“È come essere in guerra senza armi” si leggeva su The Guardian all’indomani del referendum greco lo scorso luglio. “La Francia è in guerra”, ripete Francois Hollande dopo gli attacchi a Parigi. Prima di lui era la guerra “infinita” di Bush Jr. in Medio Oriente e quella “civile” di Putin sulla Crimea. Ma cosa significano queste affermazioni dopo il 1989, quando l’idea dell’“unica guerra” sembra allontanarsi definitivamente dall’Europa e dagli Stati Occidentali?

Ad inizio 2016, a seguito dell’esecuzione di 47 persone, incluso il leader sciita Sheikh Nimr al-Nimr, il vice-cancelliere e ministro dell’economia Sigmar Gabriel è chiamato a “riesaminare criticamente” la vendita di armi all’Arabia Saudita. Secondo un report dell’ottobre 2015, nei primi sei mesi dello stesso anno, la Germania ha permesso l’esportazione di armi verso L’Arabia Saudita per un valore di 178 milioni di Euro, il 50% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Il governo di Riyad è un cliente abituale dell’industria bellica tedesca, che si concentra attorno al lago di Costanza, la terza al mondo per volume di affari dopo i soli Stati Uniti e Russia. Mentre è proprio di questi giorni l’invito ufficiale al presidente dell’Iran sciita Rouhani, il più favorevole ai rapporti commerciali con l’occidente dalla rivoluzione del 1979, a visitare la Germania nel suo prossimo viaggio in Europa.

Per decenni, la Grecia è stata fra i clienti principali delle esportazioni di armi prima della Repubblica Federale Tedesca e poi della Germania riunita. “Dalla fine della dittatura militare, nel 1974, fino al 2010, il 21% delle importazioni di armi in Grecia proveniva dalla RFT. […] Fra il 2001 e il 2010 la Grecia è stata il quinto importatore mondiale di armi.” Secondo il SIPRI Institute di Stoccolma che monitora le spese militari, fra il 2006 e il 2010 Atene è stato il principale beneficiario delle esportazioni di armi dalla Germania, con uno share del 15%, mentre dal 2010 e il 2014, con la crisi finanziaria che assume dimensioni catastrofiche, la Grecia è fra i tre principali acquirenti, con quasi 1.000 carri armati Leopard in dotazione contro i circa 240 della stessa Germania.

Nell’estate 2015, dal pugno di ferro del ministro Wolfgang Schäuble sulla crisi del debito greco e dalla sua “ferrea” alleanza con Angela Merkel, sarebbe potuto emergere come un fantasma lo scandalo dei finanziamenti illeciti al partito (Schwarzgeldaffäre) che dal 1999 al 2000 aveva portato all’avvicendamento alla guida della CDU di Helmut Kohl proprio la Merkel. Avrebbe potuto perché Schäuble, prima alleato di Kohl, dopo solo una breve parentesi di 15 mesi a capo della CDU, aveva dato le dimissioni a seguito dell’ammissione di una donazione in contanti dal mercante d’armi Schreiber, relegandosi da allora in poi a un ruolo gregario nella politica espansionistica della futura Cancelliera. Ma non è successo perché nessun giornale ne ha parlato. Le collusioni fra l’industria bellica, la politica e la finanza non sono di certo una notizia inaspettata.

In un intervento nella sede dismessa dell’IG Metall di Berlino (il più grande sindacato della tedesco) nel dicembre 2015 Maurizio Lazzarato sostiene che “l’affermazione È come una guerra non deve essere intesa coma una metafora, perché la reversibilità della guerra e dell’economia è sempre stato il fondamento del capitalismo. […] L’economia non sostituisce la guerra, ma la continua con altri mezzi. […] Il ‘patto di stabilità’ (lo stato ‘finanziario’ di emergenza in Grecia) e il ‘patto di sicurezza’ (stato di emergenza ‘politica’ in Francia) sono due facce della stessa medaglia, come flussi di credito e flussi di guerra.”(1)

La guerra non ha solo funzioni strategiche e tecno-scientifiche, ma anche produttive (“Noi siamo produttori come gli altri” dice un colonnello dell’esercito francese). “Il capitale non è un modo di produzione, senza essere, allo stesso tempo, una modalità distruttiva. […] I guadagni di produttività e guadagni di distruttività avanzano in parallelo.”

