Intervista ad Alain Bertho – a cura di Carlotta Benvegnù, Simona De Simoni, Davide Gallo Lassere

Nell’autunno del 2005 le banlieues francesi sono state attraversate da sommosse di un’ampiezza e un’intensità inaudite. Secondo lei, quale è stata la specificità politica di tale fenomeno?

Le sommosse del 2005 sono state innanzitutto il dolore e la rabbia di fronte a due giovani vite falcidiate senza ragione, nell’indifferenza generale del mondo politico al gran completo. Da trent’anni, la “banlieue” non è un problema urbano ma un dramma politico: si è tentato di regolare attraverso il rinnovo urbano la dislocazione politica della classe operaia. La crisi del fordismo ha lasciato sul lastrico i figli di tutta una generazione di operai specializzati, in particolare di operai immigrati che, in tal modo, sono divenuti “semplicemente immigrati”. La banlieue non è considerata come la Francia, gli “immigrati si seconda (terza e perché non quarta) generazione” non sono per nulla francesi. Oltre vent’anni dopo la Marche des Beurs e lo slancio di Touche pas à mon pote, ci sono numerosi giovani che muoiono nell’indifferenza e nell’impunità. Nel 2003, Mourad è stato ucciso da diciassette proiettili mentre scappava dalla gendarmerie nel Gard. Aveva diciassette anni.

Per la stessa ragione, quando nel 2005 esplode la rabbia, a molti è parso più importante condannare l’incendio di una macchina piuttosto che l’uccisione di due adolescenti. Quando, poi, verso la metà di novembre il movimento si è indebolito, negli ambienti politici la volontà di voltare pagina ha preso il sopravvento rispetto alla riflessione collettiva. Chi si è domandato, che ne è stato dei giovani incendiari del 2005? È già da un bel pezzo che quel segmento di popolazione è uscito dai radar della sinistra politica. Quella rabbia non era politica: era una rabbia contro la politica, i suoi discorsi, le sue promesse non mantenute, le sue menzogne, i suoi teatrini.

Quest’anno casca il decennale delle sommosse del 2005. Quali processi si sono innescati da allora sino ad oggi? In un articolo comparso dopo gli attentati di gennaio ha parlato di “islamizzazione della rivolta radicale”; più recentemente ha fatto riferimento a una “frattura” che si è instaurata tra i giovani? Che cosa intende con queste espressioni?

La situazione odierna è peggiore di quella di dieci anni fa, in quanto invece di aver compreso che cos’è successo e al posto di avervi risposto, la società politica e mediatica francese si è irrigidita nella stigmatizzazione di una parte delle classi popolari. Ciò che è successo allora a livello del paese intero, e non solamente delle sue banlieues, non sempre è stato riconosciuto come una grossa rottura che annunciava altre lacerazioni simboliche e politiche.

Mentre il rinnovo urbano continua a essere perseguito imperterrito, la situazione di molte famiglie non cessa di degradarsi: la segregazione viene mantenuta e riprodotta, la disoccupazione dei giovani è esplosa e sono venute meno altre fonti di reddito. Come ovunque nel mondo, la religione tende a rimpiazzare una politica devastata. La fiamma vacillante della speranza che ancora poteva sopravvivere nel 2005 si è spenta da un bel pezzo.

Destra e sinistra in alternanza – entrambe impantanate in politiche cieche rispetto a tali problemi e indifferenti di fronte alla disgregazione sociale connaturata alla globalizzazione neoliberale – hanno imboccato una fuga in avanti securitaria e moralizzatrice. Dall’ingiunzione all’integrazione che addossa alle vittime la responsabilità della loro discriminazione, si è passati alla promozione di una laicità punitiva dalle forti tonalità islamofobe. Questo dibattito ricorrente sulla laicità, nel quale il Front National è a suo agio, ha come effetto una confessionalizzazione generalizzata della politica. Come ci si può allora stupire che dei giovani adolescenti si siano mostrati reticenti a rispettare il minuto di silenzio a gennaio dopo gli attentati assassini contro Charlie?

