azioni sprezzanti dell’altro. Ecco che la matassa crassa che ci ottunde, o meglio che crea lo sfasamento nella lettura degli accadimenti in chi è cresciuto sensibilmente, induce nuovamente all’incontro, al dialogo ma, attenzione, che essi non siano nuovamente spostati sulla vera crisi che, ripeto, non è del lavoro, ma è dell’essere umano. Il “lavoro” che manca, è solo una conseguenza, poiché manca solo a chi non è allineato con la “filosofia del potere”, con un modo di rappresentarsi che è in primis un modo di pensarsi. Sarebbe una grande tentazione, a questo punto, aprire un discorso sull’importanza del movimento dei desideri quale vettore umorale e motore atto al riempimento di una mancanza, per dirla con Sartre, ma sarebbe d’obbligo dedicare più tempo e un capitolo a parte.

Proseguo, dunque, sulla strada verso probabili soluzioni per contrastare il deterioramento della società dei talenti.

Gli artisti non hanno mai compreso quanto sia necessario distinguere per unire. I soldi, il potere e la politica istituzionale, hanno determinato, nel tempo e con abili manovre di imposizione di vari personaggi addestrati ad hoc per ricoprire cariche nevralgiche di rilevante importanza culturale e sociale, col beneplacito di molti artisti, critici e operatori culturali, distanze siderali tra le più disparate realtà artistiche che, per l’appunto, hanno smesso di dialogare, laddove, specie negli anni ’60 e ’70 del Novecento, tale dialogo era quantomeno sottinteso. Queste tangibili barriere, hanno reso territori come l’intero bacino del Mediterraneo, per loro natura open texture, ostili verso coloro che si definiscono artisti; l’artista, oggi, è il peggior nemico di se stesso, teso alla diffidenza spinta verso i colleghi e a una mancanza di “parole sane”, di apertura e di ascolto, accecato, perlopiù, dalla sua stessa immagine.

E si ritorna al lavoro. Come si può pensare che ci sia “lavoro” se ciascuno pensa a distruggere, anziché costruire? È un pensiero idiota quello che sovrasta le menti che vogliono il “potere” dell’arte come fattore, cioè oggetto, manipolabile per altri scopi, facendolo, poi, passare per arte. L’arte unisce e mai divide e oggi, paradossalmente, siamo più isolati che mai. Il dialogo tra le varie realtà artistiche, non può che creare, a parità di onestà e comportamenti leciti, naturalmente, benessere per tutti, esponenzialmente a lungo termine. Le grandi realtà, che negli anni si sono chiuse nei loro castelli del potere, hanno l’obbligo di creare, cercare, un dialogo con quelle più piccole, affinché si possa generare tra gli artisti, i critici e gli spettatori, una relazione sincera di scambio, di necessità più che di bisogno, favorendo un substrato ed un sostrato sociale e culturale impenetrabile da qualsiasi manovra manipolatoria del potere (politico), favorendo la nascita di una società dell’arte compatta e non adusata, com’è oggi, alla competizione. Questa è la vera ragione che ci fa sopravvivere senza uno straccio di lavoro, il nostro lavoro, quello per il quale abbiamo studiato, sudato, penato e che, alla fine, abbiamo anche conquistato e che, improvvisamente, ci hanno tolto dalle mani, costringendoci, nel migliore dei casi, ad una esistenza angusta nei loculi della telefonia a buon mercato. Non credo nella crisi economica, questa assurdità che vogliono costringerci a passarla come realtà, ma vogliono solo creare altra destabilizzazione, altri bisogni, altra dipendenza, cioè altri consumatori (basta volgere uno sguardo d’interesse verso le iniziative politiche, sociali e culturali di altri Stati, proprio in periodo di “crisi economica”). In una struttura politica e sociale che assomiglia sempre più al sistema monarchico, gli artisti non possono che sperare di entrare nelle grazie del nobile accondiscendente di turno, annoiato e in preda all’astenia esistenziale, pronto a vendersi le chiappe per due minuti di sollazzo. Ed è ciò che sta accadendo. I pellegrini che affollano le fila dei richiedenti pietà alle porte dei castelli, sono destinati ad aumentare e, in preda ai morsi della fame, vedono con difficoltà che la soluzione è sotto i loro stessi occhi.

