Intervista a Rada Ivekovica cura di Carlotta Benvegnù, Simona De Simoni, Davide Gallo Lassere

In un articolo scritto in seguito ai riots che nel 2005 incendiarono le periferie di Parigi e di altre città, lei denunciò la rottura radicale che si manifestava nella società francese (ed europea) e ipotizzò la possibilità di una escalation di violenza a partire dalla “sovrapposizione” di “confini interni” alle metropoli e “confini esterni” su scala internazionale. All’indomani del 13 novembre, ci piacerebbe che lei tornasse sulla questione…

RI: Mi sembra che la rottura si sia avverata. L’escalation non si è fermata e va avanti, i confini interni (nazionali, ma anche dentro Schengen) e esterni (perché esportiamo le frontiere) si sono moltiplicati: il processo è molto simile a quello che si era verificato durante la guerra jugoslava, ma più radicale (con più morti, più rifugiati etc.). Ma, se la guerra jugoslava è stata davvero soltanto colpa nostra – intendo di noi jugoslavi (di ogni provenienza e con gradi diversi di implicazione) – e la responsabilità europea ha riguardato soltanto la gestione del conflitto (con risultati catastrofici), ora mi pare tutt’altra cosa, con cause molteplici e complesse.

Le cause degli attentati in Francia non sono da ricercare soltanto nelle condizioni di vita nelle banlieues, quelle che hanno portato ai sollevamenti del 2005, poiché tutto si accumula. Tra le cause ci sono anche: la guerra in Syria e i bombardamenti della Libia, entrambi ad opera dalla Francia (recentemente abbiamo fatto la guerra in Mali: destra e sinistra – se di sinistra si può ancora parlare ?! – sembrano d’accordo su queste nuove guerre che sono la continuazione di politiche coloniali e imperialiste); la situazione insostenibile dei Palestinesi e il sostegno europeo, talvolta taciuto talaltra manifesto, alle politiche discriminatorie israeliane; la storia coloniale e un secolo intero (almeno dagli inizi del Novecento, se non prima) di umiliazione sistematica dei paesi arabi e musulmani nella ricostruzione dei poteri coloniali e dei loro confini a cui, ora, si cerca di riparare con la violenza e il terrorismo. Come dice lo specialista francese Olivier Roy, inoltre, si registra una frattura generazionale per cui è la seconda generazione degli immigrati che si radicalizza per la “jihad”, ritenendo che i genitori siano stati incapaci di inserirsi con dignità nella società francese, la quale, peraltro, non ha dato loro nessuno spazio.

Siamo noi, in Francia (e in modi simili in altri paesi europei), a produrre gli islamisti. Più bombardiamo la Syria, più avremo attentati terroristici in Francia e in Europa, e sempre più profughi. Non è affatto una questione di religione, anche se sembra tradursi su quel piano: è una mancanza di dialogo e di compromessi, di linguaggio comune e di scambio – ciò che il filosofo Jean-François Lyotard chiamava le différend – proprio come accadde nel conflitto jugoslavo. Una situazione di différend prende corpo quando la verità e il vissuto dell’uno non si può né esprimere né comprendere nel linguaggio dell’altro, il quale, per di più, decide le regole del gioco e sistema il quadro del discorso.

Il risultato di tutto questo, della politique du pire, è la situazione dei profughi. Si sperava che i paesi eredi della Jugoslavia, dopo una serie di guerre insensate, si sarebbero “europeizzati”. E successo l’inverso: l’Europa si è balcanizzata.

Nel suo saggio “La balcanizzazione della ragione”, lei riflette sulla logica della violenza e sulle responsabilità europee che, negli anni Novanta, hanno condotto al conflitto nei Balcani. In quell’occasione, inoltre, lei mostrò come al processo di riterritorializzazione identitaria di aggregati sociali complessi corrispondesse la creazione di confini “per eccesso”. Fatte le debite distinzioni, possiamo tracciare un parallelismo tra la situazione di allora e quella odierna considerando le grandi metropoli del presente come spazi di crescente “balcanizzazione” sociale?

RI: Credo di aver già risposto in parte. Si, è così. I parallelismi ci sono. Anche se direi che non tutte le cause risiedano nelle grandi metropoli. Ci sono metropoli e banlieues meglio integrate di altre, dove il tessuto sociale è più svariato, e, francamente, quando si gira per Parigi e si osservano i giovani e i meno giovani, si vede molta eterogeneità sociale e non si vede la segregazione che, invece, è palese in città come New York – per non parlare delle province statunitensi. Non tutte le banlieues francesi sono orribili, e non lo sono necessariamente nemmeno quando sono abitate in maggioranza da migranti.

Al di là dei contesti metropolitani, bisogna ricercare le cause della situazione attuale nelle politiche generali europee e in quelle dei singoli paesi. Questi ultimi reagiscono in modo molto diverso gli uni dagli altri, le politiche più dure provengono da una parte dell’Europa dell’est, ma anche dalla Francia. Voglio dire: politiche territoriali interne, politiche estere, politiche migratorie, politiche culturali e così via. In Francia, ad esempio, non è mai stato fatto lo sforzo di insegnare una storia coloniale critica per offrire la possibilità di conoscere qualcosa relativamente ad altri paesi, soprattutto quelli che furono colonizzati. In questo scenario – e non senza sorpresa – tra tutti i politici europei, Angela Merkel è stata l’unica ad aver capito il momento storico e la necessità di coglierlo da parte dell’Europa, ovvero la necessità di accogliere tutti questi poveri rifugiati.

