Note sul Def 2019 provando a dire “qualcosa di sinistra”

Il 30 settembre scorso il governo giallo-rosa Conte 2 ha presentato la Nota di aggiornamento del Documento di Economia e Finanzia 2020 (NaDef). Dopo mesi di dibattiti, di illazioni e di disinformazioni, abbiamo ora alcuni elementi di analisi, anche se ancora molto incompleti e generici.

La nuova compagine di governo non intende mettere in discussione la necessità di mantenere un certo rigore nei conti pubblici, in linea con i mandati europei, nonostante l’invito di Mattarella a rimodulare in senso più espansivo i parametri di stabilità. L’accoglimento più che positivo del nuovo governo da parte dell’oligarchia finanziaria e della tecnocrazia europea lo conferma. Spread in ribasso e borse in discesa nel periodo della sua formazione evidenziano questa nuova stagione, che, in realtà, tanto nuova non è. Occorre infatti ricordare che il governo precedente di matrice salviniana si pose in attrito con “i diktat europei” solo a parole.

Il faticoso parto della legge di stabilità dello scorso anno non ha portato alcuna inversione di rotta nelle politiche di austerity. L’innalzamento del rapporto deficit/Pil dall’1,7% (promesso da Renzi) al 2% è costato l’inasprimento della clausola di salvaguardia per evitare l’automatico aumento dell’Iva, che è quasi raddoppiata sino a 23,1 miliardi. A ciò si è poi aggiunta la manovrina di aggiustamento pre-estiva per evitare la procedura di infrazione di circa 5 miliardi di euro. Altro che cambio di rotta! Siamo nei fatti sulla stessa lunghezza d’onda dei governi precedenti Monti-Letta-Renzi-Gentiloni.

La stesura della nuova legge di stabilità parte quindi con una spada di Damocle di notevoli proporzioni, non ineludibile.

Se questo è il primo obiettivo, tutti gli altri ne sono subordinati e vincolati. A partire dai tre che sono sulla bocca dei ministri del nuovo governo: la riduzione del cuneo fiscale, un incremento degli investimenti pubblici soprattutto nella scuola (stabilizzazione dei precari) e a vantaggio del Meridione (come chiesto a gran voce dai sindacati) e un maggior sostegno alle famiglie e infine, new entry, il varo di un”green new deal”, tutto ancora da definire

Si stima che la prima misura comporti dei costi pari a circa 15 miliardi in tre anni, per 5 miliardi per il 2020. Se dovesse entrare in vigore, come si ventila, solo a metà anno, il costo si riduce a 2,5 miliardi, con un beneficio, si dice, di circa 500 euro per i lavoratori a reddito medio-basso.. A tale misura potrebbe essere affrancata anche l’introduzione di un salario minimo di 10 euro lordi l’ora che avrebbe un costo di circa 4 miliardi a carico dei soli datori di lavoro (senza quindi intaccare le finanze  pubbliche). Ma dubitiamo che ciò avvenga in tempi brevi.

Riguardo il piano degli investimenti a favore del Sud, per la ricerca e l’innovazione, l’industria 4.0  e lo sviluppo eco-sostenibile al momento non sono disponibili cifre attendibili. Si parla di un piano decennale del valore di 50 miliardi, forse finanziato, secondo le parole del nei ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, da green bond, vale a dire “titoli di debito italiani esplicitamente destinati a sostenere gli investimenti nella sostenibilità ambientale”. E’ ragionevole tuttavia stimare che se si vuole fare un vero rilancio degli investimenti, anche attraverso forme di investimento pubblico-private, la cifra da mettere sul piatto non può essere inferiore a 7-8 miliardi.

In conclusione, sarebbe necessaria una manovra in grado di reperire 10 miliardi da aggiungere ai 23 miliardi per evitare l’aumento dell’Iva: un totale di 33 miliardi.

Secondo la nota di aggiustamento invece l’ammontare della manovra si aggira sui 29 miliardi. Mancano quindi 4 miliardi che diventano 6 se vi vogliono mantenere le promesse di agevolazioni alle famiglia per gli asili nido (il cd. Family Act).

Al di la di questa discrepanza, non banale, come è possibile reperire tali fondi senza intaccare l’attuale deficit?

