Università neoliberale
La storia dell’università neoliberale ha inizio con il New Public Management tramite il quale le logiche dell’impresa (concorrenza, competitività, sostenibilità finanziaria, convenienza) diventano principi regolativi anche delle strutture pubbliche, di cui le università sono una piccola ma importante porzione. Tutto comincia negli anni ’80 del novecento con i governi statunitensi ed inglesi di Reagan e Tatcher che emanano una serie di direttrici, presto importate in Italia dal Ministro Ruberti, con la Riforma del 1989, e modellate nei tre decenni successivi con le varie Riforme che si sono succedute. In generale, le direttive d’oltralpe riguardavano: la riduzione del finanziamento pubblico, la crescita della contribuzione studentesca, il calo dei fondi statali, i prestiti d’onore legati al merito, il crescente intervento delle istituzioni private nelle politiche di formazione e ricerca, l’aumento della competizione per l’accesso ai finanziamenti e la rendicontazione con cui le università devono dimostrare di avere speso in modo adeguato il denaro. Insomma, una vera e propria rivoluzione, se si pensa che fino d’allora, con i dovuti distinguo, si concordava sul fatto che l’università fosse una comunità autonoma di professori e studenti finalizzata alla formazione umana, culturale e scientifica dei singoli, nonché alla custodia e trasmissione del sapere come il più comune dei beni. Insieme agli Ordinamenti e Regolamenti, nel passaggio all’università neoliberale, sono anche cambiate, le condizioni sociali e soggettive (alcuni sostengono antropologiche) di studenti e professori. A questi ultimi sono state affidate attività amministrative, consulenziali e imprenditoriali, che rubano tempo alla didattica e alla ricerca (verso le quali non sono affatto neutrali) e non di rado contrastano con i valori di cooperazione alla base del lavoro scientifico e della messa in comune dei saperi. Gli studenti, invece, sono sopraffatti dalla “rincorsa ai crediti”, che si verifica lungo un percorso che prevede lezioni ed esami semestrali (prima di inizio secolo erano annuali), certificazioni di ogni sorta (anche per il semplice cambio di canale), tirocini e cosi via correndo. Nell’università neoliberale uno studente è chiamato a intensificare i ritmi di studio e apprendimento nell’ambito di discipline frammentate, a fronte dell’estensione dei tempi di verifica e valutazione delle conoscenze acquisite. Nel loro percorso ad alta velocità gli studenti “mangiano” tantissime conoscenze e nozioni ma gli è sottratto il tempo per digerirle, interiorizzarle e farle proprie. Ed è qui che nasce l’indigestione, quando il tempo di apprendimento è considerato alla stregua del tempo di lavoro dentro una impresa, come se i due ambiti, differenti per definizione, fossero invece analoghi, misurabili e standardizzabili allo stesso modo[1].
Una nota su didattica e tecnologie
Una ultima annotazione, oggi si parla molto di intelligenza artificiale come di una tecnologia per la misurazione algoritmica e standardizzata delle conoscenze attraverso processi di automazione cognitiva. Bisogna premettere che il problema, un tempo scontato, non risiede nella tecnologia in quanto tale ma nell’utilizzo che se ne fa. Idem per le tecnologie didattiche, ben sapendo che esse riducono o rimuovono la stessa relazione didattica, momento chiave del processo conoscitivo, mediata da un software a distanza. Insomma, in quanto tali, le tecnologie didattiche, in particolare quelle libere (free software, creative commons, open source), potrebbero essere di supporto all’apprendimento ma il fatto che sono spesso utilizzate per automatizzare ulteriormente la didattica e rendere meglio misurabili le prestazioni di studenti e docenti le rendono particolarmente utili per il controllo dell’efficienza ma inutili come strumenti di aiuto e supporto. Attualmente, infatti, molti analisti considerano concreto il rischio che l’esperienza formativa venga ridotta a un processo iperindustriale, standardizzato, avulso da creatività, autonomia e interazione umana e che, così facendo, l’apprendimento venga ridotto a un insieme di prestazioni quantificabili e misurabili. Tutto ciò sembra confermare quanto visto con straordinario anticipo da Romano Alquati, ovvero che la dequalificazione della didattica (sempre più somigliante alla trasmissione di procedimenti prefabbricati) produce una “capacità attiva” di basso valore per i soggetti, ma allo stesso tempo ha un elevato rendimento