Per quanto riguarda la metafora della balcanizzazione, bisogna stare attenti. Non credo affatto che, a suo tempo, le responsabilità europee abbiano condotto al conflitto dei Balcani. Allora, come ho già detto, la responsabilità fu balcanica. In seguito, il conflitto jugoslavo si è “risolto” – o piuttosto congelato, almeno temporalmente fermato – con il processo a lungo termine di entrata in Europa dei paesi coinvolti. Tuttavia, si ha oggi l’impressione di esser stati, allora, pur senza saperlo, una sorta di “avanguardia del peggio”, qualcosa che anticipava cupi sviluppi successivi. Per quanto riguarda la Jugoslavia, l’Europa non aveva ancora nessuna politica di integrazione poiché, allora, non c’era nessuna intenzione politica di accogliere la Jugoslavia in Europa. Ci si è pensato solo quando la guerra è scoppiata e, nella maggior parte dei casi, si sono trovate pessime soluzioni, incapaci di pacificare la situazione. L’Europa ha accettato troppo presto la decomposizione del paese, perché ha fatto la scelta sbagliata di credere ai leaders nazionalisti (Miloševi e Tudjman) invece che ai riformatori comunisti non nazionalisti.

L’Europa sembra non sapersi liberare dallo spettro del nazionalismo, fenomeno a cui lei ha dedicato ampia attenzione nella sua riflessione. Le recenti elezioni regionali francesi hanno visto una crescita spaventosa del Front National – complice, senza dubbio, la situazione di allarme generale scatenata dagli attentati. Quali sono, secondo lei, le specificità del nazionalismo post-moderno e post-coloniale e quale la sua funzionalità politica dentro processi strutturalmente multi-scalari?

RI: Non mi pare che ci sia stata una crescita anomala. La crescita del Front National è davvero preoccupante, sebbene, per fortuna, il partito non sia riuscito ad ottenere nessuna regione. È possibile che molti abbiano votato il Front National al primo turno per protesta salvo poi, per paura, votargli contro al secondo turno. Il guaio è che i sondaggi influenzano in parte la politica. Più che il Front National, tuttavia, io temo un’altra cosa: tutta la scena politica si è spostata a destra e non c’è più nessuna sinistra che conti. Il Partito socialista non è sinistra. Riguardo alle cose di cui parliamo, la destra ha impostato il quadro, ma il centro e la cosiddetta sinistra lo hanno accettato e assimilato come fosse verità.

Le specificità del nazionalismo post-moderno e post-coloniale e io aggiungerei, del nazionalismo post-guerra fredda, sono quelle generate dalla fine della legittimità dell’antifascismo europeo; queste nuove generazioni, come avevo già sostenuto nel mio libro Autopsia dei Balcani, l’hanno dimenticato perché la generazione precedente non ha saputo trasmetterlo, proprio come è successo in Jugoslavia.

Crisi economica, fratture sociali, balcanizzazione degli spazi metropolitani, nuovi identitarismi e nazionalismo. Questa sembra essere la Francia (ma anche l’Europa) di oggi. Quali sono, secondo lei, gli spazi di agibilità politica per resistere a questa situazione?

RI: La balcanizzazione è anche nelle teste, oltre che nella politica. E, in ogni caso, va al di là degli spazi metropolitani. La balcanizzazione è entrata nella nostra cultura europea con i nazionalismi, specialmente in Francia. Io vedo una sola via di resistenza possibile: l’apertura urgente – perché la situazione è urgente – agli immigrati e ai profughi. Impossibile, inoltre, mantenere la distinzione fra profughi politici e di guerra e i profughi economici: in molti paesi, la pace e il capitalismo sfrenato instaurano già un clima di guerra al loro interno. L’Europa è un rich boy’s club costruito per giovare all’Europa stessa, e non ad altri. Ma le metropoli e le città possono e devono fare molto nell’accoglienza! I confini potranno spostarsi solo più in là ad est, mai sparire. Non si può aspettare più un solo giorno, perché la situazione dei profughi e insostenibile e inaccettabile.

Analiticamente, guardando dove siamo arrivati, sarei tentata di essere pessimista. Tuttavia, per andare avanti e cercare il dialogo, per garantire l’accoglienza necessaria, per esprimere solidarietà e generosità verso gli altri (i profughi e i migranti), per assegnar loro un posto cercando di creare l’uguaglianza nelle nostre società – credo, invece, di dover essere ottimista: adottando politiche diverse e di sinistra, si può fare qualcosa. Siamo arrivati a una situazione tale per cui le popolazioni sono spaccate in due: ci sono i cittadini e ci sono quelli che non lo sono – i profughi. Bisogna capire che i profughi sono i nostri cittadini mancanti, come sostengo nel mio ultimo libro Les citoyens manquants.

Per un’Europa di oltre 500 milioni di abitanti i numeri di profughi e migranti che arrivano – realmente estremamente piccoli – sono irrisori. Per non dire nulla dei moltissimi, invece, che non approdano mai. La condizione dei migranti è la nostra vergogna europea comune. Un milione non è niente, neppure 5 milioni lo sarebbero. Ma questi numeri vengono gonfiati dai governi e presentati come insostenibili: si tratta di un discorso suggerito dalla destra che purtroppo viene accettato come se corrispondesse a verità fattuale. Si parla di crisi dei profughi, ma la crisi dei profughi non esiste, c’è solo la crisi dell’Europa in disfacimento.

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