Al momento attuale, il governo può disporre dei risparmi avanzati dall’applicazione del Reddito di Cittadinanza e della Quota 100. Come riportato dall’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica: “Alla luce dei dati più recenti, in questa nota si confermano le previsioni di risparmio rispetto alla stima iniziale del governo per il 2019: 1,5 miliardi per il Reddito di Cittadinanza e fra 1,2 e 1,6 miliardi per Quota 100. Se sii estende poi la previsione al 2020: il risparmio sarebbe un po’ meno di un miliardo per il RdC e circa due per Quota 100”.

A questi 3 miliardi si potrebbero in teoria aggiungere altri 2 miliardi grazie al minor onere per interessi dovuto alla riduzione dello spread intorno agli attuali 140-150 punti, nell’ipotesi che tale livello permanga per l’intero anno, evento comunque non assicurato.

Nella migliore delle ipotesi, mancano quindi 24 miliardi. Al riguardo riportiamo quanto dice il NaDef a pag. 8:

Le risorse per il finanziamento degli interventi previsti dalla manovra di bilancio per il 2020 sono pari a quasi lo 0,8 per cento del PIL (14,4 miliardi Euro) e saranno assicurate dai seguenti ambiti di intervento”:

  • Misure di efficientamento della spesa pubblica e di revisione o soppressione di disposizioni normative vigenti in relazione alla loro efficacia o priorità, per un risparmio di oltre 0,1 punti percentuali di PIL (1,8 miliardi) [leggi spending review, ndr]
  • Nuove misure di contrasto all’evasione e alle frodi fiscali, nonché interventi per il recupero del gettito tributario anche attraverso una maggiore diffusione dell’utilizzo di strumenti di pagamento tracciabili, per un incremento totale del gettito pari allo 0,4 per cento del PIL (7,2 miliardi) [lotta all’evasione, ndr.]
  • Riduzione delle spese fiscali e dei sussidi dannosi per l’ambiente e nuove imposte ambientali, che nel complesso aumenterebbero il gettito di circa lo 0,1 per cento del PIL (1,8 miliardi)
  • Altre misure fiscali, fra cui la proroga dell’imposta sostitutiva sulla rivalutazione di terreni e partecipazioni, per oltre 0,1 punti percentuali di PIL (1,8 miliardi)”

Ciò che manca, intorno ai 10-11 miliardi, dovrebbe essere garantito dai margini di flessibilità concessi dall’Europa, con l’effetto di portare il rapporto deficit/Pil al 2,2%, anche tenendo conto che le previsione di crescita dell’economia italiana sono dello 0,1% nel 2019 e dello 0,6% nel 2020 (Tab. 1.2, p. 9)[1].

La manovra finanziaria 2020, da questo unto di vista, non presenta alcuna novità significativa ed è probabile che i provvedimenti annunciati vengano in fase di attuazione più depotenziati da quanto già lo siano ora (soprattutto per quanto riguarda il cuneo fiscale) in modo da ridurre il loro finanziamento come è successo, ad esempio, per il reddito di cittadinanza dei 5S. Contemporaneamente si attuano interventi di riduzione della spesa utilizzando solitamente la “spending review” (1,8 miliardi) che consente di mettere a bilancio numeri difficilmente controllabili, se non ex post, e la riduzione di alcuni costi ministeriali. A ciò si aggiunge la classica panacea del recupero di parte dell’evasione fiscale tramite l’incentivazione dei pagamenti digitali in funzione anti evasione Iva. In questo caso  si stima un recupero di ben 7 miliardi di euro, cifra anche questa che potrà essere verificata solo ex post.. La propaganda pentastellata potrebbe poi aggiungere la riduzione dei costi di gestione parlamentare a seguito del dimezzamento del numero dei parlamentari. In tal modo si stima un recupero di circa 500 milioni, poca cosa rispetto a ciò che ci sarebbe bisogno, ma in cambio diventa sempre più difficile per i partiti non tradizionali a entrare nel parlamento, alla faccia della democrazia. Sommando questi interventi, diventa possibile  impedire l’aumento dell’Iva ma relegando briciole alle politiche espansive. In questo quadro, il reddito di cittadinanza rimarrebbe invariato o in parte ridotto (e quindi non ampliato). La nomina di Nunzia Catalfo a Ministra del lavoro e della sicurezza sociale dovrebbe avere questo scopo.

Un altro Def è possibile?