Questa rabbia si è di nuovo espressa, cogliendo tutti di sorpresa, qualche mese più tardi, nel marzo del 2006, a poche settimane dalle sommosse, quando la violenza si è esercitata contro i cortei studenteschi che manifestavano contro il Contrat de première embauche [CPE]. Questo ricordo mi è balenato in mente l’indomani dei massacri del 13 di novembre. Le vittime erano dei giovani sulla trentina, studenti al momento della mobilitazione contro il CPE. Erano la “generazione CPE”. Ora, il 23 marzo 2006 in prossimità della fermata metropolitana di Invalides, i giovani delle banlieues sono effettivamente andati a “spaccare la faccia” agli studenti che manifestavano. Il confronto è stato molto violento. Ne sono stato testimone. La manifestazione successiva, il 28 marzo, sebbene si trattasse di un movimento contestatario, si è svolta sotto la protezione della polizia. Chiaramente, queste due rivolte quasi concomitanti avrebbero potuto ritrovarsi. Al contrario, si sono contrapposte violentemente. Si tratta infatti di una frattura profonda che si è instaurata tra i giovani.

La questione è evidentemente complessa e delicata, ma, secondo lei, quali sono gli elementi che possono spingere dei francesi verso la jihad?

Il lavoro di David Thomson sui jihadisti francesi mostra molto bene la diversità degli itinerari. Vi sono dei giovani dei quartieri popolari, a volte passati attraverso esperienze di delinquenza (come, ad esempio, Amedy Coulibaly, uno dei terroristi di gennaio), ma vi sono anche dei giovani convertiti a volte ben inseriti nella società. La Francia è il paese dell’Europa occidentale che ha di gran lunga il più alto numero di cittadini in Siria o di ritorno dalla Siria. La Francia cumula gli effetti disperanti dello sgretolamento dell’ipotesi rivoluzionaria della fine del XX° secolo, della dislocazione della classe operaia e di una gestione disastrosa del passato coloniale e migratorio. Le fanfaronate francesi sull’unità nazionale dissimulano le fratture profonde che attraversano questo paese e la sua gioventù. I vari governi, e singolarmente la Sinistra, hanno perso il senso del futuro e hanno devastato la speranza sociale e politica. Questi governi si legittimano da oltre vent’anni sulla mobilitazione della paura: la paura securitaria o la paura economica (il debito).

Come dice Slavoj Žižek, “è più facile immaginarsi la fine del mondo che la fine del capitalismo”. Come può esprimersi una rivolta disperata in questo caos generato dalla globalizzazione finanziaria e dalla politica di guerra degli ultimi quindici anni da parte delle grandi potenze? Come ho affermato in un’intervista precedente (tradotta in italiano su Alfabeta2), si tratta di un’islamizzazione della rivolta radicale, e non di una radicalizzazione dell’Islam.

I jihadisti hanno un discorso politico costruito sullo stato del mondo e sul ruolo che ognuno può trovarvi. È non solo un discorso di morte, ma anche un discorso di salvezza. Per loro la fine del mondo è vicina. Tutto si giocherà in una battagli decisiva nello Sham (Siria) e la salvezza passerò dal martirio nel combattimento contro i “Koufars” (miscredenti). Questo combattimento si presenta loro come un dovere e la morte come un affrancamento.

In tale situazione, come prospettare l’apertura di un campo politico?

Ciò che ci manca maggiormente in queste circostanze drammatiche, è appunto una politica come potenza soggettiva. Senza politica, non vi è cammino verso l’avvenire ne costruzione di un destino comune. Senza politica, la democrazia non è che un teatro di ombre nel quale le parole girano a vuoto. Senza politica, la rappresentazione si riassume in uno spettacolo. Senza la politica, i confronti di idee perdono ogni rapporto col reale. Né la paura, né il consenso guerrafondaio, né le marce militari permetteranno di superare le fratture nazionali e internazionali che ci conducono all’abisso. Solo la politica può costruire qualcosa di comune.

Ma la politica non può pretendere di incarnare il destino dei popoli che attraverso il dissenso e il confronto (pacifico) delle possibilità. Ecco perché la lotta di classe come referente sociale, il comunismo come ipotesi e la rivoluzione come possibilità hanno svolto un ruolo strutturante nel corso dei decenni. Ecco perché ci mancano oggi. Dobbiamo tuttavia rifiutare ogni nostalgia e fondare, a partire dalla posta in palio nel presente, una radicalità speranzosa. Non si tratta solo di indignarsi, ma di identificare nuove possibilità e fornire un senso e una soggettività comune a resistenze multiple. La misura preliminare da prendere subito è il rifiuto dello spirito da guerra senza fine che i terroristi ci impongono. In Medio Oriente come in Francia, come ovunque altrove, dobbiamo immaginare assieme le condizioni della Pace.

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