Se parlando di “la guerra” si assume inevitabilmente la prospettiva dello Stato – così come per tutto il XX secolo – Lazzarato avanza l’ipotesi di una “molteplicità di guerre” come principio fondante dell’accumulazione capitalistica e dell’organizzatore della società attraverso le sue divisioni. Le guerre come base per l’ordine esterno e interno: guerre di classi, di generi, di razze, guerre di soggettività e di civilizzazione.

Se assumessimo questa molteplicità del concetto guerra come dimensione ontologica del capitalismo, allora, credo, potremmo meglio capire anche ciò che è successo la notte di capodanno a Colonia: la guerra ai migranti e la guerra alle donne; non sono forse sotto attacco soggettività politicamente forti emerse negli anni Settanta, e che ora il capitalismo, con a complicità dei media, nella sua contro-offensiva cerca di indirizzare le une contro le altre? La violenza sulle donne, anche quando non assume una forma “organizzata”, può essere considerato come una guerra perpetua condotta dall’uomo?

A Berlino incontro Sameh, egiziano, che con la famiglia ha chiesto asilo lo scorso anno. È molto spaventato dalle aggressioni di Colonia: “Se Il clima politico cambia i primi a essere rimandati indietro saranno quelli come me”. Racconta che il LaGeSo (Ufficio per la salute e il sociale) opera una divisione fra rifugiati di guerra e semplici migranti economici, i secondi non rientrano nelle liste di impiegabilità e devo cercarsi lavoro da soli, preoccupandosi solo successivamente di richiedere il permesso di lavorare. Lo stesso vale per l’alloggio, scaduti i primi tre mesi Il LaGeSo non garantisce il “catering” alla struttura in cui si trova, un ostello in cui risiedono i richiedenti asilo appena arrivati, e quest’ultima ha richiesto il trasferimento della famiglia, essendoci ora un guadagno minore. Anche alcune scuole operano una selezione nelle richieste di iscrizione assecondando i contributi stanziati in base alla provenienza dei bambini. È incredibile delle volte pensare quanto la memoria mediatica sia “corta”, solo tre anni fa il popolo egiziano era sotto assedio militare, oggi questa dovrebbe essere un’area “pacificata”.

Lo svolgersi di questa molteplicità di guerre non ha luogo più soltanto nelle periferie, ma attraversa il centro in diversi modi. Da una parte, ha delle ripercussioni immediate sulle divisione che attraversano la società e le sue trasformazioni (la separazione fra rifugiato e migrante). Dall’altro la guerra industriale condotta nelle periferie degli Stati occidentali, ritorna nelle metropoli europee sotto forma di leggi speciali e sospensione dei diritti democratici.

Ma perché chiedersi che cosa sia guerra oggi? Accanto alle nuove configurazioni delle forme di lavoro e di produzione sociale, alle trasformazioni tecnologiche, è possibile che anche la guerra, così come la ricordavamo, abbia mutato la propria forma? Cosa significherebbe allora assumere la prospettiva di un “tempo di guerra” contemporaneo per leggere la crisi finanziaria, lo spaesamento soggettivo che deriva dalla dissoluzione del lavoro salariato, la diffusione di psicopatologie xenofobe, la difesa a oltranza della famiglia secondo il modello eteronormativo e la propaganda mediatica? Più che accettare uno stato di fatto e darsi ragione dei modi “infelici” dell’esistenza a cui siamo costretti, potrebbe essere un tentativo di leggere una continuità nelle forme dello sfruttamento lavorativo, finanziario, territoriale, sessuale, e allo stesso tempo una chiamata a una risposta altrettanto continua.

NOTE

(1) Intervento di chiusura al seminario Radio Schizoanalytique, organizzato da Angela Melitopoulos e Angela Anderson. http://www.radio-schizoanalytique.net/transmissions-from-the-fold-live-in-berlin-dec-18-20-2015/

Il testo dell’intervento anticipa l’uscita del libro Guerre & Capital, scritto con Éric Alliez, Les Prairies ordinaires, 2016.

Immagine in apertura: Jules de Balincourt “Psychedelic Soldier”, 2012, photo Joseph Desler Costa

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