In alternativa a tanto grigiore, ci potrebbero essere le condizioni, se la volontà politica lo permettesse, di pensare politiche effettivamente di rottura con il passato e socialmente innovative e più eque. Si tratterebbe di aggredire alcuni dei nodi principali del bilancio pubblico: il sistema di imposizione fiscale e il sistema degli ammortizzatori sociali[2]. Entrambi richiedono un progetto di revisione complessivo (non più interventi correttivi che ne ampliano le distorsioni) che sia adeguato ai mutamenti dell’attuale processo di valorizzazione capitalistica. Per non limitarci a verbose affermazioni entriamo nel concreto.

La riforma fiscale

In Italia non si è mai avviato un dibattito serio sulla struttura del sistema fiscale. È questa una delle principali ragioni dell’incapacità e dell’inadeguatezza dei partiti di sinistra, in primo luogo il Pd,  troppo tesi a seguire il pensiero neoliberale della riduzione delle tasse. L’argomento richiederebbe ben altro spazio ma in questa sede possiamo porre alcuni principi, già sanciti nella Costituzione Italiana (Art. 53): 1. una progressività forte delle aliquote e  2. una tassazione omogenea di tutti i redditi, a prescindere dal cespite di provenienza.

a) un sistema fiscale equo deve quindi essere improntato alla progressività e all’universalità. Ne consegue che l’imposizione diretta sul reddito deve rappresentare la prima fonte di tassazione e consentire un’ampia distribuzione del reddito. Come già fatto rilevare anche su Effimera, attualmente in Italia, vi è una concentrazione di aliquote assai poco progressive (38%, 41%) per i redditi lordi compresi tra 28.000 e 75.000 euro. In particolare è scandalosa l’aliquota del 38% per i redditi compresi tra 28.000 e 55.000, dove si concentrano quelli del ceto medio. La “no tax area” vale solo per i redditi inferiori agli 8.000 euro l’anno e per i redditi bassi, l’aliquota è compresa tra il 23% e il 27%. Dai 75.000 euro lordi imponibile sino a +¥, l’aliquota è sempre il 43%. E’ una realtà fiscale non solo iniqua ma anche poco sostenibile, soprattutto se si considera che al 10% più ricco degli italiani è andato circa il 24% di tutto il reddito prodotto nel 2017 mentre al 10% più povero degli italiani è andato solo il 2% del reddito complessivo[3]. Una maggiore progressività può in tale contesto non solo migliorare la distribuzione del reddito in senso più equo ma anche incrementare il gettito fiscale complessivo.

b) il processo di valorizzazione del capitalismo contemporaneo si basa sempre meno sul fattore produttivo del lavoro dipendente tradizionale e sul capitale materiale. Il lavoro tende a individualizzarsi e a sfuggire ad ogni regolazione sia salariale che temporale mentre il capitale diventa sempre più intangibile. Nuovi fattori produttivi sono oggi al centro dell’accumulazione, dalle economie di apprendimento a quelle di rete. Il tema della sostenibilità ambientale e il consumo delle risorse energetiche diventa sempre più centrale. Eppure il sistema fiscale continua a tassare il lavoro manuale e,in misura minore, le macchine e poco o niente le nuove forme di proprietà che consentono l’appropriazione del general intellect, dello spazio geografico e virtuale, della rendita finanziaria. Si tratta di flussi di reddito che si muovono su scala sovranazionale, la cui tassazione richiede come minimo un coordinamento adeguato tra le nazioni. L’introduzione di una carbon tax[4], di una webtax[5] e di una Tobin tax[6] possono rappresentare i primi tentativi per adeguare l’imposizione fiscale ai nuovi cespiti di creazione di ricchezza. Poiché buona parte di questi guadagni si verificano sotto forma di rendita proprietaria (materiale e immateriale), è necessario aprire il dibattito sulle modalità di introdurre una tassa patrimoniale adeguata alla concentrazione di ricchezza oggi sempre più elevata in Italia[7], preservando quella proprietà che non fornisce reddito (come la prima casa).