La soluzione: prima di tutto, cercare o creare, “zone franche”, luoghi che non siano teatri, spazi teatrali, sale teatrali, on e off, di qualsiasi sfumatura teatrale essi siano, tenersi a debita distanza, poiché tutti contaminati dalla profondità del malessere che stiamo vivendo e che ci rende disumani. Queste “zone franche”, sono luoghi, forse ancora non-luoghi, dove vige la tregua, dove non esiste la competizione, dove nessuno viene giudicato e dove ognuno, anzi, ha la possibilità di crescere attraverso il dialogo. La comunità teatrale ha bisogno, oggi, soprattutto di tornare a riconoscersi, a guardarsi negli occhi con sincerità, senza sotterfugi e dinamiche di potere e, col potere della convivialità, rinunciare al proprio egoismo per rifondare l’arte non su principi economici (ridicola l’espressione “impresa culturale” che nulla significa) ma su principi della perdita senza contropartita, (cioè il principio del dispendio) sui quali l’arte si fonda, altrimenti non si spiegherebbe la necessità di alimentarsi di una serie di fenomeni improduttivi, tra cui, appunto, il teatro, ma anche la poesia, l’erotismo, il lusso, il culto. Queste attività hanno il loro fine in sé stesse e continueremo a soffrire nella maggior parte di noi, se continueremo a condividerla nel prisma opaco della logica quantitativa della produzione, acquisizione e consumo dei beni, causando un proverbiale impoverimento, in quanto l’esistenza stessa viene ad essere privata del suo senso più profondo: il dono. E il dono è un bene, non un prodotto. Cominciamo a cambiare i termini coi quali indichiamo la produzione di spettacoli teatrali: bene e non prodotto.

Nelle “zone franche”, si può donare e donarsi. Nelle “zone macilente”, no.

In secondo luogo: “essere Bartleby”. Finalmente, essere. All’interno dell’egemone pensiero filo monarchico, farsi potenza narrativa, luogo integro dell’essere e allo stesso tempo del non-essere. Immobilizzarsi, diventare tela bianca e intonsa, scioperare dalla propria esistenza per far prevalere l’essere, finalmente, ritrovare il coraggio di dire “no”, di sussurrarlo, non gridarlo, quasi a volerlo respirare questo “no” e l’attore diventa la parola che non dice, che non recita. “I would prefer not to”, è la formula che il Bartleby di Melville usa per essere potente, più potente del potere che gli ha ordinato di lavorare. Lui, Bartleby, non è che non vuole lavorare ma preferirebbe non farlo. Ed è questa formula a renderlo eternamente nudo, verso il potere e verso il suo stesso sé, rifiutando sia l’essere e sia il non-essere. Il rifiuto assoluto, senza se e senza ma, alle condizioni disumane di quello che vogliono farci credere sia lavorare , era l’unica opportunità e invece, i peggiori? i migliori? fra noi, ci son cascati con tutte le scarpe. Per cosa? Per una manciata di finta luce in più, per un premio in più, per un maledettissimo applauso in più. Non cadere nel turbine di conti e conticini, fatture e fatturati, parametri commerciali e non artistici, insomma, non cadere nella trappola soffocante della loro burocrazia che è la loro arma migliore per annientare gli artisti, perché, alla fine, crederemo che “fare arte” sia tutta quella roba lì: la quantità delle repliche e dei lavoratori a tempo determinato o indeterminato; la quantità dei contributi Inps versati; la quantità degli spettatori, o meglio dei clienti, che hanno comprato il biglietto e non lo spettacolo; la quantità, in minuti, di applausi finali, ovvero gli aggressivamente quantitativi “sold out” e “standing ovation”; la quantità di premi, anche in peso complessivo, accumulati negli anni; la quantità di volte in cui è stata sprecata la parola “genio – genialità”; la quantità di carta dove hanno scritto dello spettacolo e, soprattutto, di ME; la quantità di inutilità e parole vacue che ci seppellirà definitivamente, spiaccicati contro una parete alla fine della folle gara alla quale ci hanno obbligato a partecipare, la cui vittoria sarà rappresentata dalla nostra fine e dall’imperituro ricordo dei giovani e dei vecchi, uno specchio dell’altro, unico mostro impazzito, Nerone vincitore sul crinale del miglior belvedere: tutti i luoghi d’arte chiusi o dati in mano ai mercanti, in preda alle sensate fiamme che tutto purificano e tutto rassicurano.