capitalistico[2]. Insomma, la didattica pone oggi un problema serissimo, che l’estrema frammentazione delle discipline universitarie – giustificata dalla foglia di fico di una “offerta formativa” variegata e innovativa – aggrava pesantemente. Su questo dovremmo concentrarci ripartendo da alcune domande fondamentali: qual è il fine della didattica? da quale figura umana e sociale la didattica deve trarre ispirazione? a quali bisogni e desideri soggettivi deve fare riferimento? Ed ancora, vogliamo che l’università sia quel luogo dove gli studenti selezionano percorsi predefiniti nell’ambito di una “offerta” formativa frammentata e varia (modellata in funzione di una “domanda”), in cui l’apprendimento è contabilizzato in “crediti” e “debiti” che si accumulano lungo una “carriera”? Vogliamo che gli studenti prendano la parola sul loro percorso formativo come dei consumatori che si esprimono sulla qualità di un servizio ricevuto oppure come soggetti attivi che fanno esperienza di quelle facoltà antieconomiche che sono alla base del sapere umanistico e scientifico (curiosità, azzardo, inventiva, sforzo disinteressato, disponibilità al rischio, alla cooperazione e alla sorpresa)?
Tra Kafka e Pirandello.
Un ottimo scritto di Pier Camillo Polleri su Effimera ci dà prova dei tratti kafkiani dell’università neoliberale[3]. L’autore infatti, dopo aver discusso dei dispositivi che favoriscono il controllo del sapere e della ricerca universitaria, ed i livelli che vi sono coinvolti – primo fra tutti la selezione dei finanziamenti – ci racconta un aneddoto personale che, in quanto professore universitario, vale la pena ripercorrere. Con la Riforma Gelmini (L.240/2010) la disciplina che stabiliva la progressione economica di professori e ricercatori è stata modificata. Si è abolita l’attribuzione automatica dello “scatto stipendiale”, fino ad allora biennale, e si è introdotta una progressione triennale subordinata alla valutazione positiva di tre requisiti (n° minimo di lezioni frontali; minimo 1 pubblicazione di Fascia A o B; > 50% sedute Consiglio Dip.). Polleri, trattenuto a casa da un problema ortopedico, decide ugualmente di fare lezione ai suoi studenti da remoto. Cosicché, a tempo debito, scopre di non ricevere lo scatto stipendiale perché il terzo criterio non risultava rispettato, visto che le assenze alle sedute del Consiglio possono avvenire solo per ragioni di malattia (quindi certificate da un medico). Morale della storia: chi va in malattia e produce un certificato ottiene lo scatto stipendiale, mentre chi non produce il certificato ma garantisce ai suoi studenti la didattica perde lo scatto stipendiale.
Viene da dire che, nella kafkiana università neoliberale, i professori e gli studenti sono appendici astratte del sistema, possono contare meno di un certificato. È singolare che Kafka nel 1917 scrisse proprio «Relazione per un’accademia», un breve racconto in cui Pietro il rosso, una scimmia divenuta uomo, è invitato a raccontare la sua incredibile storia in una non precisata accademia. Il rosso comincia dicendo che il suo cambiamento, divenire umano per l’appunto, non è avvenuto in nome della libertà ma perché non aveva altra via d’uscita («ma dovevo procurarmela, perché senza non potevo vivere»). La gabbia in cui era stato rinchiuso, catturato dai marinai della ditta Hagenbeck, era troppo stretta, come dice egli stesso: «se mi avessero inchiodato, la mia libertà di movimento non sarebbe stata più limitata». Ma c’è di più, ci ricorda chi ha recentemente introdotto il racconto di Kafka, ovvero che «gli uomini dell’Accademia ascoltano la relazione dell’ex-scimpanzé perché sanno che quella storia li riguarda, che sul palco ad essere stata raccontata è la loro stessa autobiografia (nel senso del De te fabula narratur)»[4]. È sempre un dramma quando, catturati dall’impresa, si è costretti alla metamorfosi, nel caso che qui ci interessa a diventare capitale umano, anche se ciò non ha nulla a che fare con la libertà. Nel dramma ci sono coloro che accettano la metamorfosi senza farsi troppi problemi, anche se questa cambia la loro stessa natura, come è capitato a Pietro il Rosso. Nella nostra università neoliberale c’è anche però un astrettissima minoranza che prova ad attualizzare, nonostante tutto, il vecchio motto “dentro e contro”. Che condivide il rifiuto del modello di università come soggetto di mercato e l’idea che una nuova comunità universitaria sia ancora oggi immaginabile e praticabile. Sono questi i nostri bravi maestri.