Più in concreto, sarebbe necessario (e possibile) prendere in esame i seguenti provvedimenti:

  • rimodulazione delle aliquote fiscali in senso progressivo: riduzione di 3 punti delle aliquote sui redditi fino a 28.000 euro e introduca due nuovi scaglioni con un’aliquota del 55% per i redditi tra 100.000 e 300.000 euro e un’aliquota del 60% per quelli superiori a 300.000 euro (maggiori entrate per lo Stato pari a 1,1 miliardi, fonte Sbilanciamoci 2019).Tale somma può essere utilizzata per finanziare anche una riduzione delle aliquote per i redditi medi imponibili tra i 28.000 e i 55.000 euro, dal 38% al 36%, con saldo finale pari a zero. La pressione fiscale quindi non si modifica.
  • introduzione di una tassa patrimoniale dello 0,5% sui patrimoni superiori ai 500.000 euro (al netto della casa di abitazione), con una stima di incassi pari a 4,1 miliardi di euro (fonte: Sbilanciamoci!, 2019);
  • la cancellazione della riduzione delle aliquote Ires per le imprese potrebbe poi generare maggiori entrate per lo Stato di poco meno di 4 miliardi di euro.
  • introduzione di una tassa indiretta (Iva) sull’intermediazione di lavoro a somministrazione e autonomo mono-committente (come i riders) a carico della società interinale (5%) e dell’impresa committente (5%), calcolata sul valore lordo della prestazione lavorativa in oggetto. Considerato che, secondo gli ultimi dati dell’osservatorio Centro studi Ebitemp, il volume di affari per il 2017 è pari a circa 7,1 miliardi di euro[8], si ricaverebbe un introito stimato pari a circa 380 milioni di euro;
  • riforma della tassazione delle rendite. Oggi gli interessi sui depositi vengono tassati al 27%, mentre gli interessi sui titoli di Stato, sulle obbligazioni, le plusvalenze e i rendimenti delle gestioni collettive e individuali subiscono un prelievo fiscale del solo 12,5%. È possibile portare la tassazione di tutte le rendite finanziarie agli stessi livelli dell’Europa (per evitare fughe di capitali), cioè al livello del 23%; l’introduzione di una vera tassa sulle transazioni finanziarie applicabile a tutte le azioni e a tutti i derivati e, nel caso azionario, a tutte le singole operazioni, porterebbe introiti con introiti pari a 3,7 miliardi.
  • interventi contro l’evasione fiscale. Ridurre il più possibile i pagamenti in contanti, il ripristino dell’elenco clienti-fornitori per le imprese, l’aumento delle detrazioni tramite lo sviluppo dei controlli incrociati (oggi limitati alle sole spese farmaceutiche e alla ristrutturazione di immobili);
  • introduzione del divieto di aprire la partita Iva per introiti di reddito inferiore ai 24.000 euro, così da aumentare il pagamento dei contributi sociali a carico per le imprese che organizzano lavoro eterodiretto (come quello sulle piattaforme) falsamente autonomo e caricano sui singoli lavoratori/trici gli oneri di assicurazione sociale[9].

Sicuramente si verificherà un aumento delle entrate fiscali, ma è difficile da quantificare. Sommando gli effetti fiscali di queste proposte (al netto della lotta all’evasione fiscale, che non è possibile quantificare ex ante) si ottiene un introito fiscale complessivo pari a poco meno di 14,2 miliardi di euro. Si tratta della stessa cifra stimata per portare tutti coloro che si trovano al di sotto della soglia di povertà relativa a tale soglia.

La riforma della sicurezza sociale

La struttura degli ammortizzatori sociali in Italia è tra le più inique e selettive a livello europeo. La sua filosofia è ancora fondata sulla divisione fordista del lavoro, a cui si sono aggiunte misure tampone che ne hanno aumentato il grado di distorsione.

Al riguardo riteniamo che alcune condizioni debbano essere poste[10]:

  1. La separazione tra assistenza e previdenza, ovvero tra la fiscalità generale a carico della collettività e i contributi sociali, a carico dei lavoratori e delle imprese (Inps). In altre parole, la somma che finanzia la sicurezza sociale non deve derivare dai contributi sociali, ma piuttosto dal pagamento delle tasse dirette e dalle entrate fiscali generali dello Stato, relative ai diversi cespiti di reddito, qualunque sia la loro provenienza.
  2. Introduzione di unica misura di sostegno sociale per quanto riguarda la garanzia di reddito, ovvero un reddito minimo incondizionato, almeno in grado di portare tutti coloro che sono al di sotto della soglia di povertà a tale soglia, in grado di incorporare, sostituire e universalizzare gli attuali iniqui, parziali e distorsivi ammortizzatori sociali. Una misura che non deve essere più contabilizzata nel bilancio Inps ma all’interno del bilancio dello stato (Legge d stabilità nazionale e regionale). In tal modo, si riducono i contributi sociali (per la quota relativa agli ammortizzatori sociali), ovvero il cuneo fiscale, con l’effetto di far aumentare i salari e ridurre il costo del lavoro per le imprese.
  3. Costituzione di un bilancio autonomo di welfare. Occorre costituire e definire un bilancio suo proprio, dove vengono contabilizzate tutte le voci di entrata e di uscita, ovvero le fonti di finanziamento e le voci di spesa. La legge quadro 328/2000 di “riforma del welfare locale” prevede tale possibilità, previa la costituzione di un Osservatorio regionale sul welfare, che abbia come compito il monitoraggio costante della composizione della produzione di ricchezza, della struttura del mercato del lavoro, della distribuzione del reddito e l’individuazione delle fasce sociali a rischio di povertà ed esclusione sociale. Tale bilancio è un sotto insieme del bilancio generale (regionale, nazionale o europeo). Tale operazione consente un processo di razionalizzazione, semplificazione e trasparenza, in grado di: – Ridurre gli ambiti discrezionali di gestione del bilancio in materia di welfare, oggi suddivisi tra centri di spesa con bilanci separati, ognuno dei quali rappresenta un centro di potere; – Ridurre le sovrapposizioni e le moltiplicazioni di spese e provvedimenti di protezione sociale, con un risparmio di bilancio, che si stima essere intorno al 5-7%; – Snellire l’iter burocratico e centralizzare il processo di controllo e di monitoraggio, riducendo ulteriormente i costi della macchina statale.
  4. A tal fine, si può proporre che tale bilancio definisca una Cassa sociale per il reddito (Csr).

Distinzione tra reddito diretto e reddito indiretto, che sono tra loro complementari e non sostitutivi. Riteniamo che l’erogazione di un reddito diretto debba gravare sulla fiscalità nazionale (magari supportata a livello europeo grazie a finanziamenti in titoli europei – Eurobond – come primo passo per arrivare a costituire un bilancio sociale europeo), mentre l’erogazione di un reddito indiretto (agevolazioni per il trasporto, l’affitto, la sanità, l’istruzione, ecc.) sia gestito a livello territoriale regionale, così da tener conto delle differenziazioni territoriali.

Conclusioni

Le riflessioni fin qui condotte ci mostrano che una netta inversione di tendenza è possibile, se c’è l’adeguata volontà politica e se si vuole partire da un programma di “sinistra”. Non si tratta di qualcosa di trascendentale, anzi, si tratta di qualcosa di banale e progressista, moderato e pragmatico, ma capace di creare le premesse per recuperare una capacità autonoma di elaborazione politica e quindi mettere al centro dell’ordine del discorso la questione sociale. Abbiamo più che mai bisogno di rompere le nostre gabbie, prima di tutto mentali, ritrovando reale tensione immaginativa verso il futuro e verso una società diversa.

Corollario #1

Il debito pubblico italiano (arrivato a fine settembre 2019 a 2.400 miliardi di euro), secondo i dati della relazione della Banca d’Italia del maggio 2019 ha vista la seguente dinamica nel periodo 2013-2019:

La Banca d’Italia detiene oggi il 17,7% del debito totale. Era il 5,1% nel 2013

Le Istituzioni finanziarie monetarie hanno il 32,8% con un incremento costante dal 28,9% del 2013. Di queste, circa il 17% è detenuto da fondi speculativi. Le istituzioni bancario-creditizie detengono una quota pari a circa il 20%.

I residenti italiani (in massima parte famiglie) oggi posseggono  il 5,7% del debito. Tale quota era il 12% nel 2013.

La quota di debito italiano detenuto all’estero passa invece dal 27,2% al 30%.

Da questi dati si ricava che sono tre i soggetti economici a detenere il debito pubblico italiano: la Banca d’Italia, le banche italiane e gli operatori  finanziari esteri (per meno di un terzo).

