Luigi Einaudi , in un volume edito da Laterza nel 1920, prese lo pseudonimo di Junius, per omaggio al grande scrittore inglese. Fra il 1768 e il 1772 il periodico inglese Public Advertiser pubblicò le straordinarie Letters con le quali il misterioso Junius riuscì a provocare una crisi del governo conservatore dell’epoca. Nessuno riusciva a contrastare la capacità dialettica e la penna affilata del libellista. Per assicurare la prosecuzione del dibattito polemico egli si divise allora in Philo Junius contro Anti Junius, sostenendo di essere l’unico in grado di replicare a se stesso.

Mario Tronti si tiene in grande considerazione e pensa, forse, di essere una sorta di Junius redivivo, definendosi contemporaneamente rivoluzionario e conservatore.
Questo breve saggio di fantasia può essere indifferentemente attribuito a Philo Tronti o Anti Tronti, secondo il punto di vista. In ogni caso descrive ciò che realmente è accaduto. Renzi, ascoltando i consigli del vecchio senatore, è precipitato nell’abisso (almeno per ora e vedremo che ci rimanga).

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Il problema era questo: come rendere immediatamente pratico un discorso legato ad una tattica nuova, inattesa, sorprendente. Bisognava trovare un’articolazione che dimostrasse la possibilità di riprendere con efficacia il cammino di una vecchia strategia.

Incantesimo, stregoneria – dice Marx -, Zauber, Spuk. E sono parole giuste. Se fossimo caduti nella trappola dell’opposizione ai governi delle larghe intese non saremmo riusciti nell’impresa di assestare un colpo decisivo, di aprire finalmente la crisi. Abbiamo privilegiato il dato di fatto dell’esistenza del capitale finanziario, senza moralismi. Il moderno proletariato vive nella condizione precaria, sa che il processo di sussunzione non può essere fermato, soffre il taglio dei salari reali; vive la condizione del prigioniero nei campi di lavoro organizzati  dal tiranno. La vita è ricondotta a valore, dentro un disordine democratico, dentro un’anarchia dotata di apparente legalità, senza legittimità. I precari non vogliono assaltare il Palazzo d’Inverno, e neppure cercano corazzate Potemkin per la conquista del territorio. I precari sono consapevoli che il denaro, nel tempo dei prodotti immateriali, non è soltanto feticcio, è ormai finzione. Il capitalismo è una macchina intelligente: per questo il sistema delle macchine si sposta sempre di più nel cervello artificiale. Marx prende da Kant la distinzione fra apparenza fenomenica e realtà noumenica. Ma chi gli dà lo spunto finale è il decisivo approdo hegeliano che lo porta in sintesi a pensare la sostanza che si fa soggetto. I precari sono una rude razza pagana che aspira al reddito, non cerca potere.

Risponde con il silenzio la razza pagana. La macchina capitalistica si presentava salda, sembrava inattaccabile; la servitù volontaria aveva trovato nella tirannia democratica il suo Principe ideale. La corrispondente concezione della vita, veritas in interiore homine, agisce in modo che tutti quanti non siamo liberi, ma liberti, schiavi liberati per poter meglio servire.

Solo i poteri, solo i generali della tirannia avevano i mezzi per incrinare l’intreccio sofisticato dell’apparato di controllo. Il punto di vista precario aveva scoperto il segreto vero che condannerà a morte violenta il nemico di classe: la capacità politica di abilmente imporre mediante una nuova tattica le tappe forzate che inevitabilmente frantumano il controllo, il comando. La visuale precaria è talmente limpida da far pensare che solo  oggi cominci a vivere la stagione della sua splendida maturità.

Nel dialogo di Senofonte, dopo il lungo discorso di Gerone, il saggio Simonide risponde con il silenzio. Strauss (Adelphi, 2010, Sulla tirannide) commenta: un uomo perfettamente giusto che voglia dare consigli a un tiranno deve presentarsi come totalmente privo di scrupoli. Era necessario mostrare di non tenere in conto alcuno i principi morali. Ecco la nuova tattica, l’unica che  consentisse alla vecchia strategia di  vincere la battaglia.

Ci siamo schierati dalla parte del governo. Abbiamo ottenuto fiducia votando senza battere ciglio ogni nefandezza, tralasciando qualsiasi forma di opposizione, appoggiando le misure imposte dalla Commissione Europea e dalla Banca Centrale. Il proletariato precario sapeva bene che comunque sarebbero state varate, che non era possibile il contrasto sul campo. L’esperienza greca e francese hanno dimostrato che questa era la scelta da fare, lasciando al loro destino di minoranza imbelle le fazioni della sinistra interna al partito democratico.

Una volta acquisito il ruolo di consigliere governativo fidato la trappola è scattata, implacabile. Convinti di essere imbattibili si sono lasciati sedurre dall’arroganza, hanno preso la strada che noi avevamo tracciato per loro. Volevano cambiare una Costituzione che nei fatti era già trasformata, si sono inutilmente esposti al giudizio delle urne. Mi hanno ascoltato e ora debbono subirne le conseguenze.

Lo rivendico. Una nuova retta misteriosa è delineata tagliando le curve che attardavano i movimenti ribelli. Il mio è stato un patrocinio infedele nell’interesse della rude razza precaria. Non vi era nessun obbligo di lealtà verso il tiranno, la guerra di emancipazione non rispetta alcuna regola; dovevano saperlo che la rivoluzione non è un pranzo di gala.

La sconfitta subita in occasione del referendum riapre la partita. Il campo si comincia a muovere, con nuovi attori, con nuovi scorrimenti. È Musil. La finis Austriae, il crollo di quel mondo saldo ed efficiente che si raccoglieva intorno alle figure del Partito Democratico. L’Azione Parallela cioè l’idea oscura e indeterminata di una grande iniziativa non serve ora a rianimare il cadavere di un vecchio mondo idealizzato, serve semmai a seppellirlo con l’onore delle lotte. È un progetto di rivoluzione a cui bisogna pensare, alla vecchia strategia. Ma non è necessario crederci. Forse per la prima volta abbiamo una pratica possibile senza ideologia reale. E vi prego, con Holderlin: il tutto nur gutmutig zu lesen, da leggere con benevolenza.

 

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