Essere Bartleby significa, per me, ritrovare la dignità della propria persona e, di conseguenza, del proprio lavoro. Questa è una soluzione ed è anche una qualità della rivoluzione.

In terzo luogo: la dimensione del dolore. Perché di dolore si tratta. Il dolore della delusione, del dispiacere, di tutti quei talenti sensibili visti e giudicati in quanto disastro del vivere. È una dimensione, quella del dolore, che non viene quasi mai presa in considerazione. Eppure, trovo sia pregnante e, in essa, ci sia una possibilità di soluzione per uscire dal pantano che ci sovrasta.

Il “dolore” in questione nasce perché gli obiettivi imposti sono troppo alti, quasi irraggiungibili per la maggior parte degli artisti. Partendo dal presupposto che l’Italia è un Paese che odia i propri artisti e che tende a non tutelarli se non attraverso le modalità più farraginose possibili; partendo anche dal presupposto che l’Italia è uno dei Paesi più corrotti al mondo e dove la meritocrazia è soltanto una parola sul vocabolario, questo “dolore” assume le tonalità e le sfumature di una potente frustrazione. Quella del bambino che non riesce a ottenere la giusta attenzione dai suoi genitori e quella della volpe che, una volta staccato il grappolo d’uva dalla vite, non riesce a mangiarla perché, sorpresa!, il grappolo è di marmo e d’oro. Nella condizione puerile in cui i cittadini sono costretti a vivere e a confrontarsi, il “dolore” assume anche la connotazione del “capriccio”. Quindi, il desiderio di essere come gli altri da noi, che tanto hanno avuto e ottenuto con le ben note dinamiche che al talento sensibile appaiono indecifrabili, non fa che aumentare vertiginosamente i contrasti, la diffidenza, l’odio, la separazione, l’identificazione con modelli terrificanti e orripilanti, il pettegolezzo e il pregiudizio, nonché la spasmodica ricerca della lacca migliore con la quale tingersi per fare “bella figura”.

Ai ristoranti, alle camicie firmate, alle riunioni in alto loco, alle comodità di una comunicazione impeccabile e l’adesione al trend artistico più spinto in quel momento, alle vacanze fintamente alternative e profondamente stronze, alla falsità dei linguaggi creativi, preferisco ancora il disordine vero e sincero di Artaud, i brandelli dell’orecchio di Van Gogh, la santa sporcizia nelle parole di Bodini, la straziante umanità di Sarah Kane. Spetta alla meraviglia e allo splendore dell’arte, il dolore vero del travaglio artistico che non è quantificabile e né catalogabile, comporre la partitura della rivoluzione, quale soluzione vera, umana e tagliente, che possa forgiarsi in quel sentimento che ormai giace intontito nel suo involucro, l’ennesimo premio al nostro vivere imbelle e sottomesso. La rivoluzione giace là, nella teca, assieme all’Oscar che mai vinceremo e nell’applauso di spettatori che vedono sfaldarsi le loro mani in granelli di sabbia che li acceca.

Siamo disposti, TUTTI, a rinunciare ai comodi involucri per una causa comune e condivisa? Se sì, basta organizzarsi. Se no, tutto è inutile e si perde solo tempo prezioso, quello della nostra vita.

Ed è questa la protesta migliore che spetta all’attore, mostrare il suo corpo annientato ai burocrati delle carceri dorate, dove vivono, rianimate, le migliori maschere dei loro pensieri inespressi.

 

Andrea Cramarossa info@teatrodellebambole.it

Bari, 20 Febbraio 2017

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