Si tratta di una situazione  in cui il risparmio privato conta molto poco, mentre il peso crescente della Banca d’Italia (effetto del Quantitative Easing della Bce) fornisce un elemento di garanzia in funzione anti speculativa, anche se tale rischio non è del tutto assente, visto che comunque le finanziare estere controllano oltre il 30%. del debito italiano. In ogni caso, ciò che traspare da questi dati è l’assoluta inutilità di una tassazione accondiscendente verso i detentori dei titoli di Stato, sempre meno in possesso delle famiglie italiana (anche in seguito al calo della propensione al risparmio) e sempre più nelle mani delle istituzioni creditizie. Equiparare quindi la tassazione sui titoli di stato a quelle vigenti in Europa e su altre attività finanziarie rappresenta oggi un atto di equità e giustizia e non una assalto al risparmio della mitica (e inesistente) “ pensionata dei Bot”.

Corollario #2

La gestione del bilancio pubblico è sempre meno attuabile in modo autonomo a livello nazionale. I condizionamenti esterni e internazionali (dai trattati internazionali come quello di Maastricht o il patto di stabilità sino alle imposizioni delle istituzioni monetarie internazionali, FMI, Commissione Europea, ecc.)  limitano di molto la discrezionalità delle politiche di bilancio a livello nazionale. Tale contesto definisce un nuovo tipo di gerarchia e di divisione economica tra i paesi europei sulla base del grado di autonomia delle singole politiche economiche. E’ notorio, ad esempio, che la Francia, in virtù dell’asse strategico con la Germania, si può permettere margini di flessibilità che altri paesi (compreso l’Italia) non possono permettersi.

Un antidoto a questa situazione discriminante (più sovranista che europeista) può essere costituito dalla creazione di un unico bilancio pubblico europeo in grado di attuare un’unica legge finanziaria europea e quindi favorire la nascita di un’unica politica fiscale, sia per quanto riguarda la struttura dell’imposizione fiscale che per la gestione della spesa pubblica (investimenti, welfare, ecc.).

Tale bilancio pubblico europeo raggiungerebbe una massa critica da metterlo al riparo da eventuali attacchi speculativi e consentirebbe una omogeneizzazione delle politiche sociali a sostegno di una maggiore equità distributiva e, aspetto non secondario, creerebbe le premesse per un’innovazione fiscale su scala europea a proposito delle già citate web tax, carbon tax, Tobin tax.

Tale obiettivo richiederebbe la definizione di una road map di 3-4 anni per favorire un processo di convergenza tra i paesi europei, così come si era proceduto, ma con obiettivi politici ben diversi, alla costruzione di una politica monetaria comune.

Non stupisce che contro questa prospettiva si collocano proprio quei paesi, Francia, Germania, Olanda, che più traggono vantaggi dall’attuale struttura gerarchica europea, da un lato, e i paesi di Visigrad, che più manifestano nostalgie nazionalistiche e corporative (anche se economicamente controproducenti), dall’altro.

 

NOTE

[1] Può essere utile far notare che le stime della crescita economica italiana fissate dal Def 2018 (governo giallo-verde) prevedevano per il 2019 una crescita dell’1,5%. Una previsione del tutto azzeccata!

[2] A questi due aspetti, occorrerebbe aggiungere la possibilità di usare il gruppo  Cassa Depositi Prestiti, che secondo il  bilancio 2018, dispone di circa 170 miliardi di disponibilità liquide con un attivo superiore ai 425 miliardi, come principale fonte di finanziamento per investimenti pubblici.

[3] Vedi qui.

[4] Relativa alle emissioni di energia fossile, come avviene ad esempio in Canada

[5] Si fa riferimento alla proposta di tassazione per le multinazionali che operano in rete, co l’obiettivo di far pagare le imposte indirette alle multinazionali digitali che operano e fanno profitti in diversi Paesi del mondo ma non utilizzano la partita iva del Paese in cui erogano i servizi o commercializzano prodotti. In questo modo si porrebbe fine ad un’elusione fiscale su scala globale di decine di miliardi di euro.

[6] Si fa riferimento all’introduzione di una tassa che prevede di colpire tutte le transazioni sui mercati valutari per stabilizzarli e contemporaneamente per procurare entrate da destinare a scopi sociali.

[7] Scrive il rapporto Oxfam Italia 2019: “In Italia il 5 per cento più ricco della popolazione ha un patrimonio pari a quello del 90 più povero”

[8] Per un numero di lavoratori/trici interessati pari a 387.000 (dati Inps-Uniemens) a settembre 2019.

[9] Og