Un altro grande letterato (che di metamorfosi se ne intendeva) che rappresenterebbe in modo magistrale le dinamiche universitarie è certamente Luigi Pirandello, il quale, espulso dall’università per aver difeso un compagno di studi contro le vessazioni di un “barone”, dedicò una novella a Bernardino Lamis, figura emblematica della separazione tra un professore e i suoi studenti. Molto brevemente, il professor Lamis prepara la sua lezione definitiva e fondamentale, frutto del lavoro di una vita, ma il giorno della declamazione – tenuta a voce alta e vibrante di cui egli stesso si meraviglia – non si rende conto di essere solo nell’aula, perché quelli che gli sembra di vedere non sono studenti ma i loro soprabiti bagnati lasciati in aula ad asciugare[5].
Kafka, Pirandello ed altri avrebbero rappresentato magistralmente l’università neoliberale, dove professori e studenti sembrano esistere solo in quanto funzione astratta del sistema e vengono parametrati con criteri di misurazione, inevitabilmente arbitrari e fallibili, che vengono però spacciati per oggettivi e certi. In questo gioco dove l’assurdo è diventata regola, dove i meccanismi di valutazione legittimano e riproducono l’università neoliberale, forse il maestro boemo e quello di Girgenti, sullo sfondo o in primo piano, tornerebbero a parlare di una comunità di studenti e docenti che esercita l’arte dell’autoformazione, una difficile arte tramite la quale riconoscere la vocazione che riposa latente in ciascun essere umano.
NOTE
[1] Mi permetto di rimandare al mio L’università indigesta. Professori e studenti nell’università neoliberale, Deriveapprodi-Machinalibro, Bologna 2024.
[2] Emiliana Armano, “Università e formazione standardizzata. Un’intervista a Romano Alquati (1980)”, in Machina (06/2021)
[3] Pier Camillo Polleri, “Il controllo disciplinare e kafkiano del lavoro cognitivo in università”, in Effimera
[4] Franz Kafka, Una relazione per una accademia (a cura di Micaela Latini e Ginevra Quadro Curzio), Il Piacere di leggere, Milano 2022
[5] L. Pirandello, “L’eresia catara” (1905), in Novelle per un anno, Newton Compton, Roma 2016.
INCHIESTA
Le condizioni del vivere
Abbecedario (approssimativo) per un’inchiesta qualitativa online.
Stiamo tentando un esperimento che si è concretizzato in un I° incontro in Cox18 a Milano agli inizi di ottobre, dopo un primo lancio. L’idea è quella di coinvolgere tutt* coloro che ci leggono e/o sono collegati a Effimera.org attraverso la stesura di testimonianze relative ai vari ambiti critici che coinvolgono la nostra esistenza. Non siamo un centro di ricerca né un istituto demoscopico (né vogliamo esserlo) ma abbiamo un mezzo di comunicazione (Effimera.org) che si è affermato negli ultimi anni all’interno del pensiero critico e sovversivo. Abbiamo intelligenze, saperi, esperienze, desideri. We got live. Perciò vi proponiamo di partecipare a questa nuova sezione di inchiesta online leggendo le istruzioni qui sotto.